Taylor Dupree   “Harbor”

[laaps]

Esiste una malinconia inestinguibile che si irradia dalle partiture essenziali di Taylor Dupree che negli anni è divenuto un vero e proprio marchio di fabbrica della sua attività musicale solista quanto di molta parte delle uscite discografiche curate dalla sua pregiata 12k. Atmosferici loop di chitarra, modulazioni sintetiche luminose, glitch e risonanze ambientali sono gli elementi fondanti di un lessico orientato alla formulazione di astrazioni meditabonde dall’incedere morbido.

“Harbor” – quattordicesimo album a sua firma esclusiva – propone gli stessi ingredienti volti alla definizione di otto nuovi paesaggi sospesi in un territorio in cui frequenze diluite fino a divenire scia onirica si amalgamano con esattezza ad un coacervo di riverberi dalla consistenza profondamente tattile.  L’intersezione derivante – da cui emergono echi di ambient enoiana e screziature glitch – produce scie ovattate ricche di minuti dettagli  che passano dalla delicatezza armonica da carillon della title-track fino alle ruvide correnti di “Desaturation”.

Ciò che rimane intatta è la quieta grazia con cui l’universo sonoro del musicista newyorkese si rivela, invariante che lega insieme le tappe di una carriera corposa slegata da ogni vincolo temporale.

Hannes Buder “Outside Words”

[laaps]

Violoncello, voce e chitarra. Dalla combinazione nuda di questi tre elementi Hannes Buder, musicista tedesco con all’attivo numerose esperienze soliste e collaborative, estrae immagini sonore profondamente vitali in bilico tra classicismo e avanguardia. Una teatralità fragorosa si irradia dalle sei partiture proposte in questo nuovo lavoro prodotto per il progetto laaps, una messa in scena roboante frutto del sovrapporsi di scrittura e improvvisazione.
Dinamiche frammentarie di armonie abbaglianti e incastri ruvidi si condensano in stringati tracciati dallo sviluppo impervio, ma sempre fluido, dominati da risonanze stridenti e modulazioni vocali astratte. Fa eccezione – per durata ma non per atmosfera e costrutto – “No Death And No Regrets”  che con i suoi dodici minuti abbondanti occupa quasi metà dell’intera durata dell’album.
Un viaggio in musica in rapida evoluzione percorso da una tensione costante che non ammette cadute di tono. Suoni per un post-classicismo irruento profondamente vibrante.

Zhalih   “They Call”

[laaps]

A tre anni di distanza da “inrushes” Hannah Zhalih Mickunas giunge alla sua seconda uscita discografica, pubblicata ancora una volta all’interno di un progetto ideato e curato da Mathias Van Eecloo. Se l’esordio segnava uno dei cento punti sull’immaginifica mappa sonora della eilean, questa nuova prova – che da quel disco riprende tre tracce – si inserisce nella corrente altrettanto atmosferica  curata dalla nuova etichetta laaps inaugurata dal musicista e produttore francesead inizio 2020.

Invariate restano le coordinate dell’universo emozionale di Zhalih, sempre incentrato sul placido espandersi di una vocalità morbida su fondali acustici essenziali, spesso confinati nel lasso di un fugace frammento temporale. La durata ridotta spinge l’artista di stanza nella California settentrionale a spogliare le sue creature sonore di ogni orpello a favore di una narrazione immediata, che nelle formulazioni più scarne si riduce ad un folk minimale sostenuto dalla sola chitarra acustica, a volte da un piano sghembo (Like A Wave”) o semplicemente dalla voce (“Lightening Strikes My Crown”, “Light As My Fire”). Costante rimane l’attitudine lo-fi, marcata anche quando le istantanee introspettive si colorano di scansioni ritmiche e modulazioni sintetiche affidate a Michael J Collins (“Shadows from the sky”, “Water”, “Blue Dust”) e Jake Holmen (“Like a Wave”, “Seventeen”, “Trouble”).

Quello di Zhalih è un paesaggio fatto di quieto incanto raccontato attraverso visioni fugaci che si imprimono rapidamente lasciando impronte sensoriali  vivide, un territorio fragile in cui pochi elementi hanno la forza di raccontare molto.

Sonae – Summer

[laaps]

L’equilibrio uomo-natura ormai compromesso e le innumerevoli problematiche ad esso connesse sono da anni al centro non solo del dibattito socio-politico, ma anche di tanta produzione artistica. In campo musicale e in modo particolare nell’esteso universo delle musiche altre, sempre più spesso ci si trova al cospetto di paesaggi sonori che danno rappresentazione del malessere crescente generato da una crisi sociale e bioclimatica proiettata verso orizzonti catastrofici. Esemplificativi di un tale orientamento sono le opere più recenti di artisti quali Lawrence English e Rafael Anton Irisarri, autori di itinerari sintetici permeati da profonda inquietudine. Distante per sonorità e approccio dalle formulazioni ambient-drone dei due, il quarto album di Sonia Güttler aka Sonae si inserisce pienamente in questa scia.

