balmorhea “clear language”

[western vinyl]

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Una lunga assenza che riconduce verso un percorso parzialmente abbandonato. A cinque anni di distanza da “Stranger”, disco che proponeva un ampliamento e un cambio di direzione nella scrittura di Rob Lowe e Michael Muller, tornano i Balmorhea con un nuovo lavoro che riporta la band texana verso le coordinate stilistiche che ne avevano  caratterizzato gli esordi.

Contemplativi paesaggi emozionali dipinti con tocco lieve e sfumature morbide si susseguono costruendo una sognante traiettoria attraverso atmosfere ariose ricche di luce e caldi riverberi. “Clear language” apre il viaggio indicando la direzione scelta, ammaliando con la ritrovata essenzialità del suono che lascia emergere sognanti melodie definite da eteree persistenze che incastrano cullanti arpeggi (“Dreamt”, “All flowers”), da romantiche armonie pianistiche (“Waiting itself”) e fluttuazioni acustiche dal sapore epico (“8.55”).

Lungo il tragitto appaiono a tratti gli echi delle evoluzioni sperimentate, condensate in sinuosi flussi dall’incedere pulsante (“Sky could undress”, “Behind the world”) o in risonanze ruvide striate di umore crepuscolare (“Slow stone”, “Ecco”).

Un ritorno convincente che testimonia una raggiunta piena consapevolezza.

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from the mouth of the sun “hymn binding”

[lost tribe sound]

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Elegiaci paesaggi  sospesi in un’aura di malinconica solennità. In lenta evoluzione prosegue il percorso che vede Aaron Martin e Dag Rosenqvist riuniti sotto la denominazione From The Mouth Of The Sun, progetto che giunge alla sua terza tappa dando seguito a stretto giro all’ulteriore pubblicazione condivisa rappresentata dalla realizzazione della colonna sonora di “Menashe”.

Pur continuando a muoversi lungo le coordinate tracciate dai primi due  lavori, “Hymn binding” definisce un’espansione del lessico precedentemente definito arricchendosi ancor di più di sonorità acustiche che si intersecano armoniosamente alle elegiache tessiture del violoncello di Martin e le minimali cadenze pianistiche di Rosenqvist.

È la breve “A Healer Hidden” a dischiudere le porte su questo universo di cinematiche derive fatte di sognanti melodie placidamente adagiate su fragili fondali sintetici capaci di conferire una densità avvolgente aggiungendo delicate sfumature alle liriche narrazioni del duo. Un senso del sacro impalpabile emana dai crescendo di “A Breath to Retrieve Your Body” ,“Light Blooms in Hollow Space” e “Grace”, così come una dolce nostalgia si espande quieta da “The First to Forgive” , “The Last to Forgive” e soprattutto dall’incantevole “Roads”, mentre toni più oscuri venati da una sottile grana caratterizzano l’evanescente “Risen, Darkened”.

Una sinergia che gradualmente continua a consolidarsi facendo di From The Mouth Of The Sun un progetto imprescindibile per chi ama perdersi in un uggioso mare di cristallina bellezza.

 

sōzuproject “breath slowly”

[naviar records]

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Un soffio che si espande tramutandosi in un’eco gravida di greve solennità. Trae dal profondo fascino naturalistico e dai rimandi storici di un luogo unico quali le Dolomiti la sua linfa vitale la sinfonia in due atti plasmata da Paolo Mascolini aka sōzuproject.

Dal contatto intimo con il territorio il musicista trae un flusso di suggestioni che traducendosi in suono testimoniano la profondità dell’esperienza vissuta.Una palpitante drammaticità accomuna le cinematiche trame risultanti costruendo un fil rouge tra due capitoli dalla struttura narrativa profondamente differente.

“Ascent” è una visione crescente definita da vaporose modulazioni sintetiche su cui si adagiano enfatiche armonie di violoncello in lenta dilatazione. La combinazione dei due elementi dà vita ad un teso dialogo che gradualmente costruisce un paesaggio emozionale di grande intensità. L’inclusione graduale di lievi varianti all’interno di impenetrabili persistenze droniche è la strada percorsa in “Descent”, densità che si scioglie soltanto nel riverberante finale.

Un respiro intriso di incontaminato stupore.

dramavinile “7”

[unknown tone records]

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Un sinuoso fluire di immagini che proiettano stati d’animo osservati con quieto distacco. Emerge costante un senso di dolente e vivida assenza dal placido e flessuoso microcosmo definiti da Vincenzo Nava nel nuovo capitolo del suo progetto dramavinile.

