Marco Marzuoli “Primavere Recluse”

[Scheletro]

Numerose sono le produzioni sonore scaturite dai condizionamenti e dalle ripercussioni emozionali generati dall’esplosione della pandemia. Le lunghe pause imposte dall’emergenza si sono tramutate in spazi di riflessione che hanno condotto alla formulazione di risposte differenti per forma ed atmosfera. In “Primavere Recluse” – itinerario perfettamente inscritto in questa scia creativa –  Marco Marzuoli restituisce le risultanze della personale esperienza proponendo due tracciati che traducono in suono le sensazioni relative all’isolamento primaverile di questi ultimi due anni.

I limiti tecnici derivanti dalla situazione vissuta diventano per il sound artist abruzzese fattore propositivo attraverso cui generare un universo immersivo a bassa fedeltà. Le lunghe esplorazioni drone-ambient sono infatti costruite utilizzando uno smartphone, alcuni effetti e un registratore multitraccia, strumenti a cui in “Abruzzo, 2021” si sommano pochi ulteriori elementi sintetici/analogici gestiti da Marco Mazzei.

L’aura contemplativa e l’andamento ipnotico determinato da loop e beat diafani sono le costanti delle due dilatate derive, ma se le frequenze calde e scintillanti di “Firenze, 2020” disegnano una visione placidamente malinconica che lentamente sfuma in un silenzio ruvido, nella seconda partitura si va incontro a toni sottilmente inquieti. Risonanze ostinate e modulazioni espanse creano un dialogo dissonante scandito da battiti più marcati in un insieme da cui ha origine una sorta di spettrale danza techno che si interrompe senza definire un approdo. La risultante è una duplice elegia sintetica che traduce in input sonori interrogativi e dubbi di un presente incerto.

l’écume des jours   “the ghost of”

Tutto muta e gradualmente si dissolve fino a divenire traccia impalpabile, spettro di qualcosa che non esiste più se non nella memoria. Appare come un’obliqua traslitterazione di concetti quali impermanenza e hauntology, il secondo itinerario plasmato da l’écume des jours , formazione catanese creata da Simone Spampinato e Vittorio Auteri. Al duo originario si aggiunge ora in pianta stabile Enrico Tabbacco determinando un ampliamento di organico a cui corrisponde una netta virata in termini sonori, ulteriormente impreziosita dal contributo del Dust Ensemble!, piccola orchestra di fiati e percussioni.

In “the ghost of” la compagine etnea  tralascia le tessiture sintetiche costellate di glitch e derive noise del lavoro d’esordio per costruire una spirale elettroacustica vorticosa in cui generi e categorie si fondono e confondono fino a perdere la loro riconoscibilità. Intrecci corali obliqui, riverberi ambientali, melodie acustiche essenziali, impennate elettriche e sequenze atmosferiche si combinano definendo un flusso in costante evoluzione, un magma vitale che ingloba nel suo scorrere testimonianze culturali sotto forma di canti e strumenti tradizionali nonché di risonanze fisiche dei luoghi. La volontà di includere l’ambiente come parte attiva della narrazione si traduce in una particolare tecnica di registrazione  – le fonti di ogni traccia sono state catturate con l’ausilio di un registratore portatile ed in seguito ri-assemblate – attraverso cui l’insieme assume la forma di un field recording di impronta lo-fi. L’eterogenea materia che ne scaturisce,  auto-definita digital folk, costruisce un ponte temporale in cui la tecnologia diventa mezzo per cristallizzare frammenti di un passato irripetibile ma ancora vivo.

L’intro di “The So Long Gone Dust Ensemble!” è roboante e denuncia subito il carattere cangiante di un suono che si muove tra dissonanze convulse ed estratti folklorici culminando in un ritmo da marcia per banda. Da qui prende le mosse un viaggio funambolico che alterna brani in bilico tra la bassa fedeltà dei Sebadoh di “Bubble & Scrape” (“Sacred Ground”, “Worm”) e l’incedere sghembo, sofferente dei Three Mile Pilots  di “The Chief Assassin to the Sinister” (“Ebb and Flow”). Tra questi formati canzone si interpongono intermezzi enigmatici permeati da presenze spettrali (“Fall Snow Fall Leaves”, “The Weight of the Shape You Had”) e a tratti vicini alle frequenze più destrutturate di The Caretaker (“How To Be Both”).

