Una Selezione TRISTE© #21

a cura di TRISTE© – Indie Sunset in Rome

10648232_447183495436057_8508890659538617632_o

Tomberlin – Any Other Way
Il disco della cantautrice statunitense era già uscito in forma ridotta lo scorso anno. Ma questo non è un buon motivo per non riapprofondirlo ed apprezzarne ancora tutte le profondità.

 

Tunng – Dark Hear
Il gradito ritorno dei Tunng

 

Blue J – Both Your Hands
Una bellissima scoperta dal Canada (che non ci tradisce mai). L’indie-pop malinconico e un po’ retrò dei Blue J.

 

Alpaca Sports – I’ll do anything you want
Dalla malinconia al twee svedese degli Alpaca Sports, che arrivano con un nuovo disco estremamente piacevole

 

Terry – Bureau
Il quartetto australiano dei Terry ci porta di nuovo tra le sue melodiche dissonanze.

 

Matt Maltese – Like a Fish
Recuperiamo qui il bellissimo debutto di Matt Maltese. Un artista che ha già la raffinatezza di un autore navigato.

 

Adrianne Lenker – Cradle 
Adrianne Lenker dei Big Thief sta per uscire con il suo debutto solista. Noi siamo in attesa. Già con i brividi

 

Kurt Vile – Bassackwards
Ad Ottobre ritorna Kurt. Le premesse sono ottime.

 

Mitski – Two Slow Dancer
Ad Agosto è uscito anche il nuovo disco di Mitski. Un disco con alti e bassi. E qualche pezzo davvero toccante.

 

Low – Rome
Tutto lo spessore dei Low. Con il loro nuovo album. Dove ci sono anche pezzi come Rome, che arrivano a graffiarti dentro.

 

Annunci

a-sun amissa “ceremony in the stillness”

[gizeh records / consouling sounds]

GZH85-A-Sun-Amissa-Sleeve-Small

Densa e incandescente materia che scorre implacabile attraverso abrasivi territori sempre più plumbei. A poco più di un anno da “The gatherer” che aveva interrotto una lunga assenza, torna l’instabile ensemble guidato da Richard Knox, offrendoci un nuovo capitolo della sua saga sempre più ampia per coordinate stilistiche e musicisti coinvolti. A coadiuvare il musicista inglese troviamo questa volta TJ Fairfax, Christine Ott, Jo Quail e David McLean, unico superstite del collettivo che aveva realizzato il disco precedente.

È un suono più incline a tracciati ruvidi spinti verso una densità greve quello che contraddistingue “Ceremony in the stillness”,  un flusso imperniato soprattutto sul suono graffiante della chitarra che spesso viene scandito dalle linee percussive perentorie e marcate di Fairfax. Una direzione evidente sin dalle prime battute della granitica “The black path”, che informa in modo marcato anche l’oscura cavalcata epica di “To the ashes” senza però trasformarsi in un incedere lineare e immutabile. La crescente tensione senza sbocco delle trame sospese di “With wearied eyes”, così come il convulso ed enigmatico vortice distorto di “The skulk”, riportano infatti verso ambientazioni più rarefatte ed atmosferiche lasciando trasparire maggiormente il prezioso apporto dato dalle trame cariche di enfasi del violoncello elettrico di Jo Quail, dalla voce allucinata del sax di Mclean e dalle spettrali frequenze dell’onde Martenot di Christine Ott.

Ciò che ne deriva è un viaggio intriso di magnetica fascinazione scaturente da coralità ancora una volta complessa e suggestiva.

Immersione profonda.

dakota Suite, Dag Rosenqvist and Emanuele Errante “what matters most”

[karaoke kalk]

What_Matters_Most_Cover_KK107

Un momento distante nel tempo che riverbera  giorno dopo giorno ricordando come un istante possa scandire un’intera esistenza. Un lavoro a sei mani eppure profondamente personale segna il ritorno di Dakota Suite, un diario intimo e dal tono discreto in cui si svela tutta la complessità di una vita che scorre senza sosta.

Ad affiancare Chris Hooson nella stesura di questa nuova mappa emozionale troviamo Dag Rosenqvist, che lo ha seguito nel lungo processo di composizione dei brani, ed Emanuele Errante con cui ha già condiviso nel 2011 lo splendido “The North Green Down”. Un nucleo eterogeneo a cui si sommano diversi altri musicisti tra cui Quentin Sirjacq, con cui Hooson ha più volte lavorato, e soprattutto la moglie e musa Johanna.

