ian hawgood “光”

[eilean]

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Esistono luoghi che non sono semplici geografie, territori fisici con cui si entra in simbiosi al punto da percepirne lo spirito ovunque la vita ci conduca. Ian Hawgood ha trovato questo ideale connubio nei paesaggi del lontano oriente e ne conserva i profondi riverberi anche adesso che la sua quotidianità si svolge a Varsavia, al punto da continuare ad irradiarne i riflessi attraverso la sua musica.

È un rimando evidente fin dalla scelta del titolo (ideogramma traducibile come luce, bagliore) il cui significato trova traduzione sonora attraverso fragili tessiture melodiche fatte di essenziali risonanze pianistiche che danzano lievi su evanescenti fondali di vaporose saturazioni. Le note dello strumento si librano delicate espandendosi come frammenti di morbida luce proiettati verso un orizzonte distante nel quale diluirsi divenendo indelebile traccia emozionale. Tutto scorre nostalgicamente lento lasciando propagarsi un portato sensoriale incline ad una inesauribile ricerca dello stupore.

Una toccante raccolta di intime istantanee pervase da sincero calore.

ian hawgood + giulio aldinucci “consequence shadows”

[home normal]

homen094 Ian Hawgood + Giulio Aldinucci 'Consequence Shadows' lo res.jpg

Una crepitante danza di minuti frammenti che riverberando conferiscono profondità a contemplative visioni immerse in uno stato di apparente ibernazione. Dopo la poetica peregrinazione cesellata con Danny Norbury , Ian Hawgood continua il suo percorso artistico pubblicando un nuovo lavoro a quattro mani che lo vede affiancato a Giulio Aldinucci, talentuoso e affermato autore altrettanto avvezzo a composizioni condivise.

Frutto di uno lungo scambio a distanza, “Consequence shadows” costruisce un’atmosferica sequenza di luminosi paesaggi permeati da sinuose ed algide persistenze interpolate da granulose stille organiche. Sono scorci che lentamente si dilatano a formare vaporose distese dalle quali prepotenti emergono vividi dettagli sotto forma di acute frequenze tendenti a dissolversi in un crescente rumore bianco (“Embarking shadows”), stille armoniche intrecciate a vibranti micro pulsazioni (“Only microns”) e risonanze melodiche che si reiterano generando un’ipnotica e cullante ridondanza (“The wasted consequence”). Un insieme di elementi che generano un quadro coeso nelle atmosfere e cangiante nelle sfumature, che ritornano condensate in un unico ultimo indugiante sguardo negli oltre diciassette minuti di “Other ashes”, le cui immaginifiche trame trovano un’ulteriore evanescente ampliamento nella rimodulazione operata da Stijn Hüwels.

Una vibrante deriva sensoriale.

ian hawgood + danny norbury “faintly recollected”

[home normal]

homen102 Ian Hawgood + Danny Norbury - Faintly Recollected.jpg

Un tracciato senza fine percepibile lanciato attraverso un paesaggio in graduale evanescenza immerso nell’elegante quiete di un bianco e nero modulato da preziosi riflessi di luce. È una corrispondenza straordinaria ad unire la foto di copertina di Eirik Holmøyvik al sinuoso ed elegiaco flusso sonoro plasmato da Ian Hawgood e Danny Norbury, coppia di musicisti che dopo numerose collaborazioni e condivise esperienze di gruppo giunge infine alla realizzazione di un’opera  a quattro mani che ulteriormente suggella una lunga amicizia.

Pur strutturato in otto movimenti scaturenti dal lavoro di editing affidato a Stefano Guzzetti, “Faintly recollected” permane come unitaria scia priva di soluzioni di continuità coerente alla sua iniziale forma di unica lunga traccia costruita come intenso e delicato dialogo tra il violoncello di Norbury e i dilatati bordoni derivanti dal suono processato di una kalimba scolpiti da Hawgood. Le due componenti si intrecciano in un sinuoso incedere fatto dei palpiti emozionanti  dello strumento che languidamente scivolano sul vibrante fondale generando una cinematica sintesi dall’eco vagamente solenne.

Una poetica peregrinazione attraverso l’infinito stupore di intimi paesaggi emozionali.

 

ian hawgood + wil bolton “transparencies”

[home normal]

homen104 Ian hawgood + Wil Bolton 'Transparencies'

Un’ovattata emozionalità che emerge fragile attraverso paesaggi interiori dipinti attraverso misurati tocchi scelti con cura. È materia che fluisce priva di tribolazioni e senza subire la pressione del tempo quella plasmata a quattro mani da Ian Hawgood e Wil Bolton, che dopo anni di collaborazioni a diversi livelli giungono a pubblicare un’opera condivisa.

