Hannes Buder “Outside Words”

[laaps]

Violoncello, voce e chitarra. Dalla combinazione nuda di questi tre elementi Hannes Buder, musicista tedesco con all’attivo numerose esperienze soliste e collaborative, estrae immagini sonore profondamente vitali in bilico tra classicismo e avanguardia. Una teatralità fragorosa si irradia dalle sei partiture proposte in questo nuovo lavoro prodotto per il progetto laaps, una messa in scena roboante frutto del sovrapporsi di scrittura e improvvisazione.
Dinamiche frammentarie di armonie abbaglianti e incastri ruvidi si condensano in stringati tracciati dallo sviluppo impervio, ma sempre fluido, dominati da risonanze stridenti e modulazioni vocali astratte. Fa eccezione – per durata ma non per atmosfera e costrutto – “No Death And No Regrets”  che con i suoi dodici minuti abbondanti occupa quasi metà dell’intera durata dell’album.
Un viaggio in musica in rapida evoluzione percorso da una tensione costante che non ammette cadute di tono. Suoni per un post-classicismo irruento profondamente vibrante.

Bad Pritt   “EP1”

[Shyrec | Ricco Label]

Affrontare l’assenza, arrendersi alla sua ineluttabilità concedendosi il tempo necessario ad elaborarne le conseguenze. Nasce dall’introspezione profonda il secondo tassello della discografia Bad Pritt cristallizzandosi in una breve sequenza di sette delicate istantanee intrise di dolente contemplazione. Al momento complesso Luca Marchetto fa corrispondere un netto cambio di rotta indirizzato verso risonanze scarne in bilico tra modern classical e sonorizzazione cinematografica, musica per immagini che sbiadiscono lasciando tracce indelebili.
Distante dalle oscure trame elettroniche dell’esordio, il suono si spoglia delle algide astrazioni vocali per farsi veicolare da esili partiture pianistiche che misurano il silenzio coadiuvate dall’elegia sinuosa degli archi e flebili tessiture sintetiche che aleggiano sullo sfondo. Nei vuoti che si aprono tra le diradate note emergono avvertibili echi ambientali e il rumore delle meccaniche dello strumento, componenti essenziali per definire una poetica fatta di essenzialità, di una purezza dal sapore orientale che rifugge l’orpello e una sterile drammaticità.
A prevalere è una luminosità morbida ed avvolgente, un bianco candido non a caso elemento dominante dell’accurato packaging ideato da Marco Pandin.  Un percorso emozionale intenso.

Timothée Quost   “Flatten the curve”

[Carton]

È spiazzante il modo in cui a volte la musica riesca a combinare universi distanti in un’unità coerente ed affascinante, come sappia veicolare all’interno di strutture complesse messaggi profondi scaturenti da forme poco elaborate. Un esempio valido di  tale possibilità è offerto dal nuovo lavoro di Timothée Quost , compositore/trombettista francese incline all’improvvisazione e all’ibridazione di lessici differenti, autore di un interessante intreccio di documentazione sonora e scrittura strumentale.

L’intento da cui l’album prende le mosse è quello di dare spazio alle testimonianze di un numero di anziane residenti in una casa di riposo – intervistate dallo stesso musicista – incastonandole in una serie di partiture composte nel corso di un quinquennio e ora appositamente registrate con l’ausilio di un vero e proprio ensemble. Piccole perle di saggezza estratte da frasi semplici sfuggono così all’oblio spinte da cinque brani in cui avanguardia di inizio novecento e retaggi free jazz – emergenti soprattutto da alcuni passaggi dei fiati -si compenetrano generando itinerari accidentati  e sensorialmente vividi. Musica concreta, rumorismo e ricerca timbrica sono gli elementi base di paesaggi enigmatici – permeati da echi scelsiani e ligetiani – costruiti con perizia e messi a contrasto con una miscela scarna di parole ed echi ambientali. Un ascolto certamente ostico ma ricco di suggestione che merita di essere approfondito.

Durame   “Fondamenta”

[Ribéss Records]

Raccogliere i frammenti di qualcosa irrimediabilmente perduto, residui di visioni ed emozioni legate ad una persona andata ed ai luoghi in cui tutto si è svolto, per farne racconto dell’assenza e del dolore. Vantano una lunga tradizione gli album generati da una rottura sentimentale, ispirazione a volte taciuta – Jason Pierce negò strenuamente per  “Ladies And Gentlemen We Are Floating In Space” dei suoi Spiritualized – ma spesso dichiarata in modo evidente e dagli esiti toccanti come nel caso dello splendido “About Farewell” di Alela Diane. Il primo tassello firmato Durame, progetto del musicista napoletano Antonio Iannone  già attivo da anni sotto lo pseudonimo Grammo di Soma, si iscrive perfettamente alla categoria.

