Northway “The Hovering”

[I Dischi del Minollo]

Simone Trotta per SoWhat

Un vascello solca senza sfiorarlo un mare opalescente e indefinito attraverso brezze psichedeliche e marosi post-rock, in un viaggio che alterna momenti di bonaccia a vere e proprie tempeste sonore: in questo modo si descrive da sé, già dalla sola copertina, “The Hovering” dei Northway.

Il disco, che arriva sei mesi dopo del previsto a causa dell’inattesa pandemia globale, è il secondo prodotto del quartetto, formatosi a Bergamo nel 2014, dopo l’esordio di “Small Things, True Love” del 2017. Tema attorno a cui orbitano i sei brani, interamente strumentali, di cui si compone l’album è il mare, del quale i Northway plasmano una narrazione sonora ampia e multiforme.

Il basso metallico e cadenzato con cui si apre il disco lascia presto spazio a un suono più cupo e ovattato, a sostegno di chitarre che si snodano in limpide volute melodiche o avanzano compresse in distorsione (“Point Nemo”, “Edinburgh of the Seven Seas”). A guidare il flusso del viaggio è la batteria, che scandisce i momenti di stasi e quelli di esplosione alternando ritmiche secche alle scroscianti cascate dei piatti. Segnali tremuli e acuti emergono a tratti dalle profondità, come in “Kraken”, che aggressiva rievoca il terribile mostro marino di cui porta il nome, e “Hope in the Storm”, in cui lontani echi di chitarra rievocano la desolazione dell’alto mare per poi ricompattarsi in bagliori di speranza. La chiusura è affidata a “Deep Blue”, il brano più lungo dell’album, in cui l’ininterrotta marea delle chitarre rievoca la distesa piatta del mare, esplorata sempre più in fondo dall’incalzare del piano e dalla pressione del basso.

Figlio della tradizione post-rock, “The Hovering” scorre fluido per tutta la durata nel suo racconto privo di parole e mira a definire lo spettro sonico di una band in bilico tra nostalgia e voglia di sperimentare, caparbiamente desiderosa di emergere all’interno del panorama musicale italiano.

David Cordero “Honne (本 音)”

[dronarivm]

Luminose istantanee di delicato suono che raccoglie vivide sensazioni scaturenti dall’incontro con un universo fertile e sconosciuto. È la proiezione emozionale di un viaggio nella suggestiva terra dell’estremo oriente a dare vita al nuovo percorso sonoro cesellato da David Cordero, morbida risonanza di una peregrinazione in parte professionale ma soprattutto personale attraverso i luoghi e la cultura del Giappone.

Cristallizzate in otto placidi tracciati elettro acustici, le risultanze di questa accattivante esplorazione territoriale definiscono un morbido navigare tra riflessi naturalistici, riecheggiati da fragili risonanze ambientali, crepuscolari scenari urbani e soprattutto quei sentimenti e desideri  dell’uomo a cui il titolo dell’album fa riferimento. Sognanti nebbie sintetiche e fragili riverberi armonici si combinano con leggerezza dando origine ad aeree visioni, pervase da avvolgente calore, che si espandono in un ambiente sospeso e aggraziato.

Pur nutrito in metà delle tracce dal contributo di artisti/amici, l’album disegna una traiettoria intima e diretta da cui si irradia tutta la fascinazione di Cordero per lo spirito dei paesaggi incontrati, simbiosi virtuosamente tradotta in cristallino suono.

Chronovalve “Light”

[Home Normal]

Un quieto mare di luminosa grazia che si irradia da preziosi attimi di ammaliante quotidianità. Sono stati necessari sette anni a Mike Engebretson per tornare a proporre un nuovo tracciato sonoro a firma Chronovalve e dopo questo lungo iato il suo progetto riparte dall’elemento che ne aveva ispirato il primo capitolo.

In un’atmosfera rarefatta, satura di candide movenze in delicato incedere, si sviluppano otto nuove escursioni ambientali che hanno quale protagonista una cristallina luminosità, specchio del vivido apparire di emozioni semplici. Essenziali stille armoniche annegano dolcemente in una placida distesa di calde modulazioni sintetiche, disegnando impalpabili visioni che morbidamente riverberano fino a divenire infinita eco di un sentire leggero eppure profondo.

Sono diluite istantanee prive di complesse sovrastrutture, che fluidamente si espandono verso un arioso orizzonte privo di inquietudine nel quale perdersi  affidandosi alla purezza del sentimento trasformato in suono.

