wil bolton “inscriptions”

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Malinconia. È questa la sensazione che domina lungo il fluire di “Inscriptions”, il nuovo lavoro del artista inglese Wil Bolton, pubblicato dalla Dronarivm. L’immagine che meglio riesce a sintetizzare l’atmosfera, che si respira fin dal brano di apertura, ce la regala lo stesso musicista che nelle note che accompagnano il disco scrive di essersi ispirato tra l’altro al “riflesso delle foglie sulla superficie increspata di un lago”. E in effetti tutti gli elementi di questa visione possono essere ritrovati nella sua musica, costruita per fasi successive a partire dalla registrazione di quieti suoni ambientali a cui man mano si sono sommati loop estratti da vecchi vinili e, dopo varie manipolazioni, completati dall’inserimento di suoni elettroacustici.

La densa e morbida stratificazioni di base rappresenta l’apparente stasi del lago, così come la fine grana rumorosa che la incide ne suggerisce la lieve increspatura, sulla quale si stagliano i frammenti di chitarra e piano come cangianti e indefinite ombre delle foglie di un albero. Quel che varia da una traccia all’altra, scandendo lo svolgersi dell’album, è il rapporto tra le parti. Così se le stratificazioni ariose e meditative connotano “Inscriptions” e la conclusiva “Limestone”, in “Seep” prendono il sopravvento gli inserti acustici che dialogano con la modulazione vagamente ritmica delle schegge rumorose.

Scorre lento ed inesorabile come nuvole in viaggio, avvolgendo col calore piacevole di un tramonto autunnale.

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