The Alvaret Ensemble “ea”

[laaps]

Il libero fluire di sensazioni che placide si espandono in un nebbioso oceano di rarefatto suono. Completata e archiviata a fine anno l’atmosferica mappa eilean, riparte immediatamente con un nuovo percorso in cento tappe Mathias Van Eecloo, affidando l’apertura di questo nuovo tracciato al ritorno di The Alvaret Ensemble, formazione costituita dal pianista Greg Haines, da Jan e Romke Kleefstra e dal percussionista Sytze Pruiksma, assente dalle scene da lungo tempo dopo aver pubblicato i suoi primi due lavori.

Coadiuvato dalla violoncellista Joana Guerra e dalla violinista Olga Wojciechowska, il quartetto plasma la sua nuova traiettoria risonante a partire da tre sessioni di improvvisazione registrate all’interno di una piccola chiesa olandese e operando sul materiale raccolto un ampio e prolungato lavoro di rimodulazione. Il risultato è un’atmosferica navigazione attraverso evanescenti ambienti che si susseguono sospinti dagli scarni rintocchi di piano e chitarra, da frammentarie trame armoniche definite dagli archi e flebili battiti su cui si innesta la voce narrante che appare emergere a declamare sussurrate memorie sopite in un tempo distante.

Un dilatato flusso cinematico fortemente evocativo nel quale immergersi annullandosi.

Svart1 "Monòtono"

[Mask of the Slave]

Nero profondo e saturo squarciato da effimere, affilatissime lame di luce accecante. È una deriva monocromatica dai tratti algidi e dai contrasti decisi a prendere forma attraverso i nove capitoli del nuovo lavoro di Raimondo Gaviano a firma Svart1, una lunga e penetrante scia in bilico tra sulfuree immersioni ipogee e antigravitazionali escursioni cosmiche.

Denso magma dronico in costante sviluppo si muove a velocità ridotta e mutevole generando un vischioso flusso ossessivo e ossessionante interpolato da flebili frammenti di materica consistenza che ne infrangono l’incedere opprimente. È nell’oscurità che ci si muove, tra accidentati territori pervasi da sentori nordici che acquisiscono maggiore impatto quando si scontrano con incalzanti linee pulsanti prive di intento strutturante, spesso emergenti come autonomo tracciato che accentua il senso di persistente enigma e crescente disagio disegnato dalle spettrali modulazioni sintetiche.

Una dilatata sequenza di allucinate visioni che si susseguono in una disturbante notte liquida senza termine.

Julia Kent “partiture 2019/2020”

[live performance – Zō Centro Culture Contemporanee| catania]

Avvolti dal suono che si innalza come travolgente marea, abbandonati al flusso di emozioni che si propagano sinuose saturando lo spazio che attraversano. È un incanto indissolubile quello che aleggia nell’affollata platea dello Zō di Catania in occasione del ritorno, ad oltre quattro anni di distanza, di Julia Kent nella città etnea in occasione della nuova edizione di Partiture, un senso di magnetico stupore che interamente segna un’esibizione affrontata dai presenti in religioso silenzio.

Immersa nel buio della sala, infranto da un’unica luce che consente di seguirne le eleganti movenze, la virtuosa violoncellista canadese disegna placidamente i suoi enigmatici paesaggi sensoriali, scaturenti dal suo simbiotico rapporto con lo strumento, proiettando il pubblico verso vibranti scenari colmi di riverberi onirici e serpeggiante inquietudine. Sono strutture armoniche in costante e mutevole divenire, che si sviluppano a partite da uno scarno nucleo attorno a cui si stratificano reiterate trame, cesellate applicando alle corde diverse tecniche esecutive e a cui occasionalmente si sommano flebili frequenze elettroniche.  Da tale connubio scaturisce una densa sequenza di suadenti traiettorie, che si muovono tra espanse derive malinconiche e vorticosi crescendo carichi di pulsante enfasi, capaci di restituire pienamente il portato evocativo di un animo profondamente ricettivo capace di tramutare in struggente suono ogni prezioso sentimento vissuto.

Rapiti da un infinito istante di cristallina bellezza.

Aidan Baker | Gareth Davis “Invisible Cities II”

[Karlrecords]

Uno sguardo meditabondo che naviga attraverso paesaggi urbani che emergono misteriosi da una spessa nebbia portatrice di oscura inquietudine. A due anni di distanza dal primo capitolo, si rinnova il sodalizio tra Aidan Baker e Gareth Davis sfociando in un nuovo condiviso tragitto risonante che ancora una volta conduce i rispettivi percorsi artistici verso avvolgenti orizzonti intrisi di atmosferico sentore.

