Raf Briganti   “VAJRAPANI”

L’oriente e le sue dottrine sono una fonte di ispirazione inesauribile per la realizzazione di itinerari sonori atmosferici legati ad una cultura sempre meno distante. Ad esse – in modo specifico alla disciplina buddista e ai luoghi in cui è diffusa – rivolge lo sguardo Raf Briganti per dare forma ad un nuovo lavoro ancora una volta in bilico tra dark-ambient e drone-music.

Un misticismo dalle tinte fosche disegnato dall’intersezione di modulazioni reiterate, correnti sinuose e campioni di riti e preghiere del Tibet si irradia dalle sette tracce proponendo un immaginario ipnotico sostenuto a tratti da pulsazioni marcate fin qui inedite (“The Buddha’s arrival”). La presenza di risonanze squillanti introduce inoltre una parziale schiarita alle abituali frequenze plumbee predilette dal musicista ligure, predominanti qui nel bordone sotterraneo che struttura “Mandala”.

Affascinante quanto breve, “Vajrapani” fornisce un assaggio di potenziali nuove direzioni da approfondire.

Bill Seaman & Stephen Spera   “Architectures Of Light”

[Handstitched*]

Composite, stratificate, tendenti alla decostruzione. Le architetture di luce erette da  Bill Seaman e Stephen Spera  per dare forma al loro primo album collaborativo possono così condensarsi, quali oggetti sonori sfaccettati e meticolosamente dettagliati prodotti a partire da una peculiare visione ampliata attraverso un lungo dialogo a distanza.

Il gusto per la costruzione di ambienti vividi generati dal succedersi e parziale sovrapporsi di micro suoni, risonanze ambientali e stille elettroacustiche afferente in modo particolare alla pratica compositiva del musicista del North Carolina si incastra alla perfezione alle evanescenti derive hauntologiche  dell’artista newyorkese fondendosi in un unicum ricco ed atmosferico. L’ambiente d’ascolto è seducente e profondamente immersivo, generato da trame che si sviluppano placidamente secondo traiettorie libere, a tratti tortuose e dissonanti (“Voix De Lumiere”, “Progressions”). Sono suggestioni ipnagogiche che trovano ulteriore colore in modulazioni vocali eteree – Tamalyn Miller nel notturno “Rooms Reflect” – o canti ripescati dal passato – una registrazione di Miriam Moseki risalente a venti anni fa in “Tswana” – e che vengono occasionalmente scanditi da fraseggi pianistici (“Dusk Till Dawn”).

Tutto risuona misterioso, invita ad entrare nella dimensione aurale con attenzione per trovare connessioni e assonanze riconducibili al graduale lavoro di affinamento operato dai due musicisti atto a suggerire itinerari possibili a cui abbandonarsi  totalmente.

Anne Chris Bakker   “A Sketch In Leaving”

[Whitelabrecs]

Si plasma sulle sensazioni scaturenti dall’immersione nel paesaggio montano norvegese il nuovo itinerario sonoro di Anne Chris Bakker, dall’osservazione di un territorio maestoso che ha subito l’azione dell’uomo. La pratica ambientale incline ad un atmosferico minimalismo del musicista olandese ben si presta a definire i contorni di un siffatto territorio proponendo un lessico elettroacustico – qui fondato sull’utilizzo di campioni ed essenziali partiture di pianoforte – intriso ancora una volta di malinconico romanticismo.

I tratti usati per disegnare questi dodici paesaggi sono rarefatti, orientati a generare un ambiente d’ascolto impalpabile che lascia emergere vivido ogni screziatura quale dettaglio prezioso da assaporare pienamente. Tra questi dilatati piano sequenza percorsi da echi ambientali e correnti finemente ruvide si incastrano delicate miniature pianistiche (“Lineage”, “Renske”, “En kjærtegn”), momenti di sosta definiti da danze melodiche minime in stretto dialogo col silenzio. L’insieme risulta arioso, maestoso come una deriva prodotta per la Glacial Movements, emozionale secondo la lezione di Eluvium. Un viaggio in musica intenso e coinvolgente.

Adrian Copeland   “If This Were My Body”

[Lost Tribe Sound]

Inquietudine profonda e tensione vibrante sono due tratti essenziali della produzione sonora di Adrian Copeland  sotto l’alias Alder & Ash, invarianti di un immaginario dai sentori epici totalmente incentrato sulle trame del violoncello e uscita dopo uscita orientato su traiettorie più accidentate e stridente. Ancora fondato sulle risonanze del suo strumento d’elezione, “If This Were My Body” propone una declinazione parzialmente differente di tale formula lasciando convergere i paesaggi emozionali composti dal musicista canadese verso atmosfere armoniche scevre da pesanti filtraggi e dissonanze.

