Mingle “Coma”

[kvitnu]

Un sinuoso fluire verso le profondità della coscienza, incessante moto attraverso un limbo in cui si alternano scorci accoglienti e territori accidentati. Prosegue lungo una rotta coerente e definita il percorso di Mingle, declinando una nuova traiettoria immaginifica plasmata da frequenze soniche in costante sviluppo.

Tra placide modulazioni armoniche, linee pulsanti dalla tessitura complessa ed irregolare, riverberi ambientali ed evanescenti vapori sintetici, la materia risonante modellata da Andrea Gastaldello origina un inquieto vortice di umori cangianti che liquidi si muovono tra progressioni incalzanti dominati da un marcato battito vitale, distese contemplative percorse da minute interferenze e nervosi percorsi pervasi da ruvidi frammenti.

È un incedere ipnotico e a tratti cullante tra visioni oblique ed allucinate, che hanno nella reiterazione della trama e nella variazione minima ed incessante del tema il fondamento strutturante capace di determinare il portato evocativo di una deriva interiore priva di una meta certa da raggiungere.

mingle “ephemeral”

[kvitnu]

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Sospesi in una dimensione transitoria in cui ogni elemento può essere manipolato per seguire il corso di un pensiero. Tutto giunge vivido e tangibile, ma si tratta di una concretezza gassosa capace di sfuggire ad ogni regola del reale. È una bolla spazio-temporale quella plasmata da Mingle, un ambiente privo di limiti visibili capace di accogliere complesse interpolazioni sonore che si distendono e si comprimono senza mai giungere ad un punto di deflagrazione.

Flessuose saturazioni in lenta espansione si combinano a frequenze granulose generando sequenze evanescenti cadenzate da un pulsare variabile ma sempre ossessivo nel suo reiterarsi. Il battito variando intensità e traiettoria definisce l’atmosfera entro cui vengono modulati cupi flussi lisergici a base di ruvide correnti, persistenze vaporose e frammentarie stille armoniche senza mai determinare una reale scansione temporale. È il ticchettio  di una lancetta che torna ostinata a battere sempre sullo stesso attimo dilatando all’infinito una prospettiva duale fatta di morbide sfumature e nervose interferenze.

Un oceano di suono nel quale immergersi alla scoperta di mondi immaginifici.

deison & mingle “tiliaventum”

[loud! / final muzik]

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Materia in costante divenire, un corpo che vibra incessantemente plasmando un universo eterno sempre simile e mai identico. Non semplice luogo geografico e mero elemento del paesaggio, il Re dei fiumi alpini è innanzitutto un susseguirsi di potenti scenari nei quali proiettare un indefinito e irregolare flusso di sensazioni.

È questa sua immaginifica essenza ad emergere incombente da “Tiliaventum”, complessa opera a più voci costruita attraverso una sapiente stratificazione espressiva che vede intrecciarsi e fondersi le parole e le immagini di Sandra Tonizzo e i suoni del consolidato duo costituito da Cristiano Deison (autore anche di alcune delle fotografie) e Andrea Gastaldello, che tornano a collaborare a breve distanza dalla pubblicazione del capitolo conclusivo del loro trittico postmoderno.

Una sequenza dolorosamente tangibile di trame sintetiche e schegge melodiche, combinata ad estratti ambientali e frammenti risonanti derivanti da fugaci ma significativi contributi, costruisce una intricata cartografia emozionale in cui il dato oggettivo diventa marginale, una mappa sonora che trova puntuale corrispettivo nella componente lirico/visiva che ne espande la portata senza mai diventare ridondantemente sovrapponibile. Il tracciato plasmato racconta di una pulsante irruenza  che si può avvertire nitida in superficie (“Arteria”) o captare crepitante ed oscura invisibile allo sguardo (“Sotteraneo”), una forza capace di tramutarsi in minaccia deflagrante (“La piena”) nella cui eco riemergere il ricordo di ferite profonde (“21.00.12”) fino a sciogliersi in placide espansioni  di inquieta contemplazione (“Nel tuo letto”). Una tensione vitale che si ritrova tradotta ocularmente in visioni che colgono ostinate lame di luce che si stagliano su acque apparentemente immobili , distese in cui giacciono come corpi inerti quegli stessi legni spogli che attraverso la densa foschia tentano di raggiungere un altro cielo.

Nel suo magmatico incedere inesorabile, si sprigiona nitido da “Tiliaventum” il legame indissolubile tra queste terre permeate da una moltitudine di spiriti e chi le vive cogliendone ogni più remoto recesso, ogni  minimo dettaglio che continuamente aggiunge un nuovo tassello ad una storia di cui si ignora il principio e la fine.

 

deison | mingle “innersurface”

[st.an.da]

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La resa dei conti, momento conclusivo di un cupo viaggio attraverso desolanti paesaggi privi del calore della vita. Con la pubblicazione del terzo atto Cristiano Deison e Andrea Gastaldello chiudono la lunga deriva plasmata nell’arco di un triennio, iniziata con la quieta e rassegnata contemplazione degli scorci in dissoluzione di “Everything Collapse[d]” e continuata con la loro dinamica e tagliente esplorazione di “Weak Life”.

