Michele Andreotti   “Stanotte”

[Lontano Series]

Alla fine del giorno si apre immancabilmente uno spiraglio che sfugge ad ogni definizione netta per lasciare spazio all’immaginazione. È un frangente sospeso in cui ogni risonanza si amplifica rivestendosi di enigmatico fascino. In questa quiete nebulosa vive la materia sonora plasmata da Michele Andreotti nel suo secondo lavoro pubblicato da Lontano Series, costola della Rohs! Records di Andrea Porcu.

Il placido notturno disegnato dal musicista campano si nutre di un impasto sensoriale vitale fatto di fraseggi gentili sapientemente filtrati a cui si affiancano misurati field recordings capaci di rendere l’insieme profondamente vivido. Le otto tracce col loro sviluppo libero, privo di una struttura stringente, non puntano a costruire una narrazione lineare, ma si offrono quali visioni di uno stato ipnagogico nutrito da sprazzi di memoria evocativi. Ogni rintocco, ogni voce dischiude uno scenario plausibile in cui collocare un’azione. I flussi ambient così definiti delineano suggestioni effimere, intensamente percepibili nel momento presente ma destinate a tramutarsi in traccia labile di memoria, in sensazione agrodolce da riassaporare chiudendo gli occhi alla ricerca di una notte ormai trascorsa. Ammaliante.

Edoardo Cammisa   “io_u​,​E”

[Sublime Retreat]

Un abisso enigmatico di suono denso e penetrante. A quasi due anni da “Flux” Edoardo Cammisa sceglie di rinunciare ancora una volta al suo alias Banished Pills – a cui affida le sue proposte più emozionali e accattivanti – per proporre una nuova esplorazione improntata ad una dimensione d’ascolto immersiva e totalizzante.

Una brevissima scheggia di corrente tagliente dallo sviluppo fulmineo introduce un percorso bipartito fatto di modulazioni sommesse estratte da synth analogici, campioni e risonanze ambientali. È suono saturo in lenta ma costante evoluzione da cui ha origine una spirale discendente oscura ed inquietante. Riverberi spettrali rimbalzano  su un muro di droni spessi attraversati da frequenze ruvide disegnando uno scenario introverso, rappresentazione di un animo che riflette su se stesso. Nel secondo segmento le presenze si fanno più nitide anche se i contorni dei campioni rimangono labili come a simulare tracce di memorie sepolte che parzialmente riaffiorano. Il fondale si fa man mano più silente e algido rimandando a tratti ai paesaggi minimi di Thomas Köner. Ne scaturisce un itinerario ambientale isolazionista dai tratti ipnotici, un vortice sonoro ben delineato da un autore capace di dimostrare una crescente acquisita consapevolezza.

Sonae – Summer

[laaps]

L’equilibrio uomo-natura ormai compromesso e le innumerevoli problematiche ad esso connesse sono da anni al centro non solo del dibattito socio-politico, ma anche di tanta produzione artistica. In campo musicale e in modo particolare nell’esteso universo delle musiche altre, sempre più spesso ci si trova al cospetto di paesaggi sonori che danno rappresentazione del malessere crescente generato da una crisi sociale e bioclimatica proiettata verso orizzonti catastrofici. Esemplificativi di un tale orientamento sono le opere più recenti di artisti quali Lawrence English e Rafael Anton Irisarri, autori di itinerari sintetici permeati da profonda inquietudine. Distante per sonorità e approccio dalle formulazioni ambient-drone dei due, il quarto album di Sonia Güttler aka Sonae si inserisce pienamente in questa scia.