Quel che qui domina è una dimensione armonica fatta di cambi di intensità, di crescendo e distensioni nel cui alternarsi riecheggiano i tormenti di un animo in lotta che rinnega la violenza per ritrovare la tenerezza. A modulare la purezza del suono delle corde troviamo rumori ambientali, fremiti e riverberi capaci di conferire ulteriore fisicità al suono. Calda luminosità e tracce di malinconia emergono prepotenti da itinerari elegiaci quali “Sons Of Our Fathers” e “Stars Whit No Sky”, mentre lo sviluppo cadenzato di “Heir to the Ember Sun” propone una danza seducente carica di ottimismo che si ripercuote nella ariosa apertura della title-track posta in chiusura.

Pur all’insegna di una certa continuità di fondo questo primo lavoro a suo nome ci regala un diverso punto di vista sulla pratica artistica di Copeland e visto il risultato conseguito viene da chiedersi se rimarrà un capitolo isolato, segnerà una ripartenza o diverrà un percorso parallelo. Di certo rimarremo in ascolto.

Taylor Dupree   “Harbor”

[laaps]

Esiste una malinconia inestinguibile che si irradia dalle partiture essenziali di Taylor Dupree che negli anni è divenuto un vero e proprio marchio di fabbrica della sua attività musicale solista quanto di molta parte delle uscite discografiche curate dalla sua pregiata 12k. Atmosferici loop di chitarra, modulazioni sintetiche luminose, glitch e risonanze ambientali sono gli elementi fondanti di un lessico orientato alla formulazione di astrazioni meditabonde dall’incedere morbido.

“Harbor” – quattordicesimo album a sua firma esclusiva – propone gli stessi ingredienti volti alla definizione di otto nuovi paesaggi sospesi in un territorio in cui frequenze diluite fino a divenire scia onirica si amalgamano con esattezza ad un coacervo di riverberi dalla consistenza profondamente tattile.  L’intersezione derivante – da cui emergono echi di ambient enoiana e screziature glitch – produce scie ovattate ricche di minuti dettagli  che passano dalla delicatezza armonica da carillon della title-track fino alle ruvide correnti di “Desaturation”.

Ciò che rimane intatta è la quieta grazia con cui l’universo sonoro del musicista newyorkese si rivela, invariante che lega insieme le tappe di una carriera corposa slegata da ogni vincolo temporale.

Francesco Covarino   “Nido”

[tsss]

Una dimora accogliente, una serena e dolce intimità d’affetti espressa attraverso la musica.
Si potrebbe sintetizzare così l’essenza di questo breve quanto delicato paesaggio sonoro in due parti cesellato da Francesco Covarino con il contributo inconsapevole della sua bambina, restituzione essenziale di una complicità connaturata tradotta in fugace traiettoria intrisa di cristallina bellezza.
Una chitarra elettrica pizzicata con incedere incerto e le risonanze rilucenti di vari strumenti giocattolo sono gli unici elementi necessari per dare vita a questa istantanea emozionale impreziosita da tattili riverberi ambientali e soprattutto dal vociare allegro di una figlia intenta al gioco e alla ricerca del contatto paterno.
È un sussurro che scivola via con leggerezza, un ambiente aurale apparentemente fatto di nulla ma capace di far vibrare ogni corda dell’anima di chi non può rimanere indifferente ad una profonda espressione d’amore. Toccante.

Nimh   “Iron and Ice”

[st.an.da]

Archiviato il primo capitolo a firma LHAM – progetto condiviso con Bruno De Angelis – Giuseppe Verticchio torna a produrre un nuovo lavoro solista sotto lo storico pseudonimo Nimh. Le coordinate di questo nuovo tassello sono ancora indirizzate verso un equilibrato incastro di elettronica dalle tinte fosche e tessiture etniche dai chiari sentori orientali, combinazione che sfocia in itinerari evocativi dalla marcata vocazione cinematografica.

La parte iniziale del lavoro è innestata sulla preminenza dei richiami alla tradizione segnando in “Following the Circle” parziali assonanze con le trame world/jazz più atmosferiche di Rabih Abou-Khalil, mentre l’accattivante “Mojo’s Prophecy” rimanda alla ritualità etno-esoterica  dei Dead Can Dance. Tutto si compenetra in modo indissolubile con la componente sintetica presente come substrato dark-ambient, percorso da scie vocali e risonanze ambientali, portatore di oscuro mistero. Tale elemento sale gradualmente in cattedra divenendo il perno attorno a cui si strutturano le tracce successive – soprattutto  in “Tharon Trail” e “Grey Zone” – che lasciano spazio anche alla riconoscibilità della chitarra elettrica aggiungendo ulteriore stratificazione. L’apice di questo intreccio si raggiunge nella conclusiva title-track in cui il paesaggio diventa estremamente diluito e sfaccettato muovendosi da inquietudini elettroacustiche a derive solenni prima di scivolare in un silente altrove. Prepotentemente immaginifico.

