masaya ozaki & kaito nakahori “mythologies”

[IIKKI]

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Visioni immaginifiche di un universo sfuggente fatto di contrasti accesi e materica grana. È un rimando puntuale e costante ad unire in un onirico flusso l’opera di  Erwan Morère e le narrazioni sonore composte da Masaya Ozaki e Kaito Nakahori basandosi sulle suggestioni derivate appunto dalle immagini del fotografo francese. Un dialogo serrato tra i tre artisti che si traduce in una sintesi audio-visuale di grande impatto.

Seguendo il percorso tracciato dallo scorrere delle istantanee caratterizzate da un bianco e nero netto modulato passando dalla dominanza della luce all’oscurità più fitta, i due musicisti giapponesi d’istanza a New York costruiscono una crepitante sequenza di chiaroscuri definita da intrecci elettroacustici finemente cesellati. Al nero compatto squarciato da bolle di luce che descrive lisergiche incursioni sottomarine corrispondono così fondali densi nei quali si riversano isolate stille armoniche (“Float”) o morbide risonanze alternate a cuspidi stridenti che emergono da sfondi tenui (“Circular”), a paesaggi silenti dai margini decisi e a tratti esasperati fanno eco ruvidi frammenti riverberanti su minimali toni dal sapore orientale (“Rituals”). Quando la vista vira verso scorci astratti pervasi da un’oscurità incombente il commento sonoro plasma una foschia intensa percorsa da un soffio algido (“Unfold”) che ritorna  ad aleggiare sulle frequenze notturne che accompagnano i frangenti più essenziali (“Singular”).

Giunti in fondo al viaggio emerge netta la sensazione che le due parti di questo terzo capitolo della serie curata da IIKKI, pur pensate ed offerte per una fruizione separata, trovino la propria piena completezza soltanto nel virtuoso incontro dal quale sono scaturite.

Immersione sinestetica totalizzante.

 

 

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mymk “the memory fog”

[SØVN]

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Schegge di sensazioni distanti nel tempo che riemergono in ordine sparso a combinare un caleidoscopico ed irregolare flusso di memoria. Sono frammenti distorti e dissonanti a comporre il nuovo lavoro del brasiliano MYMK, vorticoso assemblaggio di suoni in disgregazione combinati per divenire refrattario ambiente in cui lasciare scorrere in cinematica libertà taglienti detriti sonici.

Bordoni oscuri e modulazioni sintetiche si incontrano/scontrano generando pulsante energia incanalata di volta in volta in tracciati ascendenti deflagranti in convulse trame ritmiche (“Gauze”, “Juggernaut”), nell’incedere sincopato di abrasive interferenze (“In Flares, Anew”, “Glowing Panthers”), nel persistere di asfissianti  saturazioni oscure (“Red Oak Hologram”, “A Lazarus Taxon”), fino a giungere all’obliqua e spettrale armonia di “Borderline” che smaterializzandosi improvvisamente lascia in balia di un inquietante silenzio.

Giunge manipolata e deformata ogni singola particella di questa deriva sonica che accoglie al suo interno numerose tracce vocali totalmente stravolte fino a divenire irriconoscibile componente di un granitico guscio perfettamente rappresentato dalla scatola di cemento priva di punti di accesso, ideata designer belga LE KUTSCH, all’interno della quale è contenuta la cassetta.

Materica spirale in dissoluzione.

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skag arcade & meanwhile.in.texas “twentynine palms”

[luce sia]

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Immobili al cospetto di un vuoto assordante, in balia di un horror vacui tradotto in un lungo, lancinante urlo che annulla ogni silenzio. È un magma glaciale eppure crepitante a definire l’allucinata seconda tappa della possibile trilogia attraverso respingenti lande desertiche ideata da Paolo Colavita e Angelo Guido, viaggio immaginifico che esplora le profonde inquietudini dell’essere contemporaneo al cospetto di un mondo sempre più asettico contenitore segnato dalla devastazione.

L’approccio all’abrasiva materia  di questo territorio inospitale è cauto e lascia apparire i suoi tratti gradualmente anche se in modo perentorio. Dal crescente ribollio di indomabili frammenti organici scaturisce un soffio tagliente di fredde persistenze sintetiche dal sapore post atomico, che strutturano un granitico incedere dal quale emergono enigmatiche tracce radio  e stridenti alte frequenze (“Desert Heights”, “Inland Empire”, “Road Runner”) che intensificandosi si tramutano in impenetrabili tappeti di lisergico rumore (“Lost Horse Valley”, “Neon Dusk, Neon Dust”).

L’atmosfera plasmata risulta densamente cupa e apocalittica, accentuata da una ridotta modulazione del flusso che spesso si espande in viscose distese stagnanti amplificando il senso di profondo isolamento corroborato dalla efficace sequenza di immagini che accompagnano il lavoro.

Racconto duro e radicale tutt’altro che immediato, che ha nell’ostinata coesione il suo punto di forza e decreta un ulteriore raggiunto grado di sinergia ad unire Skag Arcade e meanwhile.in.texas.

Attendendo il capitolo finale

sonmi451 “panta rei”

[eilean]

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Un placido flusso di pensiero che lentamente scorre ricostruendo le sensazioni legate a territori di quieto fascino. Trae la sua ispirazione da un viaggio alla scoperta del paesaggio alpino il nuovo lavoro di Bernard Zwijzen che concretizza il punto 99 della sempre più satura mappa curata dalla francese eilean.

