Glacis & Gavin Miller “Nothing Hurts Forever”

[whitelabrecs]

Uno sguardo dolente proiettato verso un orizzonte di infinità nostalgia. Si ritrovano ad attraversare un comune paesaggio emozionale Euan Millar-McMeeken e Gavin Miller, un territorio sonoro fatto di fragili tessiture armoniche ed atmosferiche dilatazioni disegnato a quattro mani assecondando sensazioni prive di un predefinito filo logico.

Eppure le dieci composizioni che strutturano “Nothing Hurts Forever” si snodano con viscerale coerenza come se a dispetto di tutto seguissero una visione chiara, un sentire condiviso che funge da guida per definire derive risonanti vivide, pervase di agrodolce malinconia. Essenziali sono i fraseggi di pianoforte suonati da McMeeken, resi materici dall’inclusione dei riverberi che accompagnano l’esecuzione, combinazione cara al marchio Glacis. Ad essi si affiancano in modo mutevole le frequenze della chitarra di Miller, modulazioni atmosferiche tendenti a divenire diluiti bordoni che nella prima metà del disco fungono da fondale, divenendo gradualmente materia predominante lungo il corso del lavoro.

È un fondersi cangiante ma che determina un costante equilibrio tra le parti, capace di dare origine ad un universo sensoriale avvolgente nel quale risulta dolce immergersi.

Francesco Massaro & Bestiario “Quaderni di zoologia imperfetta”

[Folderol]

Un ribollente microcosmo la cui sommessa voce gradualmente emerge fino a dischiudere le porte di un vitale paese delle meraviglie in cui tutto è possibile e nulla è ciò che appare. Dopo aver esplorato l’universo delle creature marine e di quelle idonee al volo, si rivolge a quel fantasioso regno degli animali ipotetici studiati dalla criptozoologia il terzo volume di Bestiario, virtuoso ensemble musicale guidato da Francesco Massaro che pienamente e definitivamente assume la forma di un progetto artistico trasversale capace di incrociare generi e linguaggi differenti.

Il pensiero da cui il fertile immaginario del musicista pugliese scaturisce diviene qui premessa per la creazione di un percorso crossmediale che coniuga suono, immagine e parola, cristallizzato in una pubblicazione duplice che al disco affianca un libretto, edito da Kappabit, diviso in quattro sezioni.  Introdotti dalla prefazione di Vittorino Curci, i diversi Quaderni che compongono la parte cartacea vedono susseguirsi l’invito all’ascolto curato dallo stesso Massaro, una raccolta di dieci disegni realizzati da Andrea Pedrazzini, un componimento poetico di Nazim Comunale e la presentazione del video/poesia cinematica realizzato da Egidio Marullo.

Ognuna di queste sezioni espande e completa con il suo contenuto la vorticosa sceneggiatura definita dall’intricato ed irregolare flusso elettroacustico plasmato dal sassofonista insieme ai sodali Mariasole De Pascali (flauti), Adolfo La Volpe (chitarra elettrica,elettronica) e Michele Ciccimarra (cupaphon, percussioni), libero ed evocativo torrente incanalato da un canovaccio costruito su annotazioni non convenzionali, che favorisce un intenso dialogo tra le componenti in gioco. Interamente fondato sulla suggestione che incastri inattesi e ricchi dettagli accuratamente definiti riescono a produrre in chi si abbandona a questa straniante narrazione, l’album disegna  un paesaggio obliquo ed ammaliante fatto di dinamici dialoghi tra gli strumenti e una costante ibridazione determinata dalla materica grana elettronica e da modulazioni vocali prodotte dagli stessi musicisti a cui si somma l’indefinita e destrutturata declamazione dei versi di Comunale.

Ne scaturisce una trama indomita ed in costante mutazione, in bilico tra composizione e improvvisazione, tra astrazione e onomatopea, che nel secondo, relativamente breve, capitolo vira verso orizzonti più dilatati e atmosferici ulteriormente arricchiti dall’apporto delle tessiture sintetiche di Valerio Daniele. Un lungo, sinestetico sogno lucido nel quale perdersi inseguendo un risonante Bianconiglio.

