Music For Sleep   “L’amore è l’unico rimedio al male”

[rohs! records]

Dolore e amore, spesso intrecciati in un insieme irruento ed inscindibile, sono stati i temi cardine attorno cui si è sviluppata la poesia di Alda Merini. È stata lei stessa a dichiararne più volte l’importanza e a spiegare il ruolo che i due sentimenti occuparono nella sua vita e di conseguenza nelle sue composizioni. Ed è da uno di questi assunti che prende le mosse il recente itinerario plasmato dal sempre prolifico  Andrea Porcu a firma  Music For Sleep.

 Registrato dal vivo a Nuraghe Su Mulinu lo scorso 12 agosto 2022 in occasione del NEO.STONE JAZZ, “L’amore è l’unico rimedio al male” è una dilata suite ambientale dall’incedere vaporoso e avvolgente. Le modulazioni sintetiche attraverso cui prende forma si sviluppano sinuose e prive di soluzione di continuità generando un paesaggio diafano, potenzialmente illimitato, immerso in una luminosità calda e avvolgente. Il suono si espande placido, costellato da minute risonanze che ne scandiscono l’evoluzione come increspature impercepibili di un oceano di suono apparentemente immutabile.

Tutto è quiete, sospensione delicata venata da indissolubile malinconia, in cui immergersi dimenticando lo scorrere del tempo e l’ansia del vivere contemporaneo.

Music For Sleep “Music From A Sinking World”

[rohs! records]

Ipnotiche movenze in graduale dissolvimento per sonorizzare una lenta e placida fine del mondo. È una malinconia quieta  e avvolgente l’emozione imperante su cui si sviluppa il nuovo lavoro di Andrea Porcu sotto l’abituale alias Music For Sleep, onirica successione di sette itinerari atmosferici costruiti a partire da diafane sequenze su nastro registrate durante lo scorso anno.

Imperniate sul mesmerico sviluppo di flessuose frequenze circolari, le strutture ambientali scolpite disegnano vaporose trame in lento decadimento, sature modulazioni striate da sottile polvere che si muovono verso un orizzonte distante ed indefinito. Una calda luce si irradia da questi rarefatti flussi, la cui quasi impercettibile grana costituisce l’unico elemento materico. Inevitabile è il rimando alle spirali in maestosa decomposizione del capolavoro di Basinski, malgrado non ci si trovi qui di fronte ad un unico infinito tracciato, ma ad una raccolta di relativamente brevi traiettorie accomunate da un’identica aura solenne, quasi sacrale, a cui affidare il proprio sentire.

Music For Sleep “Conference Of Morning Birds At The Happiness Research Center”

[rohs! records]

Immersi in un’oasi di cristallino suono, distanti dal rumore e dall’inquietudine del quotidiano scorrere della vita. Scava nel proprio archivio Andrea Porcu, tra  frammenti e frequenze frutto di sessioni di improvvisazione, estraendone un placido universo di quiete risonanze, raccolte e plasmate per divenire amniotico flusso in vaporosa espansione.

È un vapore caldo e sinuoso, scandito da luminose stille armoniche e dal delicato canto degli uccelli, ciò che si irradia, materia rarefatta e avvolgente che gradualmente evolve seguendo una lenta e leggera danza di suoni ambientali e correnti sintetiche. Scorre lento questo morbido torrente, sospeso in un tempo che qui perde la sua funzione di misura per divenire infinito istante al quale abbandonarsi in profonda e silente contemplazione.

Un etereo oceano di accoglienti riverberi da assaporare ad occhi chiusi.

Music For Sleep “Mellotron Works”

[rohs! records]

Un’infinita distesa di evanescente malinconia che si irradia placida poggiandosi lieve su ogni angolo che raggiunge. È un velo agrodolce di morbida luce a scaturire dal primo frangente di recente, imposta solitudine vissuto da Andrea Porcu, un quieto mare che si muove lento trasportando le indefinite sensazioni del momento in atto.

Trame sature, scaturenti dallo strumento scelto per questo nuovo viaggio a firma Music For Sleep, scorrono con andamento cullante fino a divenire ipnotico flusso ipnagogico diviso in quattro sinuosi movimenti. È un’atmosfera rarefatta, sospesa tra realtà e dimensione onirica, modulata differentemente in ognuno dei suoi tratti per divenire avvolgente nebbia amniotica che annulla ogni coordinata spazio temporale disegnando un sintetico limbo nel quale rifugiarsi in attesa di un nuovo inizio.

Un’eterea permanenza in un mare di delicato suono.

