Jacek Doroszenko feat. Ewa Doroszenko “Bodyfulness”

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Si definiscono una coppia la cui esistenza è intimamente connessa alla pratica artistica i coniugi Doroszenko e come un’unica entità creativa li ritroviamo protagonisti dell’ultima uscita curata dalla Audiobulb di Sheffield. “Bodyfulness” è infatti un lavoro crossmediale in cui suono, fotografia e video confluiscono in un unitaria riflessione sulla crescente volontà di sperimentare la consapevolezza sensoriale e motoria del corpo, attitudine filosofico-spirituale paradossalmente alimentata  dall’imperante mancanza di confini tra vita reale e spazio virtuale.

La parte aurale dell’opera – interamente composta da Jacek – propone una serie di itinerari elettroacustici luminescenti dallo sviluppo sinuoso a cui si sommano contributi ambientali e il suono della pelle e di alcune parti del corpo di Ewa catturati utilizzando microfoni a contatto. L’insieme di modulazioni sintetiche e partiture armoniche – disegnate soprattutto utilizzando diversi pianoforti – mirano a definire ambienti risonanti delicatamente saturi ispirati altresì alle varie pratiche meditative rintracciabili sul web.

L’intersezione di queste componenti risulta profondamente organica, sia nello strutturare morbidi scenari pulsanti (“Generated pleasures”), che nel determinare flussi contemplativi avvolgenti dominati dai synth analogici (“The molecule of everyday life” ). All’interno della sequenza si ritrovano inoltre episodi più cupi determinati dall’ossessivo reiterarsi di frequenze flebilmente distorte (“Night masque”) o trame ruvide combinate a fondali vagamente lisergici che generano oblique risultanti oniriche (“Visible dream space”). Affascinante e attentamente costruito.

Michael Peters & Fabio Anile “Presence”

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L’istante colto nella sua fugace pienezza, privo di orpelli e sovrastrutture che possano scalfirne la cristallina essenza. Si affidano all’esserci, all’estemporaneo navigare all’unisono  Michael Peters e Fabio Anile per dare concretezza al loro condiviso immaginario sonico fatto di frequenze e riverberi liberi di fluttuare per disegnare contemplativi territori sensoriali.

Generati da un reiterato processo di improvvisazione a cui a tratti si sovrappongono flebili echi ambientali, i paesaggi risonanti plasmati si sviluppano quali vaporose istantanee in graduale definizione che combinano essenziali fraseggi di tastiere e chitarre con sinuose modulazioni sintetiche fissandosi in fluide visioni pervase da una luminosità calda e morbida, solamente a tratti velati da un senso di latente inquietudine che appare sotto forma di ruvida grana tendente al rumore.

Tutto suona immediato e confortante, accogliente come un rinfrancante sogno lucido nel quale immergersi per sfuggire alle ansie di una quotidianità frenetica e opprimente, flusso avvolgente di evanescenti trame che strutturano un ambiente sospeso privo di connotazioni spazio-temporali.

È un incedere lieve, che concede il giusto respiro ad ogni singola stilla, consentendole di sprigionare interamente il suo portato evocativo estratto da un quieto vibrare con un presente effimero che immediato si tramuta in preziosa memoria.

Spontanee cronache di attimi di preziosa calma interiore.

Darren McClure “A Mere Fraction”

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Appunti del reale che diventano origine di intime elucubrazioni perdendo ogni connotato spazio temporale. Sono traiettorie narrative sospese in un limbo etereo ed informe le tracce che compongono il nuovo lavoro di Darren McClure, liquide peregrinazioni  che dal dato oggettivo si distaccano per divenire autonomo flusso atmosferico.

Espanse modulazioni sintetiche si muovono come banchi di indomite nubi in lieve e costante mutazione plasmando variegate visioni che inglobano tattili frammenti estrapolati dall’ambiente e tramutati in cristallina suggestione. Assecondando la risonanza sensoriale associata, McClure costruisce percorrenze che di volta in volta prendono la forma di placide meditazioni interpolate da striature nervose (“In The Aisles”, “Smoke Filled Room”), avvolgenti distese armoniche (“Knots”, “Pira Pira”) o irrequiete frequenze umbratili (“Uncritical Coils”, “Impact, Plumes and Clouds”) dando vita ad un universo emozionale sfaccettato ed instabile.

Un accurato diario di palpitanti sogni lucidi.

Wil Bolton “Kochi”

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Sentori d’oriente che riverberano tra le pieghe della memoria come densa distesa flebilmente pulsante. Sono echi e riflessi che giungono dal mar Arabico a strutturare il nuovo percorso firmato da Wil Bolton, immersivo tragitto sensoriale che proietta in modo avvolgente nel paesaggio costiero dell’India del sud.

