sontag shogun “patterns for resonant space”

[youngbloods]

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Una nostalgica sequenza di polverose istantanee che lasciano riemergere vivide memorie di luoghi evanescenti. Sono piccoli crepitanti dettagli a condurre alla ricostruzione degli ambienti sonori plasmati dagli Sontag Shotgun nel loro nuovo lavoro, ingenerando un metodo compositivo inusuale al trio, che prende l’avvio da ciò che generalmente si addensa attorno alle trame pianistiche di Ian Temple, qui tramutate in libere improvvisazioni ispirate dalle granulose modulazioni di Jeremy Young e Jesse Perlstein.

La combinazione tra i fondali riverberanti permeati da rumori e catture naturalistiche e le sinuose tessiture dello strumento  dà vita ad un errare meditabondo in cui le parti dialogano in un morbido scambio alternandosi sui differenti piani narrativi. Il flusso risultante si muove tra i paesaggi materici e vitali di “no.13 (Sushi Rice, AM Frequency Gap, Pines)” e “no.5 (Melt Canyon)”, nella quale compaiono tracce vocali che trovano maggiore apertura in “no.19 (Patient Elegy for Bernr’d Hoffmann)”, certamente la traccia più strutturata del disco intrisa di un afflato malinconico che riemerge con forza nell’incantevole frammento “no.2 (Music Box)” e nella conclusiva “no.8 (Leaves Like Photographs)”. A tratti ad imporsi è una vena vagamente spettrale che permea la vaporosa “no.9 (Barricade Bleu)” e la silente “no.16 (Windmill)”.

Malgrado l’univocità del metodo compositivo dei suoi capitoli, con le sue diverse declinazioni “Patterns for resonant space” traccia un percorso cinematico e cangiante ricco di sfumature preziose.

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