Giovanni Di Domenico “Dust Bunnies”

[901 Editions]

Un’immagine indefinita resa ancor più enigmatica da una calda monocromia, possibile paesaggio ripreso dall’alto in cui si incontrano acqua e terra. Potrebbe trattarsi soltanto di una suggestione, di un inganno visivo, eppure la foto scattata da Fabio Perletta che campeggia sulla copertina di “Dust Bunnies” ha il merito di essere piena sintesi del contenuto della prima pubblicazione di Giovanni Di Domenico per la 901 Editions.

Escludendo la voce del pianoforte, suo strumento d’elezione, il musicista romano costruisce un lungo piano sequenza scaturente da un profondo connubio di bordoni estratti da un antico organo a canne e vaporose frequenze elettroniche. Il suono si rivela gradualmente  generando un lento decollo da cui prende le mosse un itinerario denso in costante mutazione. L’intersecarsi delle componenti dà forma ad un incedere privo di pause, caratterizzato dall’aura solenne espressa dalle risonanze dello strumento e finemente intarsiato da tessiture sintetiche la cui sottile ruvidezza riporta alla polvere citata dal titolo.

Ne scaturisce un flusso profondamente saturo, un vento sonoro vagamente lisergico, in cui armonia e dissonanza convivono in perfetto equilibrio fino al conclusivo dissolvimento. Un viaggio rarefatto che include frammenti di consistenza tattile, un librarsi straniante tra cielo e terra in una dimensione libera da coordinate temporali.

Lee Yi “Lee Yi”

[Thesis Project]

Infrangere il ritmo celere del vivere contemporaneo per riassaporare la bellezza di attimi semplici pervasi da delicato stupore. È un invito alla lentezza, al bisogno di affidarsi all’emozione quel che ci offre Lee Yi nel suo nuovo lavoro, prima uscita della serie Thesis Project  – abitualmente incentrata sul dialogo tra musicisti –  affidata ad un singolo artista.

Alla base della scarsa mezz’ora dell’album ci sono le suggestioni estratte dal compositore iberico da specifici momenti vissuti – o solo immaginati – utilizzati come stimolo per costruire flussi narrativi pienamente definiti  malgrado siano nutriti da impulsi sensoriali per loro natura labili. Le sette tracce proposte configurano quindi altrettanti itinerari chiusi, che hanno nell’ampio utilizzo di partiture acustiche l’elemento di novità. Alle consuete modulazioni drone-ambient con cui Lee Yi è solito plasmare le sue sinuose derive sintetiche si affiancano enfatiche movenze di archi per dare forma a vaporosi fondali su cui si sviluppano essenziali trame pianistiche rifinite da ulteriori arrangiamenti strumentali.

Il risultato è una sequenza di paesaggi intimistici, intrisi di malinconico romanticismo, in cui elettronica e componente acustica convivono in perfetto equilibrio disegnando delicate istantanee in bilico tra luce ed ombra.

Stephen Spera “D.A. #013 – A.D. 2021”

[Dust Archive]

Suoni da un passato immaginario per un futuro irrealizzabile. È affidata a Stephen Spera la realizzazione  della tredicesima scatola della memoria curata da Dust Archive, nuovo scrigno di ricordi aurali contenuti in una contenitore misterioso ritrovato in una soffitta ricoperta di croccante polvere.

Dalla combinazione di field recordings, trame granulose su nastro e bordoni vaporosi prendono forma nove flussi ipnagogici plasmati per restituire l’idea di un’origine distante nel tempo. Fragili frammenti melodici emergono da questi substrati hauntologici come schegge emozionali di un’esperienza sbiadita la cui eco diafana aleggia in un presente sospeso. Il risultato è un ambient rarefatto ma dalla consistenza sempre profondamente tattile, che per la sua aura di costante decadimento a tratti rimanda velatamente alle reiterazioni in disfacimento di Basinski.