Registrato tra il 2020 e il 2021 in una casa in stato di semiabbandono a Poggioreale utilizzando pochi strumenti e un Tascam ambientale, “Fondamenta” testimonia in modo crudo e diretto la fine di un rapporto importante mettendo in mostra ciò che rimane e insistentemente ritorna in circolo. Le otto tracce che lo compongono sono tessere di un puzzle incompiuto, istantanee lo-fi permeate da un disincanto lisergico dal sapore barrettiano. Melodie parziali scandite da cadenze acustiche minime che navigano su un obliquo brodo sintetico sono il substrato per testi essenziali fatti di parole affilate come lame di rasoio.  

L’apripista “Armadio” mette subito in chiaro gli elementi in gioco, confessioni aspre che riecheggiano su costruzioni sonore ruvide senza alcun intento catartico. Delusione (L’unico pegno che mi hai lasciato è la macchia sulle lenzuola blu che provammo insieme a tirar via.), senso di perdita (In quel cinema vuoto, da soli, aspettando il film, avevo tutto.) e quieta rassegnazione (Travolto ancora dal tuo calore, stupito dal senso di pace che avevo, girandomi, vidi che non eri te.) emergono privi di edulcorazione da trame che a tratti scivolano verso formulazioni ambientali affini all’immaginario onirico/domestico di Claire Rousay (“Asciugamano”). È un darsi senza filtro, un mettere in mostra il cuore sanguinante senza aspettarsi nulla in cambio, l’eco lunga di un’irrefrenabile necessità di dire per non soccombere. Forse una ripartenza.

Benjamin Finger “Voice Frames”

[whitelabrecs]

Autore attivo in numerosi campi artistici, Benjamin Finger si è rapidamente segnalato come produttore poliedrico capace di alternare itinerari profondamente diversi, a tratti divergenti. In questo nuovo lavoro uscito per la label inglese Whitelabrecs il musicista norvegese converge ancora una volta verso territori atmosferici contraddistinti da una marcata propensione alla sperimentazione elettroacustica.

Dalla combinazione di scie droniche di chitarra effettata, synth lucenti, sparuti field recording ed trame vocali eterogenee, prendono forma undici tracciati incentrati sulla memoria, l’isolamento e il senso di perdita. Aderendo al portato emozionale dell’attualità pandemica, Finger costruisce paesaggi hauntologici che alternano toni e atmosfere cangianti. Accomunati da questo portato comune scorrono tracciati innestati su frequenze armoniche malinconicamente contemplative (“Voice Frames”, “Time Gesture”), modulazioni rarefatte a cui il canto diafano di Inga-Lill Farstad conferiscono un’impronta di solennità (“Captured Past”) e delicate reiterazioni melodiche pervase da leggere stille pianistiche (“Memory Path”). Nella seconda parte del percorso trovano spazio frangenti sempre più oscuri percorsi da fremiti ruvidi (“Suspense Act”, “Fragments Care”), proiettati verso scenari irregolari, quasi dissonanti (“Brighter Mind”) che si spengono gradualmente in un obliquo mare in dissolvenza (“Forlorn Loss”).

Una sequenza di istantanee distorte come scene di vita recuperate dall’universo sbiadito dei ricordi, immagini perfettamente rappresentate dalla foto enigmatica scattata dallo stesso Finger con una Kodak analogica che campeggia sulla copertina del disco.

Demetrio Cecchitelli   “Nuance”

[Élan Vital]

Prosegue senza sosta l’attività musicale di Demetrio Cecchitelli, sempre più scandita dall’alternarsi di uscite firmate Halfcastle e produzioni a proprio nome. A questo secondo filone appartiene “Nuance”, itinerario ambient dalla forte connotazione autobiografica costruito a partire dalle suggestioni ricavate da uno spazio domestico permeato dai ricordi della sua infanzia.

Attraverso la stratificazione di frequenze diafane e risonanze minuziosamente distillate il giovane sound artist di stanza a Rimini elabora quello che lui stesso definisce “un rituale in cinque atti” intensamente ipnotico e contemplativo. Dall’ossessiva reiterazione di brevi nuclei in bilico tra il minimalismo atmosferico di Harold Budd e l’hauntologia dei loop in disgregazione di Basinski, prendono forma tessiture vaporose intrise di profonda malinconia. Sono volute di suono in espansione che lentamente saturano lo spazio definendolo, correnti sinuose che a tratti (“Nuance 3”) convergono verso territori post-rock cari ai Labradford di “Mi Media Naranja”.

Le visioni risultanti – accostabili per costrutto e struttura alle formulazioni elettroacustiche del suo “Dwell” – sono al tempo stesso nebulose e profondamente vivide, cristallizzazione di spettri interiori incastrati in un territorio privo di definizione temporale.

Enrico Coniglio “Alpine Variations”

[Dronarivm]

L’approccio cangiante alla materia  sonora è un tratto consolidato della produzione artistica di Enrico Coniglio. Non sorprende dunque trovare affiancati nel corso del 2021 lavori eterogeni  frutto di dinamiche differenti sviluppate in collaborazione (“Lost & Found” con Stefano Guzzetti e il terzo capitolo del progetto Open To The Sea condiviso con Matteo Uggeri) o in solitudine (“Let It Fall” a firma My Home, Sinking, “Da Rin”). Improvvisazione, field recording e strutture elettroacustiche ibride che sconfinano in eleganti forme canzone sono solo alcuni dei territori battuti.