Tra sature correnti sonore modellate amalgamando scie droniche e frequenze sintetiche emergono costantemente frammenti ambientali catturati sul litorale e risonanze acustiche scaturenti da strumenti tradizionali e oggetti trovati. Le risultanze di tale intreccio strutturano quattro dilatati movimenti che si espandono privi di pause e vuoti, generando una deriva ipnotica morbida e totalizzante, che rinuncia ad ogni facile declinazione esotica per restituire nella sua interezza il portato emozionale legato alla scoperta dei luoghi attraversati.

Un ammaliante diario di viaggio che indaga le potenzialità evocative del suono di una terra affascinante.

luca formentini “scintilla”

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Attimi di quotidiano vivere che inattesi si manifestano come magico istante emozionale, scandendo il peculiare fluire di una soggettività a confronto con il mondo. Sono frammenti raccolti nel corso di un tempo dilatato e lentamente sviluppati a definire un sinuoso tracciato attraverso sospesi paesaggi sensoriali a segnare il ritorno di Luca Formentini chiudendo uno iato lungo oltre dieci anni.

“Scintilla” si propone come esplorazione intimista condotta dal musicista bresciano in assoluta solitudine, assorta peregrinazione che vede essenziali trame armoniche e vaporose fluttuazioni atmosferiche fondersi con misurato equilibrio a generare una combinazione che scandisce l’intero lavoro fin dalle aeree movenze dell’iniziale “Somewhere in that Moment”, traccia il cui titolo esprime inoltre pienamente il portato emotivo del lavoro. Ciò che scaturisce è una magnetica sequenza di delicate e affascinanti istantanee  incastrate in un percorso introspettivo che trova nelle scarne cadenze del piano e nelle riverberanti tessiture della chitarra un nucleo narrativo libero di espandersi attraverso rarefatte ambientazioni, a tratti ridotte a flebile traccia di fondo (“About Disappearing”), costituite da un’alternanza di morbida e straniante luminosità ed inquiete ombre.

Ad interrompere un apparente stato di isolamento intervengono occasionali inclusioni di risonanze ambientali (“Density of Light”, “To the Seer”) che evidenziano in modo netto un rapporto con il circostante spesso attutito ma sempre imprescindibile. È un muoversi attento, quasi in punta di piedi, alla ricerca di sfuggenti dettagli capaci di definire l’essenza del proprio essere.

glass locus “escapism”

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Sinuoso si espande il pensiero conducendo attraverso paesaggi eterei infinitamente distanti dalla realtà. È un’immersione onirica su traiettoria cangiante e indefinita quella proposta da Matt H. sotto l’alias Glass Locus, un’evasione gentile che proietta in un universo irreale ma non totalmente scevro di materialità.

È un suono ibrido, una miscela sapiente di vapori sintetici in luminosa sospensione, profondi riverberi e flebili battiti a fungere da materia prima con cui plasmare morbide derive sensoriali profondamente evanescenti, coese nell’atmosfera generale mai totalmente assonanti. Con mutevolezza tanto coerente da risultare quasi impercettibile si passa così da tessiture malinconiche costellate da schegge pulsanti  (“Float Away”, “Trickle”) a trame contemplative più dense scandite da ritmi più decisi (“It’s snowing”, “Tourn”) fino a giungere a momenti di maggiore rarefazione sempre pervasi da una filigrana palpitante attenuata ma indissolubile (“Elegy”, “Wide Sun”).

Ne risulta un movimento unitario reso accattivante da un costante processo di fine modulazione, scandito ulteriormente da due iati costituiti da brevi frammenti atmosferici interposti ad ossigenare un tracciato altrimenti privo di soluzione di continuità.

Che il sogno lucido abbia inizio.

jules “adventures & explorations (volume 1)”

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In nessun tempo reale, in nessuno spazio definito. Sono immaginarie peregrinazioni di un viaggiatore irreale i resoconti sonori modellati da Jules, misterioso nonché anonimo progetto che si prefigge di costruire immaginifiche percorrenze attraverso universi verosimili ma mai concreti.

Utilizzando un’ampia combinazione di suoni derivanti da fonti diverse, Jules ci conduce attraverso placide visioni permeate di onirico afflato che emerge prepotente sia dalle dilatate e nostalgiche sospensioni di “Paris, 1870. My first trip in a hot air balloon”, che dalle ribollenti modulazioni meditative di “Stories of long journeys in Indochina”. Espanse tessiture ambientali fluttuano vaporose lasciando a tratti emergere flebili frammenti melodici generando ibride fughe ambientali pervase di liquida visionarietà.

