shedir “falling time”

[cyclic law]

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Rimodulare il dato oggettivo per giungere ad una dimensione percettiva dai confini espansi. “Falling time”, disco d’esordio del progetto sonoro Shedir di Martina Betti, è un’immersione totalizzante in indefiniti paesaggi emozionali , un’avvolgente peregrinazione attraverso  territori surreali originati da riprese ambientali stravolte e sgretolate fino a divenire materia grezza da riplasmare in un nuovo immaginifico universo da percorrere abbandonandosi ad un libero flusso sensoriale.

Granulose fluttuazioni dai toni persistentemente cupi si combinano ad algidi soffi sintetici  e pulsazioni di differente intensità, generando sinestetici ambienti da percorrere seguendo graduali scie ascensionali che raggiunto il loro vorticoso apice improvvisamente si smaterializzano (“Away”, “Outburst”) o navigando con moto uniforme attraverso dense saturazioni striate da ruvide ed inquiete frequenze (“Skyness”, “Swarm”). È un incedere dall’atmosfera coesa segnato da un continuo mutamento di ritmo e sfumature che ingloba ribollenti spirali in cui si ritrovano accanto crepitanti stratificazioni e improvvisi frammenti melodici (“Heart Apart”) e nebbiose rarefazioni che trasportano lontano verso una meta irraggiungibile (“Come Back”).

Una sequenza di suggestive visioni che esaltano l’affascinante valenza del viaggiare con la mente.

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david mata “rough grassland”

[el muelle records]

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Crepitanti bozzetti impressionisti  dipinti con essenziale delicatezza. È un universo tattile e vibrante quello plasmato da David Mata, una dimensione emozionale fatta di stille elettroacustiche in lento scorrimento. Abbandonando l’abituale pseudonimo Erissoma, il musicista spagnolo si discosta dall’ausilio dell’elettronica per intraprendere un viaggio fatto di suoni concreti modulati per creare affascinanti miniature ricche di toni e sfumature.

Le coordinate di questo nuovo percorso vengono perfettamente dichiarate fin dalle prime battute della iniziale “Enter Gently”, che con la sua ruvida danza di particelle in costante movimento  traccia una scia sulla quale perfettamente si innestano i fragili intrecci che strutturano tracce quali “Plunged” e “Clouds”. Un incedere che trova valide variazioni nelle atmosferiche rarefazioni di “The Particle Walks Slowly” e “Frames” e nei cupi echi densi di insondabile inquietudine di piccoli scrigni quali “Displacement” e la conclusiva “Gray Hair Pillow”.

Un minimalismo apparente dietro al quale si cela un microcosmo di infiniti dettagli da assaporare lentamente.

h!u “re desiderio”

[fratto9]

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L’immaginario flusso emotivo di un re la cui caduta segna la fine di un’epoca. Trae la sua origine dalle trame incerte di una storia lontana nel tempo il lavoro di H!U, incentrato sulle vicende che condussero al declino del regno longobardo a seguito della campagna di invasione condotta da Carlo Magno. Scolpito utilizzando un’unica fonte sonora, “Re Desiderio” scandisce le principali tappe di questa vicenda narrata provando a ripercorrere il possibile turbine di sensazioni del suo principale protagonista.

Acuti riverberi che sinistramente si dilatano su un ruvido fondale aprono la narrazione catapultando senza mediazione nell’attimo carico di tensione dello scontro tra i due re riversandosi  in desolate onde che dipingono lo spettrale paesaggio da esso determinato. Ogni particella suona e risuona accuratamente cesellata e vira adesso verso tracciati cupamente obliqui, che materializzando l’inquietudine della fuga e della ricerca di un luogo in cui riparare, conducono alla sussurrata frenesia di una nuova partenza. Dopo un periodo di relativa stasi scandita da ridondanti luminose modulazioni si giunge al violento atto conclusivo determinato da un devastante incendio la cui eco è percepibile nell’immagine di copertina del disco.

Accattivante ricostruzione tra realtà ed immaginazione realizzata con preziosa attenzione ricavando un ampio spettro da una fonte essenziale.  Decisamente lessi s more.

