william ryan fritch & matt finney “a history, in boxes”

[lost tribe sound]

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Intime confessioni offerte adagiate su un flusso emozionale che si snoda tra lievi sussurri e impetuosi crescendo. L’incontro con la profonda e drammatica vocalità di Matt Finney conduce il prolifico William Ryan Fritch verso soluzioni ancor più enfatiche del suo estro dai tratti sempre più cinematici.

È avvincente e pienamente riuscita la combinazione dell’intenso recitato dalle striature polverose di Finney e le trame dai tratti epici del musicista americano, generando un racconto che muove tra sguardi nostalgici e incalzanti spirali emotive plasmate da un andamento parallelo ma non coincidente tra le parole e le trame sonore. Fritch utilizza tutte le varianti del suo ampio lessico per tradurre in musica l’intensità del racconto declamato, distribuendo con estrema cura linee di banjo che hanno il sapore del ricordo che riemerge lento, tessiture di archi che aprono squarci di trascinante lirismo e modulazioni atmosferiche a tratti evanescenti e occasionalmente granulosi e lievemente obliqui.

Giunti in fondo ci si ritrova davanti gli occhi l’intera sequenza di un film le cui vivide immagini non hanno necessità di essere catturate su alcun supporto fisico.

william ryan fritch “the old believers (extended edition)” + “the sum of its parts”

[lost tribe sound]

 

 

Musica per immagini che vivendo di vita propria diviene essa stessa immagine. Non è certo una scoperta la forte propensione cinematica delle composizioni di William Ryan Fritch, caratteristica che spesso ha portato l’artista americano a scrivere commenti sonori per immagini in movimento. Due di queste colonne sonore “The old believers” e “The sum of its parts”, inizialmente pubblicate in versioni limitate destinate ai soli aderenti alla serie Leave Me, trovano adesso rinnovato ed esteso spazio in una nuova veste che prevede tra l’altro l’ampliamento del primo dei due con l’inserimento di otto nuove tracce.

Entrambi i lavori ribadiscono la capacità di Fritch di costruire racconti sonori vividi e dinamici, capaci di plasmare personaggi e paesaggi attraverso una suggestiva combinazione di misurate tessiture elettroniche e partiture acustiche dal respiro sempre più corale. Si struttura attraverso tale sintesi una efficace alternanza di scorci evocativi e vortici di ascendente pathos che hanno nel brillante contributo degli archi uno dei maggiori punti di forza.

Non semplici accompagnamenti per sequenze di immagini quindi, ma lavori fortemente visuali che riescono autonomamente a sprigionare una dimensiona narrativa avvincente confluente in tutta la vasta produzione del talentuoso musicista.

 

william ryan fritch “birkitshi – eagle hunters in a new world”

[lost tribe sound]

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Una profonda propensione narrativa è una delle caratteristiche più evidenti della musica composta da William Ryan Fritch, attitudine che rende quasi naturale accostarne le trame sonore ad immagini in movimento. Un ‘affinità che ha più volte trovato concretizzazione e che è alla base del suo nuovo lavoro, che nasce come commento per un documentario sulla Mongolia.

Per accompagnare il racconto di questa affascinante ed esotica terra dai costumi che giungono da un tempo remoto, il musicista americano ha creato un universo sonoro vibrante ed evocativo declinato attraverso ballate dal sapore epico plasmate introducendo nella sua abituale tavolozza una serie di elementi tratti dalla tradizione musicale del luogo. Vario e mutevole è il ritmo del racconto, che nei suoi momenti più tesi e dinamici è scandito da linee percussive perentorie dal sapore ancestrale (“Bek”, “Distant Hooves”, “Sala Ensalaar”) così come le trame degli archi e l’utilizzo degli strumenti tradizionali sottolineano i passaggi di maggiore enfasi (“Karakorum”, “Qusbegi”). Lungo questo percorso dal flusso dinamico e avvincente si aprono a tratti anche frangenti all’insegna di un’ambience più rarefatta e contemplativa che delineano i tratti sfuggenti di un territorio vasto e desolato (“Aegil”, “Gurts”, “Burkit”).