øjeRum “the forest is sleeping within the trees”

[krysalisound]

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Cullante e dolente procede il suono come quieto torrente, che lentamente scava un profondo solco incidendo un sospeso paesaggio emozionale. È ancora una volta Krysalisound ad accogliere una ripubblicazione rivista  di uno dei tanti lavori di Paw Grabowski, prolifico autore danese che si cela sotto lo pseudonimo øjeRum. A finire nel catalogo della label di Francis M. Gri è in questo caso “The forest is sleeping within the trees”, ipnotica suite in sei movimenti per pianoforte e organo a pompa.

Interpolando una malinconica melodia pianistica al palpito densamente evanescente scaturente dallo strumento antico, Grabowski tesse una placida deriva dal moto costante solo apparentemente reiterato senza fine. È infatti nelle sfaccettate sfumature e nell’enfasi delle pause che occorre cercare il portato  di questo relativamente breve tracciato risonante capace di indurre la rivelazione di liquide visioni pervase da penetrante lirismo.

Un filo sottile che una volta individuato è difficile da abbandonare.

ranter’s groove “musica per camaleonti”

[kaczynski editions]

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Una piccola cascata di crepitanti micro universi plasmati con tocco impressionistico. Sono costruzioni essenziali in bilico tra evanescente astrazione e concreta sensorialità a definire l’esplorazione sonora di ranter’s groove, placida deriva attraverso minute ambientazioni permeate da lisergico afflato.

Dalla combinazione di frammentarie trame chitarristiche e pulsanti fondali composti da stille rumorose e inserti ambientali prendono forma risonanti visioni che si sviluppano con tono unitario trovando sfumature cangianti che connotano in modo univoco ogni singolo tracciato, spesso arricchito dal contributo di inserti armonici affidati ad altri musicisti. Si passa così con coerente coesione da sprazzi di contemplativa quiete  enfatizzata dai flebili fraseggi del violoncello di Macarena Montesinos (“i bastardi”) a sulfuree immersioni in territori oscuri da cui emerge un sotterraneo recitato (“ade”), da cadenzati flussi densi di inquietudine (“technological slavery”) a nebbiose atmosfere pervase da granulose frequenze tra cui aleggia il suono della tromba di Paolo Bedini (“your sleep/my wild side”).

Un allucinato incedere notturno alla ricerca di indefiniti scorci a cui affidare l’immaginazione.

sophie hutchings “wide asleep”

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Un senso di inquieta sospensione densa di una emozionalità turbolenta informa il nuovo disco della talentuosa Sophie Hutchings, che giunge dopo una pausa di quattro anni dal precedente “Night Sky” ed ancora una volta attraverso l’australiana Preservation.

Nei sei capitoli che lo compongono “Wide Asleep” ci propone l’elegante pianismo della Hutchings ampliato attraverso l’utilizzo di preziosi arrangiamenti di archi, misurati innesti ambientali e partiture vocali che disegnano un avvolgente universo in bilico tra il sogno e la veglia, raffinate trame che alternano una vaporosa quiete a progressioni dinamiche impetuose. Gli elementi di questo viaggio onirico emergono a partire dall’iniziale “Dream Gate”, vero e proprio varco d’accesso a questo mondo fuori dal tempo, e riverberano fino all’essenziale chiusura di “Blind Dance, riproponendosi in combinazioni diversificate che strutturano atmosfere cangianti, più romantiche e rarefatte in “Falling” e “Living Light”, maggiormente malinconiche in “Memory I” e “Memory II”, quest’ultima caratterizzata da una marcata presenza dell’elemento vocale.

Una terza prova che ancora una volta ribadisce la maestria compositiva della giovane musicista australiana che qui dimostra di sapersi trovare a suo agio anche nella costruzione di partiture dal respiro più ampio e dalle soluzioni più  variegate.

Adriaan Swerts   “One”

[piano and coffee records]

La brutale ed improvvisa consapevolezza della finitezza della vita, la voglia di esaltare la bellezza del sentimento quale unica reazione possibile. Come spesso accade, scaturisce da premesse funeste il lavoro di debutto di Adriaan Swerts, compositore belga rimasto disabile in seguito ad un incidente e costretto ad affrontare la perdita dell’amato nonno.