Mutuando la molteplicità di sentimenti che ispirano la sua genesi, “What matters most” si sviluppa come un percorso mutevole che alterna vere e proprie canzoni scandite dal canto dimesso dell’artista inglese, adagiato su fragili tessiture acustiche ibridate da frequenze sintetiche, ad atmosferici flussi sonori i cui toni cangianti delineano un’atmosfera instabile eppure estremamente coerente. Non esiste iato tra le trame malinconiche del piano dell’iniziale “constanta, 1992”, i rarefatti vapori da cui emerge dolente il sax di Lisen Rylander Löve di “de ziekte van emile”, i gentili arpeggi di chitarra combinati a flebili riverberi ambientali di “broken things are the glue of the world” e i racconti sussurrati dalla voce discreta di Hooson che con infinita grazia ci parlano di sconfitte e risurrezioni.

È un torrente senza soluzione di continuità che decreta passo dopo passo la profonda sinergia che lega i tre autori la cui cifra stilistica trova preziosa sintesi in ognuna delle tracce rimanendo comunque costantemente distinguibile. Si avverte così nitidamente la presenza di Rosenqvist attraverso le modulazioni ruvide che ascendono fino a disgregare la sequenza melodica, così come traspare evidente la vividezza cromatica delle rifiniture di Errante.

Ne scaturisce un tracciato sensoriale estremamente magnetico, capace di affascinare per la sua enfasi e la sua ricchezza di sfumature.
Da amare intensamente.

Alchimie sonore

in conversazione con Stefano De Ponti

Immagine che diventa suono, suono che diventa immagine. Quella alla sinestesia è una propensione  capace di essere cristallina suggestione, motore generante di spirali narrative avvolgenti che conducono in universi percettivi nutriti da un immaginario accentratore di stimoli. È un incedere complesso e accidentato, non semplice da portare a termine, ma che diviene dirompente catarsi quando si compie.  Per sviscerarne le dinamiche ci siamo rivolti a Stefano De Ponti, “organizzatore di suoni e immagini”  come lui stesso si definisce, autore  alla costante ricerca dell’abbattimento del margine che separa i diversi piani sensoriali attraverso cui assorbiamo la realtà.

41534402_317551942368786_8252943606755622912_n

Come accade in tante sceneggiature, il punto di partenza non sarà l’origine cronologica. “Fin​-​d’Ersástz / 20xx – 2016”, pubblicato nel febbraio del 2017, è da considerare un punto di svolta, un momento cardine di un percorso artistico già fertile ma ancora in divenire. Cosa ti ha spinto a provare a tirare le somme  di ciò che sei fin qui stato? Da cosa è nata questa necessità dall’urgenza evidente?  


“Dunque, era proprio una bestia, se la musica a tal punto lo affascinava? Gli pareva
di veder disegnarsi davanti a lui la via verso un cibo desiderato quanto sconosciuto.”
Franz Kafka, La metamorfosi

In principio fu una visione.

Questo slideshow richiede JavaScript.

Ancora non ne sapevo nulla e per la verità non so ancora spiegarmi il perché, ma era il periodo in cui chiudevo il radiodramma tratto da “I bei giorni di Aranjuez” di Peter Handke.

La ricerca artistica sulle opere di Handke con Daria Deflorian e Attilio Scarpellini fu un’esperienza molto importante. Un’immagine chiara per una testa confusa. Giornate passate a fare e disfare figure sonore che non finiscono mai – perché non le vedo finite – e a coprire in un istante ciò che avevo fatto fino a quel momento. Da allora si è innescato un approccio alla creazione preciso e in continuo mutamento. L’iniziale sconforto per l’inafferrabile si è trasformato in un elogio dell’impermanenza, nella rivalutazione del processo come pratica bastante e in eterna trasformazione.

Sfuocare e sovraesporre al limite, così da ritrovare il fuoco e i contorni. Educarsi al silenzio, trovarsi nel perdersi. Così ho vinto l’imbarazzo e sono ripartito dall’ascolto del mio primo suono che si è trasformato in un flusso. Alla fine ne sono uscito rassicurato, nella sorpresa scaturita dalla coerenza organica emersa dal risultato e dall’impossibilità e conseguente disinteresse di delimitare il futuro.