È uno scorrere placido in una dimensione sonora vagamente spettrale a cui la comparsa di elementari tracce acustiche ed eteree frequenze vocali sa conferire un calore avvolgente, perfetta restituzione del portato di memorie preziose. Un delicato incanto.

aa.vv. “Pulsioni Oblique vol.2”

[Kaczynski editions]

Dopo oltre un anno di pausa giungono nuovi segnali dal pianeta Kaczynski. Accantonato il lungo silenzio, la piccola label indipendente nata nel 2018 decide di ripartire pubblicando un secondo volume intitolato “Pulsioni Oblique”. Così come il primo capitolo era dedicato a presentare i protagonisti di un’avventura pronta ad iniziare, questa nuova raccolta offre uno spaccato di ciò che accadrà nel prossimo futuro dell’etichetta tra conferme e nuove annessioni.

La mezz’ora di durata del nastro è quindi concepita come una raccolta di biglietti da visita di ciascun autore reclutato, una panoramica caleidoscopica fatta di anticipazioni e tracce ripescate. Ad emergere sono soprattutto i due tratti salienti legati all’attività della Kaczynski: l’attitudine per  la sperimentazione radicale e l’eterogeneità delle proposte. All’interno di tale target suona perfettamente coerente la successione di decostruzione vorticosa del Kaczynski Unexpected Quartet (Luà Gandarà, Niet F-n, Macarena Montesinos e Nacho Munoz) ed elettroacustica profondamente materica delle accoppiate Ferrazza/Salis e ranter’s bay/Paolo Sanna. All’ itinerario stridente del quartetto messicano Orasique fa eco la ludicità scarna di zerogroove, al frammento pulsante estratto dalla collaborazione tra Luca Sigurtà e Paul Beauchamp la nebbia jazzy del duo francese Qonicho-Ah!.

Siamo ancora una volta di fronte ad ottime premesse che siamo certi non saranno disattese. E di nuovo restiamo in ascolto.

Raf Briganti “Brani da approdo per viaggiatori inesperti”

[Daily Delivered Drones]

Suono pensato per divenire viaggio, trame risonanti plasmate per creare territori surreali nei quali smarrirsi. L’intento da cui muove il lavoro di Raf Briganti non rappresenta di certo una novità in campo musicale soprattutto all’interno di quella vasta ed indefinita sfera costituita dalle musiche altre. Eppure si tratta di un punto d’origine pressoché inesauribile dal quale si può continuare ad estrarre preziosa linfa attraverso cui creare immaginari affascinanti.

Le sette tracce di “Brani da approdo per viaggiatori inesperti”, a differenza di ciò che spesso avviene in questi casi, non costruiscono un itinerario univoco e non vengono percepite come tappe di un unico percorso. Ogni flusso struttura uno scenario a se stante nutrito da sonorità peculiari orientate verso atmosfere sempre in bilico tra sogno ammaliante e incubo. Dall’incastro di drone profondi, modulazioni dark ambient e scarni fraseggi acustici nascono immersioni in stati di sospensione fondati sul contrasto tra fraseggi pianistici luminosi e bordoni ruvidi (“Primo espediente”) e percorsi ipnotici scanditi da una ritualità tribale percorsa da pulsazioni nette (“Gray Sabbath”). C’è una certa propensione dei suoni ad essere possibile commento di immagini in movimento, attitudine espressa a tratti in modo evidente come nel caso di “Smoke Idea” che riecheggia il mistero delle tessiture realizzate da Ben Frost per la serie Dark.

Al netto di alcuni passaggi meno convincenti (“Il bosco degli specchi” e soprattutto “Solitude”), la proposta di Briganti riesce a centrare l’obiettivo proposto segnalandosi quale efficace sequenza di derive sensoriali coinvolgenti.

Federico Durand “Herbario”

[laaps]

La costruzione di delicati bozzetti elettroacustici atti a plasmare mondi incantati pervasi da cristallina grazia è un tratto distintivo della vasta produzione sonora di Federico Durand. Risonanze naturalistiche e fragili trame melodiche vengono sapientemente intrecciate configurando un immaginario onirico sospeso nel tempo.

