Malus “Sexadelic Shooting Star”

Lorenzo Tomasello e Simone Trotta per SoWhat

Fissando la copertina di “Sexadelic Shooting Star” dei Malus, ci si ritrova davanti la prospettiva essenziale di un letto sormontato da una finestra, una stanza derealizzante dai confini lisergici: il luogo perfetto per sonorizzare i sogni. È questa la percezione generale in cui si scivola ascoltando il secondo album del quartetto formatosi a Bassano del Grappa nel 2013 e tornato adesso sulle scene a distanza di tre anni dal precedente “Osimandia”, disco dal quale “Sexadelic Shooting Star” si distanzia innanzitutto per l’introduzione di testi in inglese.

L’album è un sogno ricorrente, che nel riproporre quella tradizione psichedelica iniziata durante un lontano festival hippy, si snoda tra composizioni di accordi allucinati come le distese rosa fenicottero della copertina e tastiere sospese che abbracciano un basso rapido e ovattato dalle fascinazioni funk, come avviene in “Recurring Dream” o in “Lying to Myself”, e tracce lente e tensive come “Saint Lawrence Night”, che spicca per la sua sensualità. Con “Astronaut” sembra di galleggiare nel vuoto cosmico, circondati da tastiere e chitarra fluttuanti, mentre la strumentale “Ice Race” ci riporta sulla terra con fuzz acidi e un sax da trip londinese. Gli oceani di synth si solidificano in chiusura con “Mobius Trip”, in cui il ritmo cadenzato degli strumenti contrasta con la voce fluida.

Una batteria scarna e soffusa sorregge le atmosfere incorporee di un disco da cui lasciarsi trasportare, in bilico tra un tè corretto degli anni ’60 e il ritrovato gusto vintage dei nostri tempi.

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