Gianluca Favaron | Anacleto Vitolo “Overgrowth”

[st.an.da]

Taglienti cronache da un mondo sempre più freddo e alienato. Non elemento di emancipazione, ma opprimente gabbia pensata per renderci meccanismi sempre più produttivi è divenuto il progresso tecnologico, virtuoso sviluppo trasformatosi in schiacciante morsa che incombe sulle nostre vite. È da una considerazione impietosa sulla contemporanea condizione umana e da uno sguardo privo di ottimistiche concessioni che sgorga il ribollente caos sonico che vede nuovamente insieme Gianluca Favaron e Anacleto Vitolo, cristallizzato viaggio tra trame abrasive e penetranti frequenze che giunge a quattro anni di distanza dalle sotterranee escursioni di “Zolfo”.

Eterogenei frammenti di suono, estratto da fonti diverse e variamente manipolato, costituiscono la poliedrica materia con cui i due musicisti costruiscono le loro scarne, apocalittiche visioni. Uomo e macchina si incontrano e scontrano nei vorticosi flussi cesellati, seguendo una non-linearità che costringe a porre estrema attenzione ad ogni riverbero, scrupolosamente definito, per riuscire a non farsi sbalzare fuori dalle inquiete traiettorie risultanti. È un ambiente sonoro in costante e rapida mutazione, un territorio definito  da rumori materici, stille sintetiche e scie analogiche addensate a formare nuclei instabili, che sfuggono ad ogni stringente classificazione.

Dirompente ibridazione di universi paralleli indissolubilmente legati secondo strutture virtuosamente permeabili.

Martina Claussen “Verwoben”

[forwind]

Uno straniante labirinto di alchemiche risonanze sospese in un obliquo universo sonoro. Attiva da anni in qualità di compositrice e professoressa di canto, giunge adesso al suo debutto discografico Martina Claussen e lo fa confezionando un dinamico percorso tra sperimentazione ed accattivante suggestione ambientale.

Costruito principalmente attorno alla manipolazione di frequenze vocali trasfigurate per divenire astratta fonte narrativa, “Verwoben” raccoglie cinque dilatati tracciati plasmati nel corso degli anni attraverso perfomance e registrazioni in studio. Alla componente principale del lavoro si sommano atmosferiche frequenze sintetiche e materici riverberi  elettroacustici, capaci di dare origine a visioni dall’eco spettrale che si muovono sinuose attraverso territori crepuscolari profondamente enigmatici.

Una tensione costante si irradia da questi notturni tracciati ricchi di vividi dettagli, paesaggi algidi ed oscuri parzialmente rischiarati ed umanizzati dalle modulazioni riconoscibili della voce dell’artista austriaca, che trasversalmente si espandono caratterizzando questo immaginifico ambiente sonico.

 Ipnotica e accattivante allucinazione audutiva.

Dan Michaelson “Colourfield”

[Village Green]

Abbandonare un percorso noto, fatto di certezze e consuetudini, per ritrovarsi a scoprire nuove, fertili traiettorie con cui esprimere il proprio sentire. Dopo aver gradualmente esplorato negli scorsi anni le potenzialità del suono privato dell’elemento vocale lavorando alla realizzazione di musiche per cinema e televisione, Dan Michaelson si propone adesso per la prima volta con un album che lo vede coinvolto nella veste di puro compositore.

Sapientemente affiancato dal direttore d’orchestra Robert Ames e nutrendosi della virtuosa collaborazione della violinista Galya Bisengalieva, il musicista inglese plasma una palpitante sinfonia, scandita dal susseguirsi di sei movimenti di durata molto diversa, che disegna un’ariosa fluttuazione sinestetica dal tono malinconico e sognante. Sostenute dall’enfatica elegia della voce degli archi, le melodie si espandono sinuose e palpitanti creando una romantica marea emozionale che si muove tra alti e bassi definendo una dinamica narrazione di sentimenti in tumulto.

Una dimensione inedita per colui che conosciamo soprattutto per essere un umbratile cantautore, una prova che lo rivela aggraziato autore di avvolgenti spirali di suono a cui non serve aggiungere parole.

Andrea Ricci “Aminoacidic resonances”

[Love Letters to Sinewave]

Un segnale vitale che viaggia su un asettico fondale, neutra cassa di risonanza per flebili frequenze in dilatata espansione. Spetta ad Andrea Ricci, suo ideatore e curatore, inaugurare le pubblicazione di Love Letters to Sinewave, neonata etichetta che si pone l’affascinante obiettivo di creare accurate cartoline soniche rinunciando alla produzione di supporti fisici contenenti elementi in plastica.