Composto per essere la quattordicesima uscita curata dall’etichetta Laaps, nel corso della sua lavorazione “Summer” è divenuto altresì componente audio di un’installazione multimediale realizzata in collaborazione con Jennifer Trees. Su un enorme schermo bipartito si affiancano paesaggi estivi pervasi di quieta bellezza e immagini di inquinamento e devastazione a cui fanno eco le trame elettroniche della producer tedesca che incastrano rassicuranti field recordings naturalistici, droni stranianti generati dagli archi e tessiture nervose scandite da beat profondi e compassati. Ciò che questo intreccio lascia emergere è una visione obliqua fatta di tracciati ritmici  dal vago sentore industrial techno ( “Steam”), modulazioni lisergiche in graduale dissoluzione (“Soleil Noir”) e nebulose distese di ruvide melodie disturbanti (“Heat”).

Sommando le intuizioni delle sue precedenti uscite Sonae costruisce un viaggio in abile equilibrio tra armonia e dissonanza, impatto e sperimentazione restituendoci i tratti di un’estate anomala in cui si fondono/confondono leggerezza e malinconia, la calda luce del sole e le ombre cupe di un futuro sempre più incerto, specchio di un’epoca che richiede consapevolezza e un deciso cambio di rotta.  

Aniello “Non bruciare tutto”

[Canti Magnetici]

Un immaginario inquieto in cui realtà e distorsione onirica si fondono per disegnare i confini permeabili di una dimensione interiore in costante fermento. C’è qualcosa di sinistro nell’universo sonoro di Aniello Maffettone, una tensione latente che apre squarci improvvisi introducendo l’imprevedibile dentro scenari solo apparentemente quieti.

Le strutture sintetiche proposte in questo secondo lavoro – frutto di registrazioni raccolte in un arco geografico/temporale ampio – rivelano prepotentemente una valenza cinematografica profonda, che si irradia dallo sviluppo di trame essenziali in cui ogni suono emerge chiaro e attentamente ponderato. Melodie sghembe e rumori enigmatici si fondono in flussi sinuosi permeati da una luce ottundente che smorza un senso di minaccia latente, ma sempre avvertibile. Lo sviluppo è irregolare, altalenante tra movimenti minimi e saturazioni asfissianti, costellato da elementi dissonanti capaci di creare un ambiente instabile in bilico tra la nostrana psichedelia oscura degli anni dieci e la cosmicità accogliente della Spiegel di “The Expanding Universe”. Testimonianza su nastro di un viaggio straniante lungo i bordi di vertiginose voragini emozionali.

Nicola Di Croce    “Affective Room Tones”

[901 Editions]

L’attrattiva di un spazio e la somma di relazioni che l’essere umano instaura con esso attraversandolo rappresentano una costante del percorso di ricerca condotto da Nicola Di Croce, architetto e sound artist di base a Venezia  autore di numerose installazioni e pubblicazioni – scientifiche e discografiche – incentrate sull’indagine di tali dinamiche. Lungo le medesime coordinate si muove “Affective Room Tones”, opera sonora registrata nello Studio Venezia allestito da Xavier Veilhan all’interno del  Padiglione francese per la Biennale del 2017. A distanza di quattro anni la registrazione viene proposta come autonomo itinerario curato da 901 Editions con l’ausilio di Giuseppe Ielasi in fase di mastering.

I quattro movimenti in cui l’esplorazione è suddivisa si fondano sull’intersezione tra la struttura sonora progettata da Di Croce e le risonanze ambientali determinate dall’attraversamento dello spazio. La componente compositiva, nutrita dall’incastro attento di modulazioni sintetiche, brillanti riverberi e un’ampia gamma di stille sonore, viene così ampliata attraverso l’incidenza di elementi antropici aleatori attivati dalla fruizione dell’ambiente. I flussi atmosferici, che ridisegnano la dimensione architettonica attraverso l’uso della spazializzazione del suono, vengono così resi ancor più sensorialmente vividi generando un’evocativa sinfonia fondata su un’attiva compenetrazione tra luogo e presenza umana al suo interno, dialogo fecondo proiettato verso la rivelazione di suggestioni altrimenti destinate a rimanere sommerse.

