Porya Hatami | Aaron Martin | Roberto Attanasio “Sallaw”

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Tratti morbidi e campiture tenui  che emergono dalla densa nebbia dell’oblio per riaffermare l’inesorabile scorrere del tempo scandito dal succedersi delle stagioni. È su un evanescente territorio risonante, privo di coordinate definite, che si incrociano Porya Hatami, Aaron Martin e Roberto Attanasio per dare origine ai quattro movimenti di questa placida sinfonia plasmata fondendo in un unico flusso la loro peculiare visione artistica.

Come gemme che lentamente si dischiudono per offrirsi nella loro totale bellezza, le tracce costruite dai tre musicisti seguono un tracciato evolutivo che vede accostarsi e sommarsi le granulose frequenze sintetiche di Hatami, le sinuose traiettorie di Martin e i carezzevoli fraseggi di Attanasio fino a raggiungere una corale armonia in cui ogni elemento ha l’identico peso. È una nube di suono che prende forma gradualmente librandosi in esatto equilibrio tra lessici differenti tenuti insieme da un approccio condiviso. Con semplice ed inattesa grazia, persistenze a tratti ruvide ed inquiete accompagnano l’andare dolente e nostalgico delle tessiture del violoncello generando un evocativo fondale su cui lasciare cadere le cristalline stille pianistiche che completano ogni istantanea di questo avvolgente sequenza di paesaggi emozionali capace di costruire un ideale ponte tra universi distanti eppure pienamente compatibili.

Un incontro da cui sprigiona in tutto il suo splendore la preziosa forza della contaminazione.

porya hatami “phonē to logos”

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È un percorso che descrive uno sviluppo artistico quello proposto da Porya Hatami in “Phonē to logos”, accogliendo la richiesta della Audiobulb Records. Il modo in cui con costanza le coordinate sonore si sono evolute arricchendosi viene narrato dal sound artist iraniano attraverso una raccolta di tracce scritte durante la realizzazione dei suoi dischi personali e quelli condivisi.

Il flusso risultante denota come l’equilibrata miscela di modulazioni elettroniche e field recordings  si sia gradualmente trasformata passando da un’ambience luminosa ricca di tenue nuances e costellata da frammenti melodici (“Pomegranates”, “Dawn”) a trame sempre più caratterizzate da frequenze dissonanti (“Parachute”, “Color bars”) o da un’evanescenza dominante (“One way”, “Inexistence”), fino a giungere alla costruzione di paesaggi più ruvidi e oscuri in collaborazione con Uwe Zahn aka Arovane (“Ee nn ee”, “Palais”) e con Artificial Memory Trace (“_Sketch”).

Un viaggio interessante che lascia emergere con evidenza la graduale maturazione di Hatami e il costante ampliarsi della sua tavolozza sonora ed emozionale.

zahn | hatami | mcclure “veerian”

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Paesaggi immaginari mutevoli e sconfinati restituiti attraverso una narrazione sensoriale che trascende il mero dato fisico. Il punto 32 sulla mappa Eilean è frutto  della collaborazione tra tre artisti geograficamente distanti e usualmente inclini a coordinate sonore differenti anche se mirate verso obiettivi affini.

Le sperimentazioni elettroniche del tedesco Uwe Zahn aka Arovane, l’ambience atmosferica dell’iraniano Porya Hatami e le tessiture materiche dell’inglese trapiantato in Giappone Darren McClure  si fondono in una sintesi che, pur mantenendo tracce delle relative specificità, genera un percorso totalmente nuovo. Nella prima parte del lavoro prevale una tendenza verso sonorità concrete declinate attraverso trame granulose (“Veerian”) o flebili screziature (“Vooon”, “Vhaundt”) che si dipanano su fondali nebbiosi e persistenti. La sognante morbida fluidità di “Vhandaan”, caratterizzata da flebili e vaporose melodie di piano, conduce il disco verso atmosfere più evanescenti all’insegna di modulazioni sempre più astratte e meditative che nel loro incedere lieve accolgono trame crepuscolari e frammentarie linee di pianoforte (“Veeland”), accenni melodici misti ad interferenze materiche (“Velbb”) e obliqui innesti organici (“V-Modal”).

Un incontro di certo fruttuoso, capace di creare attraverso un’eterogeneità di approccio una materia nuova e cangiante che certamente introdurrà nuove coordinate nei percorsi artistici dei suoi tre autori.

