Galati “Fragility”

[databloem]

Avvertire il lento ed inesorabile scorrere del tempo rispecchiandosi nella schiacciante bellezza  di una natura apparentemente immobile, in realtà testimone di un continuo mutare che trascende la limitatezza della vita di un uomo. Continua ad esplorare le solenni asperità del mondo e l’emozionale riscontro che offre il trovarsi al suo cospetto Roberto Galati e lo fa come sempre attraverso immagini, parole e soprattutto suoni.

Questo suo costante errare alla ricerca di un paesaggio che diviene dimensione interiore, comunanza tra spirito e materia, lo conduce adesso ad offrire le risultanze della vibrante contemplazione dei monti asiatici tra Pakistan e Afghanistan, confronto che assume la forma di maestosi flussi magmatici dominati da riverberi chitarristici e modulazioni sintetiche, intrecciate a generare un denso torrente indomito che scorrendo lento scava tracce profonde.

Tra le mistiche risonanze di “Tirich Mir”, l’espanso stupore di “(few days in) Sarhad-e Broghil”, la cosmicità intermittente di “Kohe Evad” e la gravità di “Irshad Uween” si rintraccia tutta la disarmante potenza di un’osservazione sensoriale scissa dalla dimensione caotica del presente che ci invita ancora una volta a recuperare una spiritualità sempre più in via di dissoluzione.

Abbandonarsi e aprire gli occhi per poter aprire l’anima.

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