Eraldo Bernocchi | Merzbow   “Patterns and Mechanisms”

[13/Silentes]

La natura che contrasta l’espansione inarrestabile dell’uomo, specie selvatiche che gradualmente si stanziano nelle aree urbane determinando un lento processo di riconquista. L’adesione alla causa animalista di Masami Akita non è di certo una novità e il suo punto di vista militante aveva già trovato formalizzazione sonora nel 2022 in “Animal Liberation – Until Every Cage Is Empty”. A brevissima distanza da quel lavoro – plasmato come colonna sonora di un documentario mai prodotto – arriva la prima collaborazione con Eraldo Bernocchi, anch’essa fondata sulle medesime idee.

Le due sinfonie che compongono “Patterns and Mechanisms” vedono il verbo harsh-noise – estremo quanto ormai prevedibile – di Merzbow trovare una parziale nuova declinazione  grazie allo scambio proficuo innescato con il compositore milanese di stanza a Londra.  Malgrado l’attacco privo di mediazione che lascerebbe pensare all’ennesima deriva rumorosa è immediatamente percepibile come l’apporto del fondatore dei Sigillum-S – presente anche in cabina di regia – conferisca alla materia scabrosa uno sviluppo dinamico e un approccio atipicamente melodico. La sostanza sonica compatta e priva di vuoti trova in un’attenta modulazione e in parziali decompressioni un respiro essenziale che consente di rimanere agganciato al flusso senza che lo stesso perda la sua impronta respingente.

Quello che si delinea è uno scenario ostico quanto accattivante in cui il totalitarismo sonoro del rumorista nipponico, fatto di pulsazioni stordenti e distorsioni, si illumina cedendo sotto l’azione delle interferenze virtuose disegnate da Bernocchi, configurando un itinerario suggestivo che rinuncia al radicalismo anti-musicale.

Andrea Borghi – Perforazioni

[Nub Project Space “Licheni – on line platform and virtual research laboratory for sound and art”]

La connessione profonda tra materia e suono rappresenta il cardine attorno a cui si sviluppa la pratica artistica di Andrea Borghi, punto di partenza imprescindibile che lo ha condotto negli anni a sperimentare le potenzialità di elementi diversificati avvalendosi del contributo di vari mezzi tecnologici e processi digitali. Spesso le opere realizzate, oltre ad identificarsi come oggetti sonori trovano ulteriore senso in qualità di prodotti d’arte autonoma. A tal proposito può essere presa ad esempio la serie Discomateria incentrata sul confezionamento di dischi della forma e dimensione di un LP realizzati in vari materiali e suonati con l’utilizzo di un giradischi preparato.

Questa costante indagine sulla relazione tra consistenza tangibile dell’oggetto da trasferire al suono e l’immaterialità delle frequenze da esso estratte è ugualmente alla base della proposta elaborata per Licheni. Nello spazio reso disponibile all’interno del progetto curato da Nub, il sound artist di Pietrasanta presenta un percorso fondato sulla possibilità di ribaltare il senso di un’azione sottraendole attraverso il gesto artistico il significato comune. A partire dallo studio di diagrammi e fotografie di un vecchio manuale di balistica degli anni ’70 – riportate all’interno dello spazio virtuale – Borghi sceglie di utilizzare il fucile come utensile per modellare una serie di lastre di ferro appese a cavi d’acciaio in una radura boschiva delle Alpi Apuane. L’utilizzo di pigmenti nella auto-preparazione delle cartucce utilizzate aggiunge il tema del colore alla componente scultorea, così come la scelta del luogo e la predisposizione delle lastre consente di catturare un insieme di suoni generati dagli spari e dall’interazione degli elementi naturali quali il vento. Il risultato quindi è un itinerario duplice che trova nel paesaggio l’elemento di connessione tra la parte visiva rappresentata dal metallo trasformato in scultura e la traccia aurale prodotta dall’azione e dai riverberi originati.

In questo modo dalla violenza insita nell’utilizzo dell’arma si sviluppa una prospettiva inedita di bellezza nutrita in modo equipollente dalla teoria tecnica, dal pensiero artistico e dalla gestualità. Il senso di questo contributo equilibrato delle parti può essere letto nella formalizzazione dello spazio virtuale strutturata in sezioni compresenti e accostate, presentazione chiara quanto essenziale capace di restituire le suggestioni di presupposti e risultanze, ma poco incline ad essere ulteriormente sviluppata o determinare una partecipazione attiva dei fruitori.

https://licheni.nubprojectspace.com/andrea-borghi/

Pulsar   “Nebula”

[Rous Records]

Affidarsi al fascino delle distese siderali e al conforto della memoria di un passato luminoso per sfuggire alla pesantezza della precarietà. Si nutre dei riflessi emozionali del periodo pandemico il secondo lavoro pubblicato da Leonardo Pucci sotto l’alias Pulsar e lo fa proponendo un viaggio sonico immaginifico in bilico tra elettronica e acustica, intrecciate assecondando preminenze cangianti lungo gli otto capitoli di cui si compone.

