Federico Mosconi “Light not Light”

[shimmering moods records]

L’immaginazione quale specchio di un reale sfuggente, il dato concreto diluito fino ad essere tramutato in instabile percezione. È un processo di trasfigurazione che fonde e confonde gli elementi sottraendone corporea certezza quello messo in atto da Federico Mosconi, un’esplorazione che stravolge il suono rendendolo materia informe con cui costruire scenari inafferrabili.

Partendo dalle risonanze di una chitarra classica filtrare fino ad assumere la forma di viscoso flusso di frequenze sintetiche da modulare finemente, il musicista veneto plasma una sequenza di liquide visioni che dell’immagine originante trattengono il portato sensoriale rinunciando quasi totalmente alla mimesi del suono. Solo a tratti dal denso torrente così definito emergono echi ambientali e stralci armonici che dichiarano palesemente la fonte da cui tutto sgorga riconnettendo per un attimo il dato emozionale alla componente tangibile.

Ne scaturisce un evocativo itinerario di trame evanescenti in costante evoluzione che si espandono secondo coordinate cangianti che vanno dalla nostalgica quiete di “Memories not Memories” alla rumorosa irruenza di “Storm not Storm”, dalla seducente danza venata di inquietudine di “Melody not Melody” fino all’oscura gravità di “Dark not Dark”.

Un’immersione in un universo surreale concepibile ma mai pienamente definito.

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Adriano Zanni “Ricordo quasi tutto”

[Bronson Recordings]

Frammenti che riemergono dal passato come appigli a cui aggrapparsi per proiettare lontano lo sguardo alla ricerca di un orizzonte momentaneamente precluso. Dopo averci condotto attraverso l’audio-visivo “Siamo quasi tenebra” alla scoperta  delle misteriose vibrazioni delle terre d’Islanda, converge verso la dimensione del viaggio interiore Adriano Zanni consegnandoci un itinerario profondamente personale che traccia i margini sensoriali di un momento di vita complesso.

Assecondando la necessità di evadere da una condizione di imposto isolamento, l’artista romagnolo costruisce un ideale via di fuga che trova nel caldo abbraccio dei ricordi la sua porta di accesso. Echi ambientali catturati nel territorio in cui abitualmente si muove conferiscono tangibile consistenza ad uno scenario in cui lasciare espandere libero un flusso altalenante di sensazioni plasmato attraverso sinuose frequenze che si insinuano tra i suoni della costa e degli attimi di vita vissuti. Procedendo dal placido incedere sulla spiaggia accompagnato dal moto della risacca, la linea emozionale si muove man mano verso frangenti più oscuri e dolenti, giungendo nel tratto centrale del capitolo più intenso a svincolarsi dalla presenza del dato oggettivo per divenire presenza unica.

È un tracciato sinestetico immersivo , un percorso che non sente la necessità del supporto delle immagini per rivelare una forza evocativa avvolgente e coinvolgente interamente affidata alla vivida potenza immaginifica del suono.

Sōzuproject “Fragility can fly”

Lo sguardo perso nella sconfinata maestosità di un paesaggio immutabile improvvisamente catturato da un piccolo, silente incanto che conduce su un unico piano l’eterno e l’effimero. È  al cospetto della possanza delle dolomiti ed in compagnia dell’inatteso battito silente delle ali di una piccola farfalla che Paolo Mascolini si ritrova a riflettere sulla travolgente forza che può scaturire da ciò che appare lieve e fragile, pensiero tradotto in suono nelle sette tracce del suo ultimo lavoro come sempre firmato Sōzuproject.

Vaporose saturazioni in persistente dilatazione generano densi fondali flebilmente modulati, costantemente contaminati da luminose danze armoniche che si insinuano ad infrangere una stasi quasi imperturbabile, imponendosi come sequenza di gesti minimi capace di scandire e rendere unico uno scorrere altrimenti privo di variazione e soluzione di continuità. Cristallizzandosi in forme sempre differenti la materia risonante disegna sinuose traiettorie capaci  di restituire un caleidoscopio emozionale  che si muove tra frequenze pervase di indissolubile tensione (“Fragility can fly”, “Betrayed by light”) e cullanti risacche dall’incedere mesmerizzante (“Glaiding”, “Kite”).

Un susseguirsi di evocativi tracciati sensoriali che celebrano la preziosa energia scaturente dall’accoglienza della diversità e della fragilità proprio e altrui attraverso la miracolosa grazia del volo.

øjeRum “Nattesne”

[eilean]

Come il bagliore della luna in una quieta notte di fine inverno, così il suono si propaga cristallino, denso di ammalianti riverberi onirici. A oltre due anni di distanza la denominazione øjeRum  torna a segnare un punto sulla caleidoscopica mappa ambientale curata dalla eilean rec. confermando  ancora una volta la prolificità creativa di Paw Grabowski.

