various artists “emergence”

[flaming pines]

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Suoni che giungono da una terra distante ad evidenziare un fertile fermento in cerca di riconoscimento. Dando seguito alla realizzazione di “Absence”, che raccoglieva il lavoro di giovani autori iraniani, la Flaming Pines continua la sua opera di esplorazione di universi sonori posti ai margini indirizzando il suo interesse verso la scena sperimentale vietnamita. A curarne la selezione è stata chiamata Nhung Nguyen, affermata autrice nota come Sound Awakener e profonda conoscitrice dell’ambito di indagine scelto.

Le dieci tracce che compongono il lavoro offrono un esaustivo spaccato di un ambiente vitale e sfaccettato capace di utilizzare le comuni coordinate elettro acustiche per giungere alla definizione di territori sensoriali alquanto differenti. Ad atmosferiche derive pervase da risonanze melodiche (Đỗ Tấn Sĩ, Tri Minh ft. Trinh Minh Hien) succedono rarefatti itinerari siderali (Xo Xinh, No Time), così come ad inquiete scie colme di cupi riverberi (Tam Pham, Parallel Asteroid) si alternano ruvide modulazioni granulose (Nguyễn Đỗ Minh Quân), vaporose saturazioni (Sound Awakener) e irregolari frequenze sintetiche (Nguyễn Hữu Hải Duy, Dee F.).

Un’interessante escursione attraverso paesaggi emozionali compositi ma affini.

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various artists “studies on regression of organic substances and sounds”

[sounds against humanity]

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Quattro istantanee di organismi viventi che fungono da stimolo creativo, dodici traduzioni sonore derivanti. È un caleidoscopio di visioni differenti che recano i tratti peculiari di ciascun autore la raccolta curata da Sounds Against Humanity, cangiante itinerario sinestetico ispirato dalle feconde astrazioni suggerite dalle immagini di muffe e batteri.

Seguendo ognuno la logica delle proprie coordinate artistiche, gli autori chiamati in causa plasmano un irregolare flusso sonico che ha nel suo costante portato  immaginifico il punto di coesione capace di fondere restituzioni basate su variazioni cromatiche, dinamismo, alternanza luminosa e matericità.

Con fluida leggerezza si passa così dall’abbagliante traslucenza delle solenni trame di Giulio Aldinucci, a cui spetta il compito di aprire le danze, alla fluttuazioni oblique percorse da melodie sinuose di Mothell, dai palpiti profondi e finemente intarsiati di sottile grana di MonoLogue all’oscura spirale ipnotica disegnata da Vivien Le Fay e Sergio Albano. Alle nervose ed instabili scie allucinate del duo formato da Banished Pills e Camilla Pisani fanno eco le persistenti trame analogiche di Carlo Giustini, mentre alla distorta e densa elettricità di meanwhile.in.texas che si diluisce in una placida deriva acida segue il ribollente micro cosmo di frammenti elettroacustici cesellati in combinazioni sghembe e stranianti di Dramavinile; tessiture cullanti di stille rilucenti a cui si sommano pulsazioni mesmerizzanti informano lo sguardo condiviso da Tacet Tacet Tacet e 52-Hearts Whale così come riverberi luminosi confluenti in un indissolubile soffio ruvido emergono dall’immaginario di Rooms Delayed. A chiudere questa lunga, affascinante deriva troviamo l’alienante vortice di convulse frequenze stridenti di Skag Arcade che si spegne cedendo il passo alla dinamica vitalità delle interazioni ambientali/sintetiche modulate da Gianluca Favaron.

Un viaggio suggestivo che ha tra l’altro il merito di presentare riunite in un unico contesto le variabili di un universo proficuamente sfaccettato.

federico dal pozzo “untitled_vnz”

[krysalisound]

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Riflessi di una città catturati per essere ricombinati in un flusso che ne evochi l’essenza. È un omaggio alla sua Venezia quello composto da Federico Dal Pozzo in “Untitled_VNZ”, audioracconto costruito modulando e ricombinando estemporaneamente l’ampia tavolozza di suoni raccolti sul campo per  dare forma ad un percorso avvolgente e suggestivo.

Plasmando in tempo reale la vibrante materia fatta di detriti risonanti e distorte frequenze percorse da nervose scie vitali, il musicista veneto d’istanza a Torino costruisce un itinerario sonico vivido e tangibile in costante sviluppo che accoglie in sé ogni componente caratterizzante il paesaggio urbano.  Liquide stille riverberanti, luminosi frammenti metallici, irregolari stralci vocali e un ampio nugolo di ulteriori schegge concrete si intrecciano generando un crepitante quadro acusmatico distante dall’essere uno mero specchio della realtà, puntando piuttosto a definire un’astrazione capace di restituire l’universo emozionale sprigionantesi dai luoghi.

Un torrente sensoriale dall’incedere irregolare capace di scavare un solco profondo col suo portato immaginifico.

plïnkï plønkï “happy birthday”

[piano and coffee]

Happy Birthday Artwork

Brevi messaggi spediti lontani nel mondo come dolce augurio per un giorno speciale.  È un’aura giocosa e gioiosa a permeare il lavoro di debutto di Plïnkï Plønkï , atmosfera immediatamente suggerita dalla scherzosa autodefinizione del progetto quale inesistente ensemble islandese di fiati di cinquanta componenti.

