bill callahan “the breeze”

Mio nonno aveva lasciato la cucina da qualche minuto e nel vapore della caffettiera ancora dalla bocca aperta, si era tirato dietro la porta pesante, ma silenziosa. Lo avevo fissato dal cruscotto del mio cuscino, e poi mi ero messo a seguire la stessa orma dei suoi passi estratti dalla scenografia di un’alba qualunque. Con l’andatura seria del suo cappello, stava come sempre muovendosi sulla salita che conduceva via dal nostro condominio, nella collina d’asfalto, davanti al mare. In quel momento ricordo che, dalle vertebre di quella finestra che non aveva mai imparato a chiudersi, una carica del giorno appena nato, sotto forma di vento e sale, si era messa a rischiararmi la fronte tenuta nascosta dal vetro e da una tenda bianca. Era proprio come se quella fosse la folata che mio nonno lasciava, nel primo chiarore, tra palazzi e gabbiani. Era uno spiffero che spremeva il cuore, l’avvertimento leggero di un’estate che si annunciava a furia di soffi e baci. Avrei voluto accarezzarti, pensai, ma non sapevo come; avrei voluto che tu mi guardassi, mentre con un braccio sollevavi la cupola del mattino e spezzavi in due l’indifferenza della città. Avremmo potuto chiedere a quel ventaglio di tenerci nascosti e sicuri: senza vita, ci saremmo sdraiati a ridirci le stesse cose. Avevamo, in fondo, ancora tanto tempo da recuperare. Ma non sapevamo come.

(frammento di Giuseppe Carrieri)

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