deru “torn in two”

[friends of friends]

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Un alito glaciale sospeso nel vuoto, una breccia che improvvisa si apre infrangendo una stasi carica di tensione e proiettando lo sguardo verso un distopico universo di sensazioni inquiete. Traslando il proprio interesse dall’ottica introspettiva che caratterizzava il precedente lavoro verso una visione decisamente di più ampio respiro, Benjamin Wynn conduce il suo personale progetto a firma Deru verso l’ambizioso obiettivo di voler tracciare attraverso il suono  le infinite sfumature della condizione umana immersa in una contemporaneità sempre più aspra e complessa.

Interpolando sature modulazioni droniche a ruvide frequenze crepitanti secondo intricate strutture dall’incedere irregolare, Wynn costruisce un cinematico racconto in nove capitoli pervaso da un’oscura aura, gravida di un senso di persistente minaccia pronta a deflagrare generando distorte scie ascensionali. È un procedere tra lunghi piani sequenza di dense risonanze e oblique trame rumorose che a tratti parzialmente si dissolvono per lasciare emergere  quiete tessiture armoniche capaci di plasmare scorci di dolente bellezza che concedono rinfrancante, momentaneo respiro.

È un vagare per i gironi di un inferno terreno dalla consistenza profondamente tattile che trova riscontro visivo in una serie di sequenze filmiche, nate dalla collaborazione di Deru con Bryan Konietzko, che tramutano in immagine in movimento un immaginario vividamente potente.

Traiettorie accidentate verso un futuro possibile.

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josh alexander “hiraeth”

[moderna records]

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Uno sguardo che scorre leggero alla ricerca delle infinite sfumature di un paesaggio misterioso ed imprevedibile. È dal fascino profondo del Galles che trae linfa Josh Alexander per costruire il suo album di debutto, eclettica collezione di scorci emozionali che dischiudono un universo palpitante in costante evoluzione.

Utilizzando un linguaggio ibrido che coniuga l’essenziale delicatezza di trame pianistiche a siderali atmosfere plasmate da progressioni sintetiche, il musicista inglese delinea un immaginifico tracciato dal tono mutevole non soltanto nell’avvicendarsi dei vari capitoli, ma anche all’interno di molti di essi. È un ambiente sonoro sfaccettato che si rivela per gradi, introdotto dal placido minimalismo di “An apology” che sembra preludere all’ennesimo disco di gusto neoclassico, subito sconfessato dal sinuoso andamento dell’aerea “Dusk”  permeata dalle luminose frequenze del sintetizzatore analogico che tanta parte ha all’interno del lavoro.

Il ricorrente intrecciarsi tra queste componenti  genera flussi narrativi profondamente dinamici, ricchi di aperture inattese che lasciano coesistere armoniosamente luci ed ombre, lasciando emergere quel senso di nostalgia esplicitato dal titolo solamente quando dominante diventa il suono esclusivo del pianoforte (“Elan”, “Suspended”).

Un esordio promettente, realizzato secondo una formula tutt’altro che innovativa ma certamente declinata con notevole abilità.
Accattivante.

federico durand “pequeñas melodías”

[iikki]

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L’incanto che si disvela gentile da minuti microcosmi sonori a cui fanno eco istantanee altrettanto delicatamente magiche. È un dialogo giocato sulla perfetta aderenza tra  visioni coincidenti quello proposto nel nuovo capitolo delle edizioni audio visive curate da IIKKI, incontro che vede confrontarsi Federico Durand e il duo fotografico Albarrán Cabrera, formato dal catalano Angel Albarrán e dalla sivigliana Anna Cabrera, artisti di paesi distanti ma dalla cultura inevitabilmente affine.

Utilizzando il suo consueto lessico fatto di luminose risonanze e aeree frequenze, il musicista argentino plasma i suoi aggraziati scenari elettroacustici nei quali navigare lasciando libera la propria fantasia. Pervase da crepitanti scie che emergono in filigrana o modulate in sinuose danze armoniche, le cristalline trame cesellate da Durand dischiudono surreali scenari il cui costante senso di stupore trova eco nelle immagini fotografiche abilmente prodotte dai due alchimisti spagnoli utilizzando svariate tecniche che fondono tradizione e sperimentazione.

Ne nasce una preziosa sequenza sinestetica capace di fondere in un coeso e affascinante percorso la fragile bellezza di avvolgenti melodie ed il mistero di istantanee che pur conservando ogni traccia della realtà da cui sono tratte costruiscono un immaginario indefinibile e profondamente suggestivo. Un doppio binario che scorre perfettamente in equilibrio verso il medesimo orizzonte pur mantenendo ciascuno una autonoma completezza.

Per chi ama perdersi nell’inafferrabilità del sogno.

lebenswelt “metaphysics of entropy”

[under my bed recordings]

cover

Lasciare fluire la malinconia, condensarne l’essenza per dare forma a placidi paesaggi emozionali plasmati attraverso oblique trame pervase di dolente lirismo. Prosegue lungo una rotta chiara e dai confini sempre più dilatati Giampaolo Loffredo, che dopo essere riemerso due anni or sono da un lungo silenzio prova a trovare continuità pubblicando un nuovo tassello da inserire nel suo percorso artistico tracciato sotto lo pseudonimo Lebenswelt.

Si consolida trovando al tempo stesso nuova linfa il lento e avvolgente intimismo connaturato alla scrittura di Loffredo, giungendo ad una dimensione più rarefatta e sfaccettata enfatizzata anche dal prezioso apporto dato dai vari musicisti coinvolti nella realizzazione delle tracce del disco. I densi riverberi della chitarra di Stephano Stephanowic e le dimesse ma imprescindibili linee ritmiche di Mauro Costagli, così come il prezioso lavoro di rifinitura condotto da Pier Giorgio Storti e la componente straniante data dalla sega musicale di Luca Galuppini amplificano infatti in maniera determinante, ma sempre con tono misurato, la cifra stilistica di brani costantemente in bilico tra sognante deriva e spettrale sospensione.

