the star pillow “symphony for an intergalactic brotherhood”

[boring machines]

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Proiettati verso l’infinito in cerca di nuove dense profondità da esplorare. Superata la vischiosa deriva onirica della sua estate invisibile, Paolo Monti rivolge il suo sguardo nuovamente verso territori siderali immensamente immaginifici, già sapientemente indagati  attraverso  le affascinanti trame di “Above”.

Un ritorno ad atmosfere colme di echi cosmici che si traduce nella definizione di due dilatate spirali gravitazionali originate da nuclei magnetici dall’incedere ipnoticamente circolare attorno a cui si condensano, stratificandosi, riverberi granulosi e risonanze vaporosamente solenni, libere di espandersi riecheggiando fino alla dissolvenza. Un crescendo permeato da una avvolgente luminosità che seguendo il moto ascensionale giunge a divenire abbagliante disgregazione del tracciato(“My Dear Elohim”) e che dopo un interlocutorio movimento orizzontale (“An Interstellar Handshake”) si tinge di intensa inquietudine plasmata dal propagarsi di toni gravi spinti da un algido soffio che gradualmente si perde generando un indeterminata scia il cui possibile approdo rimane irrisolto enigma.

Una navigazione intensa e totalizzante tra visionari paesaggi sensoriali.

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remo de vico “omicron nocturne”

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Un’immersiva incursione in articolati ambienti sensoriali plasmati per dare vita ad un obliquo universo fatto di mondi plausibili e eppure impossibili. Un costante senso di straniamento di escheriana memoria accompagna il convulso fluire delle allucinate visioni disegnate da Remo De Vico, eclettico artista calabrese incline alla creazione di cinematiche narrazioni dall’impronta fervidamente immaginifica.

Un’estesa esplorazione di un lessico sintetico perennemente incline all’inatteso e al non convenzionale definisce una multiforme spirale sonora che vede ribollenti frequenze e distorte modulazioni  combinarsi a riverberanti stille rumorose generando caleidoscopici tracciati definiti da cadenze irregolari e camaleontiche stratificazioni che a tratti dischiudono improvvise aperture armoniche.

Seguendo un fil rouge costruito su un imperante nonsense  si passa dall’ansiogeno reiterarsi dell’iniziale “Nuovo Mondo” alla scanzonata leggerezza della ludica “Faccio Finta di Essere Allegro”, dall’oscura elettricità rétro di “Brontosaurus” alla ariosa luminosità di “Fontane di Roma”, fino a giungere a “Ritorno al Nuovo Mondo”, che con la sua dissonante melodia chiude una circolare peregrinazione attraverso un pirotecnico paese delle meraviglie.

Una Selezione TRISTE© #18

a cura di TRISTE© – Indie Sunset in Rome

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Allison Brice, Hewson Chen e Matt Schulz tornano con un ottimo disco che, quasi come in un concept album, ci parla di un mondo distopico e futuristico, raccontato però dalla dolce voce della cantante statunitense.

https://lakeruth.bandcamp.com/track/the-cross-of-lorraine

 

 

Uscito ormai qualche tempo fa, il nuovo disco degli Ought di Tim Darcy è un po’ l’album della maturità, che ci consegna una band al culmine del proprio splendore.

https://www.youtube.com/watch?v=go21hUCroPs

 

Arriva da Latina e per Gusville Dischi ha da poco fatto uscire Svegli Sempre, un EP bello ed intenso. Lei è MasciaTi, e questa è Come il Vento

https://www.youtube.com/watch?v=dSOxwAaHzFs

 

Fairy Godmother è il moniker dietro cui si cela Alyssa Thomas, cantautrice statunitense da poco uscita con un debut EP per Fox Food Music. A cavallo tra lo-fi, psych-rock e atmosfere 90’s (con lo zampino dei membri di Alex G), Alyssa ci ha davvero incuriosito e regalato una piccola gemma tutta da scoprire.

https://foxfoodrecords.bandcamp.com/track/berwyn

 

Membro dei Godspeed you! Black Emperor e dei Thee Silver Mt. Zion Memorial Orchestra, Efrim Manuel Menuck è uscito con un nuovo disco solista complesso ed articolato, in cui distorsioni, solennità e melodia si intersecano sempre perfettamente.

https://efrimmanuelmenuck.bandcamp.com/track/a-lamb-in-the-land-of-payday-loans

 

Martha Ffion arriva dalla Scozia, ma come spesso accade con altri musicisti della sua terra, sembra essere troppo solare e “leggera” per rappresentare il clima della sua terra natia. Ma l’indie-pop e marchio di fabbrica scozzese, e Martha sembra essere una perfetta interprete di dolci melodie dal sapore retrò e dal retrogusto malinconico.

https://www.youtube.com/watch?v=YQUsKpfZu58

 

Ancora in Italia e ancora in terra pontina, per incontrare Roberto Ventimiglia e il folk melodico di Bees Make Love To Flowers.

https://robertoventimiglia.bandcamp.com/track/may-2

 