Non resta che augurarvi buon viaggio.

william ryan fritch “ill tides”

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Ha un sapore epico il viaggio tracciato da William Ryan Fritch nel suo nuovo lavoro sulla lunga distanza che ne conferma l’estrema prolificità e sancisce l’inizio di Dead West,  serie su cassetta curata da Lost Tribe Sound. Interamente strumentale, “Ill Tides” costruisce una possibile colonna sonora  di una peregrinazione  avvincente e misteriosa , una navigazione attraverso mari vagamente minacciosi alla ricerca di un approdo sicuro.

L’ingresso al ricco ed oscuro universo sonoro creato dal musicista americano avviene attraverso morbide melodie che si dipanano prive di pulsazioni ritmiche su un fondale lievemente granuloso in un’atmosfera quasi spettrale (“Ghosts In The Gale”, “Recoiled”). Da qui in poi i toni divengono più drammatici, intrisi di un crescente pathos dal sapore ineluttabile sottolineato dalla presenza di battiti lenti e perentori (“Ill Tides”, “At Odds”) o da un andamento fluido altalenante che ricorda il moto dell’acqua (“Burdensome”). Giunti all’apice, improvvisamente il suono si apre dilatandosi in fitte e vaporose trame ascendenti (“A Tense Spiral”, “The Fog Of Our Primes”) prima di tornare ad una dimensione narrativa più quieta (“Evaporate”, “Entrenched”) che conduce al termine luminoso e cullante del percorso (“Furthest Shore”).

Preannuncia l’inizio di una serie affascinante “Ill Tides” ribadendo quanto sia feconda l’ispirazione che ha consentito a William Ryan Fritch di giungere al suo quattordicesimo disco in poco più di dieci anni di carriera.

 

10 Playlist per i 10 anni di Sonofmarketing (2010 -2019) – 2015

a cura di sonofmarketing

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This Is The Kit. This is the Kit è lo pseudonimo della cantautrice e polistrumentista britannica Kate Stables. Bashed Out è il suo terzo album in studio che è uscito per la Brassland di Aaron Dessner (The National). Questa è la title-track che mette in evidenza tutta la grazia della sua musica.

Masayoshi Fujita. Masayoshi Fujita è un compositore e vibrafonista giapponese che vive a Berlino. Nel 2015 ha firmato per la celebre Erased Tapes e ha pubblicato l’album “Apologues”. Fra trascendentale e trasecolare, Masayoshi Fujita realizza un’opera di bellezza inenarrabile. Una meraviglia che sta tutta nel fascino dell’esplorazione di uno strumento che ci permette di visualizzare e ascoltare storie.

Hior Chronik. Hior Chronik è un compositore tedesco (di origini greche). “Taking the Veil” è il suo disco uscito nel 2015 e che ha alzato quell’asticella invisibile che ogni artista cerca di superare con ogni disco. Molteplici le collaborazioni: Field Rotation, Sophie Hutchings, Yasushi Yoshida, Yoshinori Takezawa e le voci di Amber Ortolano e Fabiola Sanchez. Questa è “Sailing Away”.

Rafael Anton Irisarri. Fra gli artisti più importanti della musica contemporanea, Rafael Anton Irisarri raggiunge l’apice della sua carriera con la magia di “A Fragile Geography”. Questo nuovo album risulta una sorta di percorso che vuole raffigurare l’instabilità contemporanea che riflette il contrasto fra la bellezza che ci circonda con una serie di eventi e sensazioni che portano disagio e pressione (in particolare riferimento agli Stati Uniti).

Marika Hackman. We Slept at Last” è una frase dal forte impatto, di liberazione e che rivela un passato recente (o lontano, dipende dalla prospettiva) particolarmente pesante, fisicamente e soprattutto emotivamente. L’artwork dominato da un blu notte, tanto suggestivo quanto inquietante, vede una donna accasciata frettolosamente su un letto, divorata dal giorno faticoso o da una vita insostenibile.

Immagini che raccontano una storia, come quelle che propone la cantautrice londinese Marika Hackman che arriva al debutto dopo una serie di interessanti ep. L’innamoramento è veloce, la sua voce è ipnotica e malinconica ed è una calamita, anzi un vortice per tutti gli amanti delle atmosfere “dark”.