Tutto ciò che fin qui è stato recepito dai sensi viene adesso introiettato, conducendo verso una sotterranea oscurità che spegne qualsiasi speranza. Elettriche schegge diluite in una inesorabile palude di suono (“Breach”, “Reverse”, “Petrolio” ) sanciscono l’inizio della discesa verso fondali densi e claustrofobici all’insegna di frequenze ruvide e convulsi intrecci di frammenti rumorosi segnati da complesse e nervose trame ritmiche (“Hole”, “Mud”). Giunti in fondo i battiti scompaiono per riemergere a tratti flebili, lasciando svanire ogni riferimento mentre si galleggia immersi in magmatiche dilatazioni (“Dissociation”, “Cisterna”). La plumbea e paralizzante stasi improvvisamente viene spezzata da granulose e abrasive bordate che segnano la conclusiva disgregazione (“Meltdown”) dalla quale si sprigiona un ultimo malinconico afflato, una breve breccia illuminata dal suono del pianoforte che trova enfatica eco nelle dolenti tessiture del violino. Quel che resta è la gravida sensazione  dell’irreversibilità di ciò che è accaduto, la consapevolezza di navigare in un algido universo sempre più opprimente (“Toxin”), un mare vischioso e soffocante  dal quale non annunciato emerge come estemporaneo omaggio una rimodulazione di “Blato” dei Borghesia a chiudere definitivamente questo introspettivo racconto postmoderno.

Non resta che sperare e attendere l’inizio di un nuovo capitolo di questa brillante collaborazione.

Fifteen Strange Seconds “Fifteen Strange Seconds”

Confessioni dolenti adagiate su crepuscolari fondali, scandite da profonde cadenze dall’incedere rallentato. Nasce in modo fortuito il sodalizio tra Marco Machera e Andrea Gastaldello, frutto di un’amicizia nata attraverso la rete e sfociata adesso nella pubblicazione di un breve lavoro che sancisce l’esordio della condivisa denominazione Fifteen Strange Seconds.

Inclini a coordinate artistiche piuttosto differenti, ma entrambi con all’attivo un nutrito numero di collaborazioni, i due musicisti si ritrovano a costruire uno spazio sonoro comune in cui far convivere le loro peculiari sensibilità musicali. È con preciso incastro e misurato equilibrio che infatti si fondono i toni caldi della voce del cantautore laziale e le modulazioni oscure e vaporose che costituiscono il marchio di fabbrica di Mingle, condensandosi in tre brani accomunati da un carattere essenziale e una persistente malinconia, tratti perfettamente riecheggiati nel paesaggio costiero che campeggia in copertina.

I versi scarni soffiati da Machera emergono lievi attraverso le raffinate frequenze elettroniche  costellate da marcate pulsazioni dai chiari rimandi bristoliani, trovando ulteriore espansione grazie al prezioso contributo derivante dall’intersezione con le trame chitarristiche di Eraldo Bernocchi (“This Time I Won’t Be Late”) e di Silvia Cignoli (“Last Night I Drove A Car”). Muovendosi tra sinuose rarefazioni ambientali e un delicato electro-pop che riporta alle pagine più atmosferiche dei Notwist, Fifteen Strange Seconds offre un conciso viaggio emozionale tra le fitte ombre dei un’anima inquieta.

deison “any time now”

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Un’oscura fiaba postmoderna, un mondo di ombre vibranti e sfuggenti. Ci si sente costantemente in attesa di qualcosa che sta irrimediabilmente per accadere seguendo gli incastri sonori cesellati da Deison nel suo nuovo lavoro pubblicato da manyfeetunder/concrete in collaborazione con Loud!, disco che vede il suo ritorno alla dimensione solitaria dopo una serie di avvincenti collaborazioni.

È un flusso coeso quello che informa “Any time now” rendendolo un racconto unitario diviso in sette capitoli costruiti attraverso attenti intrecci di persistenze droniche dall’incedere perentorio e ruvide modulazioni sintetiche a cui si sommano dissonanti e acute interferenze e misurati innesti ambientali. Le nervose e minimali tessiture delle due brevi tracce iniziali “Cut off” e “Blissfull moments” (che registra la collaborazione di Ennio Mazzon) proiettano in modo immediato nell’universo disturbante e gravido di mistero costruito da Deison, un immaginario che trova piena esplicazione nei paesaggi sonori definiti da “Motionless”. Intermezzate dalle trame oblique di “Sulle mie ossa”, le due parti in cui il brano è diviso occupano,  con una durata complessiva di oltre ventotto minuti, gran parte dell’album ponendosi come vero e proprio centro narrativo del lavoro, nocciolo attraverso i cui densi ed incombenti fondali irrompono a tratti le flebili e tenui melodie pianistiche di Andrea “Mingle” Gastaldello capaci di aggiungere uno straniante effetto di stridente armonia che ne accentua il costante carico di tensione emotiva.  Il viaggio si chiude, dopo l’ulteriore frammento di “Tape 2”, sulle frequenze sempre granulose ma meno cupe di “The end of everything” che con la sua atmosfera distesa e avvolgente rappresenta l’ideale via di uscita verso una dimensione più luminosa e accogliente.