 

Songs of ’17 (part 2)

a cura di music won’t save you

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The Luxembourg Signals – Laura Palmer

The Clientele – Lunar Days

Colorama – Gall Pethau Gymryd Sbel

Memory Drawings – The Nearest Exit (Astronauts remix)

Oddfellow’s Casino – Sealand

Budapest – Outnumbered

Florist – Understanding Light

This Is The Kit – Show Me So

Dana Gavanski – How Much Is Enough?

Lean Year – Watch Me

Chantal Acda – Our Memories

Colleen – Summer Night (Bat Song)

Adrian Crowley – The Wish

Kirill Nikolai – I’ve Always Been A Coward

ljerke “ljerke”

[eilean]

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Narcolettiche allucinazioni ispirate dai paesaggi costieri del Mar del Nord. È un progetto interdisciplinare costituitosi tra Olanda e Norvegia quello definito dalla sigla Ljerke, poliedrico ensemble che mirabilmente fonde  suono(Romke Kleefstra, Sytze Pruiksma, Alexander Rishaug , Hilde Marie Holsen e Michael Francis Duch), poesia (Jan Kleefstra ) e immagini in movimento (Marco Douma e Haraldur Karlsson) fusi in un unicum fortemente suggestivo.

Dal virtuoso processo di improvvisazione che lega le movenze dei suoi autori scaturisce un’immaginifica raccolta di oscure fiabe elettroacustiche fatte di cadenze allucinate modulate da misurate pause e placide stille melodiche e di algidi soffi percorsi da frequenze dissonanti dalle quali emerge quieta la voce declamante versi  spettrali che scivolano su un costante stato di surreale tensione. Quelli così plasmati sono territori sospesi in una densa foschia popolata da evanescenti figure dalle movenze fluide ed inafferabili.

Un intento ambizioso validamente concretizzatosi nell’affascinante punto 36 della sempre più completa mappa eilean.

build buildings “glass”

[audiobulb records]

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Flessuosi riverberi che muovendosi leggeri ammantano con disarmante immediatezza. A dispetto della sua ridotta durata lascia una lunga eco il nuovo lavoro del producer newyorkese Ben Tweel riuscendo in meno di dodici minuti a condensare una breve ma estremamente sfaccettata immersione in un microcosmo fatto di articolate strutture ritmiche e fragili modulazioni melodiche.

Si comincia dalle ribollenti frequenze dell’irregolare danza di particelle sintetiche di “Hebei Victory” per ritrovarsi nel ricco vortice sonoro della luminosa e brillante “Honey Locust” dalla cui ruvida scia si passa alle frammentate pulsazioni di “Glass” che sembrano voler scandire un tempo in costante trasformazione che si protrae ulteriormente nell’obliquo tracciato della conclusiva crepitante “Cedilla”.

Fugacemente suggestivo.

ian hawgood + danny norbury “faintly recollected”

[home normal]

homen102 Ian Hawgood + Danny Norbury - Faintly Recollected.jpg

Un tracciato senza fine percepibile lanciato attraverso un paesaggio in graduale evanescenza immerso nell’elegante quiete di un bianco e nero modulato da preziosi riflessi di luce. È una corrispondenza straordinaria ad unire la foto di copertina di Eirik Holmøyvik al sinuoso ed elegiaco flusso sonoro plasmato da Ian Hawgood e Danny Norbury, coppia di musicisti che dopo numerose collaborazioni e condivise esperienze di gruppo giunge infine alla realizzazione di un’opera  a quattro mani che ulteriormente suggella una lunga amicizia.

Pur strutturato in otto movimenti scaturenti dal lavoro di editing affidato a Stefano Guzzetti, “Faintly recollected” permane come unitaria scia priva di soluzioni di continuità coerente alla sua iniziale forma di unica lunga traccia costruita come intenso e delicato dialogo tra il violoncello di Norbury e i dilatati bordoni derivanti dal suono processato di una kalimba scolpiti da Hawgood. Le due componenti si intrecciano in un sinuoso incedere fatto dei palpiti emozionanti  dello strumento che languidamente scivolano sul vibrante fondale generando una cinematica sintesi dall’eco vagamente solenne.

Una poetica peregrinazione attraverso l’infinito stupore di intimi paesaggi emozionali.