skag arcade & meanwhile.in.texas “twentynine palms”

[luce sia]

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Immobili al cospetto di un vuoto assordante, in balia di un horror vacui tradotto in un lungo, lancinante urlo che annulla ogni silenzio. È un magma glaciale eppure crepitante a definire l’allucinata seconda tappa della possibile trilogia attraverso respingenti lande desertiche ideata da Paolo Colavita e Angelo Guido, viaggio immaginifico che esplora le profonde inquietudini dell’essere contemporaneo al cospetto di un mondo sempre più asettico contenitore segnato dalla devastazione.

L’approccio all’abrasiva materia  di questo territorio inospitale è cauto e lascia apparire i suoi tratti gradualmente anche se in modo perentorio. Dal crescente ribollio di indomabili frammenti organici scaturisce un soffio tagliente di fredde persistenze sintetiche dal sapore post atomico, che strutturano un granitico incedere dal quale emergono enigmatiche tracce radio  e stridenti alte frequenze (“Desert Heights”, “Inland Empire”, “Road Runner”) che intensificandosi si tramutano in impenetrabili tappeti di lisergico rumore (“Lost Horse Valley”, “Neon Dusk, Neon Dust”).

L’atmosfera plasmata risulta densamente cupa e apocalittica, accentuata da una ridotta modulazione del flusso che spesso si espande in viscose distese stagnanti amplificando il senso di profondo isolamento corroborato dalla efficace sequenza di immagini che accompagnano il lavoro.

Racconto duro e radicale tutt’altro che immediato, che ha nell’ostinata coesione il suo punto di forza e decreta un ulteriore raggiunto grado di sinergia ad unire Skag Arcade e meanwhile.in.texas.

Attendendo il capitolo finale

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