A-Sun Amissa “Balck Rain (I)”

[Gizeh Records]

Ruvida polvere sospesa in uno spazio disegnato da tagliente, satura luce. Prosegue incessante il processo di mutazione di A-Sun Amissa, creatura sonica intestata a  Richard Knox e che negli anni ha visto succedersi numerose collaboratori definendo un percorso in continua ed incessante evoluzione. Assecondando la più recente inclinazione a ridurre l’organico e virare verso soluzioni più atmosferiche ed espanse, il progetto giunge adesso a coincidere con il suo creatore, nella veste di solitario scultore di forme risonanti intensamente ambientali.

Frutto della predefinita volontà di chiudere ogni tracciato nell’arco di un mese, “Balck Rain (I)” si compone di tre lunghe suite definite dal sinuoso fluire di cullanti trame pervase da sottile grana e un’indissolubile tensione carica di avvolgente nostalgia. Da tale materia che combina frequenze di chitarra e synth, stravolte fino a divenire indefinito fondale dall’eco orchestrale, emergono essenziali fraseggi di un malinconico piano strutturati in armonie circolari che incrementano il mesmerico dipanarsi delle nebbiose correnti droniche.

È una suggestione profonda quella che si irradia da queste oscure fluttuazioni romantiche, un’atmosfera al tempo stesso ammaliante e inquieta che nel suo terminale capitolo vira in modo netto verso una dimensione più cupa, costellata dai profondi riverberi di un paesaggio divenuto definitivamente tenebroso, ideale punto di accesso ad un territorio sonoro differente, possibile scenario di un secondo, omonimo capitolo.

Music For Sleep “Mellotron Works”

[rohs! records]

Un’infinita distesa di evanescente malinconia che si irradia placida poggiandosi lieve su ogni angolo che raggiunge. È un velo agrodolce di morbida luce a scaturire dal primo frangente di recente, imposta solitudine vissuto da Andrea Porcu, un quieto mare che si muove lento trasportando le indefinite sensazioni del momento in atto.

Trame sature, scaturenti dallo strumento scelto per questo nuovo viaggio a firma Music For Sleep, scorrono con andamento cullante fino a divenire ipnotico flusso ipnagogico diviso in quattro sinuosi movimenti. È un’atmosfera rarefatta, sospesa tra realtà e dimensione onirica, modulata differentemente in ognuno dei suoi tratti per divenire avvolgente nebbia amniotica che annulla ogni coordinata spazio temporale disegnando un sintetico limbo nel quale rifugiarsi in attesa di un nuovo inizio.

Un’eterea permanenza in un mare di delicato suono.

Grey Clouds Monolith “Grey Clouds Monolith”

[Toten Schwan]

Oscuri pensieri che strisciano in una notte senza fine come inquieta nebbia che si espande cangiante adattandosi all’ambiente in cui si muove. È un sodalizio all’insegna del crepuscolo dell’anima quello che vede per la prima volta insieme Andrea Bellucci e Yvan Battaglia, un’intersezione di mutevoli traiettorie che scavano un solco profondo in un territorio algido ed enigmatico.

Sinuose scie sintetiche attentamente modulate per dare forma ad uno scorrere saturo, privo di pause e cesure, si susseguono inglobando frequenze ruvide e risonanze concrete, elementi che diventano scansione e misura di questo fluido propagarsi. Costante aleggia un senso di latente tensione, di spettrale presenza resa vivida dall’emergere di correnti vocali indefinite che appaiono come eco di un interiorità tormentata che prova a palesarsi.

Il risultato è un torrente sonico ribollente e coeso, solo a breve tratti convulso, un vapore indomito di temibile magma che avanza perentorio alla ricerca di sensazioni inconfessabili trattenute in profondità. Un sole nero che irradia avvolgente gelo.

Encoder “Noise from the Deep”

[nausea.]

Un caotico universo interiore originato da un’assordante quiete esteriore. È uno spazio sonico enigmatico prodotto da un autore altrettanto enigmatico a definire l’ultima produzione curata da nausea., un intricato diario surreale della chiusura virale che porta la firma Encoder.

Un obliquo ribollio di ruvide stille sonore estrapolate da oscure macchine assecondando il puro gesto improvvisativo, si condensa in quattro convulse tracce dalla denominazione improbabile, accogliendo e fagocitando al suo interno sfaccettati frammenti ambientali. Voci della strada, risonanze concrete e rumori di mezzi che si muovono si accostano e stratificano con frequenze stridenti e correnti inquiete, creando una indeterminata sovrapposizione tra dentro e fuori che ben riflette l’atmosfera straniante di questa atipica primavera.