Sulle medesime coordinate si muove l’ultimo itinerario del musicista argentino, pensato e costruito come traduzione aurale di un vero e proprio erbario nel quale raccogliere i sentori di quelle che sono le sue piante e i suoi alberi preferiti. Come spesso accaduto in questo ultimo anno è quindi l’ambiente circostante ad ispirare la formulazione delle sette miniature che compongono l’album, istantanee rarefatte nutrite dal placido sviluppo di stille armoniche luminose e cullanti loop lasciati liberi di riverberare su fondali eterei a tratti attraversati da frequenze finemente granulose.

Tutto risuona diafano, vagamente irreale, in questo ispirato catalogo che raccoglie le suggestioni di un artista da sempre diviso tra l’amore per il suono, la poesia e i giardini, un insieme di istanze qui radunate in perfetto equilibrio.

Seabuckthorn “And Spark And Singe”

La ricerca di una declinazione sempre più rarefatta ed atmosferica  delle sue produzioni firmate Seabuckthorn trova una nuova e ulteriore conferma nell’ultimo lavoro autoprodotto da Andy Cartwright. Sempre più distante dalle progressioni acustiche nutrite da un picking accattivante ispirato ai polverosi paesaggi dell’occidente americano, il musicista inglese consolida una prassi avviata a partire dal suo trasferimento sulle Alpi Meridionali e gradualmente sviluppata.

In “And Spark And Singe” l’azione sulle corde della chitarra resofonica mira costantemente ad estrarre dilatati riverberi da utilizzare come frequenze sature attraverso cui costruire sospesi soundscape in bilico tra drone music e ambient. Ad affiancare lo strumento d’elezione troviamo la voce del taishōgoto, particolare arpa tradizionale giapponese già utilizzata da alcuni pionieri kraut, capace di introdurre sghembi ed inattesi sentori esotici in un percorso altrimenti incline ad una solennità greve e monocorde.

La sensazione complessiva restituita dalla sequenza delle cinque tracce è quella di un esperimento non concluso, di un’esplorazione di possibili scenari da approfondire ulteriormente per poter divenire scenario sonoro esaustivo e coinvolgente. Rimaniamo in attesa di ulteriori sviluppi.

Gold Mass “Safe”

Eliminare il superfluo, la forma priva di sostanza, per ritrovare l’essenza di ciò che si rivela urgente e significativo. Nasce da un intento chiaro il secondo tassello della discografia di Gold Mass, dalla volontà di imprimere un parziale cambio di rotta contraddistinto da un processo di sottrazione che coinvolge tanto la composizione quanto la produzione del disco. Archiviato quindi il buon esordio impreziosito dalla presenza in cabina di regia di Paul Savage, già produttore tra gli altri di Arab Strap e Mogwai, (prima prova che l’ha condotta ad essere selezionata per l’Eurosonic di  Groningen) Emanuela Ligarò sceglie di esplorare nuovi itinerari sonori e soprattutto di essere artefice diretta di ogni passaggio realizzativo e promozionale della sua opera.

Voce ed elettronica, elementi già in primo piano in “Transitions,” rimangono i fondamenti dell’universo musicale di Gold Mass, qui utilizzati quali componenti minime con cui tessere strutture narrative dalle atmosfere cangianti, ma aderenti ad una visione d’insieme chiara e coesa. Le quattro tracce dell’ep ruotano attorno alla complessità della condizione umana intesa come tematica al tempo stesso intima e di respiro universale, trovando ciascuna una dimensione peculiare accomunata dalla preminenza melodica del canto e da un uso essenziale di trame sintetiche e partiture ritmiche.