Marta De Pascalis “Sonus Ruinae”

[Morphine]

Attraversare la storia, assorbirne gli echi e tramutarli in introspettiva narrazione che unisce il presente al passato per proiettarsi verso un indefinito futuro. È un omaggio alla sua città, a quella Roma caput mundi che conserva innumerevoli tracce del suo antico splendore, il nuovo lavoro di Marta De Pascalis, visionario percorso tra imponenti rovine che si ergono a monito dell’inesorabile scorrere del tempo.

Incentrato sulla mesmerica circolarità di un suono che si ripete senza essere mai perfettamente sovrapponibile, la traiettoria disegnata dalla musicista di stanza a Berlino è un’ideale viaggio che gradualmente conduce da un centro gravido di inquieto e straniante fascino ad un arioso, fluidamente obliquo litorale aperto verso un orizzonte visibile ma inafferrabile. Introdotto dalle stridenti frequenze che rispecchiano la tensione assorbita dall’elemento architettonico che da il titolo alla breve traccia iniziale (“Volta”), il denso flusso originato dalle macchine analogiche si sviluppa penetrante ed evocativo, altalenante fra avvolgenti progressioni armoniche (“Sonus Ruinae Part 1”, “Arena Void”) e nervose sequenze crepuscolari  (“Dust Pavillions”, “Sonus Ruinae Part 2”).

Permeato di rimandi al pionieristico universo dipinto dall’avanguardia attiva tra i ’60 e i ’70, l’ossessivo torrente sintetico dà forma ad un immaginifica esplorazione che appare estrapolata direttamente dall’archivio della nostrana library music per accompagnare un’intimistica navigazione tra differenti piani temporali.

Aidan Baker, Simon Goff, Thor Harris “The Bit”

[Gizeh Records]

Inseguire l’istinto per tracciare la rotta che conduce verso un misterioso orizzonte interamente da rivelare. Giunge a tre anni di distanza dalla prima collaborazione il nuovo itinerario musicale che vede insieme  Aidan Baker, Simon Goff e Thor Harris, condiviso tracciato ancora una volta frutto di un’unica sessione di improvvisazione in studio rivista e rifinita dallo stesso Baker.

Fedeli alla formula che ne ha informato la prova di debutto, il trio spinge il suo suono verso litorali maggiormente atmosferici, sempre imperniati sul dialogo tra le dilatate frequenze chitarristiche del musicista canadese e l’ammaliante voce del violino di Goff, densa amalgama a cui il corposo drumming di Harris conferisce struttura e misura. Dischiuso dalle umbratili trame di “Intro”, il coeso e pulsante flusso generato dall’intersezione delle visioni dei tre artisti si sviluppa come una coinvolgente narrazione dall’impatto cinematico, a tratti profondamente meditabonda e pervasa dagli echi esotici del duduk che impreziosisce la title-track e soprattutto la dilatata deriva di “Wild At Heart” che chiude l’album con i suoi ipnotici ventidue minuti di spirali ambientali in costante mutazione.

Un viaggio seducente e affascinante, piena conferma di una sinergia profondamente virtuosa.

Joni Void + N NAO “Nature Morte”

[laaps]

Vorticoso e straniante, saturo di cromie violente e sfaccettati dettagli in precario equilibrio. È certamente poco convenzionale e decisamente stimolante il territorio sonico nel quale si formalizza l’incontro tra Jean Néant aka Joni Void and Naomie de Lorimier ovvero N NAO, sodalizio nato nel 2016 grazie ad un incontro durante un reading tenutosi nella casa/cenacolo di Néant a Montréal. Da qui è scaturito una comunanza artistica dapprima sfociata nella realizzazione di una traccia contenuta nel recente album di Joni Void e adesso cristallizzata in questo primo condiviso lavoro.

“Nature Morte” è una  raccolta di dodici oblique narrazioni nutrite da una ribollente miscela di modulazioni vocali, echi ambientali, campioni di nastri ed effetti elettronici, incastrati per dare vita ad ambienti surreali formalizzati in estesi tracciati o brevi intermezzi risonanti. A questa marcata variabilità nella durata e all’estrema poliedricità derivante dalle componenti utilizzate si contrappone una estrema coesione delle atmosfere risultanti, sempre inclini alla definizione di un paesaggio sonoro ipnagogico permeato da una ammaliante aura lisergica.