GALÁN / VOGT   “The Sweet Wait”

[Editions Furioso]

La ricerca di una dimensione onirica, il connubio tra modulazioni atmosferiche e partiture vocali eteree è un tratto distintivo della produzione più recente di Pepo Galán. Un’attitudine evidente che ad inizio anno aveva condotto alla realizzazione di un lavoro condiviso insieme alla coreografa/cantante tedesca Sita Ostheimer. Un’ulteriore passo verso territori sempre più dreamy contraddistinti dal canto femminile viene adesso compiuto con la pubblicazione del primo tassello firmato GALÁN / VOGT , album che vede il musicista spagnolo affiancato da Karen Vogt degli Helicoland.

Fin dalle frequenze di apertura di “The Dark Opens The Way” quel che appare subito evidente è il virtuoso equilibrio tra portato melodico e ambient rarefatto, una miscela efficace capace di mettere in risalto le due anime del progetto senza definire gerarchie dominanti. I flussi vaporosi scaturenti dalla combinazione di drone di chitarra, risonanze pianistiche e tessiture elettroniche creano il perfetto substrato sul quale si espandono le interpretazioni brillanti dell’artista australiana di stanza a Parigi, il tutto corroborato da un nutrito numero di collaborazioni (Jolanda Moletta, Achim Färber, Mark Beazley, Simon McCorry). Tra questi contributi c’è da evidenziare quello di Akira Rabelais – a cui è stata affidata la creazione un’estensioni ai brani (“Panacea”, “Above The Aether”) che chiudono i due lati del disco – capace di espandere il paesaggio sonoro verso ammalianti orizzonti vagamente spettrali e il lavoro di rifinitura in fase di masterizzazione di Rafael Anton Irisarri.

Quel che prende forma da questa atipica fusione di movenze slowcore (“Starseed”), influssi dark-ambient (“Opa”) ed echi post-rock interpolati a riverberi neoclassici (“Between The Tides”) è un itinerario emozionale inquieto definito dalla compresenza di luce accecante ed ombra profonda. Una formula che speriamo non rimanga confinata ad un singolo episodio.

Pêtr Aleksänder   “Collage”

[Moderna Records]

Risale al 2007 – anno di lavorazione del disco di debutto dei Noah And The Whale – l’incontro artistico da cui nasce il sodalizio tra Eliot James e Tom Hobden, collaborazione gradualmente sviluppatasi fino a dare vita al progetto condiviso Pêtr Aleksänder. Una serie di singoli ed EP che hanno portato i due alla pubblicazione di un primo lavoro a cui adesso fa seguito, a due anni di distanza, “Collage”.

Il connubio di partiture cameristiche guidate dalla voce del pianoforte e dosate correnti elettroniche è ancora una volta la formula scelta per dare forma ad una sequenza di istantanee nate assecondando le sensazioni del momento. Durante l’arco di un mese trascorso insieme  James e Hobden hanno raccolto una serie di nuclei melodici costruiti sulla tastiera di un piano verticale e successivamente ampliati con il prezioso ausilio di un trio di archi. Da tale metodo compositivo scaturiscono partiture di chiara impronta neoclassica parzialmente ibridate da frequenze modulari e flussi sintetici crepitanti.

Ad essere preminente fin dalla compassata introduzione di “New Moon” è sempre la componente acustica, ravvivata dallo sviluppo dei movimenti sinuosi degli archi che aumentano il portato romantico/elegiaco delle storie narrate. Decisamente in secondo piano, anche se fondamentale per dare completezza sonora all’insieme, rimane il contributo dell’elettronica relegata a substrato atmosferico che emerge in filigrana tra gli intrecci armonici. Tutto suona chiaro e viscerale nelle nove tracce proposte, a volte eccessivamente immediato da assorbire e solo occasionalmente indirizzato verso formulazioni più intricate (“Moving Thirds”).

Un disco (a tratti fin troppo?)  sincero, certamente composto con cura ma a cui sarebbero serviti maggiori momenti di inattesa vorticosità per risultare più coinvolgente.

