stefan christoff / post mortem “tape crash #12”

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Una persistente solitudine pervade il nuovo capitolo della serie “Tape Crash” curato dalla label svizzera Old Bicycle Records. A condividere lo split ci sono il canadese Stefan Christoff e l’olandese Jan Kees Helm che pubblica sotto l’inquietante pseudonimo Post Mortem. I due musicisti, entrambi impegnati su più campi della creatività, danno vita ad un viaggio in cui malgrado le diverse decliazioni sonore percorse, resta costante un marcato senso di isolamento.

Christoff apre l’incontro/scontro con “Fenêtres sonores”, breve elucubrazione in cui le trame della chitarra sembrano attraversare il tessuto sonoro come repentini pensieri che si accavallano nella mente di un uomo fermo al centro di una stanza vuota senza aperture. Da qui si passa al dittico che ha come protagonista assoluto, così come dichiarato dagli stessi titoli, il suono solenne dell’organo, che in “Organ rhythms under the rain” esegue un lieve danza di note dall’andamento ipnotico per poi virare verso un vago senso di misticismo nella seguente “Silver organ”. Questa aurea ascetica si trasmette anche in “Correspondance” sotto forma di scarna e luminosa melodia chitarristica che mantiene quel senso di distacco dal mondo, determinato dalla risonanza creata dell’effetto eco. Il finale apre verso un’inaspettata declinazione romantica del tema, dominata dal suono nostalgico del piano, che invade gli ultimi due capitoli proiettando l’iniziale emotività verso la dimensione del sogno percepito come elemento di fuga dal senso di chiusura.

La componente onirica si riversa idealmente nella seconda parte dell’album, occupata da un’unica lunga composizione di Post Mortem, virando però verso una sorta di discesa in un paesaggio oscuro dominato da  una gelida foschia. I suoni che aprono “Waasland” rimandano al rumore delle onde del mare e a quello di un tenace vento del nord. Si procede tra granulose interferenze e rade note di un piano che sembra giungere da un luogo remoto, come a voler riportare alla mente le ultime calde sensazioni della precedente “Rêve populaire à Montréal” che chiudeva il percorso di Christoff. Ci si ritrova così nuovamente imprigionati all’interno di un immaginario distorto che solo per brevi tratti sembra prefigurare una possibile via d’uscita e che si spegne lasciandoci in bilico tra queste due istanze.

Colpisce come l’immaginario apparentemente così distante di due artisti che si muovono lungo coordinate differenti  riesca a fondersi in una narrazione complementare capace di creare un’unità logica inattesa.

Aspettiamo adesso il #13.

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