bvdub “heartless”

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Un torrente emozionale sofficemente irruento che scorre senza sosta travolgendo ogni cosa con cui viene a contatto. Continua ad esplorare la sua dimensione più eterea e contemplativa Brock Van Wey , quella che in modo profondo ha segnato la sua produzione più recente.

Questo nuovo viaggio interiore plasmato dall’artista americano si pone così in coerente continuità con le nostalgiche variabili di “You are stories of sadness” e ancor di più con gli sconfinati paesaggi del recente “Epilogues for the end of the sky” dei quali mutua la propensione malinconicamente accogliente.

Sintetiche stratificazione prive di battiti originano flussi saturi in perenne moto ascensionale, conducendo verso una graduale disgregazione che lascia emergere amniotiche derive dalle quali si irradiano diafane tracce vocali e fragili melodie colme di solenne stupore. È un galleggiare sinuoso e onirico in assenza di gravità, spinti da un soffio caldo che lascia procedere dimentichi della ruvida e opprimente materia, in balia di cullanti risonanze  che riverberano in un mare caldo e cullante.

Un ambiente sonoro fatto di sottrazioni nel quale perdersi alla ricerca della propria essenza.

 

 

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akira kosemura “in the dark woods”

[schole/1631 recordings]

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Immersi nella penombra a riflettere sulla dolce fragilità dell’esistenza. Esplora una dimensione profondamente intima Akira Kosemura attraverso le diciassette tracce del suo nuovo disco, raccolta di delicati bozzetti che si susseguono originando una flessuosa sequenza sensoriale venata di dolce malinconia.

È soprattutto il suono del pianoforte a dare forma alle confidenziali  narrazioni plasmate dal musicista giapponese, attraverso melodie essenziali che spesso si combinano ai rumori meccanici dello strumento dando vita a romantiche visioni spesso ridotti a fugaci frammenti (“Resonance” , “Kaleidoscope of happiness”, “Moving”) o a rapide fughe di leggere note che si susseguono in trame torrenziali (“Shadow”, “Innocence”) a tratti ibridate da modulazioni sintetiche declinate come fondale etereo (“Spark”) o come improvvisa apertura carica di vitale luminosità (“The cycle of nature”). Solo episodicamente la componente elettronica diventa centrale (“Sphere”, “Dedicated to Laura Palmer”) segnando delle nette pause definite da decise variazioni sonore.

In fondo è collocato l’apice emozionale del lavoro condensato nel trittico conclusivo che si apre con il minimale lirismo di “Stilness of the holy place” per poi riversarsi nella travolgente marea armonica della title track impreziosita dalle enfatiche tessiture degli archi, il cui tema torna distillato nel sussurrato fraseggio di “Letter from a distance” lasciandoci esausti alla fine di un viaggio interiore di struggente bellezza.

Ad occhi chiusi.

enrico coniglio “Aʻā”

[sonospace]

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Visioni di un’isola condensate in due racconti accomunati dalla consistenza materica evidente. Ci racconta due aspetti notevolmente differenti di Lanzarote Enrico Coniglio, utilizzando il suoni del territorio stesso ricombinati assecondando le sensazioni ad esso riferite.

“Famara” è l’essenza del margine, della fascia in cui il mare si scontra con la terra sprigionando un’energia in costante deflagrazione. Il suono è denso, impenetrabile, modulato nella sua intensità da un vento invisibile eppure percepibile. È la natura che domina celebrando la sua potenza e annullando ogni traccia umana.

“Teguise” con la sua crepitante tensione conduce verso l’interno, distante dal primeggiare degli elementi che qui risultano sovrastati  da suoni artificiali che riconducono alla durezza della civiltà. Il flusso è accidentato, irregolare e saturo di profonde asperità.

Essenziale, tattile.

rui p. andrade “all lovers go to heaven”

[acr]

Rui P. Andrade - All Lovers Go To Heaven - cover.png

Cupi riverberi che si espandono a creare un mare denso di inquietudine. C’è un senso di infinita desolazione che si irradia dalle profonde frequenze generate da Rui P. Andrade in “All lovers go to heaven, malinconica deriva nella quale lentamente navigano pensieri in dissoluzione.

Dai quattro capitoli del racconto si irradia una quiete apparente pervasa da una crescente tensione, che attraversando le basse modulazioni genera una costante sensazione di irrevocabile perdita. Tutto scorre pervaso da un’oscurità persistente ed inattaccabile che dopo le sinuose movenze di “A.L.G.T.H.” raggiunge il suo culmine negli oltre undici minuti di “Only to become water” prima di essere squarciata dalla voce narrante di Zuzana Šlechtová che domina “Violet-Red” e che ci conduce verso la chiusura abrasiva affidata a “She strikes as a belgian shepherd”.

Una discesa verso un universo interiore fatta di spettri che aleggiano in un amniotico vuoto privo di luce.

Una Selezione TRISTE© #13

a cura di TRISTE© – Indie Sunset in Rome

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Il ritorno degli Alvvays era molto atteso. La aspettative si sono confermate.

