knivtid “skogarna är redan svarta”

[purlieu recordings]

cover

Tra attimi di ludica leggerezza e frangenti di contemplativa visionarietà scorre il suono che conduce tra i meandri di una magica foresta nordica. Dando seguito al suo EP di debutto dello scorso anno, Daniel Andersson pubblica il suo primo lavoro sulla lunga distanza a firma Knivtid tornando ad esplorare le coordinate di un paesaggismo sonoro incline ad una evidente immediatezza melodica.

Luminose risonanze armoniche danzano su vaporosi fondali sintetici realizzando oniriche istantanee che si susseguono definite dalla numerazione progressiva del titolo dell’album a suggerire la struttura di un percorso univoco fatto di paragrafi che sviluppano atmosfere dai toni mutevoli. Nel suo insieme ciò che ne scaturisce è un racconto fiabesco pervaso da un senso di irreale evanescenza che evolve placidamente ammaliante.

Un’immersione piacevole in un universo di stille accoglienti.

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francis m. gri “apart”

[whitelabrecs]

cover

Raggiungere un approdo certo per potersi voltare indietro a contemplare il passato, a raccogliere frammenti da ricombinare alla luce del presente.  È da un lavoro di ricerca all’interno del proprio archivio che ha origine il nuovo album di Francis M. Gri, disco che non a caso trae la sua denominazione dall’alias che ha segnato la prima svolta sonora del musicista d’istanza a Milano.

Il processo di ripescaggio e rimodulazione del materiale risalente a più di dieci anni fa conduce alla formulazione di tre lunghi itinerari emozionali costruiti intrecciando sinuosi bordoni  in espansione e tracciati armonici derivati da reiterati movimenti elettroacustici. L’iniziale “In this room”, a prescindere dalla sua preminente durata, rappresenta il capitolo più corposo del viaggio evolvendo come una scia mesmerizzante apparentemente priva di soluzione di continuità capace di condurre verso territori agrodolci in cui riverberano contemporaneamente tutte le diverse dimensioni espressive esplorate da Gri. Più aderenti alle atmosferiche risonanze ambientali della sua ultima produzione si rivelano invece gli ulteriori due tracciati, segnati dal riverberare nostalgico di ovattate risonanze e luminose frequenze in lenta mutazione.

“Apart” dischiude un varco che conduce verso avvolgenti paesaggi sospesi nel tempo, un ambiente vibrante in cui passato e presente si fondono proiettandosi verso un possibile futuro.

stray theories “all that was lost”

[n5md]

12 Jacket (3mm Spine) [GDOB-30H3-007].eps

Una sagoma dai contorni incerti resa ancor più sfuggente dalla liquida patina su cui si proietta, che solo ad uno sguardo più attento si rivela quale riflesso di chi ritrae. È efficace eco del suo contenuto sonoro l’immagine fotografica di Alex Kozobolis che campeggia sulla copertina di “All that was lost”, ultimo lavoro di Micah Templeton-Wolfe a firma Stray Theories.

Sostanza evanescente, profondamente evocativa, permeata da una persistente malinconia già suggerita dal titolo è ciò che informa le otto istantanee di questo itinerario dall’evidente impronta cinematica, derivante dall’intensa attività di compositore per immagini in movimento dell’artista australiano. Con estrema naturalezza, gli espansi fondali sintetici su cui poggiano lievi le delicate trame armoniche, conducono tra le pieghe di un viaggio che alterna ariose fughe verso immaginifici territori onirici (“How Long”, “All Our Tears”) a notturni scanditi da risonanze profonde (“Nightstate”) e frammenti di soffusa solennità (“Leave”).

È un andare quieto attraverso placide maree emozionali, che si dispiegano flessuose componendo vaporose istantanee ambientali  in cui perdersi dolcemente. Immagine che diviene suono per tornare nuovamente immagine.

foresteppe “mæta”

[eilean]

cover

Una trama che si espande onirica tra glaciali paesaggi  siberiani disegnando un possibile racconto che evolve attraverso vastità silenziose. Si ispira ancora una volta alla sua terra di origine  Egor Klochikhin per creare questo nuovo capitolo a firma Foresteppe destinato a divenire il punto 44 sulla sempre più estesa mappa eilean.

Minute tessiture elettro acustiche cesellate secondo coordinate di bassa fedeltà si combinano a modulazioni ipnotiche costruite a partire da tenui catture ambientali originando ovattate sequenze definite da una astratta denominazione che rimanda alla scansione episodica di una trama televisiva. È una storia che si svolge tra irregolari risonanze dagli echi gioiosi e misteriose fluttuazioni che aleggiano dense di luminoso fascino. È un andare lieve pervaso da un’aura magica che ben si presta a dipingere l’ambiente in cui l’azione si compie, tradotta attraverso sequenze armoniche in costante mutamento plasmate utilizzando un ampio repertorio strumentale.