Ultimo atto di questo anno caleidoscopico è la pubblicazione – ancora una volta su Dronarivm – di “Alpine Variations”, itinerario sonico pensato quale canovaccio sensoriale di un’impresa immaginaria dai contorni volutamente indefiniti. Lo scenario in cui l’azione si svolge è ancora una volta quello montano in cui incanto e timore si intrecciano profondamente. Sostanza  delle dieci tracce è la restituzione emozionale dell’ascesa impervia verso la cima ottenuta intersecando trame armoniche rilucenti di piano e chitarra con bordoni vaporosi percorsi da flebili increspature. L’atmosfera risultante da questa combinazione è un chiaroscuro di matrice ambient che alterna ariose aperture contemplative (“Detachment”, “Avalanche”) a passaggi più inquieti scanditi da frequenze ruvide (“Crack In The Wall”, “Calluna”).

A mantenersi costante è il moderato contrasto tra elementi melodici e correnti sintetiche da cui scaturisce una sottile tensione e un portato cinematografico che rivela la genesi dell’album, costruito a partire da una serie di registrazioni dedicate alla realizzazione del commento sonoro di un cortometraggio.
Un viaggio fisico e spirituale intenso alla scoperta del paesaggio e di se stessi .

Durame “Tutto chiuso” [video premiere]

Essenziali istantanee di quieta desolazione.
Fondamenta” è  il primo atto firmato Durame, nuova personificazione del musicista napoletano Antonio Iannone attivo da otto anni come Grammo di Soma. Dall’ennesimo punto di svolta di una vita tribolante nasce questo diario di una rottura scritto dalla persona piantata in asso.

“Tutto chiuso” – di cui vi proponiamo il video girato dallo stesso Durame ed editato da Davide Della Corte è una delle otto tracce del disco registrato tra fine 2020 ed inizio 2021, pubblicato da Ribéss a fine novembre.

Bruno Sanfilippo   “Tangible”

[ad21]

L’importanza della fisicità che trascende i contatti virtuali, sentire con pienezza la presenza delle persone e dell’ambiente circostante. Si concentra su ciò che ci è stato ed in parte ci è ancora precluso il nuovo lavoro discografico di Bruno Sanfilippo proponendo una riflessione in musica sull’importanza di ritrovare il calore della vicinanza reale.

Contrariamente a ciò che si potrebbe immaginare, il compositore argentino non si avvale della voce solitaria del pianoforte per dipingere questo suo vivido immaginario preferendo invece utilizzare una tavolozza sonora più ampia che intreccia le melodie dello strumento con luminose modulazioni sintetiche. Da questa formulazione elettroacustica improntata ad una delicata essenzialità di matrice modern classical prendono forma ariosi paesaggi sonori innervati sui fraseggi fluidi dello strumento, che in due occasioni dialoga intensamente con le trame elegiache del violino di Laura Masotto (“Amapola”) e le risonanze emozionali del violoncello di Antonio Cortesi (“Amber Light”).

Quelle proposte sono istantanee atmosferiche tese a ricostruire impressioni sensoriali nitide e che nei passaggi più diluiti a tratti rimandano flebilmente a certe rarefazioni à la Sigur Ros venate di seducente malinconia (“Fleeing in the City”, “A Child Hugging the Tree”).  Un rinfrancante tuffo in un mare di ammaliante armonia.

ATRX   “Third Report”

[Zaimka]

A due anni dalla pubblicazione del primo capitolo si chiude la trilogia noise – così definita dal suo autore – firmata da Marcello Groppi dei The Great Saunites sotto lo pseudonimo ATRX. Dopo la prima uscita digitale e la seconda su nastro tocca al formato cd – curato dall’etichetta russa Zaimka – accogliere l’atto conclusivo.

Proseguendo lungo le coordinate tracciate dai predecessori, questo tassello terminale definisce l’ulteriore tappa di un itinerario costruito a partire da risonanze ambientali, frequenze di basso e un ribollente coacervo di suoni trovati. Anche se il lavoro risulta suddiviso in quattro movimenti chiaramente individuati, ancora una volta ci troviamo di fronte ad un flusso unitario, privo di soluzione di continuità malgrado il suo carattere frammentario e profondamente irregolare. Matericità, asprezza del suono e nessuna concessione sul fronte armonico continuano ad essere i capisaldi di un rumorismo controllato che invita ad un ascolto immersivo privo di preconcetti.

“Third Report” invita ad immergersi definitivamente in un territorio ostico dove tutto accade senza preavviso, un paesaggio accidentato da attraversare con somma attenzione lasciandosi sorprendere da ogni più minuto dettaglio e affidandosi  alla forza evocativa del suono. Proposta suggestiva riservata a viaggiatori impavidi.