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house of the wolves “daughter of the sea”

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Tra le rive, un volto da cercare

Scorazza il suono leggero di un riverbero appeso ad una finestra, come un canto di un’incognita origine. E’ la parentesi dolce, seria delle “cose meravigliose” da cui tutto ha inizio, nel sigillo di un’immagine sonora di farfalle che si lasciano ascoltare più che prendere (o come meglio si pronuncia “fill me up and drink me down / like butterflies and hear what they sound”). La colonna sonora di questa nuova prova di “House of Wolves” resta aggrappata ad una nostalgia sparsa ovunque, in primis nella voce costantemente rotta di chi interpreta l’inno della figlia del mare, nella sua incertezza tintinnante che corre come un fremito appresso ad una lacuna. E’ un frangersi di onde che richiama la forza degli agenti celesti che ci ricordano l’origine di un’assenza, ma che ugualmente ci incantano (“love me like / a winter’s night”) perché non si può non cantare se non ciò che ci manca.

Vi è il sentimento di una caccia inquieta, che si muove lungo le corde lente di una preghiera contro lo smarrimento (“One”) o l’alienazione emotiva (“Martians”), fino a diventare struggimento esplicito (“Take me to the others”). “The Daughter of the sea” è un album dove l’evidenza dei sentimenti viene rimarcata, tra la delicatezza dei suoni e il richiamo delle sillabe, attraverso un lungo cammino di recupero della propria intimità, disseminata, ignorata.

La melodia diventa traccia, e la traccia segna un percorso che, tra pioggia e amore, porta alla scultura di un volto che lo specchio d’acqua non copre, ma rivela tra una goccia e un’altra, nel ventre di una spiaggia umida, sotto un cielo nordico.

“La figlia del mare” non lascia dietro di sé la semplicità di uno spazio da memorizzare, ma è un soffio che si protrae e che indolenzisce, nelle sue vene ripetitive sofferte. Per un pò la lontananza si rischiara, e ogni colore riassume una porzione di scoperta: da qualche parte, nei nostri piani, c’è qualcuno che ci ricorda o, meglio, ci aspetta.

Un album sa anche essere questo: una dichiarazione di amore e dolore, in cui la differenza tra i due elementi è leggera come il tratto di un’onda sbagliata.

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