mingle “ephemeral”

[kvitnu]

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Sospesi in una dimensione transitoria in cui ogni elemento può essere manipolato per seguire il corso di un pensiero. Tutto giunge vivido e tangibile, ma si tratta di una concretezza gassosa capace di sfuggire ad ogni regola del reale. È una bolla spazio-temporale quella plasmata da Mingle, un ambiente privo di limiti visibili capace di accogliere complesse interpolazioni sonore che si distendono e si comprimono senza mai giungere ad un punto di deflagrazione.

Flessuose saturazioni in lenta espansione si combinano a frequenze granulose generando sequenze evanescenti cadenzate da un pulsare variabile ma sempre ossessivo nel suo reiterarsi. Il battito variando intensità e traiettoria definisce l’atmosfera entro cui vengono modulati cupi flussi lisergici a base di ruvide correnti, persistenze vaporose e frammentarie stille armoniche senza mai determinare una reale scansione temporale. È il ticchettio  di una lancetta che torna ostinata a battere sempre sullo stesso attimo dilatando all’infinito una prospettiva duale fatta di morbide sfumature e nervose interferenze.

Un oceano di suono nel quale immergersi alla scoperta di mondi immaginifici.

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wound “clinomania”

[illuminated paths]

cover

Stati di allucinazione vorticosa nei quali perdere il contatto con la realtà. Un’indagine multiforme alla ricerca delle sensazioni di straniamento indotte da cause differenti è la sostanza del nuovo lavoro di Bartosz Szturgiewicz sotto l’alias Wound che ne rappresenta il lato più sperimentale ed eclettico.

Ognuno dei capitoli che compone questo alienante universo si nutre di combinazioni di suoni originate da fonti diverse plasmate seguendo traiettorie mai pienamente sovrapponibili. La caleidoscopica serie di soluzioni derivanti dal connubio di droni, riprese ambientali, manipolazioni sintetiche e armonie acustiche delinea uno scenario che conduce dal deflagrante caos abrasivo dell’iniziale “In everything”  all’oscura e obliqua spirale di “Light gets in” attraversando onirici scorci disturbanti.

Dalle calde e stranianti persistenze di “4AM ad infinitum”, si giunge alle espansioni pulsanti su fondali granulosi di “What if” per  rimanere catturati dalle risonanze luminose combinate ad un soffio algido di “I don’t want to go”. Un’inattesa comparsa di stille pianistiche che accennano ad un frammento melodico subito spazzato via  da un vento oscuro contraddistingue “Rise with me forever across the silent sand”, mentre dinamiche progressioni dal sapore cosmico si sprigionano dai battiti irregolari di “Keep it in”.

Un incubo lisergico, un viaggio lungo i bordi frastagliati e sfuggenti della psiche umana.

 

lee yi “an Instant for a momentary desolation”

[rottenman editions]

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Opposti che convergono fondendosi in una sintesi densa di ammaliante inquietudine. Si inoltra attraverso territori segnati da profonde ferite inferte dalla natura Lee Yi condensando la sua esplorazione in una carrellata di istantanee dominate da un senso di desolazione attraverso cui riescono ad emergere sprazzi di una bellezza non totalmente cancellata.

Frammenti melodici intrisi di una solenne gravità si dipanano attraverso ruvidi fondali di crepitanti stille originando magmatici piano sequenza che si muovono lungo scenari tragici definiti da nebbiose movenze spettrali (“Momentary desolation”), cupi riverberi percorsi da evanescenti tracce vocali e soffi gelidi (“desecration”) e stridenti frequenze in crescendo cariche di vibrante tensione (“Incertae”).

Questa drammatica deriva dai toni foschi trova il suo approdo in un lunga e persistente visione fatta di ipnotiche armonie circolari e maree dissonanti che incontrandosi generano un’eco fragile libera di espandersi fino a giungere alla propria  conclusiva disgregazione.

Una visione dolorosa in cui la speranza diviene una flebile possibilità.

flying hórses “sorg sea” [single/video]

Pensieri liberi di fluire alimentati dall’influsso di paesaggi di cristallina bellezza. Trovano riscontro visivo negli algidi e ariosi scorci dell’Islanda le flessuose trame pianistiche di Jade Bergeron, che a distanza di un anno dal suo disco di debutto torna con un nuovo singolo accompagnato da un video diretto da Timothee Lambrecq che ne mutua la profonda emozionalità.

