Spring Quintet “Raven, Raven, Raven”

[Whitelabrecs]

Un viaggio in musica destrutturato e ricomposto per divenire fluttuazione amplificata ancora permeata dal suo evocativo spirito originario ispirato al valore simbolico delle creature da cui trae il titolo. È una collaborazione a più livelli quella da cui prende forma “Raven, Raven, Raven”, opera inizialmente nata come esecuzione dal vivo ideata da Stefan Christoff per una serata di beneficienza ed eseguita con il contributo di Claire Abraham (violoncello), Fern O’Dactyl (violino), Peter Burton (contrabasso) e Will Eizlini (Tabla) nel 2017 alla Casa del Popolo di Montreal, successivamente affidata a Matteo Uggeri per trovare la sua definitiva veste cristallizzata in questa pubblicazione curata da Whitelabrecs.

Diviso in cinque movimenti, il flusso risultante configura una lunga sinfonia che nella sua forma finale vede interagire in modo sinergico le flessuose armonie acustiche guidate dai fraseggi pianistici di Christoff e le frequenze ambientali/manipolazioni sintetiche di Uggeri, fuse in un ammaliante torrente narrativo dai tratti ibridi eppure coesi. Con preciso incastro seducenti trame di archi, strutture ritmiche permeate da echi ancestrali e modulazioni di varia origine si combinano generando una traiettoria fluida e sfaccettata costellata da crescendo e pause, che conserva intatta la forza seducente della dimensione live.

Un’epopea avvincente che si dipana sinuosa come un volo leggero e pieno di speranza.

Annunci

Spheruleus “Light Through Open Blinds”

[Lost Tribe Sound]

Risonanze estrapolate dal mondo domestico per divenire appunti attraverso cui costruire un personale racconto di un momento di transizione. Non è mai soltanto un atto fisico un trasloco, rivelandosi spesso piuttosto un nuovo inizio a cui sono connessi un succedersi repentino di stati d’animo. Di ciò è testimonianza “Light Through Open Blinds”, nuovo lavoro che vede Harry Towell rilanciare il suo pseudonimo Spheruleus definendo il sesto capitolo della serie “Fell to shadow” curata da Lost Tribe Sound.

Echi ambientali e suoni accidentali sono appunto il punto di partenza delle tredici tracce del disco, premessa da cui hanno origine brevi escursioni elettroacustiche imperniate su tessiture melodiche definite da scarne armonie acustiche spesso affidate al suono di un vecchio pianoforte e di un altrettanto vissuta chitarra, integrate da ulteriori stille acustiche e minimali trame ritmiche.

Ognuno di questi  capitoli scaturisce da un istante preciso, da un’intenzione esplicata da Towell stesso non soltanto in musica ma anche attraverso brevi annotazioni che raccontano la genesi di queste affascinanti miniature in cui ogni frammento viene accuratamente selezionato ed incastrato per offrirci uno spaccato emotivo vivido e vibrante.

Patrizia Oliva / Roberto Del Piano / Stefano Giust “That is not so”

[Setola di Maiale]

Chiudere gli occhi ed iniziare a scavare fino a risalire ai frammenti di una dimensione inconscia che appare riaffiorare da una distanza temporale indefinita. C’è qualcosa di alchemico, di spontaneamente mistico che emerge dalle tessiture imbastite da Patrizia Oliva, Roberto Del Piano e Stefano Giust  durante la sessione di improvvisazioni registrata nella residenza sociale di Aldo Dice 26×1 a Milano e cristallizzata in “That is not so”, un moto esplorativo che riporta in superficie tre distinte visioni che gradualmente si confrontano ed intrecciano generando un’unità caleidoscopica impossibile da racchiudere in rigide categorie.

Ciò che scaturisce da questo incontro è materia estremamente vitale, essenziale ed implacabile magma guidato dall’incedere mesmerico della vocalità ammaliante di Patrizia Oliva, a tratti corroborata da reiterazioni e modulazioni elettroniche e brillantemente affiancato e reso completo dalle complesse strutture scolpite dal basso di Roberto Del Piano e dalle ribollenti trame percussive di Stefano Giust.

Ciascuna delle sei tracce costruisce un intricato labirinto sonico nel quale immergersi pronti a lasciarsi guidare dall’istinto, un tracciato obliquo ed imprevedibile che vede in maniera costante pienamente avvertibili gli eterogenei componenti che lo informano resi coerenti da un approccio affine e profondamente sinergico.

Un’esperienza sensoriale avvolgente e a tratti allucinata, da assaporare con pienezza e scevri da inopportuni preconcetti.