Il suono si espande lieve e vaporoso pur intriso di una componente ruvida che ne segna in modo netto l’incedere (“wish i could see”), costruendo un fondale materico che lentamente tramuta in una grana più sottile lasciando risuonare con maggiore enfasi  riverberi armonici ipnoticamente reiterati (“wish i could be free”).

Evanescenti trame dal tono spettrale da cui appaiono flebili frammenti vocali(“seven #2”) segnano  un cambio di rotta che introduce verso una dimensione ancor più contemplativa definita da frammenti melodici più evidenti e strutturati (“solitude”) prima di riversarsi in lente spirali densamente stridenti (“not”) il cui approdo è un crepitante mare di desolante isolamento (“a bad thing”).

Una deriva vagamente lisergica che ci dice che dopotutto

solitude is not a bad thing.

 

avsa “parallels”

[manyfeetunder]

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Irresistibilmente disturbante, si espande sulle coordinate di una maglia deformata e disorientante la materia sonica risultante dal sinergico incontro tra Anacleto Vitolo e Sergio Albano. Speculando sulla compresenza di tracciati vitali che procedono paralleli i due costruiscono un’indagine che esplora le singole parti e le loro complesse interferenze.

Muovendo dalle particelle sonore plasmate da Albano e attraverso un lavoro di espansione e manipolazione affidato a Vitolo, “Parallels” definisce una serrata scansione di ambienti carichi di crepitante energia sempre sul punto di deflagrare. Pulsanti modulazioni e affilati frammenti si sviluppano lungo strutture distorte generanti due flussi principali i cui paragrafi si incastrano in sequenze coese e riconoscibili.

n-sphere. Un elettrico crescendo conduce verso una densità abrasiva (“Tensor Field”) a cui fanno seguito riverberanti linee che seguono le evoluzioni di oblique singolarità (“Paradox 1”, “Paradox 2”), intervallate da una convulsa spirale dall’incedere marziale (“Identically Zero”), prima di raggiungere la terminale espansa convergenza definita da battiti irregolari.

Ramps. Un bombardamento frammentario e ribollente fatto di continui cambi di rotta (“Fluid”) si riversa in trame fluidamente discontinue dal tono sempre più grave (“Plasma”) che salendo di intensità si aprono a scarni echi profondamente claustrofobici (“Quadrants and Octans”) che annunciano l’apocalittica disgregazione del punto di arrivo (“Deception”).

Nessuna traccia di luce, nessun senso di quiete. Se onirico deve essere, che sia un oscuro incubo.

galatimosconi “penombra”

[krysalisound]

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Materia densa che lentamente scivola generando ruvide stratificazioni pervase da un senso di grave solennità. È un universo tattile dalle atmosfere umbratili quello definito dall’unione delle istanze creative, differenti eppure complementari, di Roberto Galati e Federico Mosconi , fuse in un connubio capace di dare vita ad una ribollente sequenza  di immaginifici paesaggi sonori.

Un costante senso di minacciosa e contemplativa attesa profonde da scabrose tessiture che fluiscono perentorie come roccia liquida (“Pietre”, “Monolite”) e da persistenze oblique spazzate da correnti sferzanti (“Nadir”, “Ruggine”) capaci di ascendere fino a divenire algido furore (“Eclissi”, “Amen”). Questa sensazione dominante, pur smorzandosi non riesce a spegnersi integralmente neanche quando gli ambienti sonori virano verso toni parzialmente quieti attraversati da vibranti stille luminose (“Opale”, “Basalto”).

Un percorso visionario intriso di cupa e respingente bellezza.

bvdub “heartless”

[n5md]

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Un torrente emozionale sofficemente irruento che scorre senza sosta travolgendo ogni cosa con cui viene a contatto. Continua ad esplorare la sua dimensione più eterea e contemplativa Brock Van Wey , quella che in modo profondo ha segnato la sua produzione più recente.

Questo nuovo viaggio interiore plasmato dall’artista americano si pone così in coerente continuità con le nostalgiche variabili di “You are stories of sadness” e ancor di più con gli sconfinati paesaggi del recente “Epilogues for the end of the sky” dei quali mutua la propensione malinconicamente accogliente.

Sintetiche stratificazione prive di battiti originano flussi saturi in perenne moto ascensionale, conducendo verso una graduale disgregazione che lascia emergere amniotiche derive dalle quali si irradiano diafane tracce vocali e fragili melodie colme di solenne stupore. È un galleggiare sinuoso e onirico in assenza di gravità, spinti da un soffio caldo che lascia procedere dimentichi della ruvida e opprimente materia, in balia di cullanti risonanze  che riverberano in un mare caldo e cullante.

Un ambiente sonoro fatto di sottrazioni nel quale perdersi alla ricerca della propria essenza.