La scelta di non fornire un supporto fisico al suono – il cofanetto contiene solamente testi ed immagini –  rende ancor più aderente l’intero progetto alla sua sovrastruttura concettuale. Quel che ne  scaturisce è un universo distopico popolato da fantasmi raccontato attraverso parole oscure che emergono da un’interessante miscela di folk e sperimentazione dalla quale è lecito attendersi ulteriori affascinanti sviluppi.

Zhalih   “They Call”

[laaps]

A tre anni di distanza da “inrushes” Hannah Zhalih Mickunas giunge alla sua seconda uscita discografica, pubblicata ancora una volta all’interno di un progetto ideato e curato da Mathias Van Eecloo. Se l’esordio segnava uno dei cento punti sull’immaginifica mappa sonora della eilean, questa nuova prova – che da quel disco riprende tre tracce – si inserisce nella corrente altrettanto atmosferica  curata dalla nuova etichetta laaps inaugurata dal musicista e produttore francesead inizio 2020.

Invariate restano le coordinate dell’universo emozionale di Zhalih, sempre incentrato sul placido espandersi di una vocalità morbida su fondali acustici essenziali, spesso confinati nel lasso di un fugace frammento temporale. La durata ridotta spinge l’artista di stanza nella California settentrionale a spogliare le sue creature sonore di ogni orpello a favore di una narrazione immediata, che nelle formulazioni più scarne si riduce ad un folk minimale sostenuto dalla sola chitarra acustica, a volte da un piano sghembo (Like A Wave”) o semplicemente dalla voce (“Lightening Strikes My Crown”, “Light As My Fire”). Costante rimane l’attitudine lo-fi, marcata anche quando le istantanee introspettive si colorano di scansioni ritmiche e modulazioni sintetiche affidate a Michael J Collins (“Shadows from the sky”, “Water”, “Blue Dust”) e Jake Holmen (“Like a Wave”, “Seventeen”, “Trouble”).

Quello di Zhalih è un paesaggio fatto di quieto incanto raccontato attraverso visioni fugaci che si imprimono rapidamente lasciando impronte sensoriali  vivide, un territorio fragile in cui pochi elementi hanno la forza di raccontare molto.

Mhole   “Quando la morte ti sussurra sul permafrost”

[xonar]

Cronaca di un’estinzione annunciata. A due anni da “Sphores” – ideale colonna sonora per un mondo dopo la fine del mondo – il duo formato da Giovanni Leonardi e Moreno Padoan torna con un nuovo tracciato sonoro che prosegue l’esplorazione di un immaginario distopico post-apocalittico.  Se nel lavoro d’esordio  permanevano ancora sparute tracce di vita elementare, in “Quando la morte ti sussurra sul permafrost” ogni suono rappresenta la formalizzazione dell’assenza definitiva.

Materia di base dell’anti-musica marchiata Mhole è ancora un’elettronica astratta e respingente fatta di frequenze sintetiche taglienti interpolate da pulsazioni tendenzialmente decostruite e un vasto campionario di glitch, microtoni e risonanze. Dal ruvido incastro di questi elementi sgorga un magma aspro e glaciale che assume le sembianze di  una danza macabra techno  (“Da Irkutsk a Vladivostok”) o di una deriva ambient-techno le cui coordinate proiettano le evoluzioni autechreiane più impervie verso l’abisso più profondo (“Di spazi infiniti ed incommensurabile quiete”). Il suono è  frammentario,  marcatamente intricato nel suo essere artificiale, sospeso tra trame IDM algide (“La mutevole realtà della storia e l’incrollabile istanza del mito”) e atmosfere ambient oscure pervase da echi industrial (“Le peculiari circostanze che determinarono la nostra fine”). Immersione stimolante in un universo inquietante plasmato da risonanze futuribili.

From The Mouth Of The Sun   “Light Caught The Edges”

[Lost Tribe Sound]

A nove anni di distanza dal suggestivo debutto di “Woven Tide”, il progetto From The Mouth Of The Sun nato dal sodalizio tra Aaron Martin e Dag Rosenqvist giunge alla sua quarta pubblicazione, seconda uscita per Lost Tribe Sound. “Light Caught The Edges” segna un ulteriore step nel costante processo di sviluppo di un lessico sfaccettato perseguito dai suoi due autori. Non si tratta di un radicale cambio di rotta, bensì di un ampliamento della tavolozza di suoni fin qui utilizzata, ottenuta integrando maggiori frequenze sintetiche ed i contributi di altri musicisti (Lisen Rylander Löve, Esben Willems e Jakob Lindhagen).