 “Space” rivela da subito le coordinate del lavoro col sul pulsare rallentato in chiave di trip-hop che concede ampio spazio ad una vocalità morbida, lasciata libera di riverberare su un fondale asciutto scandito da vuoti che rafforzano sapientemente i pieni. Questo incastro si rinnova traccia dopo traccia seguendo formalizzazioni differenti, passando dalla maggiore enfasi interpretativa sostenuta da un incedere più serrato della title-track alla leggera luminosità plasmata da una linea di synth sinuosa di “Souls”. “Gravity” con la sua spigolosità costruttiva aperta verso un uso più libero e manipolato della voce rappresenta il brano più interessante del lotto, perfetta chiusura di un piccolo scrigno da cui ricavare preziosa linfa per una nuova prova sulla lunga distanza.

Memory of Sho “Life at the Seaside”

[Tiny Drones for Lovers/Moka Produzioni]

La forza immaginifica di un mare ricondotto alla sua essenza silente ed osservato come superficie illimitata a cui affidare il morbido espandersi di pensieri in libertà. È condensata con esattezza nelle immagini che lo accompagnano l’esordio dei Memory of Sho, un debutto parziale visto che a comporre il duo troviamo Sara Cappai e Gianmarco Cireddu già intestatari dei progetti Diverting Duo e Santomarina.

L’atmosferica combinazione di modulazioni diluite, risonanze essenziali, field recordings e loop scelta dal duo concorre a dare forma a flussi nebulosi da cui emergono, nei due capitoli centrali , calde frequenze vocali che si sviluppano rarefatte, slegate da una rigida forma canzone. Il suono scorre placido, oscuramente onirico, disegnando indefiniti scenari drone-ambient permeati da una vena hauntologica avvertibile ma mai marcata. Mentre le prime tre istantanee definiscono uno scenario unitario e coerente nutrito da questi elementi, diverso è l’approccio della conclusiva “Bacci e Capitani”. Ci troviamo qui di fronte ad un’ esplorazione obliqua e fievolmente pulsante che ingloba estratti delle sperimentazioni metafoniche di Marcello Bacci e suggerisce una possibile rotta alternativa meritevole di ulteriore indagine. Una chiusura inattesa e stimolante che riecheggia il verde “spiazzante” che colora la sabbia nella foto di copertina e segna la chiusura del cerchio.

elnath project “Anticlinal”

[Plus Timbre]

Lo stretto sodalizio tra musica e azione scenica costituisce un fertile punto di incontro sempre più spesso contraddistinto da un vitale processo di sperimentazione che coinvolge entrambe le parti in causa. Il quarto lavoro di Alessandro Ciccarelli a firma elnath project si inserisce perfettamente in questa scia assecondando un’attitudine alla ricerca evidente in ogni uscita fin qui prodotta.

“Anticlinal” raccoglie quattro composizioni algoritmiche ideate quale controparte sonora di un’opera teatrale che coinvolge la danzatrice/attrice Eva Grieco. Si tratta di dilatati flussi generativi plasmati interpolando sequenze prefissate e interazioni aleatorie utilizzate come input per stimolare l’elaborazione del flusso in tempo reale. Le coordinate generali rimangono quindi invariate rispetto al precedente “46Y6”, così come permangono evidenti i rimandi all’avanguardia novecentesca, in particolar modo agli immaginifici scenari scelsiani e alle esplorazioni pionieristiche di Éliane Radigue.

Le diverse risultanti originate da questo processo ibrido configurano immersivi paesaggi costellati da micro eventi sonori che concorrono a dare forma a trame profondamente oscure. Riverberi profondi prolungati fino a divenire spessi bordoni , algidi glitch e nervose frequenze sintetiche si intrecciano generando ambientazioni in bilico tra lowercase, dark ambient e drone music, sussurrate distese gravide di strisciante tensione che in alcuni frangenti delle due parti di “N3HL” convergono verso una struttura più vorticosa e parzialmente roboante.

Un percorso stimolante, autonomamente evocativo in un notturno accidentato e disturbante da affrontare con necessaria attenzione per poter essere recepito pienamente.