Johanna Warren. A due anni dal debutto con “Fates”, Johanna Warren è tornata con un nuovo album. Si intitola “nūmūn”ed è uscito via Team Love. Back vocals e piano a cura di Bella Blasko, Il disco è un concept dedicato alle varie fasi della luna. La figura della luna come stabilizzatore del nostro universo e figurativamente dell’equilibrio fra spirito e corpo, inteso come esistenza. La cantautrice di Portland riprende una certa poetica nel suo nuovo lavoro e non è possibile non ritrovare un certo approccio spirituale anche nella composizione.


Armaud. “How Erase a Plot” è il debutto della cantautrice italiana armaud, pseudonimo di Paola Fecarotta. L’album è uscito per Lady Sometimes Records. Dieci tracce di dream pop soffuso, venato di elettronica e malinconia. Questa è “Lullaby”.

William Ryan Fritch. Non esistono le giuste parole per descrivere la grandezza di questo artista statunitense che in pochi anni si è cimentato in diversi progetti (fra cui Death Blues) e in una serie di album che hanno rappresentato un’evoluzione impensabile e straordinaria (dalla neoclassica e la composizione di colonne sonore alle sperimentazioni melodiche dell’ultimo lavoro). La costante resta la voglia di esplorazione, la curiosità, il coraggio di superare i confini stilistici. Nel 2015 ha pubblicato “Revisionist”, uno dei suoi album più significativi.

The Frozen vaults. The Frozen Vaults è il  collettivo composto da Bartosz Dziadosz (Pleq), Harry Towell (Spheruleus), Yuki Murata (piano), David Dhonau (violoncello) e Tomasz Mrenca (violino). “1816” è l’album di debutto che è uscito via VoxxoV Records.

Shlohmo. Il 2015 è anche l’anno di Henry Laufer aka Shlohmo che pubblica uno dei suoi album più significativi. “Dark Red” uscì per True Panther. Questa è “Emerge From the Smoke”.

Ben Fleury-Steiner. Ben Fleury-Steiner è un sound artist statunitense e fondatore della label Gears of Sand. Nel 2015 è uscito “While The Red Fish Sleeps”per Soft Corridor Records. Il Mastering è a cura di Fraser McGowan (aka Caught In The Wake Forever). Il disco presenta sonorità astratte che abbandonano il concetto di ritmo e struttura a favore di flussi emotivi che seguono gli illogici movimenti della mente umana.

Sòley. Sòley è una delle artiste nordeuropee che ha suscitato maggiore interesse negli ultimi anni. “Ask the Deep” è il suo secondo album che è uscito per Morr Music. Questa è “Follow Me Down”.

Deison e Matteo Uggeri. In the Other House” è il risultato della collaborazione fra i due compositori e musicisti Cristiano Deison e Matteo Uggeri. L’album è uscito per Old Bicycle Records in coproduzione con Final Muzik, Loud Records, Oak Editions.

Sufjan Stevens. Uno degli album del decennio appena passato. “Carrie & Lowell” di Sufjans Stevens non ha bisogno di presentazioni. Questa è “Should have Known Better”.

Goodspeed You! Black Emperor!. Chiudiamo con i GY!BE! E il loro intenso “Asunder, Sweet and Other Distress “.

10 Playlist per i 10 anni di Sonofmarketing (2010 -2019) – 2014

a cura di sonofmarketing

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Thee Silver Mt Zion. Uno dei gruppi che rappresenta al meglio quella realtà meravigliosa chiamata Constellation Records.  Il collettivo canadese guidato da Efrim Menuck realizza nel 2014 il settimo album intitolato “Fuck Off Get Free We Pour Light On Everything” che ha messo in mostra una notevole sensibilità autoriale supportata dalla unicità della loro audacia e complessità strumentale.

Graveyard Tapes. Graveyard Tapesè la collaborazione fra  Matthew Collings, compositore di Edimburgo (noto per i progetti Splintered Instruments e Sketches For Albinos) e Euan McMeeken, musicista versatile e mente dei progetti Glacis e The Kays Lavelle e gestore della mitica mini50 Records. “White Rooms” è il secondo album uscito per Lost Tribe Sound e che vede la presenza di collaborazioni esterne con artisti altrettanto talentuosi come Ben Chatwin, William Ryan Fritch e Brady Swan. Questa è “Death Rattle”.