Composto per essere la quattordicesima uscita curata dall’etichetta Laaps, nel corso della sua lavorazione “Summer” è divenuto altresì componente audio di un’installazione multimediale realizzata in collaborazione con Jennifer Trees. Su un enorme schermo bipartito si affiancano paesaggi estivi pervasi di quieta bellezza e immagini di inquinamento e devastazione a cui fanno eco le trame elettroniche della producer tedesca che incastrano rassicuranti field recordings naturalistici, droni stranianti generati dagli archi e tessiture nervose scandite da beat profondi e compassati. Ciò che questo intreccio lascia emergere è una visione obliqua fatta di tracciati ritmici  dal vago sentore industrial techno ( “Steam”), modulazioni lisergiche in graduale dissoluzione (“Soleil Noir”) e nebulose distese di ruvide melodie disturbanti (“Heat”).

Sommando le intuizioni delle sue precedenti uscite Sonae costruisce un viaggio in abile equilibrio tra armonia e dissonanza, impatto e sperimentazione restituendoci i tratti di un’estate anomala in cui si fondono/confondono leggerezza e malinconia, la calda luce del sole e le ombre cupe di un futuro sempre più incerto, specchio di un’epoca che richiede consapevolezza e un deciso cambio di rotta.  

Sonmi451 “Seven Signals In The Sky”

[laaps]

La definizione di itinerari sensoriali profondamente vividi è di certo un tratto comune di tutte le uscite curate da laaps e rappresenta il fil rouge che collega il compimento della mappa eilean con questo nuovo percorso ideato da Mathias Van Eecloo. La nuova tappa affidata all’estro di Bernard Zwijzen sotto l’abituale pseudonimo Somni451 aderisce perfettamente a questo carattere peculiare del progetto e offre un nuovo atmosferico orizzonte verso cui proiettarsi.

Fin dalle frequenze iniziali, che da tradizione sono estratte dal capitolo precedente connettendo direttamente i due lavori, quel che si dischiude è un orizzonte fluido fatto di calore e quiete. I paesaggi elettronici definiti dall’intreccio di correnti rarefatte e stille acustiche di origine artificiale si sviluppano costantemente in bilico tra acqua e aria ricalcando l’indeterminatezza suggerita dall’immagine di copertina. È suono azzurro striato di lame di luce, confortevole liquido amniotico a tratti arricchito da risonanze tattili e movenze sintetiche dal sapore cosmico (“Lying Dormant And Forgotten”, “Exoplanet”), ma capace di virare verso atmosfere crepuscolari profondamente malinconiche da cui emergono vibranti modulazioni vocali (“Never Walk Home Alone At Night”, “Karabiber”).

I sette segnali catturati in questo cielo del nord – dieci nella versione su supporto digitale – definiscono un territorio aurale ammaliante scaturente da una preziosa attitudine alla costruzione di trame ambientali delicatamente avvolgenti.

Federico Durand “Herbario”

[laaps]

La costruzione di delicati bozzetti elettroacustici atti a plasmare mondi incantati pervasi da cristallina grazia è un tratto distintivo della vasta produzione sonora di Federico Durand. Risonanze naturalistiche e fragili trame melodiche vengono sapientemente intrecciate configurando un immaginario onirico sospeso nel tempo.

Sulle medesime coordinate si muove l’ultimo itinerario del musicista argentino, pensato e costruito come traduzione aurale di un vero e proprio erbario nel quale raccogliere i sentori di quelle che sono le sue piante e i suoi alberi preferiti. Come spesso accaduto in questo ultimo anno è quindi l’ambiente circostante ad ispirare la formulazione delle sette miniature che compongono l’album, istantanee rarefatte nutrite dal placido sviluppo di stille armoniche luminose e cullanti loop lasciati liberi di riverberare su fondali eterei a tratti attraversati da frequenze finemente granulose.

Tutto risuona diafano, vagamente irreale, in questo ispirato catalogo che raccoglie le suggestioni di un artista da sempre diviso tra l’amore per il suono, la poesia e i giardini, un insieme di istanze qui radunate in perfetto equilibrio.

Stijn Hüwels + Tomoyoshi Date “遠き火、遠き雲’ (A Distant Fire, A Distant Cloud)”

[laaps]

Fragili istantanee sonore intensamente elegiache con cui disegnare quieti paesaggi d’oriente. A distanza di due anni  da “Hochu-Ekki-Tou”, Stijn Hüwels e Tomoyoshi Date tornano a collaborare per dare forma all’undicesimo uscita curata da laaps, nuovo capitolo di un viaggio atmosferico sempre più composito e ammaliante.

