Alexandra Spence   “Submerged tape loop”

[Canti Magnetici]

La possibilità di declinare il field recording non soltanto come mera documentazione di un paesaggio è una pratica sonora sempre più diffusa e consolidata. In anni recenti abbiamo visto trasformarsi la cattura degli echi ambientali in punto di partenza per sviluppare itinerari sensoriali astratti – basti pensare all’utilizzo che ne fa Claire Rousay – e definire indagini  che coinvolgono il territorio come elemento attivo. A questa particolare istanza è riconducibile la ricerca di Alexandra Spence incentrata sulla creazione di istantanee che hanno origine dai suoni del luogo e vengono manipolati attraverso di esso.

Brevi loop della durata di sette secondi vengono incisi su nastro e successivamente estratti dalla cassetta per essere seppelliti nel territorio in cui sono stati registrati. Il deterioramento fisico a cui il materiale è soggetto diventa parte essenziale della cristallizzazione finale di tale gesto facendo in modo che il luogo diventi doppiamente protagonista.

Nel caso specifico di “Submerged tape loop” – realizzato durante una residenza artistica tenuta ad Hong Kong nel 2019 – sono stati scelti sei siti prossimi all’acqua e realizzate due registrazioni, una al di sopra della superficie liquida e una al di sotto. Dopo essere rimasto in immersione per un mese il materiale è stato recuperato e digitalizzato confluendo in una doppia uscita divisa secondo ciò che è A(bove) e B(elow). Il confronto tra le due parti rivela una comune consistenza materica del suono e la differenza sostanziale scaturente dal diverso punto d’ascolto. Tutto ciò che è sommerso risuona tendenzialmente attutito, pur mantenendo l’identica consistenza di fondo. È uno sguardo diluito, una visione parzialmente distorta capace di offrire un punto di osservazione altro, evidenziando il contributo della materia sotto forma di crepitii, sibili ed interferenze chiaramente udibili. Gli elementi in gioco – nastro, reiterazione e disgregazione – rimandano inevitabilmente al capolavoro di Basinski, ma sarebbe totalmente errato confrontare su qualsiasi piano le due opere. Mentre il musicista americano crea da una melodia di pochi secondi un intenso requiem potenzialmente infinito specchio di un momento tragico, l’artista australiana restituisce  attraverso frammentarie visioni profondamente tattili e prive di intenti armonici un diverso, possibile interazione tra ambiente ed ascoltatore.

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