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pleq and giulio aldinucci “the prelude to”

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Moltissime sono le collaborazioni occasionali che si trasformano in un percorso condiviso più ampio nei vasti territori della musica d’atmosfera di impronta sperimentale. Non sono sfuggiti a questa dinamica il polacco Bartosz Dziadosz, apprezzato scultore di suoni che pubblica sotto lo pseudonimo Pleq, e l’italiano Giulio Aldinucci, compositore elettroacustico già noto con il moniker Obsil. Incontratisi musicalmente attraverso la label Dronarivm, di cui Dziadosz è curatore, i due hanno inizialmente realizzato il brano che da il titolo a questo lavoro comune e che è stato inserito nella compilation “Element 5” della Home Normal. Soddisfatti del risultato hanno deciso di prolungare la collaborazione giungendo a questo loro comune esordio pubblicato dalla australiana Long Story Recording Company.

Il disco si presenta come un catalogo di possibili declinazioni della musica d’ambiente , in cui confluiscono le differenti coordinate sonore dei due musicisti e le ulteriori istanze di coloro che sono stati chiamati a rielaborare tre delle quattro composizioni condivise.
“The prelude to” è un perfetto connubio tra suoni di ispirazione classica e manipolazioni elettroniche, fatto di densi droni dai quali emergono scarne trame di piano e un malinconico violino, tutto amalgamato da flebili voci che restituiscono un senso di fatale attesa, come il rumore dei tuoni in lontananza che annunciano l’arrivo del temporale. Brano di grande impatto, dal sapore cinematografico, senz’altro apice del lavoro, che prosegue con la stasi avvolgente di “The joy of loneliness”, stratificazione dall’andamento onirico, capace di restituire un senso di calma crescente fino al lento sfumare del finale. In “Resting on intensity”  le stesse stratificazioni si arricchiscono di suoni e voci che come frammenti di vetro ne riflettono e amplificano l’eterea  luminosità.

Come un ideale spartiacque, posto esattamente  al centro, troviamo “Middle point”, unico episodio privo di rivisitazione, ruvido connubio di suoni ambientali e voci spettrali dal sapore disturbante. Da qui in poi comincia il cambio di rotta che contraddistingue la rielaborazione dei brani.

The green kingdom dà un altro fluire a “The prelude to”, più rapido e caratterizzato da ricorrenti dissonanze, in cui emerge su tutto il suono del piano,  Christopher Bissonnette rende  le atmosfere di “Resting on intensity” cupe e malinconiche, dilatanddole attraverso l’utilizzo di calde modulazioni droniche e infine Olan Mill condensa “The joy of loneliness” attutendone il grado di sospensione attraverso innesti che conferiscono un maggiore senso di gravità, senza però toglierne l’effetto di dilatata stasi.

Una collaborazione etereogenea, ma tutt’altro che frammentaria, che ha il pregio di proporre diverse letture di un’attitudine comune  anche quando insistono sulle stesse composizioni. Un esordio che speriamo abbia un seguito

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