In realtà ciò che ci si ritrova di fronte è un progetto musicale fatto di fragili armonie dipinte da essenziali risonanze pianistiche e corde pizzicate con placida grazia a cui si sommano suoni trovati e riverberi ambientali a generare una intima collezione di piccole composizioni pervase da delicato lirismo. Sono frammenti di memorie irreali raccontate con un lessico semplice di grande immediatezza, una raccolta di fiabesche visioni sonore pervase dalla magia di quella morbida luce nebbiosa che avvolge spesso i paesaggi del nord.

Da ascoltare con un sorriso indelebile scolpito sul volto.

 

zura zaj “small obstacles”

[home records]

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Attraverso territori ignoti immersi nella luce nascente dell’est. È un navigare su un insolito mare fatto di “suoni strani” (in dialetto ungherese Zura Zaj) ciò che unisce da oltre un decennio tre musicisti incontratisi in un’orchestra universitaria, tre artisti che durante questo lungo arco di tempo hanno continuato a cercare una completa sintonia giungendo adesso ad una prima pubblicazione che ne raccoglie il materiale lentamente prodotto.

Non stupisce che da tali premesse emerga un itinerario vividamente immaginifico tra paesaggi sensoriali profondamente dinamici costruiti intrecciando abilmente le enfatiche tessiture del violino di Lieze Van Herzeele, la progressione ritmica del picking di Gowaart Van Den Bossche (di cui ben conosciamo il lavoro solista a firma Yadayn) e le evocative scie del corno francese di Jonathan Baltussen. Un connubio profondo capace di dar vita a ricercati intrecci armonici giocati sulla costante ricerca del perfetto equilibrio tra le componenti indissolubilmente fuse in un magma acustico che accoglie istanze di differente provenienza.

Ne scaturisce un affascinante flusso ricco di rimandi e suggestioni che costantemente si muove tra sprazzi di tormentata passionalità (“Exhale”, “Acres”), torrenziali trame vagamente permeate di epicità (“Landfall”, “Nigh”) e placide derive contemplative (“Still”, “Alight”).

Per chi ama trovare il conforto dell’inconsueto.

 

snorri hallgrímsson “orbit”

[moderna records]

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L’instabilità e il senso di straniamento derivante da una vita in movimento che non concede il conforto di un punto fermo, la ricerca di un nuovo equilibrio emozionale a cui aggrapparsi. Nasce dall’ibridazione di istanze differenti e a tratti antitetiche il debutto di Snorri Hallgrímsson sfociando in una sintesi per certi versi spiazzante considerando la sua formazione e la lunga collaborazione con Ólafur Arnalds.

Intimistiche tessiture pianistiche dialoganti con sinuose aperture orchestrali si combinano secondo modalità differenti a frequenze elettroniche plasmate come flebile scia di completamento che lungo la sequenza dei brani si trasforma in palese presenza fatta di marcate pulsazioni incalzanti (“Orbit”) o irregolare flusso di oblique modulazioni scabrose (“The unfortunate fortune”, “Be still my tongue”). Ad ultimare le composizioni conferendovi la forma di vere e proprie canzoni interviene la voce enfaticamente eterea di Hallgrímsson, la cui assenza nei frangenti più essenziali (“…og minning þín rís hægt”) ed evanescenti (“Týnd er tunga þín”)  lascia pienamente emergere un afflato cinematico sempre presente.

Un percorso sensoriale vivido che concede un punto di vista differente.

 

spirit radio “a light is running along the ropes”

[editions vaché]

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Frequenze spettrali che si diffondono sinuose generando un evocativo flusso in lenta e mutevole espansione. Si muovono tra le pieghe di una dimensione sospesa e rarefatta i racconti sonori di Spirit Radio, progetto scaturente dall’incontro artistico tra Tamalyn Miller e Stephen Spera inizialmente concretizzatosi nella sola dimensione live e adesso approdato alla sua prima pubblicazione.

Imperniato sulla combinazione di vaporose stratificazioni di scie analogiche e modulazioni sintetiche, a cui si sommano misurate interpolazioni acustiche, il lavoro definisce un suggestivo itinerario attraverso multiformi istantanee dall’atmosfera marcatamente coesa. Procedendo tra sature e stagnanti distese di profondi riverberi e tessiture cupe colme di ipnotiche reiterazioni  è l’eterea vocalità della Miller a scandire l’incedere, prendendo di volta in volta la forma di evanescente traccia priva di contenuto intellegibile (“A light is running along the ropes_copper”, “The Poisoned Knight”), mesmerico canto dall’andamento cullante (“Earthbound”, “Always”) o enfatica narrazione che sgorga da rarefatti fondali crepitanti (“Something About Fire”).

Ne scaturisce una suggestiva deriva elettroacustica dai toni profondamente teatrali capace di dischiudere un universo evanescente in cui oscura inquietudine e ammaliante dolcezza si fondono privi di qualsiasi contrasto.