C’Mon Tigre. Uno fra i progetti italiani più entusiasmanti degli ultimi 20 anni. Un intreccio di stile fra trame psichedeliche, dinamiche jazz, echi blues e funk, world music. Vi proponiamo “A World of Wonder”.

Elise Melinand. Uno di quei debutti che colpiscono subito. La musicista francese Elise Melinand mette in mostra con “Gray Hoodie” una vocalità notevole e sonorità evocative fra melodie raffinate e sperimentazione non invasiva.

Aaron Martin. Aaron Martin è uno dei compositori di maggiore spicco della scena attuale con una capacità di dare sempre forma nuova al suo creato ma con una caratterizzazione che pareggia la sua variabilità. “Comet’s Coma” è uscito per la straordinaria Eilean Records. Un lavoro che mette in mostra la sua forza di narrazione strumentale.

Douglas Dare. “Whelm” è il debutto del musicista, compositore e cantautore britannicoDouglas Dare che sembra che abbia avuto le idee chiare sin dall’inizio riuscendo a realizzare concretamente qualcosa di profondo e che riesce a rapire completamente l’ascoltatore. Mette in gioco essenzialmente tre elementi: le sue doti di pianista, le incursioni elettroniche e la voce solenne e profonda che asseconda il mood intimo dell’album.

Weyes Blood. Weyes Blood è il progetto solista di Natalie Mering, cantautrice statunitense nota come ex-membro degli Jackie-O Motherfucker e collaboratrice del progetto Ariel Pink’s Haunted Graffiti. “The Innocents”è il successore dell’esordio del 2011. Una magnificenza dei testi e dell’interpretazione che impressiona immediatamente. Vi proponiamo “Bad Magic”

Grouper. Liz Harris, come sempre, disegna la sua musica nel modo a lei più naturale, senza fronzoli e cogliendo il momento più idoneo alla creazione della stessa; Nel 2014 con “Ruins”, il carpe diem è offerto stavolta da un breve  soggiorno in Portogallo e viene immortalato utilizzando un “misero” mixer quattro piste, un microfono  e un pianoforte.

Puzzle Muteson. Puzzle Muteson è il progetto del cantautore e multi-strumentista Terry Magson. “Theatrics” è il suo secondo album caratterizzato da un folk minimale e malinconico. Questa è “In Circles”

Chet Faker. Built on Glass” è il disco di debutto di Nick Murphy aka Chet Faker. Un disco che ha messo subito in evidenza le sue potenzialità e capacità: l’eleganza della produzione, il perfezionismo, la bravura nella scrittura e la caratterizzazione “future sound” della sua musica.

Damon Albarn. il primo vero album solista di Damon Albarn è uno dei capolavori del decennio passato. Un’intensità emotiva che raccoglie tutto il suo talento da cantautore e musicista. Questa è “Hostiles”.

seabuckthorn “a house with too much fire”

[Bookmaker Records / La Cordillère]

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Cambiare punto di vista per avere una prospettiva nuova attraverso cui rappresentare il proprio universo interiore, una traslazione ideale che spesso accompagna un reale moto geografico. È questo il caso di Andy Cartwright, il cui trasferimento verso le Alpi Meridionali coincide non a caso con la realizzazione di un nuovo lavoro definito da un ampliamento lessicale ed una esplorazione di nuove strade da percorrere.

Si avverte nitida nelle dieci tracce di “A house with too much fire” l’eco del nuovo paesaggio che accoglie il musicista inglese, traducendosi in sonorità al tempo stesso meno lavorate e più evocative che in parte si discostano dalla sua precedente produzione ponendosi comunque in stretta continuità con essa. Alle abituali trame chitarristiche cesellate attraverso il suo vibrante picking si affiancano adesso una serie di ulteriori strumenti e flussi ambientali che spingono in modo deciso verso la creazione di una tavolozza più ricca, un intento già dichiarato nel precedente “Turns” ricorrendo alla preziosa collaborazione di William Ryan Fritch.