Monogoto “Partial Deletion of Everything (Vol. 1)”

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Un silente flusso di coscienza che si dipana sinuoso lasciando emergere tracce di memoria incastrate nel fondo dell’anima. È il primo tassello di un ampio progetto di condivisione questo volume uno pubblicato a firma Monogoto, un itinerario dedicato al processo di creazione, cambiamento e perdita che vede riuniti sotto una comune sigla tre navigati autori quali Ian Hawgood, Porya Hatami e David Newman.

Guidati dall’inarrestabile moto della corrente dell’oceano, dall’incessante scorrere dell’acqua raffigurato in copertina, il trio plasma una lunga sinfonia elettro acustica che vede fusi in un unitario torrente sonoro fragili risonanze armoniche, flebili echi ambientali e vaporosi flussi sintetici. Tali componenti, affiancate e stratificate in costante equilibrio disegnano una meditativa scia ambientale in costante mutamento, perfetta raffigurazione aurale del concetto di impermanenza indagato dal trio.

Dal silenzio, gradualmente si innalza un denso, placido fondale attraversato a tratti da essenziali nuclei melodici o riverberi cosmici generati da sistemi modulari, interpolato da stille materiche che repentinamente si disgregano a testimoniare il costante scorrere del tempo che rende effimero ogni oggetto del reale.

Perfettamente aderente all’estetica cara all’etichetta di Taylor Deupree, questo malinconico mare sonico rapisce e trascina con fare cullante invitandoci ad attendere con ansia l’arrivo della prossima onda emozionale.

darren mcclure and arovane “nest”

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Materiche spirali create sommando e manipolando particelle elementari di suono, crepitanti grovigli ottenuti attraverso un attento lavoro di stratificazione. Dopo essersi ritrovati a condividere insieme a Porya Hatami l’individuazione di un punto sulla mappa eilean, Darren McClure e Uwe Zahn aka Arovane rinnovano il loro sodalizio artistico tracciando un comune percorso esplorativo incentrato sulle possibilità della sintesi granulare.

Sono microuniversi organici densi di sfumature e dettagli quelli plasmati dai due artisti, combinazioni alchemiche di schegge selezionate e stravolte fino a divenire complesse nebulose risonanti create dalla continua intersezione dei suoni. Ogni traccia definisce un ambiente peculiare, dichiarato nell’essenzialità del titolo a cui fa da riscontro una struttura sonica intricata che si muove attraverso atmosfere cupe e inquiete (“Burrow”, “Cavity”) e scabrose rarefazioni riverberanti (“Scrape”, “Sphere”).

Ne nasce una dilatata deriva lungo paesaggi alieni, indefinibili eppure plausibili, un’immersione totalizzante in un vortice sensoriale vivido e tangibile.

aa.vv. “evidence of intense beauty”

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È un obiettivo arduo quello individuato da David Newman della Audiobulb Records alla base della raccolta “Evidence of Intense Beauty”. L’intento difatti è quello di riunire in un album la personale trasposizione in suono dell’idea di cristallina bellezza di diciassette diversi sound artist. Ad ognuno di questi è stato chiesto di individuare una traccia edita o composta appositamente da inserire in questo suggestivo e variegato percorso condiviso.

Il risultato della selezione curata da Newman restituisce una lunga narrazione all’insegna di minimali scorci elettroacustici, che pur se definiti attraverso la peculiare sensibilità del singolo musicista riescono a raggiungere una coralità coesa e coerente. Con estrema naturalezza l’idea di intensa bellezza si travasa dalle calde e morbide trame cullate dal rumore delle onde disegnate da Clem Leek in “At the mercy of the waves” alla stasi luminosa e quieta di “Slate di Wil Bolton, dalla vaporosa sospensione dell’estratto di “Sea last” di Taylor Deupree alle granulose screziature di “Heated dust on a sunlit window” dello stesso Newman sotto l’abituale alias Autistici. Si procede rapiti da una costante sensazione di stupore che assume man mano le sembianze della preziosa miniatura pianistica di “Feeling My Way Blindly Back Home” firmata da Ian Hawgood , delle più crepuscolari risonanze di “Cascadia Obscura” di Marcus Fischer, degli intarsi luminosi velati da una sottile grana ruvida di “Autumn” di Porya Hatami o della nostalgica melodia di “301210” di Antonymes. Attraverso gli ulteriori preziosi contibuti di Sawako, The OO-Ray, A Danging Beggar, Causeyourfair, Richard Chartier, Melodium, Monty Adkins, Listening Mirror si giunge fino all’eterea e dilatata conclusione di “Fading colours” di Pascal Savy che ci lascia galleggiare in un universo sconfinato fatto di pura emozionalità.