Partendo come d’abitudine dalla coda della pubblicazione precedente, i due musicisti dischiudono un rarefatto universo elettroacustico contraddistinto dalla densa combinazione di filtrate frequenze chitarristiche, modulazioni sintetiche e flebili registrazioni ambientali. A scandire lo sviluppo delle trame meditabonde originate da tale commistione compaiono essenziali stille pianistiche che concorrono in modo determinante alla definizione di itinerari armonici intrisi di placida malinconia.

Spetta alla consistenza materica delle risonanze naturalistiche ancorare al reale le fluttuazioni eteree plasmate da Hüwels e Date ispirandosi ai versi di Tadahito Ichinoseki, che recitate dall’autore compaiono nella traccia terminale di questo luminoso itinerario sospeso tra cielo e terra.

Ian Nyquist “Endless, Shapeless”

[laaps]

Priva di margini e senza una forma cristallizzata. È riassunta perfettamente nel titolo e nella sua indefinita immagine di copertina l’essenza della pratica sonora di Ian Nyquist . A due anni da “Cuan” pubblicato dalla estinta eilean, il musicista irlandese torna con un nuovo disco ancora una volta curato da Mathias Van Eecloo, riproponendo la formula dell’esordio in una versione parzialmente ampliata.

In “Endless, Shapeless” il paesaggismo prodotto dall’intersezione di rarefatte frequenze permeate da grana di consistenza variabile e trame armoniche nostalgiche vira verso un grado di ibridazione maggiore. Dalle traiettorie plasmate emerge un sapore neoclassico più accentuato, denunciato da una forma compositiva più strutturata che offre uno spazio più ampio alle risonanze del pianoforte e ai moti elegiaci degli archi.

Da tale riveduta costruzione scaturisce la definizione di un percorso atmosferico cromaticamente florido, un approccio che consente a Nyquist di trovare linfa ulteriore con cui rendere le sue visioni cinematiche più vivide ed emozionalmente coinvolgenti.

Dag Rosenqvist “Vråen Centrum”

[laaps]

Una possibile colonna sonora  per un film non ancora scritto. Si tinge di dense frequenze cinematiche la poliedrica e ormai quasi ventennale produzione di Dag Rosenqvist , cristallizzandosi in un nuovo lavoro concepito appunto quale ipotetico commento sonoro di un’inquieta trama futuristica.  

Malgrado i riferimenti citati in premessa rimandino a sonorizzazioni curate da Vangelis e Ben Frost, sono da rintracciare nell’ampio ventaglio della library music degli anni settanta i maggiori rimandi suggeriti dall’immaginario di Rosenqvist. Modulazioni sintetiche dal sapore cosmico, risonanze sinuose e reiterazioni ipnotiche plasmano un territorio sonico dalla forte valenza ambientale, spesso interpolato da luminose tessiture armoniche di tastiere e pianoforte a cui in “Tidens Flod” si sommano le trame del violoncello di Aaron Martin, suo sodale nel progetto From The Mouth of The Sun.

Il risultato è un viaggio interstellare che coniuga atmosferico mistero e fragile elegia, combinati in un itinerario a tratti prevedibile ed eccessivamente immediato, ma sempre pervaso da ammaliante fascino.

Foresteppe “Odeyalo”

[laaps]

Continua senza sosta l’infinito viaggio tra paesaggi algidi e desolati di Egor Klochikhin, prolungandosi di una nuova tappa ancora una volta pervasa dagli echi sensoriali della sua terra d’origine. E non è solamente la matrice geografica a rappresentare un tratto comune della poetica che sottende il progetto Foresteppe, visto che a mantenersi inalterate sono altresì le coordinate stilistiche che indirizzano la sua ricerca sonora.

In questo nuovo itinerario gli scorci siberiani assumono la forma di due lunghi piano sequenza originati dall’abituale stratificazione di modulazioni analogiche, risonanze ambientali e frequenze sintetiche, entrambi costituiti dal succedersi, privo di soluzione di continuità, di microuniversi sonori che compongono una variegata coltre a cui il titolo fa riferimento. I frammenti analogici estratti da diversi nastri conferiscono una marcata consistenza tattile ad un flusso altrimenti astratto, scandito dal mesmerico sviluppo di armonie circolari il cui ostinato reiterarsi viene a tratti infranto dall’emerge di una ruvida filigrana o sature correnti vagamente rumorose.

Echi spettrali di una deriva atmosferica figlia di un perenne, rigido inverno.