Una breve deriva difficilmente catalogabile e non adatta a tutti, ma certamente ben plasmata per dare forma ad una visione sghemba ed immaginifica.

gFFr “Play with Me”

Il vitale equilibrio instabile di decostruite trame soniche scaturenti dall’interpolazione tra uomo e macchina. È l’opera prima di un duo che cela un trio “Play with Me”, lavoro breve condiviso da Fabio Ricci (più dTHEd che Vonneumann qui) e Gianluca Favaron, a cui si aggiunge l’inafferrabile contributo della mutevole entità sintetica denominata Verena Becker la cui immagine, una tra le tante possibili, campeggia con fare enigmatico in copertina.

Dal fitto scambio di materiale intercorso tra i due musicisti ciò che prende forma è una vorticosa sequenza di cinque tracce capace di definire un caleidoscopico territorio sonico scisso da stringenti strutturazioni, in cui irregolari traiettorie ritmiche e vorticose modulazioni elettroniche costruiscono utopiche architetture governate da un controllato caos.

È un incedere accidentato introdotto dal singhiozzante sviluppo di “Training Humans” a cui succede il serrato flusso di basse frequenze di “Jennifer in Paradise”, un propagarsi di destrutturate trame lessicali che inglobano intellegibili frammenti vocali di Verena fino a giungere alla terminale eco hasselliana di “Crash Tesla Dummies”, che (momentaneamente?) chiude l’accesso a questo accattivante universo altro.

aa.vv. “Responses 2”

Un pulsante vortice di materiche risonanze. A poco più di sei mesi di distanza dal primo volume, Matt Atkins decide di dare un seguito all’esperimento collaborativo  che vedeva coinvolti una serie di artisti affini a cui chiedeva di creare un breve tragitto sonico a partire da un frammento da lui cesellato. Ponendosi come fine quello di raccogliere fondi per Medici Senza Frontiere, questo secondo volume reitera il concetto chiamando in causa ulteriori dodici musicisti stimati da Atkins, destinatari ciascuno di un nuovo, diverso ed inedito input.

Da tali premesse scaturisce un universo sonoro vibrante, al tempo stesso coeso e sfaccettato. Battiti, sfregamenti, echi ambientali  e frammenti ottenuti da una vasta pluralità di fonti si incastrano e sovrappongono dando origine ad un suggestivo magma di consistenza profondamente tattile che scorre seguendo imperterrito una traiettoria ostica ed accidentata.

Dal naturalistico scenario dipinto da Philip Sulidae in apertura alla teatrale oscurità delle frequenze di Alexandra Spence che chiudono il percorso, quel che si sussegue è un succedersi di evocativi paesaggi costruiti con peculiare tocco da sapienti alchimisti capaci di disegnare ruvide narrazioni dal sapore ancestrale (Paolo Sanna, Giacomo Salis, Francesco Covarino), indefinite visioni cariche di mistero (Moon RA, En Creux) ed oblique derive di modulazioni  irregolari (Graham Dunning).

Un interessante nuovo capitolo capace di ribadire il portato propositivo di una formula feconda e suggestiva.

Massimo Olla “Life In A Sonic Free Form Research Experience”

[Luce Sia]

Ambienti vibranti di cristallino suono, pronti ad accogliere obliqui sogni lucidi plasmati ad occhi ben aperti. Si sprigiona in tutta la sua forza l’immaginario risonante di Massimo Olla, racchiuso nelle otto architetture soniche di “Life In A Sonic Free Form Research Experience” disegnate grazie al solo ed essenziale ausilio dei suoi alchemici oggetti musicali autocostruiti.

Definito da una sfaccettata tavolozza di profondi riverberi, materici echi e lucenti stille, l’evocativo universo plasmato dal musicista sardo si propone quale vitale paesaggio interiore da attraversare guidati unicamente da una piena autonomia sensoriale, capace di coglierne dettagli e sfumature che di volta in volta suggeriscono possibili atmosfere senza pienamente predeterminarle.

Sono scenari minuziosamente cesellati, saturi di elementi sonici che fungono da appiglio e suggestione, sommati ed intrecciati per  formare correnti dalla consistenza tattile, scaturenti da una complessa gestualità che ha il suo punto d’origine nella realizzazione dei mezzi adoperati e il suo approdo nella loro piena esplorazione esecutiva. È un fecondo incontro tra arte e artigianato, fusione virtuosa da cui prende le mosse una introspettiva sequenza di traiettorie prive di denominazione e accostate senza soluzione di continuità, scaturenti da un sentire celato eppure afferrabile.

