stefano de ponti “malagrazia_________ landfall”

[luce sia]

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Un lampo improvviso squarcia il silenzio e ci si ritrova improvvisamente immersi al centro dell’azione scenica, fonte primaria da cui sgorga il suono per poi dirigersi repentinamente altrove, alla ricerca di un rinnovato respiro che ne espanda il portato senza mai perdere totalmente il contatto con la propria origine.

È innanzitutto azione teatrale “Malagrazia”, spettacolo ideato dalla compagnia Phoebe Zeitgeist per cui Stefano De Ponti  ha curato la costruzione dell’architettura risonante, ma non è solamente questo. Ciò che si trova contenuto in questo nuovo lavoro dell’alchimista dei suoni milanese è difatti un itinerario pienamente autonomo, che partendo dal suo nucleo generativo evolve ridefinendosi come narrazione autonoma.

Flussi sintetici, trame acustiche, suoni trovati e estratti ambientali si intrecciano indissolubilmente plasmando una materia riverberante modulata seguendo una struttura, che nel suo alternare sapientemente placida quiete pervasa da latente tensione e vortici ascensionali carichi di enfasi, rimanda all’articolata costruzione della partitura drammaturgica. A mantenere viva la connessione con lo spettacolo da cui nasce contribuisce l’inclusione di frammenti più o meno estesi dei dialoghi, che all’interno di questo nuovo contenitore segnano una sorta di rovesciamento delle parti che vede non più il suono farsi immagine, bensì la parola farsi suono e riproporsi attraverso tale nuovo connubio come visione ampliata e rinnovata.

A rafforzare la dimensione immaginifica risultante e ribadire quanto De Ponti creda nella validità dei processi collaborativi, troviamo lungo il tragitto i preziosi  contributi della tavola armonica di Antonio Tonietti (“Entomologia della Grazia”), dell’organo di Eleonora Pellegrini (“De Diligendo Deo”) e della batteria di Guillaume Fuzz Lachat (“Insula”), mentre il frammento di chiusura viene interamente affidato alla prepotente saggezza della voce ruvida e profonda di Aldo Isgrò (“Homo Homini Lupus”).

Non una semplice opera di derivazione, bensì un esempio di come attraverso la contaminazione dei linguaggi si possa giungere ad una feconda poetica trasversale.

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