sergio díaz de rojas and seraphina theresa “the morning is a river”

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La cristallina immediatezza della semplicità. Sono morbide pennellate di luminosi e tenui colori pastello quelle che danno vita ai brevi bozzetti nati dall’incontro umano ancor prima che musicale tra il pianista peruviano Sergio Díaz De Rojas e l’artista tedesca Seraphina Theresa.

Nascono da condivise riflessioni sul quotidiano e sulla felicità le quattro composizioni di “The morning river”, essenziali e delicate melodie pianistiche che fluiscono in solari progressioni capaci di imprimersi nella mente fin dal primo ascolto. Una rassicurante e calda dolcezza si irradia dalle quattro tracce, due nate da estemporanee armonie eseguite da Seraphina e plasmate da Sergio nella loro veste definitiva, le altre composte dallo stesso musicista sudamericano nell’arco di un lungo pomeriggio ricco di parole.

Un connubio delicato e avvolgente, che scorre via rapido come un battito di ciglia.

øjeRum “naar vi vaagner”

[shimmering mood records]

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I riflessi di una notte profonda e buia trascorsa tra oniriche fughe della memoria e oscure inquietudini. Fluiscono lente ed ipnotiche le dieci tracce modellate da  Paw Grabowski  sotto l’abituale alias øjeRum  in “Naar vi vaagner”, lavoro uscito lo scorso anno in edizione limitata su cassetta e adesso rimasterizzato per essere ripubblicato su CD.

Una circolarità insistente contraddistingue la trama delle evanescenti modulazioni plasmate dal musicista danese, che attraverso un processo di reiterazione costruisce un susseguirsi di malinconiche nenie contaminate da striature finemente granulate. La sensazione imperante che emerge da questo incedere cullante è quella di un immersione totale in un ambiente sospeso tra la sfuggente concretezza delle rifluenti tracce del passato e l’impalpabile vaporosità del sogno.

Un viaggio crepuscolare da affrontare rigorosamente ad occhi chiusi.

 

seabuckthorn “turns”

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Trame cinematiche colme di epica visionarietà attraversate da un caldo vento polveroso. Prosegue lungo la rotta che conduce verso immaginifici territori del lontano ovest il percorso artistico di Andy Cartwright aka Seabuckthorn, che dopo il brillante “I could see the smoke” torna pubblicando il suo secondo lavoro sulla lunga distanza.

Il suono della fedele dodici corde e della vecchia resofonica, a tratti scandito da profonde pulsazioni ritmiche, è sempre l’elemento dal quale scaturiscono i racconti che plasmano l’avventurosa epopea creata da Cartwright, la cui abituale tavolozza qui si amplia anche grazie alla preziosa collaborazione dell’amico William Ryan Fritch che contribuisce suonando il contrabbasso in tre dei dieci brani.

Come già accadeva nel precedente lavoro, l’apertura affidata agli intrecci incalzanti di “Long Voyages Often Lose Themselves “ è dirompente e ci catapulta repentinamente nei vividi e affascinanti paesaggi disegnati dal musicista inglese, il cui vibrante picking si muove costantemente tra torrenziali arpeggi dal tono sommesso (“Of Disappearance”, “Lanterns”) e trame venate da un’inquietudine strisciante che si sciolgono in rarefatte aperture ambientali (“Occurring Water”, “Plateau Edge”). L’atmosfera che si sprigiona ha un sapore decisamente viscerale, accentuato nei frangenti in cui le pulsazioni strutturano il flusso conferendovi un’impronta ancestrale (“Concerning Otherness”).

Pur rimanendo ancorato ad un immaginario già definito, “Turns” ha il merito di espandere un lessico sonoro avvincente che sempre più rende Seabuckthorn un punto di riferimento imprescindibile.

andrew tasselmyer “resonant moments”

[shimmering moods records]

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Tracce del passato la cui eco continua a riverberare creando eterei frangenti privi della nozione del tempo che scorre. Prende le mosse da un assunto di Walter Benjamin (“The work of memory collapses time”) il primo lavoro da solista di Andrew Tasselmyer, artista già noto per essere l’artefice insieme al gemello Michael del progetto Hotel Neon. Un debutto parziale quindi, che si muove lungo territori affini a quelli esplorati attraverso il lavoro di gruppo.

Le sette tappe di “Resonant moments”, ciascuna ispirata ad un luogo geografico, declinano una lenta deriva all’insegna di un’ambience rarefatta e vibrante fatta di fluide modulazioni sintetiche che accolgono suoni ambientali qui trasfigurati in flebili riverberi che emergono come memoria attiva di un trascorso recente. Non ci sono ombre né tracce di inquietudine a scalfire la placida luminosità delle calde frequenze cesellate, neanche quando il paesaggio lievemente si incupisce accogliendo ruvide striature che emergono in filigrana dall’evanescente fondale.

