foudre! “kami神”

[gizeh records]

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Indomabile ed in costante fermento, si riversa implacabile come il più minaccioso dei  fenomeni della natura il magma sonoro scaturente dalla quarta prova che vede riuniti Frédéric D. Oberland, Romain Barbot, Grégory Buffier e Paul Régimbeau sotto la denominazione FOUDRE!

Registrato dal vivo e diviso in cinque movimenti, il disco disegna un granitico tracciato privo di soluzione di continuità che si estende plasmando un roboante rituale in cui si scontrano echi ancestrali e frequenze contemporanee. Modulazioni sintetiche e scie elettriche si combinano originando irrequiete spirali risonanti a tratti scandite da ossessive pulsazioni, visioni cinematiche proiettate verso un terminale punto di deflagrazione dal quale emergono caotici ritmi ribollenti e richiami urlanti.

Quella che si compie è una graduale e inevitabile apocalisse che vede l’ostinata e scabrosa persistenza del suono divenire dirompente elemento capace di disgregare la ruvida materia e conferire consistenza alla spettrale evanescenza. Un’oscura catarsi.

 

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unland “betrachtungen”

[space edition]

Betrachtungen Artwork

In lenta peregrinazione attraverso seducenti paesaggi in cui istanze differenti si incrociano originando inattese visioni  colme di misterioso fascino. Si muove lungo un margine estremamente permeabile l’universo sonoro di Unland, accogliendo tra le sue trame echi e suggestioni che giungendo da ambienti diversi trovano al suo interno un virtuoso equilibrio scaturente dalla coesione di un trio altamente poliedrico.

Risonanze acustiche definite da minimali tessiture di piano e chitarra si combinano a frequenze sintetiche di fondo creando un’avvolgente densità da  cui emerge cristallino il portato immaginifico degli ammalianti fraseggi  del clarinetto di Shabnam Parvaresh , in bilico tra rimandi d’oriente e  crepuscolari nebbie jazzy. Intrecciandosi, le diversi componenti del suono plasmano sinuosi tracciati che di volta in volta si proiettano verso mete dall’atmosfera cangiante che passano dalle urbane inquietudini di “Walking Eyesfolded” alle rilucenti e pulsanti modulazioni di “Playground”, dai riflessi onirici di “Tagtraum” al dramma oscuro di “Demut”, sempre indirizzati dalle strutture di Jonas Meyer e Christian Grothe.

Un’immersione in territori surreali dipinti utilizzando una formula di efficace ibridazione.

luis berra “ancestral dances”

[1631 recordings]

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Cristallina e priva di artificio si espande la melodia a disegnare vibranti scie dall’immediatezza dirompente.  È un legame intenso e viscerale quello che si instaura tra Luis Berra e la tastiera del pianoforte, una piena corrispondenza che conduce alla creazione di ariose trame pervase di delicata enfasi.

In bilico tra luminose progressioni dall’andamento a tratti irruento e aggraziate tessiture dal sapore romantico, le composizioni di Berra si sviluppano come fluidi tracciati armonici che concentrano il proprio portato emozionale in brevi frammenti la cui durata circoscritta ne preserva intatta la forza espressiva. Con incantevole leggerezza si susseguono così le differenti istantanee innescando una momentanea sospensione temporale in cui immergersi in profondità.

Appassionatamente  essenziale.

gamardah fungus “crossing the wasteland”

[flaming pines]

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Perdersi nel vuoto smisurato di un paesaggio ostile e misterioso, in ascolto delle sue vibrazioni che lentamente si fondono al proprio retaggio culturale. Si allontanano dalla magia delle confortanti ombre della loro terra natia Igor Yalivec e Sergey Yagoda, dirigendosi verso i territori desertici dell’India per trovare nuova materia da tramutare in percorso sonoro sotto la consueta firma Gamardah Fungus.

Ancora una volta quindi la restituzione emozionale di un luogo geografico detta le coordinate da seguire nel tessere misteriose trame elettroacustiche in lenta ma costante modulazione. In considerazione dell’immaginario scelto e concretamente esplorato non sorprende il persistente fluire di arpeggi dal sentore d’Oriente che nervosamente emergono da un denso soffio sintetico atto alla creazione di un fondale tremolante come la visione sfocata che conduce al miraggio.

Il connubio tra le parti innesca il definirsi di un’equilibrata narrazione in bilico tra tattile rimando alla concretezza geografica e immaginifica proiezione del portato visionario di un territorio seducentemente evocativo.

gavin miller (feat. Aaron martin) “meander scars”

[lost tribe sound]

cover

Suono che fluisce lento e sinuoso scavando profonde tracce nell’immaginario di chi si abbandona al suo quieto scorrere. È una corrispondenza intensa e magnetica a legare le scie risonanti di Gavin Miller alle immagini del paesaggio che ne ispirano l’origine, un legame intimo generante una lunga narrazione dai tratti contemplativi ed immaginifici.