AES Dana “(a) period.”

[Ultimae]

Il nono capitolo della parabola elettronica disegnata da Vincent Villuis sotto lo pseudonimo AES Dana vede il produttore francese proseguire lungo la rotta di un itinerario sempre più atmosferico e meno definito da pulsazioni marcate. Le dieci tracce di questo nuovo lavoro risultano infatti imperniate sulla costruzione di nebbiosi paesaggi sintetici dallo sviluppo fluido permeate da malinconica introspezione.

La costruzione ed il controllo del suono evidenziano una cura notevole attraverso cui frequenze rarefatte e nuclei melodici accattivanti si fondono in atmosfere intensamente avvolgenti. Le composizioni di Villuis, ispirate da un senso di smarrimento e perdita predominanti nell’attuale momento storico, virano verso un ambient isolazionista fatto di distese sature intersecate da brevi fremiti – a tratti quasi deflagranti – e segnato da scarni battiti a cui è affidata la modulazione delle tracce. L’orizzonte risultante è oscuramente contemplativo, una lenta discesa verso un territorio artificiale, privo di calore umano, in balia di un lento scorrere del tempo che ha definitivamente perso significato. Un’immersione totalizzante.

Stefano De Ponti – La natura delle cose ama celarsi

[Nub Project Space “Licheni – on line platform and virtual research laboratory for sound and art”]

In una realtà in cui si è sempre più spinti ad essere consumatori distratti votati all’accumulo, incapaci di districarsi nel bulimico sommarsi di oggetti scaturenti da dinamiche produttive voraci, quale valore permane nel gesto creativo? Quale forma di connessione e dialogo si instaura ancora tra artista e fruitore? Questi sono solo alcuni degli interrogativi da cui muove “La natura delle cose ama celarsi”, percorso di ricerca condotto da Stefano De Ponti a partire dal 2019 e confluito, dal novembre dell’anno successivo, nell’ambiente messogli a disposizione da Nub all’interno del contenitore fisico/virtuale Licheni.

Artista intermediale e osservatore inquieto – come lui stesso si definisce – De Ponti ha all’attivo diverse esperienze con istituzioni artistiche internazionali e un nutrito numero di pubblicazioni, molte delle quali scaturenti da una costante pratica di ibridazione di dimensioni sensoriali differenti.  In particolare le sue attività nel contesto teatrale e le tanti collaborazioni con artisti visivi hanno giocato un ruolo determinante nella costruzione di una visione trasversale volta ad attivare processi di scambio su vari livelli percettivi. Questa doppia attitudine – crossmedialità e disponibilità al dialogo – è pienamente rintracciabile nell’itinerario lentamente costruito tra il suo atelier, la cava Nardini di Vellano e appunto gli spazi di Nub frequentati con regolare cadenza settimanale dopo la fine del primo lockdown.

“La natura delle cose ama celarsi” raccoglie un’ampia serie di pensieri, schizzi e resoconti dell’attività svolta, incentrata – come si diceva in premessa – sulle dinamiche di massificazione e accumulo dei processi di creazione e fruizione, poste in relazione con l’inevitabile impermanenza che accomuna ogni cosa. Elemento cardine da cui è scaturita la visione iniziale è la Pietra Serena, arenaria endemica del territorio abitato da De Ponti e dalle qualità particolari, qui utilizzata in forme diverse (polvere, pigmento, piccola scultura, macigno) lungo un tracciato in divenire definito da una gestualità costantemente in bilico tra progettualità consapevole e casualità degli accadimenti. Questa incessante elaborazione dell’opera ha determinato una sequenza di atti da cui vengono generati segni volutamente effimeri, destinati a tramutarsi in tracce di memoria attiva, testimonianza aleatoria determinata dall’esperienza e dalla sua condivisione.

