r beny “saudade”

[dauw]

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Il riverbero di una calda luce che giungendo da un nostalgico recente passato proietta verso un presente in divenire. È un tracciato di aggraziati intrecci di fragili armonie e calde risonanze sintetiche quello sul quale procede Austin Cairns, musicista americano che si cela sotto lo pseudonimo r beny, che con “Saudade” giunge al suo terzo disco.

È tutto racchiuso nel suo titolo il senso delle otto tracce del lavoro, sequenza vibrante di dilatate saturazioni che stratificandosi  generano flessuose  modulazioni permeate da grana sottile che fluttuando configurano vaporosi paesaggi emozionale intrisi di placida malinconia. Un galleggiare quieto e sinuoso  che a tratti si espande producendo visioni dai confini sempre più estesi e impalpabili dominati da un senso di infinito inafferrabile (“Streams of light”, “Canopy”) fino a divenire siderale danza di reiterate particelle rischiarate dal crepitio delle stelle (“Burl”, “Ektar”).

Un’immersione profonda verso recessi immaginifici.

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mothell “enjoying storms since the ‘80s”

[sounds against humanity]

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Un evanescente itinerario attraverso ambienti immaginari configurati per accogliere sensazioni che giungono dal passato. È una tremula fluttuazione onirica quella disegnata da Andrea Ragusa e Marco Monti per il lavoro di debutto del loro progetto Mothell, una narrazione cinematica fatta di rarefatte combinazioni di particelle in cerca di un appiglio alla realtà.

Fumose modulazioni analogiche pervase da un costante lisergico stupore si rivelano gradualmente senza mai divenire visione dai tratti compiutamente delineati, rimanendo sfrangiata immagine di un tracciato interiore che si muove tra malinconici paesaggi immersi in una surreale luce abbagliante, ossessive frequenze finemente granulose ed immateriali sospensioni irradianti quiete assoluta.  È un universo in cui tutto appare tangibile senza mai assumere un’ingombrante matericità, un nostalgico sogno ad occhi aperti che lascia riaffiorare emozioni mai assopite.

In fuga per ritrovare qualcosa ancora non troppo distante nel tempo.

bruno sanfilippo “unity”

[dronarivm]

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Sensazioni che emergono prepotenti a definire delicate maree emozionali. È un’avvolgente sequenza di intensi paesaggi plasmati attraverso cullanti movimenti placidamente reiterati quella definita da Bruno Sanfilippo nel suo nuovo lavoro, evocativo flusso permeato da una costante coralità che impreziosisce minute trame pianistiche.

Un afflato di quieta solennità  emana dalle otto composizioni tracciando un percorso dal carattere cinematico che si mantiene inalterato passando da evanescenti fluttuazioni su cui si adagia a tratti una vocalità eterea a liriche derive dense di romantica enfasi costruite combinando melodie circolari e nostalgiche trame di archi. Una sensazione di costante vaporosa leggerezza accompagna il fluire dei vari capitoli generando un avvolgente viaggio sensoriale ricco di intimo incanto.

Da assorbire ad occhi chiusi.

Imaginary landscapes for strings and fingertips

a cura di music won’t save you

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Mark Fosson – Once Was A Time

Toby Hay – The Fly Fisherman And The Trout

Dylan Golden Aycock – Red Oak Black

James Elkington & Nathan Salsburg – Stern And Earnest

Paolo Laboule Novellino – Pasha

Yadayn – Hoor

Kristín Þóra Haralsdóttir – Current

Western Skies Motel – Migratory Birds

Itasca – Hummingbird Migration

Seabuckthorn – Near Tranlucent

Lake Mary – Chipa : North Dakota

Max Ananyev – Nostalgia

glacis “metaphors”

[22.16.04]

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Lasciare scorrere libere le emozioni riversandole sulla tastiera di un pianoforte tradotte in palpitanti armonie colme di disarmante sincerità. Prende forma negli interstizi lasciati vuoti da progetti di maggiore respiro la produzione delle preziose trame disegnate da Euan McMeeken sotto la denominazione Glacis che ne rappresenta  il lato più intimo e viscerale.

Sono fragili istantanee  dense di essenziale lirismo che scivolano via delicatamente come estemporanei appunti  sonori di una quotidianità fatta di piccoli attimi di semplice e travolgente stupore, accompagnati dalla matericità dei rumori dello strumento che scandiscono il quieto scorrere del pensiero ancorandolo alla realtà. Non c’è spazio per levigature e minuziose definizioni, tutto ci irradia in preda ad un’urgenza comunicativa che trova la sua pienezza in una persistente e avvolgente imperfezione che ammanta col suo calore il breve tempo che questo piccolo scrigno riempie.

Emozionalità priva di qualsivoglia filtro.

 

kenta kamiyama “side effects”

[stochastic resonance]

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Incantate visioni che si dilatano oltre la realtà sconfinando in fughe oniriche di cristallina purezza. Sono fragili e risonanti paesaggi in bilico tra organica concretezza e vaporosa immaginazione a comporre il terzo lavoro di Kenta Kamiyama, raffinata e seducente immersione in una dimensione contemplativa priva di inquietudine ed asperità.

Sinuose modulazioni si dipanano come respiro vitale lasciando scaturire delicati flussi armonici percorsi da crepitanti spirali di stille luminose a cui si sommano echi ambientali che ricollegano l’evanescente scorrere ad un dato oggettivo che appare sotto forma di suono della natura (“Cold Facts”) o di umana traccia vocale (“Flowers”) fino a tramutarsi in vero e proprio canto dall’incedere obliquamente spettrale (“Dark Blues”). È un navigare placido e sommesso a tratti attraversato da tenui ombre spinte dall’enfatico soffio degli archi (“Black Rain”) o da echi di cupe dissonanze (“Some Day”) incapaci comunque di scalfire l’atmosfera avvolgente che contraddistingue l’interezza del viaggio fino al suo accogliente terminale approdo (“Apartments in Tokyo”).

Imprigionati in un sogno lucido scaturente da una profonda intensità dello sguardo.

my dear killer “the cold plan”

[under my bed recordings/eeee]

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Parole che sgorgano come calde stille ematiche da ferite impossibili da rimarginare per provare a sciogliere un persistente inverno dell’anima. È un infinito percorso catartico di cui non si percepisce la fine quello su cui  continua a procedere My Dear Killer, un dolente tracciato la cui ultima tappa vede Stefano Santabarbara affiancato da Stefano De Ponti, che in disparte e in penombra segue l’inquietudine delle sue sofferte confessioni assecondandone e dilatandone i riflessi.

Aleggiando su nebbiosi fondali di flebili echi ambientali, frequenze stridenti e spettrali dilatazioni che si incontrano scivolandosi addosso, le essenziali melodie scorrono placide disegnando un itinerario denso di fragile malinconia, ideale ambiente dal quale lasciare risuonare l’intimo canto che attraverso parole di piombo e l’onomatopeica incertezza del suo incedere denuncia un irrisolvibile senso di disgregazione interiore. È un flusso dai margini volutamente sfrangiati che suona incompiuto e privo di pause a concedere respiro al succedersi degli enfatici monologhi  dall’andamento obliquo a tratti permeati da una più marcata morbidezza (“The winter bride”, “The thief”), da aspri toni grevi (“Daffodiels”, “Smockers”) o da improvvise ascese a cui fa eco un’elettrica aggressività (“I am a part of this machinery”).

È un soffio algido e ineluttabile al quale arrendersi assaporandone ogni tagliente riverbero.