 

 

Con missing out facciamo la scoperta di Rachel Brown e del suo progetto thanks for coming. Bedroom pop davvero interessante, di cui potete ascoltare un estratto nella bella “failed connection”

thanks for coming – failed connection

 

 

Sarah Tomberlin arriva dal Kentucky. E con l’aiuto di Owen Pallett ha da poco fatto uscire un disco splendido. Una scoperta TRISTE© che vi riempirà il cuore.

Tomberlin – You Are Here

 

 

Torna Jesse Woods e lo fa con la solità classe dal basso profilo. Un gran bel disco, da cui recuperiamo Buckle Bunny.

 

 

I Club Night sono band di Oakland e Hell Ya e il loro nuovo EP. Se ancora non li conoscete lasciatevi tentare dalla bella Rally e andate a recuperare anche gli altri pezzi.

 

 

Ad Agosto è uscito il nuovo album di Monk Parker. Attesissimo da noi di TRISTE©, il nuovo lavoro del cantautore statunitense è un altra gemma di “orchestral folk”, intensa come un pugno allo stomaco ma al tempo stenso calda e avvolgente. Perdetevi in Crown Of Love, e magari iniziate proprio dalla bellissima Gaudy Frame.

Monk Parker – Gaudy Frame

 

 

Alcuni criticano Adam Granduciel perché le sue sonorità risultano un po’ datate. Un po’ di verità c’è in questa critica, ma potrebbe valere per il 90% dei prodotti musicali. Granduciel comunque se ne frega, e continua a sfornare le sue ballad dal sapore 80s con ottimi risultati.

 

 

Torna Jen Cloher dopo un periodo un po’ difficile per lei dal punto di vista produttivo. La compagna di Courtney Barnett ha saputo riprendersi perfettamente, con un disco che mescola benissimo un rock di stampo più classico con un “mood slacker” più contemporaneo.

 

 

Gli Ayo River debuttano con White Dress. Un disco molto variegato da cui recuperiamo la vagamente malinconica White Dress, che riesce ad entrare dentro con il suo ritmo incalzante (ma con moderazione)

 

 

Chiudiamo con il singolo che anticipa il disco dell’anno. Come facciamo a dire che sia il disco dell’anno? Perchè mettere insieme Courtney Barnet e Kurt Vile è un’idea talmente semplice e splendida che siamo già felicissimi così. E Over Everything è tutto quello che volevamo da loro.

project mycelium “mundane behaviour”

[tvei]

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Schegge di banale vita quotidiana estrapolate e ricomposte a formare racconti fuori dall’ordinario. È un susseguirsi di sorpresa ed incertezza ad emanare dalle sette tracce di “Mundane behaviour”, album firmato da Project Mycelium , duo d’istanza a Londra formato da Luke Brennan e Lorenzo Santangeli , che ha nella persistente  aura spiazzante la sua essenza.

Le oblique narrazioni plasmate dai due musicisti giocano sul costante disattendere le premesse  che emanano da un impianto che si penserebbe classico (piano e violoncello) e dal titolo che lascerebbe pensare ad un esaltazione della poesia della semplicità. Ogni capitolo è in realtà un disorientante collage di riprese ambientali e frammenti armonici combinati senza alcuna volontà di costruire un flusso continuo e coerente. Al contrario il lavoro trae la sua forza da una tangibile matericità presentata attraverso una scansione di incastri stridenti e improvvisi cambi di registro capaci di definire umori repentinamente cangianti e difficili da catalogare.

Il risultato è un vorticoso caleidoscopio di emozioni contrastanti presentate in lisergica e disturbante sequenza dalla quale si riemerge quasi increduli.

Un’interessante trasfigurazione del reale.

 

cicely irvine “excavation”

[eilean]

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Un universo denso di incantata e algida bellezza, rappresentato attraverso una sequenza di multiformi e immaginifiche istantanee. È un quadro affascinante e profondamente sfaccettato quello dipinto da Cicely Irvine nel suo lavoro d’esordio, frutto di anni di ricerca incentrati soprattutto sul connubio tra suono e immagine, un paesaggio magico nel quale riverbera l’aura di quel estremo nord dal quale l’artista proviene.

È un flusso elettroacustico avvolgente e flessuoso quello che si sprigiona da “Excavation”, una scia che nasce dalla combinazione di un’ampia varietà di fonti sonore. Di volta in volta si viene rapiti da rarefatte fluttuazioni ambientali combinate a tracce vocali eteree (“Bow”, “Come around”, “Heavy”), melodie essenziali  disegnate attraverso fragili trame pianistiche (“Eftertanken”), sognanti arpeggi di chitarra (“The Deer”) o luminose danze di glockenspiel (“Natt”, “Slutet”).

Un percorso vario che porta con sé le tracce del diluito arco di tempo nel quale le sedici composizioni sono state plasmate, restituendo un senso di magico errare attraverso paesaggi diversi eppure riconducibili ad un unico sguardo.