È un incastro saturo ed indissolubile a scaturire dall’interpolazione delle dilatate modulazioni chitarristiche del musicista canadese con le ammalianti trame armoniche disegnate dal clarinettista inglese, un’amalgama densa di evocativi riverberi, che disegna cinque espansi flussi narrativi riversantisi tra le pieghe di una notte senza fine. Un incedere placido, carico di penetrante tensione  che si sprigiona da un dialogo cangiante in bilico tra sinuose traiettorie in lenta evoluzione permeate da sfumature noir e connubi più aspri tra le ruvide frequenze ascensionali di Baker e le liquide tessiture jazzy di Davis.

Una quieta peregrinazione in un allucinato universo in bianco e nero scandito dal virtuoso reiterarsi di seducenti contrasti minuziosamente plasmati.

Christoph Berg “Tape Anthology Vol. 1”

[Monochrome Editions]

Materiche istantanee che si susseguono come sbiadita eco di frammenti di memoria in costante dissoluzione. Affida a se stesso Christoph Berg l’onere di inaugurare il percorso della sua neonata Monochrome Editions, etichetta dedicata ad uscite che hanno nella manipolazione del nastro il proprio nucleo compositivo, istanza a cui questo “Tape Anthology Vol. 1” perfettamente aderisce.

Accostando e sommando risonanze ambientali, suoni trovati ed occasionali trame strumentali, il musicista tedesco costruisce un accidentata peregrinazione sonora attraverso territori distanti la cui immagine è resa inafferrabile da un costante processo di trasfigurazione delle fonti che completa un lavoro di precisa e minuta cesellatura volto a non dare piena definizione ad un viaggio che vuole essere irrisolto spunto sensoriale.

Ci si ritrova così a vagare tra obliqui flussi mnemonici ammantati da un costante senso di spaesamento, traiettorie che hanno nell’occasionale emergere di brevi tratti armonici momentaneo punto di riferimento a cui affidarsi  prima di ritrovarsi ancora una volta immersi in una densa coltre di nebbiosa inquietudine.

AES Dana “Inks”

[Ultimae]

Suono che scorre rapido e vitale come artificiale plasma che nutre iperbolici viaggi verso siderali orizzonti sintetici.  È un tragitto lungo ed incalzante quello che Vincent Villuis propone come ottava tappa del suo progetto AES Dana, un’esplorazione sensoriale che si nutre delle molteplici componenti che ne hanno influenzato fin qui il personale percorso artistico.

Interamente strutturate su un incedere ritmico marcato e preminente, le undici tracce del lavoro costruiscono una ostinata traiettoria pulsante su cui si innestano atmosferiche trame melodiche spesso relegate al ruolo di indispensabile corollario capace di aggiungere dettagli e sfumature ad un battere altrimenti fin troppo ipnotico e allucinato. Una presenza essenziale che nei passaggi più riusciti riesce ad imporsi facendo virare il flusso sonico verso atmosfere ambientali maggiormente avvolgenti ed evocative (“Inks”, “Transparency Syndrome”, “The Gradual District”).

Una navigazione vorticosa che lascia godere pienamente del territorio attraversato quando fa valere l’intensità dello sguardo sulla velocità del suo evolversi.

10 Playlist per i 10 anni di Sonofmarketing (2010 -2019) – 2013

a cura di sonofmarketing

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Flume. Flume, pseudonimo di Harley Streten, lo avevamo notato già nel 2012. L’anno successivo è arrivato l’omonimo debutto su Future Classic e Transgressive. L’artista australiano abbraccia in pieno la filosofia del Future Sound e si appropria subito di una posizione di rilievo imponendo uno stile marcato e definito. Dalla base dubstep partono i vari fili sul quale si dirama la sua musica: il soul, le strutture hip-hop, la divagazioni r’n’b e un retrogusto pop che caratterizza tutta l’opera.

Julia Kent. Julia Kent è uno di quei personaggi, del mondo della musica, che sa mimetizzarsi e sa apparire. Da sempre ha dimostrato una completezza artistica che appartiene a pochi. Dalle esperienze con Rasputina Antony & The Johnson a quelle soliste con gli album “Delay” (2007) e “Green and Grey“ (2011). “Character”  rappresenta il terzo lavoro in studio e prosegue il percorso intrapreso con in primi due, ovvero quello di integrare gli umori del suo violoncello con suoni estrapolati e rubati al mondo naturale e artificiale.