Tutto ha poi trovato forma compiuta grazie a Harry Sumner, che nel momento giusto mi ha chiesto un mixtape per Sonospace.org, e a Emanuele Magni, amico e assiduo collaboratore, che ha voluto fare una pubblicazione fisica  con la sua Grotta Records. “Un bisogno di verifica e rassicurazione”, avrei potuto sintetizzare così, ma sono un seguace del “giro lungo”.


Un senso di insoddisfazione persistente ti ha costretto quindi a confrontarti con te stesso per riflettere sulle dinamiche del tuo creare, malgrado la realizzazione di percorsi compiuti come quello di Calce. Ma piuttosto che rimanere vittima di un nulla come perfetta risposta alla mancanza del tutto, per rimanere sulle riflessioni di Carini l’intellettuale, ciò che si è delineato è uno spostamento di senso che ti ha condotto a privilegiare l’emozionalità del fare sull’esattezza della forma compiuta. Un movimento che riporta alla mente la tensione emotiva del non-finito michelangiolesco e che informa il tuo ultimo lavoro condiviso con Elia Moretti. Quanto peso ha avuto su questa scelta la crescente bulimia produttiva che sempre più investe il mondo dell’arte?



L’attuale smania di produrre rende quindi l’artista sempre più indulgente verso se stesso e determina una produzione tendenzialmente artigianale che contempla sempre meno un processo di reale ricerca lessicale. Un punto di vista dal quale mi sembra di capire tu voglia mantenere le distanze. Che importanza riveste in quest’ottica la tua attività nel mondo del teatro e la ricorrente collaborazione con artisti visivi?  Questo rincorrere la poesia come linguaggio trasversale può ritenersi il tuo faro capace di non farti perdere la rotta?


“Quanto è magico entrare in un teatro e vedere spegnersi le luci. Non so perché.
C’è un silenzio profondo ed ecco che il sipario inizia ad aprirsi. Forse è rosso. Ed entri in un altro mondo.
Il film è mio e ci metto tutti i conigli che voglio.”
David Lynch

Il bisogno sfrenato di produrre, se nasce da una reale e sincera spinta espressiva, non porta necessariamente a un impoverimento di contenuto. La fretta e l’esibizionismo sfrenato sì. Ma, come l’appetito da fast-food, è qualcosa di indotto, un falso bisogno, serve ad aumentare i consumi. L’accessibilità e la facilità produttiva aggravate da un processo senza freni di a-criticità e livellamento culturale collettivo, legittimano chiunque a ritenere potenzialmente valida qualsiasi cosa. Il risultato è un accumulo continuo e disordinato, impersonale e dispersivo, dove le aspettative di confronto si accontentano di feedback immediati e superficiali che producono brividi effimeri, inconsistenti e inutili come i contenuti proposti. Io credo che un artista, oggi, abbia la necessità e prima ancora il dovere di interrogarsi su ciò che va ad aggiungere al mondo. Deve ricrearsi situazioni di confronto autentiche e dirette, eventualmente ridotte ma che alimentino incontri reali, estranei alle logiche mediatiche imperanti che sono superficiali nella forma e nel contenuto. Deve smussare l’ego per favorire collaborazioni estese, aperte e critiche, tenendo sempre a mente che è l’opera la cosa più importante. Deve abbandonare la logica indotta dell’accumulo, ritrovare il tempo e lo spazio necessari, alimentando una tensione armonica tra tecnologia e poesia.

Tra il 2007 e il 2008, grazie all’incontro e alla collaborazione con le compagnie AstorriTintinelli, CorteSconta e Compagnia NUT, Riserva Canini e Menoventi, ho intuito che il teatro (di ricerca, quello serio…) sarebbe stato l’ambito migliore in cui sviluppare e nutrire la mia visione poetica. Attraverso il loro lavoro ho scoperto che il processo creativo che dalla costruzione di uno spettacolo porta alla sua restituzione, passa attraverso innumerevoli fasi di studio e di confronto, generando continue scoperte e nuovi materiali, che si ramificano in ulteriori approfondimenti declinabili poi in altre forme.

 

Ciò che è stato trovato e accumulato nel tempo che ci si è concessi, viene quindi organizzato e condensato, restituito sulla scena dove trova compimento attraverso una narrazione più o meno esplicita. Mutevole ad ogni replica non può essere confezionato, è corpo vivo, che si alimenta di quel patto non scritto stipulato con lo spettatore. L’opera è di fronte al suo fruitore per un tempo prestabilito. Non ci sono distrazioni se non quelle che gli permetterai di concedersi o quelle che lui non riuscirà a lasciare andare. Ma in quel tempo sono lì, l’una per l’altro. Uno scambio, un incontro, reale e presente. In questo senso la pratica teatrale, l’atto performativo organizzato drammaturgicamente, genera stimoli eterogenei continui e alimenta un confronto artistico ampio. Sentivo che se la mia musica avesse seguito criteri analoghi sarebbe incappata più difficilmente in risultati poco interessanti.

