Pepo Galán & Sita Ostheimer “Contact”

[Past inside the Present]

L’ammaliante incanto di rarefatti paesaggi estratti da un algido universo sospeso nel tempo. È una collaborazione che parte da lontano quella che vede incrociarsi i percorsi creativi di Pepo Galán e Sita Ostheimer, un mutuo scambio attivo fin dal 2015 che ha portato il musicista spagnolo a comporre musiche per le coreografie dell’artista tedesca, che a sua volta ha prestato la sua sognante vocalità ad alcuni dei suoi itinerari sonori. “Contact” rappresenta quindi un esordio parziale anche se si tratta della prima vera e propria produzione di un intero condiviso tragitto musicale.

Con fragile grazia, il diafano canto della Ostheimer (autrice di tutti i testi) emerge lieve dalle nebbiose frequenze ambientali plasmate da Galán, disegnando ipnagogiche istantanee che fondono modulazioni atmosferiche e frammentarie trame armoniche nutrite da essenziali stille pianistiche e sinuose tessiture di violoncello affidate a Lee Yi. Il risultato è un’eterea sequenza di otto brani che si espandono come flebili correnti oniriche pronte a dissolversi, anche quando si presentano sotto forma di strutture appena più dense.

Una placida deriva tra le delicate risonanze di un ambiente sonico dai tratti impalpabili.

Pepo Galán “For Victoria”

[Fluid Audio]

Scaturisce dal profondo emergendo lentamente, gradualmente diviene tangibile fino ad essere evidenza assoluta. È il racconto di un miracolo che si ripete , della vita che nasce e riempie gli interstizi di un’altra vita, di un amore rintracciabile solo al di là della superficie, dove si celano gli attimi preziosi. Ci offre uno spaccato della sua anima Pepo Galán attraverso il suo nuovo lavoro, un torrente emozionale interamente ispirato e dedicato alla nascita della figlia a cui il disco è dichiaratamente dedicato fin dal titolo.

È un percorso di luce che lentamente si fa spazio tra trame di ombre tremule, suoni caldi e flebili battiti che morbidamente infrangono fondali granulosi fino a divenire abbagliante risonanza da cui per due volte scaturisce un’avvolgente melodia che trasporta il delicatamente etereo canto di Sita Ostheimer a dare maggiore ampiezza ad una gamma sensoriale  estesa, arricchita nel suo punto centrale dall’ingombrante contributo di Rafael Anton Irisarri.

Lungo il susseguirsi delle sei tracce il flusso si distende placido a formare dense distese di brillanti risonanze che riverberano su ruvida filigrana generando piccoli oceani di intensi sentimenti  che affiorano da quell’organo incastrato in mezzo al petto e visibile con l’ausilio di quei raggi la cui alchimia accompagna la veste grafica di questo intenso viaggio sonoro.

pepo galán “strange parentheses”

[ archives ]

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Un caleidoscopio di sensazioni plasmate secondo forme mutevoli, un universo risonante dai tratti sfuggenti e privo di margini definibili. Ad un anno di distanza dall’ottimo “Human Values Disappear” e dopo due lavori condivisi rispettivamente con Carlos  Suero e Max Würden, Pepo Galán pubblica una nuova deriva sonica a propria esclusiva firma anche se non totalmente solitaria.

Sono diversi i nomi che appaiono lungo la sequenza di “Strange Parentheses”, in particolar quelli di Sita Ostheimer  e Roger Robinson che per la prima volta introducono, in tre delle dieci tracce, contributi vocali a completamento delle trame del musicista spagnolo. Dopo la breve, ariosa apertura affidata ai luminosi e in parte sghembi arpeggi di “Harmony Fields Reverse”, tocca immediatamente alla Ostheimer lasciare deflagrare la novità del canto in quella “S a m o a”, che imperniata sui fraseggi pianistici di Sergio Díaz De Rojas e impreziosita dagli arrangiamenti di archi di Reyes Oteo e del trombone di Carlos Rodríguez ben presto si rivela come uno degli apici del disco. Da qui in poi i toni convergono verso atmosfere umbratili che riportano verso coordinate più consuete all’estro di Galán fino a ritrovare quell’aleggiare inquieto pervaso da striature ruvide nelle frequenze cariche di dramma della title track.

L’ipnotico incedere  di “Barco Amor (Naufragio)” crea una nuova breccia che squarcia l’oscurità latente, apertura mesmerica che trova eco negli evanescenti riverberi di “Bleeding Eyes” prima di cedere il passo alle oblique frequenze di “High Seas Tempest” e giungere lentamente verso il sussurrato finale di “U Broke Me” costruito sull’enfatica interpretazione di Roger Robinson.

