ryuichi sakamoto “async”

[milan records]

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«Poiché non sappiamo quando moriremo finiamo per pensare alla vita come a un pozzo senza fondo, eppure ogni cosa accade soltanto un certo numero di volte, e un ben piccolo numero in effetti. Quante altre volte ricorderai un certo pomeriggio della tua infanzia, qualche pomeriggio che sia così profondamente parte del tuo essere per cui tu non possa nemmeno concepire la vita senza di esso? Forse quattro o cinque volte, forse nemmeno. Quante altre volte guarderai sorgere la luna piena? Forse venti. E tuttavia tutto sembra senza limiti.»

[Paul Bowles “Il tè nel deserto”]

 

Uno sguardo verso il futuro alla luce di una nuova consapevolezza di sé, tenendo ben presente tutto ciò che fin qui è stato detto e fatto. A distanza di otto anni da “Out of noise”, torna Ryuchi Sakamoto  con un suo lavoro solista e lo fa regalandoci un’opera di immenso valore. Un lasso di tempo lungo durante il quale, a partire dal 2014, l’artista giapponese si è ritrovato a fare i conti con un cancro alla faringe che ne ha ovviamente condizionato profondamente la percezione.

Ed è dalla marea emozionale che ha segnato questo tratto di vita che trae origine “async”, caleidoscopico universo plasmato, come dichiarato dal suo autore, per essere la colonna sonora di un film di Andrei Tarkovskyij che non esiste, ispirato ed influenzato dall’ ambiente quotidiano che lo circonda e dai suoni che lo invadono.

Da ogni declinazione musicale indagata nel corso della sua lunga carriera Sakamoto trae gli elementi necessari a definire vibranti paesaggi interiori la cui densa componente meditativa diviene il fil rouge di un percorso dalle forme mutevoli, che coniuga con coerenza ed eleganza  la sua dimensione più lirica ed enfatica a quella più sperimentale e narrativa. Ci si ritrova così ad attraversare con fluida naturalezza delicate trame cinematiche venate di solenne intimismo (“andata”, “solari”, “ubi”) alternate a sinestetiche esplorazioni acustiche (“disintegration”, “tri”) e derive sintetiche cesellate con minuzia (“ZURE”, “walker”). A tratti emerge nitida l’origine geografica, mai totalmente sopita,  del compositore nipponico manifestandosi in impetuose progressioni percussive (“async”) o elegiache tessiture melodiche (“honji”).

Emana costante la coscienza di quanto sia precaria la nostra presenza al mondo da ognuno di questi frammenti , sensazione che trova piena e dichiarata esplicitazione nei passaggi in cui appare l’elemento vocale, sia esso il monologo conclusivo recitato da Paul Bowles nella trasposizione cinematografica del suo libro (“fullmoon”) o la sentita declamazione dei versi di Arsenij Tarkovskij affidata all’amico David Sylvian (“LIFE, LIFE”).

Giunti in fondo, non rimane nient’altro che arrendersi alla sconfinata bellezza che un grande Maestro ha saputo far scaturire fondendo in un unico eterno presente, la certezza del passato e l’infinita voglia di futuro.

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