 

In questo senso è stato segnante nel 2011 l’incontro con l’artista figurativo e performer Emanuele Crotti per il quale io ed Eleonora Pellegrini (presenza attiva e costante nella mia vita e nella mia ricerca artistica), abbiamo realizzato le musiche de I candidi, spettacolo ispirato a Il signore delle mosche di Golding.

È a seguito di quell’esperienza che con Eleonora abbiamo iniziato a lavorare seriamente a Physis.

Nata in forma di performance per corpo e suono, ha trovato naturale evoluzione nell’album omonimo pubblicato da ManyFeetUnder.
È giusto definire questo un approdo momentaneo, poiché trattandosi di un lavoro dai confini concettuali aperti siamo certi che nel futuro troverà nuove forme e una nuova restituzione.

Negli ultimi dieci anni ho collaborato con più di dieci compagnie, fatto decine di residenze e con le mie musiche accompagnato centinaia di repliche. Spesso gli incontri e i materiali derivati dagli spettacoli, o accumulati nel cassetto delle improvvisazioni, sono stati successivamente organizzati, diventando pubblicazioni con una loro identità specifica o restituiti in forma di performance autonome, dando a volte risultati più interessanti degli spettacoli da cui provenivano, in una logica di trasformazione e divenire continuo.

 

 

Questo slideshow richiede JavaScript.

Le esperienze di questa prima decade trovano una sintesi pressoché perfetta ne Il mio compleanno, ultimo spettacolo di Riserva Canini, mentre un nuovo ciclo si sta inaugurando con un sodalizio nato poco più di un anno fa con la compagnia milanese Phoebe Zeitgeist, portatrice di quei valori etici, poetici e politici in cui credo fermamente e che mi sta portando verso terre per me ancora inesplorate. Il primo risultato di questo incontro è lo spettacolo Malagrazia per il quale ho curato l’architettura del suono e le musiche, che saranno pubblicate il 21 settembre dall’etichetta svizzera Luce Sia in corrispondenza della festa per il decennale della compagnia.


“Situazioni di confronto autentiche e dirette”. La tua recente produzione ti ha visto spesso protagonista accanto ad altri musicisti e con alcuni di essi collabori con maggiore continuità. Come nascono questi sodalizi? Come e con quali prospettive si evolvono? Cosa determina la volontà di intraprendere questi percorsi condivisi alla ricerca di quel “miracolo” che, per dirla con echi tarkovskijani, trasforma il suono vuoto e slegato dalla realtà in qualcosa capace di penetrare l’animo umano e farlo riverberare?


“Incredibile… non sembra la stessa macchina!”
“Beh non è ancora giunto il momento di cominciare a farci i pompini a vicenda.”
Pulp Fiction, Quentin Tarantino

Le persone si incontrano, si scontrano, le cose accadono, gli eventi si susseguono secondo un “fattore riconoscibilità” spontaneo, emotivo.  È come camminare lungo una linea scura che mi taglia in due da capo a piedi. Una corda magica che separa acqua e fuoco – i miei elementi – che oggi riverbera in equilibrio omeostatico dopo anni di entropia.

41630800_2159484367605905_8205909905228431360_n
“Pietro, secondo te cosa rappresenta questa immagine?” “Beh, papà, un pesce attaccato alla sua luce!”

“Alchimista dei suoni” così mi chiama un mio caro amico. “Empirico” aggiungo io, definendo così l’attitudine che ha caratterizzato le miei azioni, le mie scelte e la gestione dei rapporti umani e artistici di questi ultimi vent’anni. A volte scriteriata e impulsiva ha generato sodalizi e affetti solidi e duraturi, ma anche insanabili fratture. Con il tempo, le esperienze, gli incontri e lo studio, si è modellata la volontà di cercare e costruire condivisioni reali, aperte. Situazioni di spazio e tempo in cui rafforzare e far crescere la propria individualità partecipando a qualcosa di più grande. Il risultato è di tutti ma non appartiene a nessuno. Recuperare un senso di collettività fondato sul bisogno di un reciproco spronarsi e di avere cura.