Quel che scaturisce è una vivida deriva sensoriale in cui oggettività ed astrazione convivono fondendosi in un indefinito scenario profondamente teatrale.

Edoardo Cammisa “Flux”

[LINE]

Una graduale immersione in un profondo e riverberante nulla. Temporaneamente dismesso lo pseudonimo Banished Pills a cui affida le sue derive più intime ed emozionali, Edoardo Cammisa sceglie il proprio nome per introduci nel suo personale percorso di ricerca, proponendo un suggestivo itinerario sonico che ha come principale intento quello di invitare ad un ascolto attivo e partecipato.

Plasmato attraverso una materica sequenza di risonanze ambientali, catturate utilizzando diverse tipologie di microfoni, a cui si sommano rumori autonomamente estratti da nastri e generatori di onde, il lungo e sussurrato tracciato si sviluppa quale evocativo canovaccio a cui a ciascun fruitore è richiesto di aggiungere immagini e suggestioni derivanti dall’interpolazione dei rumori che casualmente interferiranno durante la navigazione. Quel che viene offerto è un viaggio volutamente indefinito a cui si viene preparati dai quasi nove minuti introduttivi di “Towards A Flux”, ruvido ed irregolare prologo che proietta verso il vero e proprio nucleo narrativo fatto di sature frequenze dall’incedere placido e profondamente ipnotico.

Abbandonandosi al flusso, l’obiettivo è quello di raggiungere una vera e propria trance di origine auditiva che si tramuti in peregrinazione sensoriale capace di dare forma e consistenza ad un vuoto quanto mai denso e vitale.

Gianmaria Aprile “rain, ghosts, one dog and empty woodland”

[WE INSIST!]

Un piccolo punto sulla mappa della penisola, un quieto borgo circondato dai boschi. Lungo la sua principale direttrice, un luogo che fu ritrovo per chi lì ha vissuto, divenuto straniante vuoto che trattiene l’eco di ricordi destinati a spegnersi. È un personale viaggio nella memoria quello cesellato da Gianmaria Aprile in “rain, ghosts, one dog and empty woodland”, una solitaria peregrinazione tra frammenti di storie intrappolate in un gravido silenzio che permea la sede di un vecchio bar della sua amata Solbiate.

Una fredda corrente, di consistenza metallica e dall’andamento teso, annuncia l’ingresso in questo indefinito universo in costante mutazione, istantanea sonora (“Part I”) che trova perfetta assonanza visuale nella patina dello scatto analogico posto in apertura del booklet del disco. Nessun contributo esterno si insinua tra gli otto movimenti del racconto, relegato ad essere introspettivo flusso interamente plasmato dal musicista lombardo intrecciando le voci della chitarra e del guqin. È un dialogo osmotico quello che si instaura tra le evocative risonanze dei due strumenti, uno scambio costante di azioni e reazioni che si fondono generando un’onirica traiettoria profondamente cinematica, che a tratti rimanda in modo obliquo e spettrale alle riverberanti frequenze chitarristiche del Neil Young di “Dead Man” (“Part III”).

Un silente diffondersi di essenziali stille armoniche(“Part II”) e ruvide modulazioni combinate a dare forma ad atmosfere inquiete (“Part V”) si alternano restituendo l’intera gamma di sensazioni legate ad un ambiente in cui convivono, sospesi nel tempo, affetto e timore, delicatezza ed irruenza, specchio di un ribollio vitale che continua a riaffacciarsi nell’animo senza mai completamente estinguersi.

Sensoriale colonna sonora che accompagna il succedersi di sbiadite immagini di un trascorso che non vuole cadere nell’oblio.

Joel Gilardini “Tales of Forsakenness”

[EndTitles]

Una scia vitale che lenta e satura emerge da organismi in degrado, inquieto soffio che racconta di una fine apparente che diviene nuovo inizio. Temporaneamente affrancato dal sodalizio che lo lega ad Attila Folklor con cui condivide il marchio Mulo Muto, Joel Gilardini disegna una personale traiettoria sonica nutrita dalla fascinazione per i luoghi dell’abbandono, per gli edifici decadenti incontrati in territori impervi ed affascinanti.