A definire gli scorci delicatamente vibranti  costruiti dai due musicista è una combinazione elettroacustica fatta di evanescenti persistenze e morbide trame melodiche che dialogano intensamente intessendo un connubio privo di asperità e prevaricazioni. L’apertura è all’insegna di un’ariosa delicatezza nella quale danzano luminose stille concrete (“Humanity”), che gradualmente lasciano il passo ad una malinconica deriva di frammenti armonici che navigano su un fondale granuloso (“Dual fragile”). Una crepitante e persistente stasi (“Mural”) si sgretola lentamente riversandosi in una fluidità cinematica dai tratti più tesi e crepuscolari (“Northern dynamics”), che anticipa un lungo e vagamente spettrale piano sequenza nel quale lo sguardo ed il pensiero si perde (“Defined horizons”) riemergendo vivido nell’ultimo frammento di cristallina bellezza (“Transparencies”).

È un mare quieto e accogliente nel quale navigare placidi verso un’oasi di calda beatitudine.

ian hawgood “love retained”

[Home Normal]

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Un addio o forse solo un arrivederci. Scaturiscono dai recessi più intimi dell’anima i bozzetti che compongono il primo (e anche ultimo, per quanto dichiarato dello stesso artista) disco solista di Ian Hawgood per la Home Normal, etichetta discografica di cui è fondatore e della quale non farà più parte da qui in avanti in ragione di personali motivazioni espresse nelle note che accompagnano la pubblicazione.

Hanno origine da una sensibilità profonda, causa di un costante senso di precarietà emotiva, le dieci tracce, veri e propri schizzi pianistici composti per essere destinati ad una potenziale  collaborazione e che adesso vengono pubblicati come lavoro autonomo volutamente nella loro forma scarna ed incompleta. Scorci impressionistici modellati attraverso malinconici frammenti melodici che nella loro ricorrente struttura circolare fluiscono come cullanti nenie intrise di profonda nostalgia (“She”, “Komaya (For Lee, Danny, and Clem)”, “Sugamo”) che a tratti giungono ad essenziali momenti di rarefazione quasi assoluta (“Morskie Oko”, “Waves, Again”) o a progressioni incalzanti all’insegna di un maggiore pathos (“Islands”).

Non è semplice trovare le parole giuste per raccontare “Love retained”, certamente la scelta migliore è affidarsi alle parole di Ian e predisporsi ad un ascolto a cuore aperto.

Observatories “Flowers Bloom, Butterflies Come”

[IIKKI]

Un delicato inno al risveglio primaverile, il tenue stupore di fronte allo spettacolo della natura che rinasce. Si presenta delicato e fragile il nuovo capitolo della collana audiovisiva curata da IIKKI, affidato alla sensibilità di due navigati cesellatori elettroacustici quali sono Ian Hawgood e Craig Tattersall e allo sguardo ammaliante della fotografa giapponese  Miho Kajioka.

Dal dialogo tra i tre artisti chiamati in causa, ideale ponte tra i vapori dell’algida Inghilterra e il silenzio contemplativo del Sol Levante,  scaturisce una quieta deriva fatta di melodie acustiche sussurrate, permeate da frequenze analogiche che conferiscono consistenza materica  ai paesaggi disegnati. Cinque lunghi piano sequenza dallo sviluppo sinuoso strutturano la parte aurale del lavoro dando origine ad un placido flusso ipnagogico, al tempo stesso itinerario autonomo pienamente compiuto e perfetto commento sonoro delle fotografie di Kajioka.

Una preziosa celebrazione delle bellezza racchiusa nel vivere quotidiano.

Monogoto “Partial Deletion of Everything (Vol. 1)”

[12k]

Un silente flusso di coscienza che si dipana sinuoso lasciando emergere tracce di memoria incastrate nel fondo dell’anima. È il primo tassello di un ampio progetto di condivisione questo volume uno pubblicato a firma Monogoto, un itinerario dedicato al processo di creazione, cambiamento e perdita che vede riuniti sotto una comune sigla tre navigati autori quali Ian Hawgood, Porya Hatami e David Newman.

Guidati dall’inarrestabile moto della corrente dell’oceano, dall’incessante scorrere dell’acqua raffigurato in copertina, il trio plasma una lunga sinfonia elettro acustica che vede fusi in un unitario torrente sonoro fragili risonanze armoniche, flebili echi ambientali e vaporosi flussi sintetici. Tali componenti, affiancate e stratificate in costante equilibrio disegnano una meditativa scia ambientale in costante mutamento, perfetta raffigurazione aurale del concetto di impermanenza indagato dal trio.

Dal silenzio, gradualmente si innalza un denso, placido fondale attraversato a tratti da essenziali nuclei melodici o riverberi cosmici generati da sistemi modulari, interpolato da stille materiche che repentinamente si disgregano a testimoniare il costante scorrere del tempo che rende effimero ogni oggetto del reale.

