paolo spaccamonti / jochen arbeit “cln”

[boring machines]

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Un luogo e due protagonisti per un’unica lunga sequenza divisa in sette movimenti. È un incontro che ha il sapore dell’ineluttabilità quello tra Paolo Spaccamonti e Jochen Arbeit, una convergenza fondata su una visceralità capace di coniugare l’abilità di cesellatore di suoni per immagini del compositore italiano all’instancabile gusto per la ricerca del musicista tedesco, noto tra l’altro per essere parte degli Einstürzende Neubauten.

L’inquieto e cupo torrente elettrico che si espande senza sosta nella mezz’ora di “CLN” è il distillato di alcune ore di registrazione che vedono le chitarre dei due autori fondersi seguendo una ritualità fatta di attese cariche di tensione, compenetrazioni stridenti e movimenti complementari di basse frequenze  pulsanti e misurate traiettorie distorte. È un flusso indomito dai connotati prepotentemente cinematici, che si nutre di una duplice visionarietà influenzata da universi distanti eppure complementari originante un lungo sinuoso blues lisergico.

Spontanee architetture sonore che disegnano un vibrante skyline notturno.

 

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aa.vv. “the minimal piano series vol. I”

[blue spiral records]

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Attraverso gli ampi margini di una feconda esplorazione del sempre più frequentato universo sonoro che ruota attorno al suono del pianoforte. Risultato di un contest lanciato dalla Blue Spiral Records, “The Minimal Piano Series Vol. I” raccoglie quattordici tracce, scelte tra le numerose proposte ricevute, che indagano possibili direzioni da percorrere utilizzando i principi della composizione minimale.

Ne nasce un caleidoscopico viaggio fatto di colori accesi ma anche di intensi chiaroscuri e di una variegata gamma di sfumature che mutuano le atmosfere dalle differenti provenienze geografiche e dalla diversa formazioni degli autori coinvolti. Si passa così con morbida leggerezza da sprazzi di coralità espressa attraverso raffinati afflati orchestrali (Peter Michael von der Nahmer “Mashrabiya”) o convulsi intrecci dalle sfumature jazzy (Robert Fruehwald “Kebyar!”) ad un’irruente essenzialità fortemente viscerale (Dario Crisman “Winter’s secrets”, Fabio Cuomo “Leaf”), dal cinematismo di trame umorali in costante mutamento (Gian Marco La Serra & Emanuele Dentoni  “Ascoltarsi”, Simone Pionieri “I quattro elementi”) ad un’introspettiva emozionalità declinata con fragile eleganza (Sten Erland Hermundstad “The unknown song”, Ashot Danielyan “Beyond Northwind”). Intriso di un marcato classicismo che emerge da solitarie fughe dense di lirismo (Paolo Morese “Al calar della sera”, Muriël Bostdorp “Colours of rain”, Sin Young Park “Du-Dream Prelude no.3”) o da ipnotiche ridondanze melodiche (Jeroen Elfferich “Fine”), il tracciato costruito non manca di proporre sguardi altri formalizzati in luminose ibridazioni elettroniche (Salvatore Casillo  “Phantom cycle”) o in ostinati andamenti dall’incedere obliquo (Flavio Cuccurullo “Bishop of lights”).

Un progetto interessante che punta l’attenzione sulla brillante vitalità di artisti in fecondo divenire.

tomorrow we sail “the shadows”

[gizeh records]

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Atmosfere delicatamente crepuscolari plasmate con tocco elegante a definire paesaggi emozionali in bilico tra placida quiete ed improvvisa crescente irruenza. Luci ed ombre si intrecciano in trame dall’incedere mutevole nelle sette tracce del nuovo disco dei Tomorrow We Sail, che tornano a quattro anni di distanza dal convincente “For Those Who Caught the Sun in Flight”.

Proseguendo lungo la scia tracciata dal lavoro d’esordio, il sestetto di base a Leeds costruisce un nuovo capitolo del proprio percorso artistico cristallizzando la loro indefinibile miscela di suoni mutuati da generi diversi in strutture dall’andamento dinamico più complesso, che maggiormente esaltano il prezioso equilibrio tra le diverse componenti. A placide fluttuazioni armoniche esaltate da preziosi arrangiamenti di archi fanno così eco enfatiche ascese elettriche che deflagrando aprono ariosi squarci attraverso cui tornare alle iniziali languide atmosfere con rinnovato vigore. Un’alternanza pregevolmente scolpita che si palesa fin dalle tessiture dell’iniziale “Side by side” e che trova il suo apice nelle epiche atmosfere di “The Ghost of John Maynard Keynes”, costantemente scandita dalla combinazione agrodolce tra la vocalità solennemente cupa di Tim Hay e quella morbidamente eterea  di Ella Blake.