Frequenze sintetiche dal sapore kosmische filtrate dalla lezione ambient di Steve Roach informano la prima parte dell’album, arricchite da partiture pianistiche che aggiungono un evidente portato modern classical all’insieme. Maggiormente accostabili al verbo di Rival Consoles che di Ólafur Arnalds  – per citare due dei nomi accostati nelle note dell’album – si tratta di visioni da una navigazione spaziale a tratti contemplativa, ma che sa trovare spinta attraverso l’uso controllato di pulsazioni marcate. A partire dalla title-track l’atmosfera si tinge di un’umanità preminente definita da strutture strumentali orientate alla costruzione di linee melodiche avvolgenti. A dare ulteriore colore interviene in tre delle tracce la voce ammaliante del sax di Laura Agnusdei, perfettamente incastrata in questo flusso duale che travalica le categorie offrendo una sintesi accattivante capace di sfuggire ai cliché dei singoli generi.

Dream Weapon Ritual “STRATA”

[Dissipatio]

A cinque anni dalla pubblicazione di “the uncanny little sparrow” – non a caso su Boring Machines, etichetta di riferimento per molte compagini afferenti alla cosiddetta Italian Occult Psychedelia – torna a palesarsi il marchio Dream Weapon Ritual. Intestato a  Simon Balestrazzi e Monica Serra, il progetto si è da qualche anno tramutato in un trio includendo Laura Farneti e con questo nuovo assetto produce il suo esordio per la Dissipatio di Nicola Quiriconi.

La formula proposta in “STRATA” continua ad essere quella di un soundscape distopico plasmato dall’incastro di risonanze materiche, stridori, glitch e frequenze elettroniche a cui si sommano battiti dal sapore ancestrale e modulazioni vocali esoteriche. La gestione di questo materiale composito è condotta come sempre con estrema cura dando origine ad un flusso bipartito allucinato e profondamente evocativo in cui confluiscono il gusto per la sperimentazione elettroacustica e retaggi industrial.

Dall’intersezione di improvvisazione e sound design scaturisce una narrazione ipnotica attraversata da una tensione inestinguibile, alimentata nel primo capitolo da costanti collisioni di nuclei e nella parte successiva da una corrente di inquietudine che si espande lungo uno sviluppo più lineare e sommessa.
Proseguendo con coerenza lungo una linea di ricerca chiara quanto poco incline ad essere confortevole, Dream Weapon Ritual ci offre un nuovo itinerario sensoriale su paesaggi inospitali di un mondo in dissoluzione.  

Manja Ristić   “Him, fast sleeping, soon he found In labyrinth of many a round, self​-​rolled”

[mappa]

Mettersi in ascolto di un territorio violato, assorbirne le vibrazioni per  tradurre in suono il decadimento del paesaggio favorito dall’utilizzo scriteriato dell’uomo. Ha valenza lirica ed intento ecologico l’opera ideata da Manja Ristić, dedicata alla costa croata dove attualmente risiede ed ispirata dai versi del Paradiso Perduto di Milton da cui mutua il titolo.

Un’ampia gamma di field recordings catturata sui luoghi e minuziosamente manipolata rappresenta la materia attraverso cui la poliedrica artista disegna una serie di ambienti in cui le risonanze naturali si tingono di atmosfere fosche generando percorrenze immersive accostabili a scenari lowercase profondamente vividi. Che si tratti del ronzio di “Muhe” o delle registrazioni delle balene appartenenti all’archivio del Monterey Bay Aquarium Research Institute utilizzate in “Kitovi”, ciò che emerge è il modo efficace con cui la Ristić riesce a rendere palese il messaggio di un universo alla deriva. La stessa inquietudine si avverte nel moto liquido di “Maks Vanka” generato dalle trame scarne di un idrofono e nei riverberi metallici di “Jarbol”, mentre riesce a farsi largo un timido barlume di quiete nel conclusivo notturno scandito dal frinire dei grilli che ci indica una via d’uscita dall’incubo. Suono che fa riflettere.