The Humble Bee & Offthesky “All Other Voices Gone, Only Yours Remains”

[IIKKI]

Sbiadite istantanee sonore che si affiancano e sovrappongono a manipolate immagini sospese nel tempo, testimonianza fragile e polverosa del delicato scorrere del tempo. È un inno all’impermanenza, alla trasformazione lenta ed inarrestabile della vita ciò che informa il nuovo dialogo sinestetico promosso da IIKKI, incontro che vede fondersi la narrazione visiva di Nieves Mingueza e la sensibilità musicale di Craig Tattersall/The Humble Bee e Jason Corder/Offthesky.

Blandi soffi sintetici che si espandono sinuosi si intrecciano ad impulsi analogici e trame armoniche, arricchite attraverso l’ausilio delle tessiture acustiche di una piccola orchestra coinvolta per completare il confronto a distanza tra i due musicisti, generando figure sfuggenti che gradualmente prendono forma senza mai giungere a completezza. Perfetta eco di questo moto emozionale è rappresentata dalle immagini costruite dall’artista spagnola d’istanza a Londra, ammaliante susseguirsi di corpi e paesaggi spesso volutamente indefiniti e fuori da qualsiasi collocazione temporale.

Un itinerario parallelo affascinante e profondamente in sintonia, capace di aprire una toccante finestra su una dimensione che va oltre il presente.

Corrado Altieri “Less”

[AZOTH]

Alla deriva tra territori accidentati attraversati da una densa corrente algida. Dismette i rumorosi panni del suo alter ego Uncodified per immergersi nella costruzione di un nuovo personale viaggio sonico a sua firma Corrado Altieri, un tragitto certamente meno roboante ma sempre ruvido ed impervio.

Affidandosi alla forza espressiva di frequenze elettroniche evocative e risonanze marcatamente materiche, il musicista sardo plasma un’immaginifica sequenza di allucinati ambienti, dominati da sfumature acide e costellati da ribollenti frammenti granulosi, a tratti strutturati da pulsazioni essenziali dall’andamento complesso.

Un tracciato risonante pervaso da tangibile tensione, che si snoda tra ombre impenetrabili capaci di ammantare di oscuro mistero scenari contemplativi altrimenti silenti ed accoglienti. Un caleidoscopio di vivide visioni artificiali profondamente inquiete.

Lorenzo Masotto “Frames”

[Lady Blunt Records]

Risonanze di un animo che attraverso il contatto con lo sconfinato giunge a sentire la propria profondità. Prosegue mutevole ed in costante trasformazione il percorso artistico di Lorenzo Masotto, adesso più che mai in bilico tra armonie acustiche e soffi sintetici che compenetrandosi danno origine ai tracciati che compongono il suo quinto lavoro.

Combinando in vario modo le componenti in gioco il musicista veneto dipinge una sequenza di vividi e avvolgenti paesaggi colmi di riverberi emozionali, a tratti espansi attraverso il contributo prezioso del violino di Laura Masotto, del violoncello di Leonardo Sapere e soprattutto  della voce di Stefania Avolio capace di infondere un’aura solenne alle trame a cui si adagia.

Tra traiettorie dal sapore cosmico permeate di modulazioni sintetiche e sognanti fughe dominate dal suono del pianoforte, che rimane elemento centrale di un processo creativo mai banale e uguale a se stesso, Masotto ci proietta verso un orizzonte musicale ibrido e accattivante che cattura per intensità ed eleganza.

Enrico Coniglio “The Grand Parade of Hostile Winds”

[Kohlhaas]

Il vuoto come elemento capace di definire il pieno, componente essenziale per esaltarne in modo netto i tratti e la densità. È suono che si insinua attraverso il silenzio, che si incunea tra gli spazi in-between accarezzando le asperità dei suoi margini quello plasmato da Enrico Coniglio per dare concretezza ad un nuovo capitolo della sua personale ricerca “topofonica”.

Distanziandosi dal territorio lagunare pesantemente stravolto dalla presenza dell’uomo, spesso al centro della sua indagine, il musicista veneto sceglie di concentrarsi ancora una volta su un’area dominata dalla pura presenza degli elementi naturali. Riverberi e frequenze che informano l’unitario flusso diviso in due lunghi movimenti costruiscono una traiettoria impervia ed accidentata incanalante un senso di timorosa solennità che da quei luoghi emana e sfociando nella costruzione di un percorso sensoriale vividamente tangibile a patto che si sia disposti ad immergersi totalmente nella dimensione sonora.

Assecondando la mutevole percezione dello spazio condizionato dagli elementi atmosferici, la scia risonante si muove gradualmente tra emissioni al limite del percepibile e ruvide intensità alternando frangenti carichi di latente tensione e convulsi crescendo pervasi da oblique distorsioni.

Un’esplorazione al tempo stesso affascinante ed ostica, che si proietta verso una visione sempre più ampia e non convenzionale delle possibilità narrative del suono.