1aout

La residenza a Les FAC nel luglio 2015 è stata la svolta finale, poiché durante quell’esperienza è maturata un’etica del lavoro e della vita comunitaria all’epoca in me ancora acerba. In questo senso Calce si è rivelato essere un strumento di selezione, un’opera collettiva di cui sono stato regista, che ha stabilito e regolato rapporti, collaborazioni e metodi di lavoro tutt’ora in essere. Di fatto oggi esiste una rete di persone che ruotano attorno a progetti condivisi, abbracciando idee, obiettivi e spirito critico comuni.


Una tappa quella della residenza a Les FAC che quindi ha segnato l’inizio di un nuovo segmento artistico a cui fa eco la residenza presso Standards come The Verge of Ruin dello scorso giugno. Quale evoluzione hai percepito tra questi due poli? Pensi che si sia plasmato un nuovo punto di svolta o piuttosto si sia consolidato il meccanismo maturato nella precedente esperienza?


 

Per me il progetto Les Fac è stato ed è ancora un abbraccio che mi scalda senza soffocarmi. 
La prova che è possibile realizzare un’utopia da cui poi possono nascere nuove utopie da inseguire, proteggere e coltivare e poi altre e altre ancora… Noemie, Eve e Arnaud sono riusciti a farci sentire parte della loro visione, con una passione, una dedizione e un rigore unici. Difficile che passi giorno senza che un pensiero anche fugace non mi rimandi a quel mese, a uno o più volti che ho incontrato. Così come è difficile che passi una settimana senza che mi scriva con qualcuno di loro.

 

È stato un nuovo inizio sì, un punto di non ritorno che ha segnato una soglia qualitativa umana, etica e artistica verso la quale ho compreso si dovrebbe tendere sempre. Il sodalizio tra me e Shari è nato proprio in quel contesto e The Verge of Ruin porta fisiologicamente in sé quel vissuto, reso in forma compiuta con l’ep Learn to Love Solitude.

 

È stato del tutto istintivo e naturale per noi progettare la residenza negli spazi di Standards come un momento di condivisione e ricerca aperti, estendendo l’invito a musicisti che stimiamo, diversi per formazione e approccio, in una logica di scambio e stimolo reciproci. Abbiamo così impostato un processo di lavoro che dall’improvvisazione esplorativa si organizzava progressivamente in scene sempre più precise, privilegiando fin da subito la ricerca di un alfabeto comune tra le persone via via coinvolte e una direzione che limitasse la dispersione. Questo ci ha dato la possibilità di preparare facilmente una restituzione pubblica del lavoro svolto nonostante le molte ore di registrazione accumulate.

Durante quei giorni l’apporto concettuale ed estetico di Giuseppe Isgrò di Phoebe Zeitgeist è stato fondamentale. Insieme a lui e agli attori che ha coinvolto abbiamo avviato un nuovo percorso estremamente stimolante di indagine musicale, poetica e performativa, che stiamo sviluppando tutt’ora insieme. Questo ulteriore incontro con Phoebe Zeitgeist ha reso concreta una condizione che inseguo da sempre, ossia poter approfondire con la stessa compagnia teatrale due tipologie di ricerca differenti ma complementari, una più legata alla pratica e a certi codici propri del teatro, l’altra più libera di inseguire un’ibridazione dei linguaggi senza però tralasciare l’aspetto drammaturgico.

 


Alla luce di tutto ciò come percepisci il tuo presente? Pensi che il tracciato fin qui percorso ti abbia condotto sempre più vicino ad una meta in costante e graduale rivelazione?


Mentre ti scrivo mi sento come voglio, come avrei voluto sentirmi quando tutto è iniziato, in continuo mutamento e senza fretta.

Di questi tempi percepisco il mio presente come una passeggiata in territori inesplorati, dei quali trattengo suoni, immagini, parole e volti sfuggenti… in una condizione di ascolto attivo continuo, ma senza ansie produttive.

foto risposta 06
” Caminantes, no hay caminos, hay que caminar “

 

 

aa.vv. “dialog tapes II”

[dauw + eilean]

Un multiverso surreale nel quale perdersi alla scoperta di territori incantevoli. A tre anni di distanza tornano ad incrociarsi le strade della belga dauw e della francese eilean producendo il secondo capitolo di un dialogo che vede incrociarsi gli artisti delle due label. Otto tracce per ciascuna delle due pubblicazioni generate da altrettante coppie di autori.