Stille acustiche ed echi stranianti risuonano tra solenni trame d’organo generando un mistico fluire scandito in quindici tappe prive di denominazione, che solamente in un frangente si nutre del caldo conforto dell’incantevole vocalità di Siri Anna Flensburg, affidando per il resto alla minimale purezza del suono la costruzione di un algido notturno pervaso di denso mistero suggerito dalla stessa opera dell’artista danese che campeggia in copertina.

Un’immersione placida in un universo magico velato di tenue oscurità che avvolge e rapisce con seducente fascino.

Himmelsrandt “V A L E”

[Unperceived Records]

Un vuoto incolmabile. Ad un anno esatto dal momento in cui ne ha dovuto affrontare l’assenza, Peter Honsalek pubblica il suo omaggio alla memoria del padre scomparso, un lavoro breve in quattro atti colmo di profonda grazia.

Abbandonandosi all’intensità dell’evento vissuto, il musicista tedesco affida al suono l’elaborazione di un sentire dolente declinato principalmente attraverso elegiaci movimenti di archi a cui si sommano o sostituiscono malinconici fraseggi di piano e sinuose frequenze sintetiche che insieme a ad un’incessante pulsazione diventano protagoniste della rimodulazione che Ulrich Kaineder  fa di “Nacht-Leben”. A conferire un’aura ancor più solenne ai due estremi di questo piccolo, intenso itinerario contribuisce il ricorso all’organo, che con la sua voce toccante segna la melodia che funge da tema portante in cui incastonare le fragili sensazioni avvertite.

Giunti in fondo rimane soltanto un’eco silente.

Flying Hórses “Reverie”

[Bonsound]

Un sentimento che nasce e cresce fino ad essere confortevole oasi, il suo declino che lascia sopraggiungere un dolore tramutando il sogno in incubo fino a dissolversi in un rinfrancante risveglio. È una traiettoria che interseca e racconta l’intera gamma emozionale  scaturente dall’incontro di due anime affini quella plasmata da Jade Bergeron nella sua seconda opera a firma Flying Hórses, disco che ancora risente dell’influsso del lungo frangente islandese vissuto dall’artista canadese.

È un torrente in piena quello che si dipana, un flusso ancora incentrato sul suono del pianoforte, ma affiancato ed espanso dal contributo di ulteriori strumenti in parte suonati dalla stessa Bergeron ed in parte affidati ad altri musicisti, che attraversa momenti di estatica quiete e frangenti di oscura inquietudine.  Un susseguirsi  agile di aggraziate partiture che vedono dialogare intensamente il piano e il violoncello generando romantiche danze, spesso di breve durata e a tratti ridotte ad essenziale intermezzo reso ancor più solare dalla voce della celesta e del vibrafono e che gradualmente scivolano verso orizzonti permeati da una crescente drammaticità. Quella che si delinea è una vera e propria discesa verso un universo interiore sempre più cupo e desolato, un movimento che giunge al suo algido apice sfumando in un ultimo profondo sospiro affidato ancora una volta alla voce del violoncello di Sebastian Selke.

In bilico tra composizione dal sapore classico e struttura dagli influssi post rock, la materia armonica di “Reverie” si riversa come impetuosa corrente che lascia in dote un roboante silenzio.

Glåsbird “Grønland”

[Whitelabrecs]

L’imperturbabile incanto delle terre del nord, i cristallini riflessi  di una bellezza ammantata dai vapori algidi che rendono ogni singolo dettaglio profondamente vivido. È un viaggio alla scoperta della vasta isola situata tra i margini dell’Atlantico e dell’Artico ad ispirare il debutto sulla lunga distanza del misterioso autore che si cela sotto lo pseudonimo Glåsbird, confermando un’attitudine per la sonorizzazione di esplorazioni tra le terre dell’estremo settentrione già evidenziata nelle due tracce che ne avevano segnato il breve esordio discografico pubblicato al termine dello scorso anno.

Avvalendosi di un’equilibrata ibridazione tra impalpabili scie chitarristiche e ammalianti movimenti di archi a cui si sommano essenziali fraseggi pianistici, Glåsbird ci conduce alla scoperta delle diverse componenti sensoriali che caratterizzano il paesaggio della Groenlandia, elementi che in parte troviamo sintetizzati nell’immagine di copertina raffigurante una cabina in riva al lago di un azzurro intenso, che si staglia su un paesaggio incontaminato dominato dai monti innevati. Avanzando con cauta lentezza, il suono disegna un affascinante itinerario che dalla contemplativa quiete della montagna più alta conduce fino all’immaginifico spettacolo dell’aurora boreale attraversando man mano scorci flebilmente inquieti e territori permeati da algidi riverberi sognanti.

Una restituzione emozionale di un universo apparentemente immobile ed immutabile.