Le meditabonde visioni naturalistiche catturate dall’artista belga che si cela sotto la sigla Sonmi451 si tramutano in sognanti modulazioni finemente cesellate risultanti dalla delicata giustapposizione di riprese ambientali ed evanescenti soffi sintetici sui quali sovente scivolano sussurrati fraseggi pianistici. Ogni singola traccia, che porta come titolo il nome di un fiume che attraversa i luoghi visitati, dischiude un micro universo palpitante fatto di morbide frequenze costellate da riverberanti stille luminose che avvolgendosi concretizzano istantanee vaporose dense di fascino ancestrale.

Un viaggio avvolgente che lentamente imprigiona i sensi tra le sue trame.

aidan baker / simon goff / thor harris “noplace”

[gizeh records]

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Un lisergico magma che scorre perentorio conducendo attraverso territorio immaginari. Sezionato in sette movimenti costruiti utilizzando il materiale di un’unica sessione di improvvisazioni in studio, rivisto e rimodulato senza ricorrere a sovraincisioni, “Noplace” fluisce come un unico tracciato dalle atmosfere coese capace di sintetizzare la profonda sinergia scaturente dall’incontro tra tre artisti che più volte in passato si sono ritrovati a collaborare tra di loro.

Colonna portante che struttura le narrazioni è la regolare scansione ritmica dettata dalle marcate trame percussive di Thor Harris attorno alle quali si sviluppano gli intrecci melodici della chitarra di Aidan Baker e del violino di Simon Goff espandendosi con fare misteriosamente sinuoso (“Noplace I”, “Noplace II”, “Nighplace”) o con cinematica enfasi quando le pulsazioni diventano maggiormente incalzanti (“Red Robin”, “Tin Chapel”). L’impatto risultante dalla sequenza di queste fluide derive generate da un approccio libero è di un’estrema immediatezza che ne riflette appunto la genesi istintiva il cui prodotto ha subito solamente un conclusivo processo di levigatura.

Una dinamica escursione visionaria alla scoperta di paesaggi irreali.

hatori yumi “white suspension”

[live performance – bocs | catania]

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Perdere ogni riferimento per abbandonarsi  alle profondità di un viaggio interiore. È un’esperienza totalizzante da vivere con sensoriale pienezza quella ideata da Fabio Lattuca aka Hatori Yumi, un’esplorazione alla ricerca di recessi sopiti. Prodotto dalla palermitana N38E13 e curata da Mike Watson, il progetto mira a svilupparsi quale ricerca sonora itinerante volta all’analisi delle peculiari percezioni scaturenti di uno specifico ambiente fisico attraversato da suono e luce.

28_10_2017 – ore 20.30

La saracinesca del Box Of Contemporary Space di Catania si solleva e dal suo ventre minaccioso si scorge il sulfureo dilatarsi di una fitta nebbia artificiale. Attraversata la nera cortina posta all’ingresso ci si ritrova catapultati in un limbo straniante i cui limiti fisici risultano impenetrabili, ci si muove lenti alla ricerca di un punto di sosta pienamente aleatorio. A squarciare il buio fitto della sala giunge il crescente sussurro di riprese ambientali, frammenti catturati in aree desolate dominate dal sibilo del vento che lascia cigolare porte inutili infondendo un senso di latente spettralità. Pur privi del conforto visuale si comincia a percepire un inusuale comfort improvvisamente spezzato dal repentino cambio di rotta sonoro combinato ad intensi flash luminosi. Da qui in poi il flusso si muove tra basse frequenze sotterranee ed ascese stridenti volte a creare una crescente e disturbante compressione dei corpi immersi in uno spazio trasformato in elemento risonante. L’ irregolare alternanza tra i due poli genera una convulsa spirale onirica alla quale abbandonarsi ricercando un centro gravitazionale interiore. Giunti al termine del viaggio non resta che riconquistare in un assordante silenzio il cielo notturno.

Pur nutrendosi di elementi essenziali, quello messo in scena da Hatori Yumi è uno spettacolo complesso che necessità di un attento dosaggio delle parti e una congrua scelta logistica, forse non pienamente centrata in questa tappa catanese. Malgrado una parziale limitazione dei volumi utilizzabili ed alcune stridenti interferenze esterne, “White suspension” ha sicuramente saputo centrare il bersaglio proiettando i suoi fruitori in una bolla spazio-temporale estremamente coinvolgente e suggestiva.

camilla pisani “verneshot”

[ovunqve]

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Un paesaggio algido pressoché privo di palpiti vitali narrato attraverso dilatati piani-sequenza. È una notte senza fine osservata con sguardo attonito quella materializzata dalle atmosferiche modulazioni plasmate da Camilla Pisani nel suo disco di debutto.

I tratti apocalittici suggeriti dal titolo permeano nella sua interezza le otto tracce del lavoro configurando un lungo flusso di oscure e nebbiose istantanee che si dipanano con intensa gravità. Lungo il percorso si alternano cupe fluttuazioni attraversate da ruvide striature (“I’m Drawing Monsters Not To Sleep Alone”) a tratti ibridate da inattese pulsazioni e minimali frammenti melodici (“Sleep Party People”, “The Kinetic Melody Of Babel Noises”), oscillazioni ipnotiche che improvvisamente virano verso acute ascese deflagranti (“Our Little Nothing”, “The Brainworm With Sad Blue Eyes I Chased”),  granitiche ed impenetrabili persistenze statiche (“The Ancestral Bond Of Blue Klein”)  e aleggianti frequenze dal tono spettrale (“The Paper Boats Are Sinkng Into Migratory Thoughts”) che si riversano in un finale di disgregante rumore bianco (“White Can’t Be Erased”).

Da questo succedersi di scorci dalle sfumature cangianti si delinea un universo sonoro grevemente affascinante capace di proiettare verso magnetici scenari desolanti.