Attraverso tali innesti, la formula in bilico tra ambient e neoclassicismo nutrita dalla combinazione di fraseggi elettroacustici profondamente cinematici trova inattese aperture verso strutture ancor più dinamiche. L’attitudine di Rosenqvist alla costruzione di ascese deflagranti che sconfinano in picchi noise (“Memory Of Crashing Waves”), così come il ricorso a progressioni brillanti guidate dalle percussioni di Willems e dalla voce sgargiante del sax di Lisen Rylander Löve (“Breaking Light”) rappresentano le principali novità di un ambiente sonoro ancora pervaso dalle elegiache movenze degli archi di Martin. Toccante e il dialogo tra il violoncello e le trame pianistiche di Lindhagen (“Landing In The Dark”), accogliente il suo flusso morbido ed  avvolgente quando torna sulle atmosfere degli esordi (“The Warmth Falls In”) in quelli che sono i tasselli migliori di un itinerario piacevolmente sempre più ibrido.

Renato Grieco + Bruno Duplant “La Disparition”

[901 Editions]

Un romanzo sperimentale nutrito da un vincolo auto-imposto, un esecutore virtuoso cha fa dell’interpretazione atto creativo. Sono queste le premesse da cui muove l’incontro artistico tra Renato Grieco e Bruno Duplant, sinergia le cui risultanze si ritrovano convogliate in un’affascinante itinerario sonoro bipartito ispirato appunto dall’omonimo lipogramma di Perec.

La limitazione come stimolo quindi e un invito a dare pienezza ad una notazione volutamente scarna. Duplant, autore prolifico costantemente alla ricerca dell’esatta intersezione tra scrittura e improvvisazione, è autore della partitura affidata all’inventiva di Grieco. A questi è demandato il compito di dare forma definita alle linee guida tracciate, innescando uno scambio in cui il rapporto tra le parti diventa estremamente permeabile. Si tratta di una modalità collaborativa non nuova per il compositore francese, fondata sul ricorso ad un’alea controllata di cageiana ispirazione che era alla base di quel “Lettres et Replis” condiviso con Reinier Van Houdt, pianista olandese a cui questo lavoro è dedicato.

Ulteriore punto di contatto con l’opera del maestro americano è l’utilizzo propositivo della pausa, elemento che insieme alle trame nude di contrabbasso del musicista napoletano rappresenta l’unica materia attraverso cui la visione si compie. I nuclei acustici essenziali estratti dallo strumento disegnano risonanze grevi – nette e taglienti, ma anche cautamente accennate  – che dialogano costantemente con il silenzio presentandosi come tratti principali di un’immagine che si rivela attraverso il fondamentale contributo del vuoto in cui liberamente i rintocchi riverberano trovando il loro necessario respiro. La risultanza è una narrazione sonora tesa ed enigmatica, un’esperienza d’ascolto immersiva scaturente da un’intesa fertile capace di restituire suggestioni profonde.

Tiziano Milani   “Shelter For Soul”

[Setola Di Maiale]

Everybody wants, rich or poor, not only a warm dry room, but a shelter for the soul
Samuel Mockbee

Una precisa dichiarazione d’intenti, una frase che contiene lo spirito del lavoro di tutta una vita. Queste parole dello scomparso architetto americano, forti ed emblematiche, rappresentano l’unica indicazione fornita da Tiziano Milani per addentrarsi nel suo nuovo quadripartito itinerario ambientale ancora una volta pubblicato dalla pregevole Setola Di Maiale.

La materia con cui erige la sua versione del rifugio per l’anima è ovviamente il suono. Muri e solai sono formalizzati da frequenze sintetiche vaporose e field recordings profondamente tattili. Le risonanze acustiche di strumenti e oggetti trovati, un variegato cumulo di stridori e battiti a cui si aggiungono modulazioni vocali enigmatiche prendono il posto delle componenti inusuali peculiari del fare di Mockbee.

Attraverso questi elementi, abilmente composti in sequenze plasmate con massima cura, Milani struttura quattro spazi in cui natura e artificio, tepore placido e fredda tensione si compenetrano danno origine a fluttuazioni sinuose profondamente evocative. L’avvio è greve, sancito da movenze inquiete che introducono in un arcano elettroacustico vivido e sfaccettato. Le ambientazioni si fanno man mano più accoglienti, definite da atmosfere cangianti per densità e tono e culminano in un approdo piacevolmente dissonante. Il prodotto finito è un organismo sonoro immaginifico fatto di superfici nitide rese maggiormente scintillanti dalla penetrante oscurità che le avvolge e da cui si rivelano.