Un’immersione accattivante in un universo di ombre palpitanti.

 

spheruleus “glimmers”

[rusted tone recordings]

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Un’alternanza indissolubile che col suo perenne reiterarsi scandisce il trascorrere del tempo. Ruota intorno alla dicotomia luce/oscurità ed ad sul essere metafora del vivere quotidiano  il nuovo lavoro di Harry Towell, prima pubblicazione su cassetta  a firma Spheruleus  che sancisce altresì il debutto della neonata Rusted Tone Recordings.

Attraverso placide stratificazioni di trame chitarristiche variamente prodotte e filtrate combinate a  vaporose modulazioni che si dilatano occupandone gli interstizi, il musicista inglese definisce un percorso sonoro che si insinua tra malinconici paesaggi emozionali alla ricerca di ariosi appigli capaci di diradarne l’umbratile gravità. A partire dalla crepitante freschezza di “First Light”, fino all’oblique frequenze della conclusiva “Refraction”, lentamente si dipana un tracciato sinuoso fatto di ipnotici fraseggi armonici dall’andamento circolare e oniriche saturazioni che riverberano su fondali a tratti algidi, che si susseguono alla ricerca di un costante punto di equilibrio tra chiaroscuri flebilmente contrastanti.

Un galleggiare al tempo stesso materico e rarefatto in un quieto oceano  costellato da confortanti punti di calda luce.

otur boyd “deadalean”

[luce sia]

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Imprigionati in un alienante labirinto di indecifrabili sequenze, in balia di modulazioni irregolari colme di oscura inquietudine. È un’esplorazione da affrontare in apnea, pronti a schivare ogni incombente deflagrazione quella costruita da Moreno Padoan attraverso le nove tracce del nuovo capitolo firmato Otur Boyd.

L’intricato tracciato si snoda vorticoso tra tappeti di ribollenti particelle che definiscono stati di asfissiante attesa, decostruite spirali di allucinate bordate che scorrono seguendo un ideale moto circolare, improvvisi picchi di assordante densità che si abbattono con indissolubile aggressività ed inattesi momenti di rarefazione sempre permeati da profonda cupezza. Un senso di minacciosa gravità si sprigiona costante dalle trame minuziosamente scolpite generando un ambiente intriso di magnetico disagio al quale risulta impossibile sfuggire.

Un viaggio privo di accomodante immediatezza che implica un approccio consapevole ad una materia sonora da maneggiare con estrema cautela.

meanwhile.in.texas “the worlds we left behind”

[sounds against humanity]

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Sprofondando verso un oblio irraggiungibile mentre attorno gradualmente tutto si sgretola. È una misantropica traiettoria in sei atti il nuovo lavoro di Angelo Guido, abrasiva esplorazione sonora che conduce meanwhile.in.texas verso territori interamente dominati dal suono distorto e lancinante della fedele chitarra.

Senza un concreto punto di origine e privo di una reale meta da raggiungere, “The worlds we left behind” definisce un allucinato tracciato denso di tagliente inquietudine fatto di oblique visioni di un universo opprimente. Pulsanti frequenze cariche di alienanti riverberi si reiterano costruendo ascese di deflagrante alienazione che si dilatano in saturazioni roboanti lasciando solo brevi passaggi di oscura e parziale quiete. È un urlo munchiano indissolubile che si espande senza soluzione di continuità a mutuare la decadenza di una realtà sempre più distopica e respingente.

Un deserto in divenire da osservare con gli occhi sbarrati.

james a. mcdermid “tonal glints”

[krysalisound]

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Un turbine di emozioni pesanti come piombo tradotti in catartiche sculture sonore. È il dolore profondo per una prematura assenza che spinge  James A. McDermid a strutturare in opera concreta il suo approccio alla musica trasformandolo in gesto necessario per riuscire a superare la perdita della sorella. Un’urgenza espressiva che origina un trittico di lavori di cui “Tonal Glints” rappresenta il secondo capitolo.

Algide saturazioni, cupe frequenze e frammentarie armonie acustiche occasionalmente permeate da flebili tracce vocali si combinano a definire un placido flusso denso di inquietudine che esternando la complessità e l’irregolarità delle sensazioni dell’artista inglese plasma un tracciato cangiante che fluttua  tra il sinistro riecheggiare di stille cristalline di “The vagabond” e l’umbratile vena ambientale della conclusiva “Faraway too close”. Seguendone l’evoluzione si attraversano grevi persistenze dal tono vagamente solenne (“All the shutters are closed”, “Within reach“), parziali aperture generate da essenziali strutture melodiche (“I’ll take one who loves me”, “Eastern bloc”) e brevi sprazzi di oscurità impenetrabile (“Bunny”, “Last year”).

Un percorso intimo ed intenso nel quale immergersi con estrema delicatezza.