Un itinerario emozionale magnetico in cui immergersi totalmente.

enrico coniglio & christian di vito “songs that sound like summer”

[1834]

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Due visioni per tradurre in suono i riverberi della stagione più vivida e cruenta, due approcci distinti e in parte distanti che sconfessano una roboante leggerezza che sembra dover investire tutto. È un’estate che diventa alternanza di luce accecante e profonda ombra ad emergere dall’accostamento delle modulazioni di Enrico Coniglio e Christian Di Vito, una restituzione permeata di ostile vitalità e irrequieta calma.

Enrico Coniglio “This summer”
Frequenze disturbanti che sfiorano il limite dell’insofferenza  si innalzano come un insopportabile sole incandescente che deforma lo sguardo togliendo forma all’ambiente. Tutto si distorce in un graffiante crescendo allucinato fino a giungere alla dissoluzione di ogni singola particella producendo una stagnante distesa sonica da cui ancora a tratti riaffiorano frammenti stranianti.

Christian Di Vito “That summer”
Gravida di inquietudine sale una densa nebbia di trame finemente modulate che si espandono a divenire cupa coltre che annulla ogni possibile interferenza esterna. È una notte plumbea, attraversata da un soffio algido, che si dilata senza soluzione di continuità come un sussurro minaccioso che riporta alle ombre di un passato sfuggente che ancora aleggia.

Un’estate che prende forma come preludio del prossimo inverno.

aaron martin “touch dissolves”

[iikki]

cover

Immersi nel reale, pronti ad estrapolarne tasselli da rimodulare per comporre un immaginifico percorso fatto di rimandi e assonanze. È tra i suoni di Aaron Martin e le immagini di Yusuf Sevinçli che si instaura il nuovo dialogo sinestetico curato da IIKKI, confronto che conduce verso un universo surreale nutrito dalla fervida immaginazione di due artisti proiettati ad esplorare territori inafferrabili pervasi da trame inattese.

Seguendo il flusso del bianco e nero pervaso di istinto e simbolismo del fotografo turco, Aaron Martin costruisce una galleria sonora in cui le consuete tessiture variamente ottenute dal suo violoncello si combinano generando elegiache traiettorie armoniche. Ci si ritrova così ad assistere al propagarsi di lievi danze di stille armoniche che si muovono su un fondale languido come stelle che brillano nel buio della notte (“A child’s arms are moonlight”), all’incedere di cullanti trame di corde pizzicate (“The space above overflowing”, “To stems unclasped the petals cling”) o all’espandersi di sinuose partiture che lasciano emergere il lirismo dello strumento in tutta la sua avvolgente enfasi (“Water Reads What Fingers Have Written”).

È un andare flessuoso che a tratti diviene frammentario mutuando l’andamento apparentemente accidentato delle foto di cui sono eco, ma che non abbandona mai realmente la traiettoria scelta realizzando un nuovo, splendido itinerario di disarmante bellezza.

 

luca sigurtà “west of eden”

[shimmering moods records]

cover

Un itinerario magico che si snoda scandito dalle diverse sfumature di un incedere profondamente evocativo. Ha il sapore di un costante scivolare attraverso allucinati territori in impercettibile trasformazione il nuovo lavoro di Luca Sigurtà, moto ipnotico dai tratti inquieti che fluisce sinuoso incorporando elementi solo apparentemente antitetici.

Fluttuazioni ruvide, risonanze metalliche e saturazioni  nervose si combinano generando visioni plumbee che aleggiano minacciosamente indissolubili quando si espandono prive di scansione ritmica (“Cambria”, “Oracle”), divenendo ossessiva proiezione verso mete indefinite quando invece sono segnate dal reiterato flusso di pulsazioni algide (“Artesia”) o dal emergere di irregolari battiti interpolati a sordi riverberi e oblique interferenze armoniche (“Cobalt”). È un tracciato sinistro che solo sporadicamente si apre ad atmosfere più accoglienti definite da tessiture melodiche pervase di lieve malinconia (“La Habra”) e che culmina in un finale convulso di frammenti crepitanti combinati in una materica spirale che si disgrega in un ultimo oscuro soffio.

Costruito modulando con cura un ampio ventaglio di sfumature, l’universo emozionale di “West of Eden” con la sua compresenza di frequenze rumorose e scie armoniche conferma il fascino di un’esplorazione sonora basata sulla costante ricerca di un equilibrio insolito.