Che tali premesse portino alla definizione di derive epiche o oscuri incubi tocca stabilirlo a chi si dimostra pronto ad accoglierle per tramutarle in ammaliante materia narrativa.

Francesca Naibo “Namatoulee”

[Aut Records]

Un’isola dove tutto può accadere, dove ogni cosa anche solo immaginata si tramuta in tangibile realtà. È suono che si propaga libero, gravido dell’istante da cui nasce e sciolto dai vincoli della scrittura, quello attentamente distillato da Francesca Naibo nel suo lavoro di debutto, immaginifico flusso capace di percorrere ardite traiettorie in costante rivelazione.

Frutto di improvvisate sperimentazioni raccolte in presa diretta e prive di successive manipolazioni, l’escursione sonica plasmata dalla chitarrista veneta d’istanza a Milano coniuga abilmente perizia esecutiva e ricerca, originando un vorticoso universo in cui ogni singolo gesto assume imprescindibile valenza.  Sono trame cesellate nella fertile profondità di un silenzio percepito come elemento attivo dell’esecuzione, tracciati che abilmente si muovono tra indagine timbrica e possibilità inesplorate dello strumento, utilizzato nella sua essenza  o aumentato attraverso il ricorso a tecniche estese, preparazioni ed effetti vari.

Guidato dal sentire dell’autrice, il suono si snoda evocativo e coerente tra atmosferiche correnti (“Mae Lougon”, “Fron-ne”), scarne risonanze che fitte dialogano con il vuoto (“Nadare Nura”, “Lanka”), frammenti dall’incedere apparentemente più lineare (“Fadada”, “Làmeda Lemèda”) ed impervie derive rumorose (“Foush”, “Groff”). Sono narrazioni complesse che obliquamente travalicano i generi per divenire puro torrente sensoriale, al punto da assumere fonetiche denominazioni, scelte a posteriori, capaci di mutuarne l’atmosfera indirizzando l’ascolto senza rigidamente confinarlo.

Una navigazione coraggiosa alla scoperta di territori ignoti permeati da cristallina suggestione.

Ben McElroy “Home Diaries 028”

[whitelabrecs]

Una fitta nebbia che si dirada lasciando fluttuare lieve, il caldo abbraccio del sole. Insegue un orizzonte sereno, specchio di un ostinato ottimismo, la breve traiettoria risonante cesellate da Ben McElroy nel suo breve contributo alla serie Home Diaries realizzata da Whitelabrecs durante il recente periodo di imposto isolamento, un confortevole approdo che infine sembra sfuggire.

Nutrendosi ancora una volta del fecondo connubio di saturi vapori ambientali che si espandono lenti e delicate trame armoniche acustiche intrise di rimandi alla tradizione, il musicista d’istanza a Nottingham disegna la personale visione di questo complesso momento storico definendo un altalenante tracciato in bilico tra oscuri presagi  e meditabonda quiete bucolica.  

Un viaggio profondamente introspettivo tra territori incantati, a tratti resi vividamente tangibili (“Oakwood, I Think It Is”), che infine si diluiscono in una conclusiva deriva carica di gravida indeterminatezza.

Francesco Cigana “Anaesthetic”

[Setola di maiale]

Un universo sensoriale modellato dal puro istinto, affidato al libero fluire della coscienza. È un viaggio sonico crudo ed accidentato, guidato da un processo improvvisativo fertile, quello definito da Francesco Cigana in “Anaesthetic”, una solitaria traiettoria fatta di ribollenti trame percussive estratte da una moltitudine di fonti trattate ricorrendo a tecniche estese.

Battiti, stridori, risonanze metalliche e materici riverberi costruiscono un enigmatico territorio che si rivela estremamente cangiante eppure sempre coeso, definito da paesaggi sensoriali che si riversano gli uni negli altri sviluppando senza sosta un’idea volutamente indeterminata. Assecondando la propria visione che sfugge filtri e manipolazioni, il musicista veneto genera un pulsante vortice incentrato sulla ricerca del suono possibile a cui affidare le sensazioni dell’istante.

Immersi in tale materia si attraversano ruvidi frangenti oscuramente inquieti, ipnotici tracciati scanditi da ostinate reiterazioni e roboanti ascese che tendono al rumore bianco, il tutto estrapolato attraverso il gesto concreto capace di assumere a tratti le sembianze di modulazioni sintetiche.

Ne deriva una navigazione permeata da echi ancestrali e rimandi postmoderni, ostica da affrontare ma capace di dischiudere un immaginario intenso e vitale.