simon mccorry “song lines”

[naviar records]

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Attraversare territori diversi, introiettarne lo spirito lasciandosi pervadere dalle sensazioni scaturenti e tradurre tutto ciò in un flusso ibrido  capace di abbattere differenze e distanze. È un invito all’ascolto e al superamento di ogni nozione di “altro” intesa come esclusione quella che Simon McCorry propone nel suo “Song Lines”, viaggio che estrapola melodia dagli echi di spazi vissuti come cassa di risonanza emozionale.

Elaborando e ricomponendo le intuizioni recepite, con l’ausilio del suo fedele violoncello il compositore inglese plasma un vivido itinerario sonoro che diviene specchio dei luoghi da cui trae origine, non definito da un lessico di estratti oggettivi , bensì modulato attraverso la creazione di personali itinerari armonici. Ci si muove così tra rarefatte frequenze che si espandono generando saturazioni nebulose (“The Third Stone”), trame di enfatiche risonanze che si sviluppano con incedere cullante (“Whisperer”, “The Stars In The Firmament”), esplorazioni caleidoscopiche costellate da magnetiche sonorità vagamente esotiche e linee ritmiche più evidenti (“Undefeated”) fino a giungere ad un soffio nervoso vagamente malinconico (“A Slight Return”).

Costruzione atipica di paesaggi sonori da scoprire in tutto il loro traboccante fascino.

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helios “veriditas”

[ghostly international]

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Vaporose istantanee in quieta e lenta rivelazione che traducono in suono la ricerca costante di un equilibrio interiore inteso come specchio dell’armonia della natura. Lasciandosi ispirare dal concetto filosofico espresso da Ildegarda di Bingen da cui mutua il titolo, Keith Kenniff pubblica un nuovo lavoro come Helios, suo primo pseudonimo a cui negli anni si sono affiancate le produzioni pianistiche firmate Goldmund e quelle condivise con la moglie sotto la sigla Mint Julep. Un ritorno che sancisce un parziale cambio di rotta rispetto alle sue precedenti produzioni, una ricerca di cambiamento emersa anche nella recente ultima uscita a nome Goldmund.

Senza discostarsi dai territori intimistici e sognanti che ne hanno definito fin qui il tracciato, “Veriditas” plasma una dimensione elettro-acustica meno strutturata e più incline ad una narrazione sensoriale libera e dai tratti indefiniti. Nessuna pulsazione ritmica accompagna l’espandersi delle sinuose sospensioni atmosferiche generate da morbide stratificazioni che solo sporadicamente trovano ibridazioni acustiche. Giungono inattese le carezzevoli risonanze pianistiche che costellano la seconda parte di “Dreams”, così come spiazzano gli arpeggi di chitarra che guidano le scie granulose di “Upward Beside The Gale”, creando improvvise isole melodiche in un oceano di rarefatte tessiture sintetiche a tratti ridotte a saturo e granuloso frammento (“Latest Lost”, “Row the Tide”) o pervase da tenui ombre di inquietudine (“Even Today”, “Mulier”).

Un aleggiare silente attraverso meditabonde visioni notturne che proiettano le sensazioni di un animo in quieto tumulto.

tropic of coldness “framed waves”

[glacial movements]

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Un lento piano sequenza che rivela i tratti incerti di un algido territorio silente immerso in un oceano di inattesa luce. Ha il sapore dell’ineluttabile l’incontro tra Tropic of Coldness e Galcial Movements in considerazione della comune rotta indicata dalle rispettive denominazioni, un senso di corrispondenza esatta che emerge prepotente dall’itinerario in cinque movimenti che ne sancisce l’avvenuto incrocio.

È una fissità soltanto apparente quella descritta da David e Giovanni, una stasi che in realtà  cela un vitalità crepitante che evolve senza sosta. Scivolando su sature sospensioni  che si dilatano seguendo le movenze di una quieta risacca, cristalline risonanze armoniche si sviluppano sinuose definendo paesaggi accomunati da un imperante senso di infinito. Un afflato indissolubile che si mantiene inalterato tra le differenti declinazioni atmosferiche incastrate tra le derive meditative di “Distilled conversation” e “Framed waves” che delimitano una scia sensoriale rarefatta eppure mai scevra di frammenti di concretezza.

Un’esplorazione emozionale intensa attraverso vivide visioni modulati da un chiaroscuro in graduale e costante mutazione.

julia kent & jean d.l. “the great lake swallows”

[gizeh records]

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Come mantra catartico  si avvolge il suono in dolente spirale disegnando un’ascesa  priva di culmine che si staglia da un plumbea nebbia di densa inquietudine. Originatasi come commento sonoro di una video installazione curata da Sandrine Verstraete alcuni anni or sono, diviene adesso opera in sé compiuta  la collaborazione tra Julia Kent e Jean D.L. costituendosi in immaginifico tracciato narrativo pervaso di dolente bellezza.