Tramutando l’anima di questi luoghi in puro suono, il musicista svizzero dà forma ad un tortuoso percorso attraverso densi paesaggi emozionali modellati con il solo ausilio delle frequenze, ampiamente trasfigurate, della sua fedele chitarra baritona e differenti interpolazioni elettroniche. Frutto di svariate sessioni di improvvisazione le cui registrazioni sono state rimodulate fino ad assumere forma definita, le tracce di questo atmosferico viaggio sono nebbiose istantanee che si espandono fluide e flessuose, gravide di oscuro fascino.

Dall’algida sospensione di “Stranded Giants” e “At The Edge of The Desert (A Frozen Cathedral)” fino alla ruvida malinconia di “Majestic Solitude”, passando per ambienti minacciosamente incantati (“Artificial Owls”) e nervosi intermezzi (“Concrete Ghosts_ Mausoleum”), quel che appare è un tracciato ambientale pervaso da indissolubile tensione, sospeso sotto una spessa coltre di un incombente cielo grigio antracite.

Dario Capasso / Andrea Laudante “ACR0N”

[Liburia records]

In precario equilibrio sul margine sfrangiato che divide natura e artificio. Si fonda sull’incontro di due linguaggi apparentemente antitetici eppure compatibili il sodalizio che vede uniti Dario Capasso e Andrea Laudante, sulla sanata dicotomia tra sintetico e acustico frutto di una condivisa passione per la sperimentazione sonora.

Accogliendo il dualismo tra le istanze in gioco senza puntare ad una piena fusione tra le componenti, il confronto fra le trame elettroniche di Capasso e i fraseggi pianistici di Laudante ricerca costantemente un punto di equilibrio fluido e mutevole, nutrito da sovrapposizioni complesse e accostamenti stridenti che lasciano emergere intricate strutture soniche composte da elementi essenziali, mai ridondanti. Che si tratti di placide, essenziali tessiture armoniche che riverberano in un mare di ribollenti glitch (“undrwtr”), di sognanti tracciati che emergono in filigrana da pulsanti frequenze IDM (“impr~piano”) o di vorticosi intrecci privi di linearità (“i.flx”, “mecha ncL”) quel che scaturisce è un paesaggio ibrido accidentato eppure sempre suggestivo in cui a dominare è la misura con cui gli elementi dialogano.

Un interessante esperimento dai risultati spigolosi che dischiude fertili orizzonti cibernetici.

Marco Paltrinieri “The Weaver”

[Canti Magnetici]

Riflessi da un universo obliquo sempre più in bilico tra reale e virtuale. Guidato dal costante interesse verso gli effetti destabilizzanti che la sempre più invasiva tecnologia ha sul vivere contemporaneo, Marco Paltrinieri plasma nel suo disco di debutto solista uno straniante viaggio attraverso destrutturati scenari colmi di strisciante inquietudine.

Incrociando spettrali risonanze ambientali, suoni trovati e frammenti armonici, il poliedrico artista lombardo membro del collettivo Discipula, disegna una destabilizzante sequenza di scarni ambienti elettroacustici su cui scorre la narrazione quieta, evocativa eppure quasi asettica, delle parole da lui scritte e affidate alla voce di Lucie Page. Da tale stratificazione di elementi eterogenei scaturisce un incedere accidentato, non lineare in cui riverberi concreti ed estratti di registrazioni dal tono rassicurante si muovono in un fondale silente rendendo il vuoto componente attiva della drammaturgia definita dal fluire incoerente dei sei movimenti cesellati.  

Con l’intento di restituire l’indeterminatezza di un presente privo di appigli, sempre più surreale e nutrito dalla smarrente compenetrazione di astratto e tangibile, il suono si muove trasversale ed incostante dando forma alla vorticosa compresenza di sensazioni sfaccettate e contrastanti che si incontrano lungo il labile confine tra irrequieta interiorità e complesso ambiente in cui ci si ritrova immersi.