Jorge Moniz   “Cinematheque”

[2020 Editions]

Non commenti per immagini in movimento, ma suoni ispirati al mondo del cinema, in particolare al lavoro di alcuni registi e compositori . È questa la premessa  – ben evidenziata dalla scelta del titolo – del terzo album di Jorge Moniz, artista portoghese di area jazz incline all’intersezione di generi differenti, attitudine testimoniata dal suo interesse accademico per l’etnomusicologia e la realizzazione appunto di musica per il cinema.

In “Cinematheque” il musicista propone un itinerario introspettivo di matrice modern calssical, incline ad un certo minimalismo ed incentrato su partiture cameristiche che hanno nella voce del pianoforte il loro centro imprescindibile. Ad accompagnarlo troviamo un quartetto d’archi – Jorge Vinhas  e Francisco Ramos ai violini, Eurico Cardoso alla viola e Emídio Coutinho al violoncello – e la clarinettista Ana Rita Pratas, prezioso ensemble capace di esaltare una scrittura raffinata orientata alla definizione di trame cariche di emotivo trasporto. Il trittico in apertura esemplifica perfettamente questa idea formalizzandola in una successione di narrazioni elegiache che vedono i fraseggi dello strumento di Moniz dialogare in modo intenso.

Lungo la scaletta trovano posto anche richiami alla tradizione musicale portoghese – avvertibili in modo netto nell’incipit di  “Tralhoada”, che contiene un estratto da una raccolta dell’etnomusicologo Michel Giacometti,  e nell’arrangiamento di “Tejo Grito e Lamento” – e la compiuta forma canzone di “Dreams” impreziosita dal canto di Inês Jacques. Dalla somma di questi elementi scaturisce un avvolgente viaggio in musica all’insegna di una bellezza armonica cristallina, specchio di una capacità compositiva virtuosamente ibrida.

Ambasce   “Isola Santa”

[Dissipatio]

Un paesaggio reale i cui margini gradualmente si sfaldano fino a tramutarsi in diluita visione onirica. Un costante senso di straniamento, l’impossibilità di risolvere la dualità tra ciò che esiste e quel che è pura immaginazione  rappresenta l’elemento fondante del quarto tassello firmato Ambasce, progetto solista di Alberto Picchi già componente dei  VipCancro e curatore di Lisca Records.

Attraverso l’intersezione di fonti analogiche/sintetiche e ricorrendo a differenti processi di manipolazione del suono, l’alchimista toscano plasma una sequenza atmosferica di istantanee che partendo da risonanze di consistenza materica virano verso formulazioni  astratte marcatamente lisergiche. Questa costante trasmutazione fondata sul contrasto innesca la definizione di un territorio aurale contemplativo, sempre più ipnotico man mano che la combinazione crepitante di tessiture elettroacustiche e frammenti noise cede il passo a sature frequenze di synth in ostinato riverbero. La sensazione è quella di rimanere intrappolati in derive abbaglianti scaturenti da un’osservazione intensa del luogo, impressione che trova esatta traduzione visiva nelle foto virate su cromie acide del borgo di Isola Santa scattate da Nada Youssef .

Un sapiente incastro di componenti  conflittuali al servizio di un’idea nitida.

Talpah & Ciro Vitiello   “Lost in the Colloid”

[Opal]

Un vortice roboante di frammentarie trame pulsanti e schegge sintetiche taglienti. Sarebbe stato lecito attenderselo dalla fusione dei marchi Talaph e Ciro Vitiello alla luce dei rispettivi lavori solisti. Ed in effetti “Moon Shines & Flame Clouds”, traccia d’apertura di “Lost in the Colloid” potrebbe suggerire che la direzione scelta sia esattamente questa. Ma è sufficiente affacciarsi sulle frequenze diluite di “I Gave Up My Body” per rendersi conto che le cose non stanno esattamente così.

Dalla sinergia dei due musicisti campani prende infatti forma  un itinerario elettronico decisamente più atmosferico, fatto di modulazioni fluide e vapori acidi dai quali a tratti emergono inquietanti field recordings. “Eternal Smile” e “Miracle” sono i passaggi in cui quest’attitudine maggiormente si cristallizza definendo algidi paesaggi drone-ambient profondamente ipnotici. La voce, sempre pesantemente filtrata  quando presente, rimanda al rapporto incrinato tra uomo e macchina – centrale nell’ottimo “Now We’re Just Pieces Of Steel, A Data Whisper” firmato da Giuseppe Federico Pastore – spingendosi verso derive post-umane asfissianti.

Quel che prende forma è un labirinto distopico costruito con cura, una prigione aurale da cui osservare il mondo dopo la fine del mondo.