Simone Giudice “Materia”

[Semantica]

Denso, inquieto, duplice. Riparte dai tratti salienti che definivano il suono del disco d’esordio Simone Giudice per dare forma al suo secondo lavoro sulla lunga distanza. Un ritorno, quindi, incentrato sulla prosecuzione della ricerca di un’elettronica in bilico tra ambient, drone e sonorità dance-oriented. Assecondando questa attitudine all’ibridazione, già evidenziata lungo i dieci capitoli di “Oltre”, il musicista di stanza a Roma costruisce un nuovo itinerario in cui la materia è sia componente fisica che emozionale.

Le persistenze sature di “Forma”, interpolate da frequenze ruvide e pulsazioni lente, introducono questa esplorazione bivalente in cui bordoni tesi e nebulosi si amalgamano a pattern sintetici sinuosi, spesso declinati in crescendo. Una combinazione da cui scaturiscono tracciati sensoriali enfatici, plasmati con notevole cura del suono anche se a tratti troppo inclini ad un algido manierismo. È il caso di tracce quali “Passione”, “Magma” e “Inerzia” (con la partecipazione di Neel a cui è ancora una volta affidato il mastering), la cui struttura cristallina ed ineccepibile rimanda a quel climax a-temporale definito dalle spirali modulari di Caterina Barbieri.

Più caldi e coinvolgenti risultano i frangenti maggiormente  atmosferici, in cui ad imporsi sono modulazioni rarefatte (“Abisso”, “Etere”), a tratti scandite da battiti profondi e regolari (“Distanza”, “Terra”). Qui l’immaginario diventa introspettivo e vagamente onirico, affine al portato evocativo ed ipnotico del Biosphere di “Substrata”, espressione migliore di una sperimentazione da seguire con interesse.

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