Essenziale è la tavolozza utilizzata, imperniata sulla superba grazia delle trame del violoncello dell’artista canadese interpolata dalle manipolazioni alchemiche del musicista belga a cui si aggiungono sporadiche tracce ambientali catturate dalla stessa Verstaete. Da tale amalgama nasce un veleggiare quieto attraverso spettrali presenze che popolano un mare sfocato e oscuro. Sono i movimenti reiterati plasmati dallo strumento della Kent a indicare la rotta, scandendo un incedere mesmerizzante al quale abbandonarsi senza riserve malgrado le asperità che emergono flebilmente in filigrana. È un ritmo avvolgente scandito dalle frequenze introiettate da Jean D.L., che riecheggia  in ognuno dei quattro capitoli in cui è suddiviso il viaggio definendo un errare eterno che si protrae ben oltre la durata del suono costruendo una malinconica epopea che ha luogo in una dimensione priva di connotazioni spazio-temporali definibili.

Feconda unione tra il fascino dell’ignoto e il terrore del vuoto, da assaporare in tutto il suo magnetico incanto.

glass locus “escapism”

[audiobulb]

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Sinuoso si espande il pensiero conducendo attraverso paesaggi eterei infinitamente distanti dalla realtà. È un’immersione onirica su traiettoria cangiante e indefinita quella proposta da Matt H. sotto l’alias Glass Locus, un’evasione gentile che proietta in un universo irreale ma non totalmente scevro di materialità.

È un suono ibrido, una miscela sapiente di vapori sintetici in luminosa sospensione, profondi riverberi e flebili battiti a fungere da materia prima con cui plasmare morbide derive sensoriali profondamente evanescenti, coese nell’atmosfera generale mai totalmente assonanti. Con mutevolezza tanto coerente da risultare quasi impercettibile si passa così da tessiture malinconiche costellate da schegge pulsanti  (“Float Away”, “Trickle”) a trame contemplative più dense scandite da ritmi più decisi (“It’s snowing”, “Tourn”) fino a giungere a momenti di maggiore rarefazione sempre pervasi da una filigrana palpitante attenuata ma indissolubile (“Elegy”, “Wide Sun”).

Ne risulta un movimento unitario reso accattivante da un costante processo di fine modulazione, scandito ulteriormente da due iati costituiti da brevi frammenti atmosferici interposti ad ossigenare un tracciato altrimenti privo di soluzione di continuità.

Che il sogno lucido abbia inizio.

sound awakener “monochrome”

[elm records]

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Immagine che si tramuta in suono, frammenti disconnessi di vita silente tradotti in un torrente coeso di oscure risonanze. Assecondando un afflato sinestetico sempre più  ricorrente nell’universo dei flussi ambientali, Nhung Nguyen conduce il suo progetto Sound Awakener lungo rotte che tentano di incrociare percezioni sensoriali differenti.

A fungere da stimolo alla creazione di questa traslitterazione, l’artista vietnamita ha scelto quattro fotografie in bianco e nero, differenti per la tipologia del soggetto raffigurato ma anche per la forma assunta dalla veste monocromatica. A questa varietà visiva corrisponde una mutevolezza sonica generata soprattutto dal processo di manipolazione, visto che la materia plasmata prende forma a partire da una tavolozza di bordoni e radi echi ambientali piuttosto contenuta. A partire da tale premessa, al nero profondissimo e ai contrasti spinti di un interno dominato da dolci in vetrina corrisponde una trama densa e sinuosa flebilmente modulata, così come allucinate frequenze dall’incedere obliquo danno corpo al confronto sghembo di uno scorcio architettonico popolato da bottiglie e piante. Riverberi stranianti dall’incedere frammentario  descrivono uno scorcio urbano vivo eppure ripreso in modo spettrale, mentre cupe evanescenze su un fondale ruvido emergono dalla visione tenue di un vaso in fiore.

Nella specificità della strada scelta per giungere al fine cercato va rintracciato l’interesse di un lavoro che si inserisce in una scia in costante dilatazione.

 

kirill nikolai & will klingenmeier “coward remixes”

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Un soffio denso e avvolgente che tramuta materia palpitante in lievi fluttuazioni atmosferiche sempre più essenziali ed evanescenti. È un vero e proprio processo di trasmutamento e non una semplice rimodulazione quella operata da Kirill Nikolai su alcune sue composizioni avvalendosi della collaborazione di Will Klingenmeier, un lavoro di revisione radicale che conduce alla definizione di una deriva ambientale decisamente altra rispetto alle abituali produzioni dell’artista di Seattle.

Quattro tracce che esplorano un territorio profondamente differente eppure pienamente plausibile, capace di creare una connessione emozionale tra la dimensione melodica delle originarie partiture pianistiche e i rarefatti flussi risultanti dal lavoro di metamorfosi e ampliamento. Diventano così origine irrintracciabile “Dolly dances” e “I’ve always been a coward”,  i due brani raccolti nel precedente ep di Nikolai da cui scaturiscono rispettivamente le sinuose movenze vaporose di “Gray star” e l’etereo sviluppo malinconico di “And I don’t know what’s good for me”, dando l’avvio ad un silente viaggio attraverso paesaggi fuori fuoco plasmati da trame armoniche in dissoluzione che regalano una visione alternativa/alterata su un panorama ritenuto familiare.

Osare per trovare nuove traiettorie.