Tomotsugu Nakamura   “Nothing Left Behind”

[laaps]

A due anni di distanza dall’affresco onirico di “Literature”, Tomotsugu Nakamura   torna sulla francese laaps per dare forma ad un’altra delle cento tappe che scandiscono l’itinerario ideato e curato da Mathias Van Eecloo. L’abituale transizione che vede la coda dell’uscita precedente riversarsi nell’attacco della successiva è qui semplificato da una comunanza evidente che lega le trame elettroacustiche di Taylor Deupree a quelle del poliedrico musicista giapponese. Una grazia fragile e l’essenzialità dei suoni sono difatti elementi condivisi con cui dipingere istantanee diafane pervase da un senso di nostalgico stupore.

La giustapposizione di fraseggi acustici, frequenze sintetiche e risonanze ambientali è sempre alla base delle dieci tracce qui proposte, orientata ancora una volta alla compenetrazione di quell’aura placidamente contemplativa peculiare della terra d’origine di Nakamura e la ricerca di un incanto luminoso accostabile alla pratica sonora di Federico Durand. Ogni paesaggio si snoda con gentile leggerezza costellata da un’intersezione minima, ma perfettamente compiuta di  stille armoniche esaltate da un uso fondamentale della pausa in un gioco virtuoso di pieni e vuoti a cui abbandonarsi senza riserva.

Un microcosmo ammaliante, profondamente evocativo.

Machinefabriek with Anne Bakker   “Wisps”

A due anni dalla pubblicazione di “Oehoe” si rinnova il sodalizio tra  Rutger Zuydervelt aka Machinefabriek e Anne Bakker. Il prolifico manipolatore elettronico e la violinista – nota tra l’altro per la sua collaborazione con Agnes Obel – ripartono da dove si erano lasciati proponendo una nuova raccolta di coincisi frammenti elettroacustici innescati da trame vocali/strumentali decostruite e ricomposte interpolando minute frequenze sintetiche.

Armonia e dissonanza, classicismo e sperimentazione si confrontano lungo la scarsa mezz’ora del lavoro all’insegna di un equilibrio instabile orientato alla costruzione di fugaci paesaggi emotivi. Sono connessioni inattese che travalicano categorie e generi in un insieme volutamente bozzettistico che coniuga onirismo bucolico guidato da astrazioni canore eteree e tessiture d’archi distorte (“Foon”, “Folklore”), ruvidi accenni d’oriente (“Pummel”, “Wisps”) e venature oscure di crepitii materici (“Ruimte I”, “Ruimte II”). Il tutto  viene esplicato in strutture minime minuziosamente distillate che soltanto in tre occasioni travalicano i tre minuti di durata. Un universo sonoro suggestivo e disorientante.

Alessandro Incorvaia   “It Emerged To Hold Me”

[Shimmering Moods Records]

Suono come appiglio, punto fermo a cui tornare per riemergere quando il buio appare assoluto. Nasce da un momento particolarmente delicato il primo itinerario solista di Alessandro Incorvaia risentendo delle sensazioni incombenti del frangente e cercando al tempo stesso di creare una breccia, una via di fuga verso il conforto di una luminosità ritrovata.

La materia di questo debutto parziale  – viste le collaborazioni all’attivo nel duo impro/free con Francesco Covarino ed il progetto Hornschaft cofirmato con Giordano Simoncini – è un ambient vaporosa in cui stratificazioni di synth si fondono a trame di chitarra e tastiere in un intreccio meditabondo pervaso da strisciante malinconia. A prevalere è un andamento placido, sinuosamente onirico, che non indulge a rimanere struttura inscalfibile aprendosi invece all’interpolazione con frequenze noise in un insieme che rimanda a certe atmosfere care a bvdub (“And now it holds me, completely”) o a venature del Fennesz più atmosferico (“Live them again and close them”).

Nessuna pulsazione scandisce lo sviluppo dei singoli tracciati ad esclusione di “From one side to the other, from one side to the other”, che con la sua chitarra sognante e una linea ritmica netta sposta per un istante le coordinate del lavoro verso orizzonti vagamente post-rock. Un percorso catartico in musica in cui ogni emozione viene accolta e lasciata libera di riverberare.

Andrea Bellucci & Matteo Uggeri   “The Soundtrack Of Your Secrets”

[13/Silentes]

Eclettismo, prolificità e una spiccata attitudine a plasmare itinerari condivisi sono tratti comuni delle pratiche sonore di Andrea Bellucci (Iluiteq, Red Sector A) e Matteo Uggeri (Sparkle in Grey, Starlight Assembly). Non sorprende quindi ritrovarli insieme per un primo atto collaborativo, anche se – come racconta lo stesso Bellucci – a spiazzare sono le modalità scelte e la formulazione risultante.