Perfettamente aderente all’estetica cara all’etichetta di Taylor Deupree, questo malinconico mare sonico rapisce e trascina con fare cullante invitandoci ad attendere con ansia l’arrivo della prossima onda emozionale.

Slow Reels “Farewell Islands”

[morr music]

Saturi cieli grigi che lentamente si muovono verso orizzonti di indissolubile malinconia. È un’esplorazione emozionale in bilico tra ruvida glacialità e caldo romanticismo a prendere forma dal dialogo a distanza tra Ian Hawgood e James Murray, una traiettoria risonante che si nutre delle peculiari visioni dei due artisti accomunate da una condivisa predilezione per l’utilizzo di nastri e strumentazione analogica.

Pervasi da minuta grana che ne segna una costante evoluzione degenerativa, i quattro dilatati movimenti, plasmati attraverso il serrato scambio tra i due musicisti, compongono un evanescente flusso ambientale fatto di densi vapori sintetici, polverosi riverberi e ammalianti fondali armonici ampiamente trasfigurati, ibridazione sonica che incessantemente vira verso la formazione di avvolgenti paesaggi interiori in cui presente e passato si ritrovano sullo stesso piano.

Penetranti distese droniche e incessanti minute variazioni crepitanti si combinano generando un coeso universo nostalgico ricco di preziosi dettagli da scoprire ed assaporare, un torrente sonoro dall’intensità crescente che diviene totalizzante oceano sensoriale in cui immergersi e andare placidamente alla deriva.

various artists “eilean [92]”

[eilean]

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Un territorio sempre più ampio e dai margini ancor più indefiniti. Giunti al termine  del 2018 torna nuovamente l’abituale sguardo a ritroso che la eilean rec. condensa in un’ultima pubblicazione raccogliendo un contributo inedito di ciascun artista coinvolto durante l’anno.

Ripercorrendo i punti aggiunti sulla mappa, lo spettro sonoro risultante costruisce uno sguardo d’insieme caleidoscopico eppure profondamente coerente che vede alternarsi le peculiari visioni di artisti proiettati verso orizzonti affini anche se distinti. Da questo sfaccettato universo riemergono così, uno dopo l’altro, gli indefiniti scorci di Amuleto e la greve contemplatività di Ben McElroy, l’obliqua cesellatura di Foresteppe e il placido ribollio elettroacustico di dramavinile, l’impressionismo ipnotico di Benjamin Finger e la magia rilucente dei paesaggi di Leigh Toro, le fluttuazioni armoniche  di Emmanuel  Witzthum e i ruvidi soffi di Śruti.

Senza marcati stacchi si procede spinti dall’avvolgente fraseggio acustico di Lake Mary e la suadente vocalità aliena di Zhalih, catturati dall’emozionale essenzialità di Cyril Secq e Sylvain Chauveau e dal vibrante microcosmo di Xu, in balia dell’eterea gravità di Ian Hawgood e delle reiterazioni granulose di The Prairie Lines, fino a giungere al delicato incanto di Aries Mond, alla teatrale enfasi di Ljerke e concludere tra me trame oscure di A Home For Ghosts.

Un tragitto disorientante pervaso da immaginifica forza espressiva.

bruno sanfilippo “inTRO remastered & expanded”

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Immergersi nella labirintica trama della mente persa  tra gli inafferrabili territori dell’universo onirico e restituirne attraverso il suono i profondi riverberi sensoriali. Nasce dalla volontà di conferire compiutezza attraverso un attento lavoro di revisione la nuova pubblicazione di Bruno Sanfilippo, versione rivista e parzialmente ampliata di “inTRO”, disco risalente al 2006.

Avvalendosi della preziosa collaborazione di Ian Hawgood che ne ha curato la riedizione e aggiungendo in coda all’originale sequenza dei brani due capitoli allora rimasti esclusi, il musicista argentino d’istanza a Barcellona dona nuova linfa a questa sua affascinante esplorazione plasmata assecondando la componente più immaginifica ed atmosferica della sua produzione. È difatti soprattutto sintetica la materia che compone le risonanti proiezioni, trama fluida che rispecchia l’evanescenza del paesaggio indagato e che costantemente si lascia ibridare da tracciati armonici e inserti ambientali.

È un tracciato cangiante, che di volta in volta insegue un’immagine precisa passando dal pulsante viaggiare verso il misterioso oriente di “inTROworld” all’oscura elucubrazione di frequenze espanse di “inTROmental” e di tessiture granulose di “inTRovoices”, dalla placida visionarietà di “inTROpiano” e “inTROpassion” che lascia riemergere lo strumento di elezione di Sanfilippo all’eterea fragilità dei riverberi  al tempo stesso cupi e solenni di “inTRosacro” e della cristallina ricchezza di “inTROvisions”. Un percorso a cui si aggiungono con totale coerenza i due nuovi tasselli recuperati, che chiudono una peregrinazione cinematica profondamente suggestiva.