Pensato inizialmente come un’unica sinuosa traiettoria divisa in quattro movimenti, plasmata da meditative trame acustiche di chitarra ibridate da dimesse frequenze sintetiche e flebili modulazioni granulose, il lavoro compositivo del musicista inglese ha trovato espansione attraverso il prezioso contributo di rifinitura affidato ad Aaron Martin. Aderendo con esattezza al portato evocativo perseguito da Miller, il talentuoso artista americano ha implementato l’essenziale percorso armonico conferendo alle sue ipnotiche movenze le elegiache sfumature scaturenti dal suono del suo violoncello. Quello che si instaura è un pacato dialogo in graduale evoluzione interamente imperniato sul costante svelamento di nuovi minuziosi dettagli che rendono tortuoso e affascinante un andamento solo apparentemente immutabile.

Le due parti che strutturano il disco raccogliendo le diverse versioni del racconto, “Upper Course” quella più ricca e dinamica determinata dall’incontro con Martin e “Lower Course” quella originaria più scarna e silente, confrontandosi restituiscono una visione duplice eppure proiettata verso lo stesso orizzonte, dimostrando come si possa raggiungere la medesima meta proseguendo lungo tracciati differenti.

James murray “landscapes of lovers”

[fluid audio]

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Un abbraccio indissolubile, due unità che si fondono originando un vaporoso turbine in costante mutazione. È certamente una scelta coraggiosa quella di James Murray di voler costruire un personale racconto sull’Amore, sentimento principe fatto oggetto di qualsivoglia produzione artistica tanto da essere ormai ritenuto banale e foriero di cadute verso un sentimentalismo spiccio e sterile. Eppure si tratta di un argomento inesauribile, di un moto che sottende una complessità e una combinazione di fattori così ampia da non poter essere mai pienamente indagata.

Facendo ricorso a tutta la sua maestria nel plasmare flussi emozionali mai inclini all’eccesso, Murray affronta l’impresa costruendo due lunghe sinfonie sintetiche dall’andamento sinuoso e instabile che visualizzano le differenti prospettive scaturenti da un intenso rapporto a due. Nel primo movimento, caldi intrecci di avvolgenti droni pervasi da una luminosità abbagliante definiscono delicatamente i momenti dell’approccio che vedono i corpi divenire paesaggio sensoriale da esplorare con delicata irruenza. È un andare all’unisono che al suo apice rimanda agli amanti privi di gravità di Chagall per poi virare gradualmente verso gli inquieti territori del distacco. Separazione che si compie nel secondo atto del lavoro assumendo la forma di una malinconica scia di dilatate persistenze combinate a dolenti armonie che innalzano attraverso la loro enfasi un portato emozionale fin qui mantenuto sempre molto equilibrato.

Quel che si genera è una visione multiforme che alterna sapientemente luci e ombre di un percorso seducente privo di definitiva meta.

 

emanuele errante “the evanescence of a thousand colour”

[karaoke kalk]

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In direzione ostinata e contraria.
In una realtà sempre più proiettata verso la segregazione e la paura del diverso, il suono plasmato da Emanuele Errante si muove lungo una traiettoria divergente proiettata verso l’inclusione e il confronto fra elementi  eterogenei. Interrompendo un lunga attesa parzialmente saturata da progetti collaborativi, il musicista napoletano torna a dare corpo ad un nuovo lavoro solista proponendo un affascinante e sfaccettato viaggio che vede la sua ampia tavolozza di risonanze acustiche, sfumature elettroniche ed estratti ambientali impiegata a definire una personale visione del contemporaneo.

Ispirato dal discorso tenuto dalla scienziata americana Pratyusha Pilla sul concetto di colorismo, parole che in parte riecheggiano all’interno della traccia-manifesto “Beauty”,  Errante costruisce un caleidoscopio sinestetico capace di coniugare una moltitudine di toni e nuances,  intrecciate  secondo sfaccettate trame elettro acustiche in bilico tra abbaglianti distese di quieta bellezza e crepuscolari visioni pervase da sottile inquietudine.

Seguendo l’ambigua valenza  cromatica suggerita dal titolo del disco, ci si ritrova ad attraversare una sequenza di mutevoli paesaggi emozionali che conducono dall’etereo incedere di  ipnotiche movenze percussive (“Chrysalis”) al denso espandersi di agrodolci striature nostalgiche (“Hiareth” e “Sonder”), dall’irregolare fluire di aspre frequenze (“Comhaltas”, “Komorebi”) ad aggraziate danze di luminose stille armoniche (“Shiver”) e attimi di più intensa ed oscura drammaticità (“Mist”).

Ognuna di queste istantanee vede fondersi in piena armonia le differenti componenti  che strutturano un lessico più che mai ricco e suggestivo capace di dare vita, attraverso un attento e accurato lavoro di cesellatura delle parti, ad un dimesso universo di sfolgorante meraviglia.