Confezionato nell’arco di un biennio, “The Soundtrack Of Your Secrets” vede infatti contribuire il musicista ligure in qualità di pianista, alle prese con partiture eseguite su strumenti acustici e preparati successivamente ricampionate per essere affidate all’estro di Uggeri. Field recordings, trame ritmiche e samples vocali/strumentali, richiesti ad una schiera di fedeli colleghi tra cui Alberto Carozzi degli Sparkle In Grey, completano la materia di partenza sfociando in un insieme elettroacustico distante dall’ambient vaporosa prodotta insieme a Sergio Calzoni sotto la sigla Iluiteq e dall’idm oscura di marca Red Sector A, ma anche dalle decostruzioni di Dead Piano.

Dalla sinergia dei due ha invece origine un flusso cinematico condensato in due traiettorie che raccolgono entrambe quattro tracce prive di soluzione di continuità, pensate come ideale colonna sonora per un’immersione profondamente introspettiva. La melodia morbida – nutrita dalla viola di Franz Krostopovic e costellata da risonanze materiche – di “Feeding Chocolate Horses” riporta al mood ipnagogico dei lavori condivisi da Uggeri con Enrico Coniglio a firma Open To The Sea, mentre la successiva “At Least We Have a Chance” naviga verso una crepuscolare intersezione tra diluizioni post-rock e pulsazioni trip-hop.

Questa alternanza di atmosfere si mantiene inalterata lungo l’intero percorso offrendo scorci di luminosa modern classical ibrida (“Shogun First Announcement”), sinuosa ambient dub (“January Kills Again”) e placide divagazioni scandite da un soffuso spoken word (la splendida “Opinions About Death” posta in chiusura), generando un ambiente d’ascolto atmosferico in cui ogni componente trova il suo equilibrato incastro. Pregevole.

aa.vv.   “ANIMA L”

Una guerra non conduce mai ad una reale vittoria, ma produce soltanto vittime e distruzione. Ne siamo pienamente consapevoli, ma tendiamo a considerarla con distacco. Almeno fin quando in qualche modo non l’avvertiamo incombente. Il conflitto in atto nel territorio ucraino ha inflitto una scossa notevole ad un occidente generalmente indolente vista la percezione vivida derivante da una crisi in corso ai suoi confini. Da questa situazione sono scaturite numerose azioni di sostegno, non ultime la realizzazione di raccolte sonore a scopo benefico. “ANIMA L” si inserisce in tale filone concentrandosi sulla crudele condizione degli animali in un simile contesto e si pone l’obbiettivo di raccogliere fondi da devolvere alla  Humane Society International.

Sono Martina Betti e Camilla Pisani – note quali autrici di itinerari sonori accattivanti e profondamente atmosferici – ad ideare e dirigere un operazione che chiama in causa una parte pregevole della scena sperimentale nostrana. Ad affiancarle troviamo la talentuosa scrittrice Viola Di Grado, a cui è demandato l’onere delle parole da affiancare ai suoni, e Giuseppe Ielasi, alla cui sapiente esperienza è affidato il mastering.

Ciascuno degli undici musicisti – a cui si aggiunge in chiusura la stessa Betti  – propone una traccia appositamente composta e non sorprende quindi ritrovarsi al cospetto di un flusso al tempo stesso sfaccettato e permeato da un’atmosfera coesa. Che si tratti dell’elettronica claustrofobica di SaffronKeira, dell’elettroacustica convulsa di Demetrio Cecchitelli o degli scenari onirico-naturalistici di Sōzuproject, ciò che si irradia nitido è un senso di dolente trasporto, di piena partecipazione al dramma. Allo stesso tono generale sono ascrivibili le trame penetranti di SARRAM, le frequenze umbratili scandite dagli arpeggi della chitarra di Federico Mosconi, la ruvidezza vaporosa di Giulio Aldinucci e il calore tagliente dei bordoni di Shedir.

La somma delle parti definisce una traiettoria ambient cupa quanto emozionale, un paesaggio sonoro trascinante tra le cui pieghe spiccano per intensità le screziature profonde del vortice ascensionale plasmato da Attilio Novellino e la solennità della cattedrale vocale eretta da Serena Dibiase. Allo stesso modo risaltano per la loro peculiare declinazione la narrativa cinematica di Matteo Gualeni, la morbidezza armonica delle tessiture di Giorgio Sancristoforo e la brillantezza melodica di Stefano Guzzetti.

Per questi suoi tratti “ANIMA L” si profila come qualcosa di più di una semplice raccolta, un percorso pieno di enfasi capace di rapire e far riflettere. L’invito è quello di affrontare l’ascolto, lasciarsi incantare e poi donare (l’offerta è libera) a favore di coloro che sanno amare incondizionatamente senza pretendere in cambio nulla che non sia identico amore.