L’intero processo prevede il raggiungimento di quattro approdi, tre dei quali già raggiunti. Le prime due tappe in particolare – “Impermanenze” e “Relazione Minima” – si sono svolte negli spazi di NUB mentre la terza – “Cimento” – ha avuto luogo nella Cava Nardini dove tutto è cominciato. Elemento comune a questi tre eventi è il senso di ritualità condivisa che mira a configurare un punto di incontro tra esecutore e fruitore, una comunione mediata dalla materia e dalla sua intrinseca capacità di divenire veicolo emozionale. L’aspetto relazionale non riguarda esclusivamente le forme di rappresentazione prodotta, ma è stato fondamentale per la realizzazione dell’intero progetto e lo sarà per le sue future evoluzioni. Importante sono stati il coordinamento, la collaborazione e il confronto attivo di molte persone tra cui: il fotografo Andrea Berti, l’informatico Lorenzo Maffucci, lo scalpellino Marco Nardini e lo scultore Silvio Viola, il team di Tempo Reale nelle persone di Giulia Sarno, Luisa Santacesaria, Leonardo Rubboli e Giovanni Magaglio, Francesca e Federico di NUB, Ilaria e Carola di Radio Papesse.

Da questa profonda sinergia prende forma un’indagine coinvolgente che invita a riflettere sul senso del “fare arte” nel mondo contemporaneo e che giungerà a compimento con la realizzazione dei Transient Mobiles, serie limitata di device monofonici portatili – sviluppati con il contributo fondamentale del programma di residenze KATE di Tempo Reale – contenenti ciascuno un diverso e unico flusso sonoro riservato ad un solo ascoltatore, il quale dovrà usare il proprio corpo come mezzo di conduzione di una composizione destinata ad un’unica esecuzione. Sfruttando l’unicità e le caratteristiche effimere dello strumento di riproduzione, l’invito è quello di rapportarsi all’opera predisponendo il proprio stato d’animo a una fruizione piena e consapevole, proprio perché unica e irripetibile.

https://licheni.nubprojectspace.com/stefano-de-ponti/

Lauge & Perry Frank “Selvascapes”

[whitelabrecs]

La foresta come ultimo baluardo di un mondo in declino, simbolo dell’esigenza di contrastare un vivere contemporaneo sempre più proiettato al disfacimento sociale ed ecologico. Da questa suggestione, palesata attraverso il titolo e la grafica scelta, trae origine la prima collaborazione tra Henrik Laugesen/Lauge e Francesco Perra/Perry Frank, sodalizio artistico tra due amici di lunga data sviluppato a distanza durante la forzata clausura pandemica. E il particolare momento storico in cui l’album è stato concepito e realizzato ha giocato certamente un ruolo determinante sulla formulazione sonora proposta.

Assecondando un’affinità di atmosfere perseguita attraverso lessici differenti, i due musicisti costruiscono una sequenza atmosferica di paesaggi sonori di matrice drone-ambient in cui vapori sintetici, trame chitarristiche espanse e discreti field recordings si fondono alla perfezione. La prima metà del lavoro, a partire dall’elegiaco planare di “Canopy”, si nutre di modulazioni dense volte a disegnare una  spessa bruma elettronica da cui emergono – senza mai divenire preminenti – tracce armoniche imperniate sui dilatati riverberi della chitarra. È una costruzione graduale che mira a definire strutture avvolgenti intensamente elegiache.

A segnare una parziale svolta a metà del percorso interviene la luminosità crepitante di “Clearing” a cui appunto è affidato il compito di spezzare un’uniformità eccessiva propensa a determinare un calo di attenzione. Identico valore ha “Tundra”, traccia migliore del lotto a cui è affidata la chiusura del disco. Qui l’aura malinconica e il senso di perdita percepibili durante l’intero itinerario trovano piena cristallizzazione in un sinuoso flusso crepuscolare in cui ogni elemento trova piena espressione emozionale.

Un primo atto convincente – al netto di alcune cadute di tono – che lascia ben sperare in merito ad eventuali future riproposizioni.