Tim Linghaus   “memory sketches II”

[Schole]

Afferrare l’attimo per cristallizzarne l’emozione e tradurla in delicata melodia. A tre anni di distanza dal primo volume, Tim Linghaus torna a compilare un nuovo diario musicale le cui tracce rappresentano frammenti di vita quotidiana diventati memoria preziosa.

Al centro della musica c’è ancora il pianoforte, spesso protagonista solitario con cui dipingere luminose istantanee costruite su torrenziali sequenze di note (“Running To School With S”) o paesaggi romantici profondamente malinconici (“What Begins Must Also End”). In entrambi i casi ciò che prende forma è una narrazione d’impatto, una rappresentazione dai sentori classici caratterizzata da un’assimilazione rapida. Ma non tutto l’intero percorso è incentrato su questo pianismo asciutto, accogliendo invece il misurato contributo di altri musicisti quali Jean Marie Bo – a cui sono affidati gli innesti preziosi degli archi – e Tobias Leon Haecker, il cui sassofono colora le trame ibride di “Vergissmeinnicht”. Tali collaborazioni consentono a Linghaus di sfuggire alla declinazione di un itinerario neoclassico elementare senza dover rinunciare ad un portato emozionale evidente, così come le tessiture sintetiche degli intermezzi intitolati “Repetitive School Daydream Sequence” interrompono la possibile monotonia di un percorso fin troppo coeso e monotematico.

Non siamo di certo di fronte a qualcosa di nuovo, eppure grazie ad una sensibilità capace di coniugare atmosfere e generi Tim Linghaus riesce ad offrire una piacevole immersione in un paesaggio musicale caldo e accogliente.

Michele Andreotti   “Stanotte”

[Lontano Series]

Alla fine del giorno si apre immancabilmente uno spiraglio che sfugge ad ogni definizione netta per lasciare spazio all’immaginazione. È un frangente sospeso in cui ogni risonanza si amplifica rivestendosi di enigmatico fascino. In questa quiete nebulosa vive la materia sonora plasmata da Michele Andreotti nel suo secondo lavoro pubblicato da Lontano Series, costola della Rohs! Records di Andrea Porcu.

Il placido notturno disegnato dal musicista campano si nutre di un impasto sensoriale vitale fatto di fraseggi gentili sapientemente filtrati a cui si affiancano misurati field recordings capaci di rendere l’insieme profondamente vivido. Le otto tracce col loro sviluppo libero, privo di una struttura stringente, non puntano a costruire una narrazione lineare, ma si offrono quali visioni di uno stato ipnagogico nutrito da sprazzi di memoria evocativi. Ogni rintocco, ogni voce dischiude uno scenario plausibile in cui collocare un’azione. I flussi ambient così definiti delineano suggestioni effimere, intensamente percepibili nel momento presente ma destinate a tramutarsi in traccia labile di memoria, in sensazione agrodolce da riassaporare chiudendo gli occhi alla ricerca di una notte ormai trascorsa. Ammaliante.

Edoardo Cammisa   “io_u​,​E”

[Sublime Retreat]

Un abisso enigmatico di suono denso e penetrante. A quasi due anni da “Flux” Edoardo Cammisa sceglie di rinunciare ancora una volta al suo alias Banished Pills – a cui affida le sue proposte più emozionali e accattivanti – per proporre una nuova esplorazione improntata ad una dimensione d’ascolto immersiva e totalizzante.

Una brevissima scheggia di corrente tagliente dallo sviluppo fulmineo introduce un percorso bipartito fatto di modulazioni sommesse estratte da synth analogici, campioni e risonanze ambientali. È suono saturo in lenta ma costante evoluzione da cui ha origine una spirale discendente oscura ed inquietante. Riverberi spettrali rimbalzano  su un muro di droni spessi attraversati da frequenze ruvide disegnando uno scenario introverso, rappresentazione di un animo che riflette su se stesso. Nel secondo segmento le presenze si fanno più nitide anche se i contorni dei campioni rimangono labili come a simulare tracce di memorie sepolte che parzialmente riaffiorano. Il fondale si fa man mano più silente e algido rimandando a tratti ai paesaggi minimi di Thomas Köner. Ne scaturisce un itinerario ambientale isolazionista dai tratti ipnotici, un vortice sonoro ben delineato da un autore capace di dimostrare una crescente acquisita consapevolezza.