Sono queste le scintille che innescano un processo creativo fertile, proiettato alla costruzione di itinerari intimi costruiti a partire da una nutrita serie di diafani field recordings catturati tra i suggestivi paesaggi naturali dell’Islanda e della Scozia. Ad essi si sommano essenziali partiture acustiche generando immersioni silenti in territori di fragile incanto. Una quiete malinconica si irradia dalle strutture sonore plasmate da Swerts, assumendo di volta in volta la forma di dilatazioni atmosferiche vicine alle pagine più rarefatte dei Sigur Ros (Sleeping Mountains, Still), delicate partiture neoclassiche scandite da scarne stille pianistiche (Translucence, Old Shelter) e distese sintetiche percorse da correnti ruvide (Distant Overtones, Endless Sea). Soltanto Hold On, con la sua progressione nervosa, segna un alzata di tono in un insieme altrimenti scandito da un’atmosfera sempre sommessa, incline ad una grazia spontanea specchio di un sentire cristallino privo di mediazioni. Un placido inno al sublime.

Photographs. “Nocturne”

[Disorder Records]

Lorenzo Tomasello per SoWhat

Il quarto lavoro di Photographs. è sorprendente, come l’aneddoto sulla sua creazione, portata a termine in appena sei giornate di solitudine in lockdown. Durante quelle notti di febbrile ispirazione, il caleidoscopico Lucio Leonardi ha reagito alla sventurata perdita di tutto il materiale composto precedentemente per il suo solo-project e intrappolato nell’irreparabile computer che lo conteneva, creando una collezione di nuove tracce che per quarantuno minuti si dimenano al buio.

Photographs. si serve della title-track dell’album, scomposta in tre umori strumentali distinti, per introdurre ed incanalare progressivamente le coordinate sonore presenti nel disco. Al primo frammento, un pianoforte sfumato da atmosfere sintetiche degne di un remix di Sakamoto, segue una sottile pioggia di modulazioni e drum-machine tribali che tremano sull’algida delicatezza del cantato di “Your Emptiness”, per poi frastagliare di glitch e sussurri la fumosa quiete di “Dark” ed ancora far danzare la più irrequieta ed introspettivaMute”, mantra IDM per trascorrere l’ennesima sleepless night. La successiva “Madness and Misfortune” nasce dall’incontro tra  melodie pop e corali con una cerebrale brina house, adagiata su distese ambient sempre più intense e variopinte, perfetto sottofondo per la danza spirituale della sagoma nella copertina di Gaetano Favara, che fluttua allucinata sul chiaroscuro delle sensazioni umane.

Da “Nocturne #2” una industrializzazione ipnagogica si insinua tra le tracce, acque ritmiche travolte alla deriva dalle misteriose onde percussive di “Adrift” e dai beat affogati in continue paralisi di “Consummation of Grief”. Servono le carezze sintetiche di “I Turn to Nothing”  e le creature droniche di “Mama” per trattenere un ultimo respiro prima di immergersi nel climax elettronico di “Confessions”. È in questo bagno modulare che Leonardi si spoglia della propria oscurità, sciolta da un trasporto emotivo che interpreta e vizia le nostre voglie, uditive e non solo. La notte fonde questo plasma sonoro al suo schiumoso strascico, “Nocturne #3”, ultima marea che ci trasporta a riva, al salvifico albeggiare di un pianoforte a coda, ancora in grado di [ri]suonare donandoci riposo.

Alessandro Barbanera “Haunted Houses”

[laverna.net]

Attraverso una notte malinconica, galleggiando in un mare di vaporoso suono. È un elegia agrodolce che si espande tra gravida solitudine e barlumi di rinnovata speranza quella plasmata da Alessandro Barbanera nel suo nuovo tracciato sonico, un’onirica sequenza di diluite sensazioni che assumono la forma di vivide istantanee emozionali.

Assecondando una vitale inquietudine sprigionatasi durante il periodo di forzato isolamento, rivolgendo lo sguardo al proprio spazio interiore, il musicista umbro distilla una mutevole traiettoria nutrita da lenti correnti elettriche che si irradiano placide su un granuloso fondale di sfaccettati echi ambientali, ruvidi riverberi analogici e risonanze concrete estratte da fonti incontrate in modo inatteso.

Il viaggio, sospeso tra sonno e veglia, si dischiude su paesaggi rarefatti, densamente pervasi da un senso di tragico ed indissolubile vuoto che diviene nostalgico soffio irradiantesi verso un orizzonte morbidamente oscuro (“Sleepless”, “In Absence”), improvvisamente intriso di suggestioni letterarie (“The death of Joe Christmas”) prima di tramutarsi in dolente abisso emotivo (“Torture Room”). Un algido vortice di rumorosi echi e taglienti frammenti in libero fluire (“Haunted Houses”) segna in modo netto il cambio di rotta che conduce verso un finale rischiarato da una calda luce che squarcia le nette ombre fin qui dominanti per introdurre uno sguardo più disteso che si riappropria di un sentimento arioso sinonimo di una raggiunta catarsi (“Pure”, “Endless”).

Atmosferico peregrinare nelle profondità dell’animo.