Una traiettoria narrativa sfaccettata e coinvolgente che segna una netta evoluzione nel percorso artistico di un musicista di talento in costante crescita.

pepo galán & max würden “all of a sudden”

[unknown tone records]

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Traiettorie notturne che si espandono gradualmente costruendo un ponte immaginario tra due punti geograficamente distanti. Nasce da un’empatia artistica profonda e dichiarata quasi per caso il sodalizio tra Pepo Galán e Max Würden, cristallizzandosi con istintiva naturalezza in un processo produttivo che diluisce l’evidenza del tratto dei due artisti fino a sfociare in una sintesi perfettamente coesa e coerente.

Un incontro virtuale dal quale ha origine un atmosferico flusso permeato da persistente malinconia che  si riverbera fragile attraverso i sei ambienti emozionali che compongono il lavoro, vaporosi tracciati di placide saturazioni che si dispiegano sinuose e da cui emergono essenziali tessiture acustiche spesso screziate da sottile grana. Un incedere sommesso e vagamente ipnotico scandito dal lento espandersi di crepitanti risonanze che danzano lievi senza sosta, cedendo a tratti il passo a modulazioni più plumbee ed inquiete.

È un viaggiare onirico attraverso paesaggi dagli evidenti richiami cosmici a cui fanno puntualmente eco le immagini di Christine Nguyen che impreziosiscono la veste fisica dell’album.

 

carlos suero & pepo galán “comformity declaration”

[seattle dott recs]

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Nervose incursioni in cupi scenari postmoderni pervasi da indissolubile e fremente tensione. A definire i tracciati di questa oscura immersione troviamo Carlos Suero e Pepo Galán, due artisti abitualmente inclini a percorrere coordinate divergenti, dal cui incontro/scontro scaturisce un’interessante sintesi narrativa.

Trovando un funzionale equilibrio tra la dimensione atmosferica degli intrecci elettroacustici di Galán e la materica risonanza delle modulazioni elettroniche di Suero, i due costruiscono una pulsante scia di scabrose trame che si sviluppano seguendo tracciati cinematici in graduale e costante mutamento. Dense saturazioni algide si espandono grevi, permeate da frequenze basse e attutiti battiti, la cui combinazione  genera crepitanti nebbie allucinatorie che ammantano i sulfurei e misteriosi territori plasmati.

È un viaggio fatto di spesse ombre e rari stille di luce, un dinamico scorrere di stranianti visioni in granuloso bianco e nero la cui atmosfera notturna e sotterranea riecheggia un’obliqua  inquietudine già palesata dall’immagine di copertina.

Intrigante deriva post apocalittica.

GALÁN / VOGT   “The Sweet Wait”

[Editions Furioso]

La ricerca di una dimensione onirica, il connubio tra modulazioni atmosferiche e partiture vocali eteree è un tratto distintivo della produzione più recente di Pepo Galán. Un’attitudine evidente che ad inizio anno aveva condotto alla realizzazione di un lavoro condiviso insieme alla coreografa/cantante tedesca Sita Ostheimer. Un’ulteriore passo verso territori sempre più dreamy contraddistinti dal canto femminile viene adesso compiuto con la pubblicazione del primo tassello firmato GALÁN / VOGT , album che vede il musicista spagnolo affiancato da Karen Vogt degli Helicoland.

Fin dalle frequenze di apertura di “The Dark Opens The Way” quel che appare subito evidente è il virtuoso equilibrio tra portato melodico e ambient rarefatto, una miscela efficace capace di mettere in risalto le due anime del progetto senza definire gerarchie dominanti. I flussi vaporosi scaturenti dalla combinazione di drone di chitarra, risonanze pianistiche e tessiture elettroniche creano il perfetto substrato sul quale si espandono le interpretazioni brillanti dell’artista australiana di stanza a Parigi, il tutto corroborato da un nutrito numero di collaborazioni (Jolanda Moletta, Achim Färber, Mark Beazley, Simon McCorry). Tra questi contributi c’è da evidenziare quello di Akira Rabelais – a cui è stata affidata la creazione un’estensioni ai brani (“Panacea”, “Above The Aether”) che chiudono i due lati del disco – capace di espandere il paesaggio sonoro verso ammalianti orizzonti vagamente spettrali e il lavoro di rifinitura in fase di masterizzazione di Rafael Anton Irisarri.

Quel che prende forma da questa atipica fusione di movenze slowcore (“Starseed”), influssi dark-ambient (“Opa”) ed echi post-rock interpolati a riverberi neoclassici (“Between The Tides”) è un itinerario emozionale inquieto definito dalla compresenza di luce accecante ed ombra profonda. Una formula che speriamo non rimanga confinata ad un singolo episodio.