Assecondando un evolvere ipnotico su sghembi fondali vaporosi (“Dance dance dance”, “Distant colours”) o un incedere grave e tormentato (“Cold swallen hand”, “In the morning”), la voce dalle tinte agrodolci di Loffredo scorre impassibile fino a trasformarsi in flebile eco nella riscrittura di “Illusions hold” affidata a Storti e divenire assoluto silenzio nei capitoli che confinano la sequenza delle canzoni. Due tracce strumentali profondamente atmosferiche sviluppate secondo coordinante differenti, che proiettano l’universo interiore di Lebenswelt  verso immaginifici orizzonti crepuscolari.

bionulor “a.s.”

[oniron label]

Bionulor - A.S. cover

Un dilatato notturno che si espande lento come irregolare tracciato tra placide derive oniriche e articolate architetture effimere. Sempre fedele alla logica dell’appropriazione, decostruzione e rimodulazione dei suoni altrui Sebastian Banaszczyk, attore e pedagogista polacco che cela la sua attività musicale dietro lo pseudonimo Bionulor, torna a proporre un nuovo visionario itinerario risonante strutturato a partire dall’innovativo lavoro di Alexander Scriabin.

Attraverso un’attenta opera di scarnificazione e ricomposizione, Banaszczyk costruisce un inedito universo sonoro che proietta le inusuali trame pianistiche del pionieristico compositore russo verso una dimensione pienamente aderente alla nostra contemporaneità. Avanzando tra reiterati frammenti armonici lasciati liberi di fluttuare riverberando tra silenzi che ne amplificano il portato immaginifico, liquide modulazioni dall’andamento obliquo e indefinite costruzioni di dissonanze combinate secondo struttura complesse, quel che prende forma è un ambiente sempre più evanescente ed indefinibile che solo nel suo frangente terminale viene sostenuto da una marcata trama pulsante.

Un percorso narrativa privo di immediatezza capace di regalare interessanti stimoli a chi si dimostra disponibile ad immergersivi.

gavin miller “shimmer”

[sound in silence]

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Abbandonarsi all’abbraccio avvolgente di un quieto flusso permeato da accogliente calore. È sulla soglia di un affascinante universo di luce che ci conduce Gavin Miller attraverso le riverberanti trame del suo nuovo lavoro lontano dai progetti condivisi con il solidale Thomas Ragsdale, un territorio sognante definito da liquide movenze permeate da riflessi marcatamente vividi.

Imperniati sul suono della sua chitarra e spogliati dell’apporto di qualsivoglia pulsazione ritmica, i sei movimenti che scandiscono “Shimmer” costruiscono un’unitaria scia priva di soluzione di continuità che scorre secondo un movimento circolare facendo coincidere i due estremi del viaggio. Il pacato e cullante incedere plasmato dai fraseggi introduttivi torna così ad emergere e segnare l’ultimo tratto del percorso dopo essere gradualmente scivolato verso atmosfere più umbratili plasmate con l’ausilio di grevi risonanze pianistiche, enfatiche linee di archi, spettrali estratti vocali e dilatate frequenze sintetiche variamente interpolate.

Da tale combinazione sgorga una deriva ipnotica che sinuosamente si muove dal prepotente chiarore fino all’ombra più inquieta per ritrovare infine la dimensione confortevole di una luminosità morbida e rilassante.

pepo galán “strange parentheses”

[ archives ]

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Un caleidoscopio di sensazioni plasmate secondo forme mutevoli, un universo risonante dai tratti sfuggenti e privo di margini definibili. Ad un anno di distanza dall’ottimo “Human Values Disappear” e dopo due lavori condivisi rispettivamente con Carlos  Suero e Max Würden, Pepo Galán pubblica una nuova deriva sonica a propria esclusiva firma anche se non totalmente solitaria.

Sono diversi i nomi che appaiono lungo la sequenza di “Strange Parentheses”, in particolar quelli di Sita Ostheimer  e Roger Robinson che per la prima volta introducono, in tre delle dieci tracce, contributi vocali a completamento delle trame del musicista spagnolo. Dopo la breve, ariosa apertura affidata ai luminosi e in parte sghembi arpeggi di “Harmony Fields Reverse”, tocca immediatamente alla Ostheimer lasciare deflagrare la novità del canto in quella “S a m o a”, che imperniata sui fraseggi pianistici di Sergio Díaz De Rojas e impreziosita dagli arrangiamenti di archi di Reyes Oteo e del trombone di Carlos Rodríguez ben presto si rivela come uno degli apici del disco. Da qui in poi i toni convergono verso atmosfere umbratili che riportano verso coordinate più consuete all’estro di Galán fino a ritrovare quell’aleggiare inquieto pervaso da striature ruvide nelle frequenze cariche di dramma della title track.

L’ipnotico incedere  di “Barco Amor (Naufragio)” crea una nuova breccia che squarcia l’oscurità latente, apertura mesmerica che trova eco negli evanescenti riverberi di “Bleeding Eyes” prima di cedere il passo alle oblique frequenze di “High Seas Tempest” e giungere lentamente verso il sussurrato finale di “U Broke Me” costruito sull’enfatica interpretazione di Roger Robinson.

Una traiettoria narrativa sfaccettata e coinvolgente che segna una netta evoluzione nel percorso artistico di un musicista di talento in costante crescita.