(ghost) “everything we touch turns to dust”

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È una scansione narrativa definita che si svolge seguendo un preciso percorso quella che tappa dopo tappa sta costruendo Brian Froh sotto la sigla (ghost), un viaggio che dopo l’immateriale sinfonia di “The First Time You Opened Your Eyes” torna a modulazioni elettroniche segnate da perentorie scansioni ritmiche.

A mediare il passaggio tra il punto in cui ci si era fermati e questo nuovo capitolo troviamo l’eterea introduzione di “Identify” che con il suo lento e caldo espandersi ci conduce all’ingresso di un flusso costantemente in bilico tra morbide luci e sfumate ombre, sempre segnato da sintetici battiti torrenziali. L’incedere convulso, che in modo netto rimanda alla caoticità del vivere contemporaneo, attraversa momenti in cui la tensione genera una sequenza di vibranti scosse senza soluzioni di continuità (“Wounds”, “Mercked”) e sprazzi in cui parzialmente giunge a sciogliersi fondendosi ad armonie meditative (“Visible Self”) o a cupe trame che scorrono come nuvole minacciose.

Dimostra ancora una volta di essere un progetto duttile (ghost), un cammino sonoro che usa la forma più idonea per esplicare i contenuti da veicolare.

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