Tutto scorre imperturbabile componendo vaporose istantanee di vivida sensorialità dall’incedere ipnoticamente cullante alle quali abbandonarsi  senza alcun timore.

marcello bonanno “cycles”

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Una navigazione vorticosa in un tumultuoso mare in costante fermento. Non lascia spazio a distrazioni o cadute di attenzione l’intenso viaggio disegnato dal compositore siciliano Marcello Bonanno attraverso l’avvincente sequenza di tredici raffinati racconti per pianoforte solo declinati utilizzando un’ampiezza lessicale estrapolata dallo strumento con grande maestria e precisa intenzione comunicativa che rende distante “Cycles” dall’essere un mero prodotto di virtuosismo tecnico.

L’introduzione a questo complesso universo sonoro è improvviso e privo di mediazioni, ci si ritrova improvvisamente investiti da una vorticosa cascata di note intrecciate in complesse sequenze (“Die Vorstufe des Chaos (Prologo) “) che ci proietta in una dimensione scandita da atmosfere cangianti nel tono, ma sempre avvolgenti e totalizzanti. Morbide rêveries cariche di enfasi , sotto forma di luminose fughe (“Cycle I”) o essenziali derive romantiche (“Assenza”, “Il pianto di Chiara”), si alternano  a momenti travolgenti in cui la riverberante componente percussiva dello strumento diviene drammaticamente ossessiva nello strutturare armonie oblique spiazzanti (“Milano”, “Györgyplatz”) o profonde tessiture striate di inquiete dissonanze (“Lorentz boost”).

Dall’apparentemente infinita tastiera a disposizione di Bonanno fluiscono trame implacabili, sia quando si sommano in dense stratificazioni ascendenti (“Cycle III” ) che quando convergono verso un’essenzialità a tratti spinta al suo estremo (“Cycle IV”). In qualunque caso è sempre il portato emozionale che scaturisce dalle caleidoscopiche visioni plasmate l’elemento centrale di un lavoro che sa coniugare il gusto per la ricerca ad una permeabilità di fruizione che rende l’ascolto un’esperienza di rara intensità.

various artist “innerscape”

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Tralasciare la rapidità che concede di cogliere soltanto ciò che è superficie per provare ad indagare a fondo l’essenza di quel che abitualmente ci sfugge. È una mappatura sonora alla ricerca di tracce invisibili da rendere pienamente percepibili quella auspicata da VacuaMœnia attraverso una open call dalla quale scaturisce “Innerscape”, pubblicazione ricavata attraverso l’attento lavoro di selezione curato da Miguel  Isaza, Xabier Erkizia e Leandro Pisano.

Ciò che i tredici artisti coinvolti plasmano è un caleidoscopico vortice fatto di frammenti concreti, frequenze ruvide e schegge ambientali che dischiudono  un viaggio sensoriale vivido quanto inconsueto, un universo parallelo nel quale siamo costantemente immersi a nostra insaputa, capace di farci sentire Alice nel paese delle meraviglie. Veniamo così rapiti da contenitori che improvvisamente scopriamo animati ed in costante fermento (Stefano De Ponti  “La Casa Che Soffia”), viaggiamo lungo binari che ci conducono a galleggiare sulla superficie increspata dell’acqua (Gundega Graudina  “Voyages contigus”), elemento che torna all’interno di una straniante istantanea notturna (Biagio Laponte – Blu Picture #8 – Bagnara Calabra) e come cullante nenia naturalistica  (Daisuke Nakajoh – Balancer 03 on the coastside of the Pacific Ocean in 8 minuts). Attraversiamo tese modulazioni  persistenti (Emanuele Magni  “Ignis”) e scorci di ribollenti bordate siderali (Pablo Sanz “ 49º 23′ 35″ N 19º 32′ 52” E”) prima di riscoprire la profonda forza del battito vitale (Morten Poulsen “Heart”).

“Innerscape” è un diario di suggestioni affascinanti nel quale immergersi lentamente alla riscoperta di una più intima sintonia con l’ambiente che ci accoglie.

david kolhne “granular canvas”

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Ambienti sonori avvolti da fosche ombre nei quali muoversi  con circospezione. Un profondo senso di mistero pervade le sei tracce firmate da David Kolhne, pseudonimo sotto cui si cela un anonimo sound artist che negli ultimi 15 anni ha prodotto una serie di lavori pubblicati sotto differenti pseudonimi.

È un’esplorazione sinestetica attraverso flussi informi che scorrono su fondali crepitanti, emergendo come fumo denso che si irradia da implacabili movimenti magmatici. L’atmosfera che tale combinazione genera rimane costantemente in bilico tra una quiete apparente e momenti in cui la tensione sale vertiginosamente palesando un’inquietudine che si avverte sempre presente lungo l’ora scarsa del disco.

Plasmata con grande coesione, la densa deriva risultante nasconde una quasi impercettibile ricchezza di sfumature che rende “Granular canvas” un’esperienza sensoriale da scandagliare con grande attenzione alla ricerca di frammenti  e dettagli che ne costituiscono l’elemento  fondante.