Seguendo traiettorie mutevoli ma sempre proiettate verso la costruzione di un itinerario profondamente atmosferico, ciò che si delinea è una sinuosa deriva ambientale fatta di placide risonanze e avvolgenti nebbie da cui emergono paesaggi risonanti pervasi da ammaliante stupore. Sono tasselli dalle coordinate cangianti che vedono espandersi dense saturazioni  pervase da stille armoniche, sinuose frequenze che scorrono su fondali granulosi, moti irregolari che alternano pieni e vuoti oppure inafferrabili visioni di modulazioni oblique. Ogni associazione tra i musicisti coinvolti conduce ad una risposta differente, mentre unica costante è determinata dalla coppia indivisibile Dudal / Monolyth  & Cobalt, progetti che vedono coinvolti i due responsabili delle etichette, che già aveva contraddistinto lo sviluppo del primo incontro dal quale riappaiono anche Stijn Hüwels e The Humble Bee.

Portando con sé la peculiare cifra stilistica ogni autore contribuisce in modo determinante alla costruzione di un’ambience complessiva che vede scorrere diversi gradi di luce ed ombra capaci di restituire un esaustivo panorama di due realtà sonore che nel corso di questi anni si sono sempre segnalate per la costante qualità delle proprie proposte.

simon mccorry “song lines”

[naviar records]

cover

Attraversare territori diversi, introiettarne lo spirito lasciandosi pervadere dalle sensazioni scaturenti e tradurre tutto ciò in un flusso ibrido  capace di abbattere differenze e distanze. È un invito all’ascolto e al superamento di ogni nozione di “altro” intesa come esclusione quella che Simon McCorry propone nel suo “Song Lines”, viaggio che estrapola melodia dagli echi di spazi vissuti come cassa di risonanza emozionale.

Elaborando e ricomponendo le intuizioni recepite, con l’ausilio del suo fedele violoncello il compositore inglese plasma un vivido itinerario sonoro che diviene specchio dei luoghi da cui trae origine, non definito da un lessico di estratti oggettivi , bensì modulato attraverso la creazione di personali itinerari armonici. Ci si muove così tra rarefatte frequenze che si espandono generando saturazioni nebulose (“The Third Stone”), trame di enfatiche risonanze che si sviluppano con incedere cullante (“Whisperer”, “The Stars In The Firmament”), esplorazioni caleidoscopiche costellate da magnetiche sonorità vagamente esotiche e linee ritmiche più evidenti (“Undefeated”) fino a giungere ad un soffio nervoso vagamente malinconico (“A Slight Return”).

Costruzione atipica di paesaggi sonori da scoprire in tutto il loro traboccante fascino.

helios “veriditas”

[ghostly international]

cover_1532551613701747

Vaporose istantanee in quieta e lenta rivelazione che traducono in suono la ricerca costante di un equilibrio interiore inteso come specchio dell’armonia della natura. Lasciandosi ispirare dal concetto filosofico espresso da Ildegarda di Bingen da cui mutua il titolo, Keith Kenniff pubblica un nuovo lavoro come Helios, suo primo pseudonimo a cui negli anni si sono affiancate le produzioni pianistiche firmate Goldmund e quelle condivise con la moglie sotto la sigla Mint Julep. Un ritorno che sancisce un parziale cambio di rotta rispetto alle sue precedenti produzioni, una ricerca di cambiamento emersa anche nella recente ultima uscita a nome Goldmund.

Senza discostarsi dai territori intimistici e sognanti che ne hanno definito fin qui il tracciato, “Veriditas” plasma una dimensione elettro-acustica meno strutturata e più incline ad una narrazione sensoriale libera e dai tratti indefiniti. Nessuna pulsazione ritmica accompagna l’espandersi delle sinuose sospensioni atmosferiche generate da morbide stratificazioni che solo sporadicamente trovano ibridazioni acustiche. Giungono inattese le carezzevoli risonanze pianistiche che costellano la seconda parte di “Dreams”, così come spiazzano gli arpeggi di chitarra che guidano le scie granulose di “Upward Beside The Gale”, creando improvvise isole melodiche in un oceano di rarefatte tessiture sintetiche a tratti ridotte a saturo e granuloso frammento (“Latest Lost”, “Row the Tide”) o pervase da tenui ombre di inquietudine (“Even Today”, “Mulier”).

Un aleggiare silente attraverso meditabonde visioni notturne che proiettano le sensazioni di un animo in quieto tumulto.