Ispirato al mondo della chimica organica, come apertamente palesato dal titolo, il tracciato modulato dal sound artist molisano, a partire dalla traduzione sonora della risonanza nucleare degli amminoacidi, disegna un’ipnotica navigazione, in un ambiente placidamente saturo, di luminose stille e pulsazioni  regolari mai incalzanti o eccessivamente marcate.

Un’esplorazione silente, da seguire con profonda circospezione, atta a cogliere variazioni microscopiche rese avvertibili  da un virtuoso oscillare che rende percepibile ogni singola risonanza. Suggestiva immersione in un territorio invisibile pazientemente portato alla luce per divenire inedito paesaggio sensoriale.

Music For Sleep “Conference Of Morning Birds At The Happiness Research Center”

[rohs! records]

Immersi in un’oasi di cristallino suono, distanti dal rumore e dall’inquietudine del quotidiano scorrere della vita. Scava nel proprio archivio Andrea Porcu, tra  frammenti e frequenze frutto di sessioni di improvvisazione, estraendone un placido universo di quiete risonanze, raccolte e plasmate per divenire amniotico flusso in vaporosa espansione.

È un vapore caldo e sinuoso, scandito da luminose stille armoniche e dal delicato canto degli uccelli, ciò che si irradia, materia rarefatta e avvolgente che gradualmente evolve seguendo una lenta e leggera danza di suoni ambientali e correnti sintetiche. Scorre lento questo morbido torrente, sospeso in un tempo che qui perde la sua funzione di misura per divenire infinito istante al quale abbandonarsi in profonda e silente contemplazione.

Un etereo oceano di accoglienti riverberi da assaporare ad occhi chiusi.

Microwolf “My Cauliflower Ears”

[Lost Tribe Sound]

Obliqua e rarefatta intersezione di suggestioni, decostruita sintesi di un lessico che vuole essere innanzitutto emozionale espressione di un sentire profondo. È nelle pieghe di un territorio sonico essenziale e contaminato che si sviluppa lo straniante universo plasmato da Benjamin Van Vliet nella sua terza solitaria opera a firma Microwolf, breve e concisa immersione in un cantautorato atipico che fonde istanze eterogenee attraverso un lavoro di minuziosa sottrazione.

Raccolte in poco più di mezz’ora, le sette traiettorie cesellate dal musicista olandese costruiscono un immaginario vitale, morbidamente pulsante, caratterizzato da una vocalità sospesa tra narrazione e canto. È un susseguirsi di atmosfere surreali, di racconti che si nutrono di pochi elementi scelti ed assemblati per assumere la forma di brani scanditi da battiti profondi e tessiture armoniche scarne che avanzano su un fondale granuloso (“Mara”, “Sad Collector”), ipnotiche nenie che emergono da saturi bordoni (“Emaho/Colour”) o sussurrati notturni pervasi da dolce malinconia (“My Cauliflower Ears”) o tangibile inquietudine (“Musta I Be Bound?”).

È un incedere lieve ed irregolare tra paesaggi stralunati, canzoni offerte ad una luna pallida che indulgente rischiara una creatività quieta eppure intensamente fervida e affascinante.

Bromo “No Signal”

[Oigovisiones Label]

L’epopea spaziale come ennesima eco dell’istinto distruttivo che accompagna un’evoluzione dell’umanità sempre meno virtuosa e sostenibile. Non sulla fascinazione cosmica, ma su un’urgenza ecologica e sociale che coinvolge la profondità del cielo, violata dalla corsa allo spazio, riflette il collettivo Bromo, duo audiovisivo alla sua seconda prova, che vede Paloma Peñarrubia alla direzione dei  suoni  affiancata ad occuparsi della parte grafica da Azael Ferrer .

Introdotto da una sinistra corrente sintetica priva di pulsazioni che lentamente si espande evidenziando la cupa visione alla base del lavoro, “No Signal” si sviluppa come tracciato estremamente dinamico di frequenze elettroniche che viaggiano rapide sostenute da una componente ritmica nervosa ed irregolare. Sono traiettorie aeree, scandite da battiti profondi di chiara derivazione IDM, che costruiscono visionari scenari nutriti dall’alternanza di moti uniformi ed improvvise accelerazioni, tesa quiete e progressioni convulse, incursioni inquiete plasmate utilizzando un ampio ventaglio di suoni attentamente incrociati.

Un viaggio epico tra visioni di un’attualità distopica e la speranza di una preziosa inversione di rotta.