Giunti in fondo a questi due tracciati non resta che rientrare nel quotidiano in attesa di una nuova tappa di questo suggestivo viaggio privo di confini.

build buildings “glass”

[audiobulb records]

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Flessuosi riverberi che muovendosi leggeri ammantano con disarmante immediatezza. A dispetto della sua ridotta durata lascia una lunga eco il nuovo lavoro del producer newyorkese Ben Tweel riuscendo in meno di dodici minuti a condensare una breve ma estremamente sfaccettata immersione in un microcosmo fatto di articolate strutture ritmiche e fragili modulazioni melodiche.

Si comincia dalle ribollenti frequenze dell’irregolare danza di particelle sintetiche di “Hebei Victory” per ritrovarsi nel ricco vortice sonoro della luminosa e brillante “Honey Locust” dalla cui ruvida scia si passa alle frammentate pulsazioni di “Glass” che sembrano voler scandire un tempo in costante trasformazione che si protrae ulteriormente nell’obliquo tracciato della conclusiva crepitante “Cedilla”.

Fugacemente suggestivo.

jacek doroszenko “soundreaming”

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Un’atipica immersione in un convulso universo saturo di ricordi. A definire il nuovo lavoro di Jacek Doroszenko è il ribaltamento del concetto secondo cui è sempre l’immagine l’elemento preminente nella definizione dei frammenti che emergono dalla memoria, esplorazione approfondita durante un programma di residenza artistica condotto a Barcellona e confluita in un’opera multimediale di cui questo disco rappresenta una parte della componente sonora.

L’indagine che l’artista polacco ha condotto verte a creare un percorso in cui le sensazioni accumulate riemergano guidate da un flusso audio costruito utilizzando in modo moderatamente mediato una serie di riprese ambientali che possano fungere da traccia fondante capace di liberare le visioni connesse e renderle liberamente plasmabili.

Il risultato è una sequenza di incastri estremamente materici che si combinano generando intricate modulazioni in cui si incastrano le frequenze catturate. Introdotto dalla trama luminosa e riverberante di “Aberrationmaker”, il disco si snoda nella sua prima metà attraverso vorticose spirali dense di crepitii e schegge irregolari che culminano nell’incedere obliqui di “Passion Passion”. Da qui in poi il suono converge verso flessuose tessiture dalle movenze liquide che conducono ad una dimensione onirica che, dopo il parziale ritorno a toni pulsanti in “Urban Folk”, si mantiene inalterato fino alla conclusiva “HDD Ensemble”.

Nata da un’idea interessante e affascinante, la proposta di Doroszenko ha il merito di saper trovare una propria autonomia anche distante dal contesto da cui nasce.

Barcelona

aa.vv. “evidence of intense beauty”

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È un obiettivo arduo quello individuato da David Newman della Audiobulb Records alla base della raccolta “Evidence of Intense Beauty”. L’intento difatti è quello di riunire in un album la personale trasposizione in suono dell’idea di cristallina bellezza di diciassette diversi sound artist. Ad ognuno di questi è stato chiesto di individuare una traccia edita o composta appositamente da inserire in questo suggestivo e variegato percorso condiviso.

Il risultato della selezione curata da Newman restituisce una lunga narrazione all’insegna di minimali scorci elettroacustici, che pur se definiti attraverso la peculiare sensibilità del singolo musicista riescono a raggiungere una coralità coesa e coerente. Con estrema naturalezza l’idea di intensa bellezza si travasa dalle calde e morbide trame cullate dal rumore delle onde disegnate da Clem Leek in “At the mercy of the waves” alla stasi luminosa e quieta di “Slate di Wil Bolton, dalla vaporosa sospensione dell’estratto di “Sea last” di Taylor Deupree alle granulose screziature di “Heated dust on a sunlit window” dello stesso Newman sotto l’abituale alias Autistici. Si procede rapiti da una costante sensazione di stupore che assume man mano le sembianze della preziosa miniatura pianistica di “Feeling My Way Blindly Back Home” firmata da Ian Hawgood , delle più crepuscolari risonanze di “Cascadia Obscura” di Marcus Fischer, degli intarsi luminosi velati da una sottile grana ruvida di “Autumn” di Porya Hatami o della nostalgica melodia di “301210” di Antonymes. Attraverso gli ulteriori preziosi contibuti di Sawako, The OO-Ray, A Danging Beggar, Causeyourfair, Richard Chartier, Melodium, Monty Adkins, Listening Mirror si giunge fino all’eterea e dilatata conclusione di “Fading colours” di Pascal Savy che ci lascia galleggiare in un universo sconfinato fatto di pura emozionalità.