Ci si muove così attraverso territori selvaggi ed affascinanti definiti da tessiture di grande impatto ed immediatezza, derivante dall’aver registrato gran parte del materiale in presa diretta, che solo a brevi sprazzi rimandano alla polverosa miticità del lontano ovest (“Inner”, “Submerged past”). È un incedere  incline ad una maggiore apertura verso atmosfere rarefatte nelle quali risuonano gravi note di clarinetto basso e si dispiegano vaporosi flussi sintetici (“A house with too much fire”, “Somewhat like vision”) o strutturate dal torrenziale scorrere di reiterati fraseggi di banjo su flebili fondali crepitanti (“It was aglow”, “What the shepherds call ghosts”).

Un itinerario avvincente permeato da un portato epico sempre presente nei tracciati cinematici di Seabuckthorn , ma qui rinvigorito da un approccio più maturo e consapevole.

seabuckthorn “turns”

[lost tribe sound]

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Trame cinematiche colme di epica visionarietà attraversate da un caldo vento polveroso. Prosegue lungo la rotta che conduce verso immaginifici territori del lontano ovest il percorso artistico di Andy Cartwright aka Seabuckthorn, che dopo il brillante “I could see the smoke” torna pubblicando il suo secondo lavoro sulla lunga distanza.

Il suono della fedele dodici corde e della vecchia resofonica, a tratti scandito da profonde pulsazioni ritmiche, è sempre l’elemento dal quale scaturiscono i racconti che plasmano l’avventurosa epopea creata da Cartwright, la cui abituale tavolozza qui si amplia anche grazie alla preziosa collaborazione dell’amico William Ryan Fritch che contribuisce suonando il contrabbasso in tre dei dieci brani.

Come già accadeva nel precedente lavoro, l’apertura affidata agli intrecci incalzanti di “Long Voyages Often Lose Themselves “ è dirompente e ci catapulta repentinamente nei vividi e affascinanti paesaggi disegnati dal musicista inglese, il cui vibrante picking si muove costantemente tra torrenziali arpeggi dal tono sommesso (“Of Disappearance”, “Lanterns”) e trame venate da un’inquietudine strisciante che si sciolgono in rarefatte aperture ambientali (“Occurring Water”, “Plateau Edge”). L’atmosfera che si sprigiona ha un sapore decisamente viscerale, accentuato nei frangenti in cui le pulsazioni strutturano il flusso conferendovi un’impronta ancestrale (“Concerning Otherness”).

Pur rimanendo ancorato ad un immaginario già definito, “Turns” ha il merito di espandere un lessico sonoro avvincente che sempre più rende Seabuckthorn un punto di riferimento imprescindibile.

glacis “love, if you love me, lie beside me now”

TVEI23-2000

Intimi ed essenziali, privi di una qualsivoglia sovrastruttura che ne intaccherebbe la purezza emozionale. Hanno il respiro e la carica emotiva di brevi estratti da un diario personale le sei tracce di “Love, if you love me, lie beside me now”,  mini album del progetto solista Glacis di Euan McMeeken, che riaffiora dopo una lunga sosta che ha visto l’artista scozzese attivo su altri fronti musicali.

Al centro del disco, pubblicato da Tavern Eightieth, c’è la voglia di McMeeken di abbandonarsi in modo libero ed estemporaneo alla musica e al dato emotivo da cui scaturisce. Per assecondare questo suo intento si avvale del solo ausilio del pianoforte, minimale ma tutt’altro che scarno, rifinito ed espanso da misurati ed evanescenti innesti sonori capaci di esaltarne le atmosfere.

Risulta quasi impercettibile il contributo di Rene Gonzalez Schelbeck (aka Western skies motel) alla melodia dolente e romantica dell’iniziale “No one can reach us now, or ever “e all’andamento ipnotico di “Seen through a doorway”, mentre ha maggiore evidenza nella rarefatta e crepitante “Under the arc of the sky”, così come quello dato da Alan McCormack all’altrettanto spettrale “For your fear I would give you silver”, contraddistinta da un ritmo più incalzante del piano. Differente è invece l’apporto dato da William Ryan Fritch, che attraverso le sue trame di violoncello amplifica il lirismo della conclusiva “There is nothing, yet i am here” in un dialogo coinvolgente, lirismo che trova il suo apice nella leggera danza di “Love, if you love me”, unica traccia in cui è assente qualsiasi ulteriore contributo.

È uno scrigno prezioso “Love, if you love me, lie beside me now”, dalla durata breve ma di rara intensità, che ancora una volta ci dà conferma delle straordinarie doti musicali del suo autore.