Una struggente vena malinconica si espande dalle cinematiche tessiture impreziosite dall’apporto prezioso di musicisti che hanno fattivamente collaborato all’esecuzione del brano (Charles Spearin, Alex Mah, Kathleen Edwards e Brock Geiger) o sono intervenuti nella sua produzione (Birgir Jón Birgisson e Efrim Menuck).

Lungo  gli oltre undici minuti della sua durata “Sorg sea” lascia emergere sempre più vivide le profonde sensazioni  connesse alle saltuarie permanenze sull’isola da parte della Bergeron. Magico stupore  e una persistente latente oscurità si intrecciano in un racconto umbratile capace di rivelare tutta la fragilità dell’animo umano.

 

http://www.flyinghorses.ca/

otto lindholm “alter”

[gizeh records]

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Luci e ombre che si intrecciano in meditabondi flussi gravidi di misteriosa tensione. Sono atmosferiche sculture cariche di enfasi  a comporre “Alter”, il nuovo album di Otto Lindholm diviso in quattro lunghi tracce dall’incedere lento e perentorio.

Assecondando un impianto strutturale univoco, le immaginifiche tessiture armoniche plasmate dal musicista belga sul suo contrabbasso emergono lentamente da dense e oscure saturazioni che si espandono rapidamente definendo in modo inequivocabile l’atmosfera cupa entro cui le narrazioni si sviluppano. A variare è il tono del singolo capitolo che pur muovendosi sempre attraverso ipnotiche e risonanti nebbie passa dall’obliquo lirismo di “Fauve” allo stridore delle alte frequenze  pervase da ossessive modulazioni sintetiche di “Lehena”, dalla dissonante magmatica profondità delle persistenze di “Alyscamps” alle parziale apertura verso una maggiore luminosità e ariosità delle trame della conclusiva “Heliotrope”.

Attraverso il loro succedersi i diversi movimenti del disco danno vita ad una lunga suite capace di modellare gradualmente un universo emozionale vivido e profondamente materico.

that faint light “that faint light”

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Nebulose visioni che suggeriscono senza mostrare nitidamente. È una cinematica sequenza di istantanee permeate da un persistente margine di indefinitezza a dare forma all’esordio di That Faint Light, progetto condiviso da Adrian Lane e Guido Lusetti  che ricerca un’armoniosa sintesi tra due modalità percettive differenti.

A generare le tracce è un attento gioco di incastri che vede scontrarsi e fondersi  le melodie acustiche dell’artista inglese e le frequenze sintetiche del musicista italiano. Minimali risonanze pianistiche e fragili arpeggi scivolano su rarefatti fondali elettronici mentre algide modulazioni si insinuano nelle enfatiche  pause espandendo il dominante portato evocativo delle narrazioni. Ogni suono trova la propria dimensione attraverso un’attenta cesellatura  delle parti che riesce a combinare fluttuazioni dissonanti e riverberi carichi di tensione a flussi onirici e derive meditabonde.

Un’immersione affascinante in una dimensione sfuggente.

ben rath “black heart music”

[eilean]

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Un’aura oscura che si stende come un impenetrabile coltre di grigie nuvole minacciose. Segna un deciso cambio di rotta verso nuovi confini il nuovo lavoro di Ben Rath, una variazione tanto più inattesa considerando il recente esordio del suo progetto Slow Heart Music incentrato sull’esplorazione acustica delle sue abituali delicate trame.

Sono toni cupi e carichi di tensione quelli che si sprigionano dalle tracce di “Black Heart Music”, plasmati attraverso una dilatata sequenza di dense saturazioni sintetiche che si espandono in persistenti derive claustrofobiche prive di aria e luce. L’atmosfera greve risultante non giunge a sciogliersi quando emergono definiti riverberi chitarristici che piuttosto si conformano alle sensazioni imperanti diventandone  tetra eco (“Hidden contract”, “Reasonable Doubt”),  né quando le tessiture virano verso una dimensione marcatamente solenne (“Devotion”, “Hesitation”).

Intensamente nero.