the verge of ruin “learn to love solitude”

[setola di maiale]

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L’ossessivo scavare alla ricerca del proprio nucleo energetico per trovare un possibile punto di equilibrio dal quale affrontare un’esistenza costantemente in bilico. Ha una profonda valenza immaginifica l’opera prima di The Verge Of Ruin, eclettico progetto che vede insieme Shari DeLorian e Stefano De Ponti ma che per esplicita volontà del duo trova piena completezza soltanto attraverso la proficua collaborazione con altri autori non necessariamente attivi nel campo sonoro. Un’attitudine dichiaratamente interdisciplinare evidenziata dalla scelta del titolo del lavoro, estrapolato da un’intervista ad Andrej Tarkovskij,  e ancor prima dall’attiva partecipazione alla sua genesi dell’artista Yolenth Van Der Hoogen le cui immagini hanno ispirato i due musicisti milanesi.

Idealmente diviso in tre sezioni, “Learn to love solitude” è un unico tracciato sinestetico scaturente da un complesso intreccio di eterogenee fonti risonanti utilizzate per ottenere un ruvido magma sonoro da scolpire seguendo un flusso di pensiero chiaro ma non pienamente dichiarato, un’idea affidata a chi vuole seguirne l’incedere per conferirle una personale forma compiuta. Ciò che DeLorian  e De Ponti tracciano è una via dai margini sfrangiati e fuori fuoco, un’immersione graduale verso una potenziale autoconsapevolezza da trasformare in solido appiglio.

Crepitanti frammenti organici e stridenti interferenze elettroacustiche segnano la prima parte del percorso  definendo una graduale discesa verso un territorio sonoro ampio e dai tratti indefinibili che sfocia in un allucinata distesa di fluttuazioni distorte. Uno stacco infinitesimale necessario come un respiro profondo e lo sguardo si riattiva navigando in un’iniziale torpore dal quale un’incalzante percussività riscuote segnando con il suo perentorio deflagrare l’avvenuta penetrazione nella linfa vitale. Gradualmente il tumulto si placa e ci si ritrova a navigare in un sospeso equilibrio cullati da un canto dolce che scivola su una minimale scia che lentamente si spegne.

Deriva cinematica finemente modulata capace di dilatare lo scorrere del tempo.

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