Bonobo. The North Borders” rappresenta il capolavoro del producer britannico Simon Green aka Bonobo. L’artista britannico conferma ancora una volta il suo valore di scultore meticoloso del suono: tutto è al posto giusto, non una sbavatura. Evocativo, raffinato ma comunque dalle ritmiche incisive.

Forêt. Forêt è un duo proveniente dal Canada e formato da Émilie Lafores (voce e arrangiamenti) e Joseph Marchand (arrangiamenti, chitarre). Nel 2013 è uscito l’omonimo album di debutto. I testi (in francese) sono della poetessa Kim Dorè che è stata invitata dalla stessa Emilie a far parte del progetto. Il suono è molto articolato e non a caso hanno contribuito alla realizzazione del disco altri musicisti quali David Altmejd, François Lafontaine, Robbie Kuster, Philippe Brault, Guido del Fabro e Pierre Girard.

Woodkid. Il talento trasversale è un grande dono e lo sa bene Woodkid, pseudonimo dell’eclettico artista francese Yoann Lemoine. Il suo nome è sopratutto legato all’ambito cinematografico (Ha collaborato con Luc Besson nella creazione del film animato Arthur e il popolo dei Minimei e con Sofia Coppola per il film Marie Antoinette) e come videomaker (Lana del Ray, Drake, Rihanna e anche tutti i video dei propri singoli). “The Golden Age” è il suo album di debutto. Una serie di perle di pop contemporaneo e contaminato,  e per certi versi anche pomposo (consistenti gli inserti orchestrali) e contemporaneamente raffinato e misurato. Il resto lo fa la sua voce, tenebrosa e calda.

Daughter. Un altro debutto folgorante è stato quello dei Daughter. Il nodo centrale di “If You Leave” è far emergere quei demoni interiori che ci tormentano da una vita, di esprimere una decadenza che trovi nel racconto un modo per esorcizzarli più che drammatizzare gli stessi. La scrittura notevole, il suono meticoloso e la voce di Elena Tonra amplificano il valore dell’opera.

Teho Teardo e Blixa Bargeld. L’incontro fra due grandi artisti. “Still Smiling” è un disco elegante, dinamico, indefinibile e indefinito: proprio come i suoi due creatori.

Colin Stetson. “New History Warfare Vol. 3: To See More Light” rappresenta il terzo capitolo del ciclo “New History Warfare”. Il mixaggio è a cura di Ben Frost. Colin Stetson utilizza la sua ineccepibile tecnica per dare alle sue composizioni un’indefinita dinamicità, ridisegnando il concetto di sperimentazione che da estrema diventa totale.

Saltland. “I Thought It Was Us But It Was All Of Us” è l’album di debutto della violoncellista canadese Rebecca Foon con il moniker Saltland. Classe, armonia e destrutturazione. Tutto in un disco.

Field Rotation. Field Rotation è il moniker dietro il quale si cela Christoph Berg; violinista e pianista tedesco che ha debuttato nel 2011 con l’album “Acoustic Tales”. Nel 2013 è tornato con l’album “Fatalist: The Repetition of History”

E’ un album concettuale sulla visione fatalista della vita; la ripetizione della storia così come l’alternarsi delle stagioni che sono simbolo di un destino predeterminato nel quale la nascita e la morte rappresentano i due punti fermi.Si ritrova l’angoscia di qualcosa che conosciamo ma che continuiamo a ignorare. Una visione un po’ cupa che si riversa nell’atmosfera del disco.

Stray Theories. Stray Theories è il progetto del producer e compositore neozelandese Micah Templeton-Wolfe. Il suo secondo album si intitola “Those Who Remain”. Le tonalità e gli umori del disco che si manifestano attraverso strutture ambient che attraversano sia trame eteree che momenti più cupi e spinosi.

Tim Hecker. Tim Hecker non ha bisogno di presentazioni e “Virgins” è uno dei suoi lavori più ispirati.

Forest Swords. Concludiamo con un altro capolavoro del 2013 che non ha bisogno di essere accompagnato da molte parole. “Engravings”, il debutto di Forest Swords, è un vero e proprio viaggio sonoro pieno di spettri ed eteree “illuminazioni”.