Amaya Laucirica è davvero bravissima. Il suo dream pop arriva dal primo ascolto a toccare le corde dell’ascoltatore. Che non riuscirà più a staccarsene.

https://www.youtube.com/watch?v=HSwOmz1qHmE

 

Chiudiamo ricordandovi che settimana prossima saranno 20 anni dall’uscita di un disco, che almeno per noi, è stato davvero importantissimo: Bring It On dei Gomez. Se non lo conoscete, se ve lo siete dimencato o se come noi lo amate ancora tanto, è un buon momento per riascoltarlo per intero

https://www.youtube.com/watch?v=1ojprhey24c

riverkeeper “desire paths of the sun & moon”

[rottenman editions]

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Soffuse fluttuazioni  in disgregazione che giungono da inafferrabili distanze. È un viaggio sonico fatto di flebili tracce faticosamente trattenute quello modulato da Adrian Dziewanski nel nuovo capitolo del suo progetto Riverkeeper, una lenta deriva verso meditative profondità mesmerizzanti.

Utilizzando frammenti ambientali catturati da strumenti analogici distanti dagli elevati standard qualitativi della contemporanea tecnologia, il musicista canadese disegna un sinuoso tracciato permeato da sottile e inestinguibile interferenze, una sorta di polverosa grana dal cui ossessivo reiterarsi emergono inattesi squarci di fragile incanto definiti da minute tessiture armoniche dall’incedere circolare dense di malinconica grazia che culminano nelle cullanti tessiture pianistiche che dominano il movimento conclusivo di questa evanescente  esplorazione emozionale.

Verso il futuro sognando il passato.

aa.vv. “pulsioni oblique”

[kaczynski editions]

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Uno sguardo trasversale attraverso il poliedrico territorio delle sonorità altre. È un caleidoscopico biglietto da visita quello offerto dalla Kaczynski Editions per suggellare l’avvio di un percorso indirizzato verso tracciati mutevoli nella forma e nella sostanza, una presentazione su nastro affidata al gruppo di artisti che ne scandiranno le iniziali tappe.

Condensati in un frangente di scarsa mezz’ora troviamo accostati in straniante sequenza intarsi minimali fatti di morbide fluttuazioni melodiche combinate a crepitanti stille concrete (ranter’s groove ) o di spettrali risonanze pianistiche (mdmme), modulazioni notturne a base di misteriose saturazioni dall’incedere sbilenco (23RedAnts) o fluenti vapori sintetici (ranter’s bay) e allucinate derive plasmate da vortici irregolari (zerogroove), da intrecci di ruvide particelle stridenti (zer23) o da stravolte e stralunate improvvisazioni chitarristiche (Pablo Orza).

È un sipario che si apre su un universo indefinito e non convenzionale, una premessa capace di generare interesse e curiosità. Restiamo in ascolto.

viridian “juno”

[courier]

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Visioni da un futuro indesiderabile immaginato come compimento di un inarrestabile processo di disgregazione sociale. Sono immagini che non concedono più alcuno spazio ad afflati ottimistici quelle plasmate  da James Green nel suo nuovo lavoro, definizione sonora di una proiezione distopica soffocante.

Sono il risultato di una serie di libere improvvisazioni  le sette tracce che compongono il lavoro, risonanti fluttuazioni sintetiche dense di dilatati riverberi che si propagano generando modulazioni vagamente cosmiche (“Spend Cartridge”, “Cathedral Speech”) o sotterranee scie gravide di inquietudine (“St. Petersburg Battering”). Un senso di cupa rassegnazione permea indissolubile lungo il tracciato emergendo flebile da scansioni scheletriche (“Excommunicator”) e roboante da ruvide deflagrazioni ascendenti (“Running for Solomon”).

Un viaggio rapido verso una gelida ed oscura possibilità.

scott worthington “orbit”

[iikki]

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Frammenti di realtà estrapolati e lasciati riverberare fino a divenire traccia indefinita di qualcosa soltanto vagamente percepibile. È un percorso sinestetico all’insegna dell’etereo e del simbolico quello costruito dal fotografo Renato D’Agostin e dal musicista Scott Worthington, una vaporosa esplorazione attraverso un universo fatto di minuti dettagli ricombinati a definire un lessico misterioso ed affascinante.

Alla materica essenzialità delle immagini in bianco e nero dell’artista veneziano perfettamente si accostano le due dilatate suite, inframmezzate da un breve intermezzo, composte dal contrabbassista americano. Evanescenti risonanze modulate in nebbiose persistenze generano il fondale sul quale lasciare fluire i fraseggi flautistici affidati a Rachel Beetz  combinati a ruvide frequenze granulose (“A Time That Is Also A Place”) o cristalline danze armoniche che morbidamente si propagano originando onirici ambienti in dissolvenza (“A Flame That Could Go Out”).

Ne scaturisce un rarefatto viaggio attraverso minimali paesaggi scolpiti con cura utilizzando il netto contrasto tra luci abbaglianti e ombre profondissime.