Darren McClure “A Mere Fraction”

[audiobulb]

Appunti del reale che diventano origine di intime elucubrazioni perdendo ogni connotato spazio temporale. Sono traiettorie narrative sospese in un limbo etereo ed informe le tracce che compongono il nuovo lavoro di Darren McClure, liquide peregrinazioni  che dal dato oggettivo si distaccano per divenire autonomo flusso atmosferico.

Espanse modulazioni sintetiche si muovono come banchi di indomite nubi in lieve e costante mutazione plasmando variegate visioni che inglobano tattili frammenti estrapolati dall’ambiente e tramutati in cristallina suggestione. Assecondando la risonanza sensoriale associata, McClure costruisce percorrenze che di volta in volta prendono la forma di placide meditazioni interpolate da striature nervose (“In The Aisles”, “Smoke Filled Room”), avvolgenti distese armoniche (“Knots”, “Pira Pira”) o irrequiete frequenze umbratili (“Uncritical Coils”, “Impact, Plumes and Clouds”) dando vita ad un universo emozionale sfaccettato ed instabile.

Un accurato diario di palpitanti sogni lucidi.

Daimon “Remedies For A Foggy Day”

[Norwegianism Records]

Densi vapori che si muovono sinuosi espandendosi saturi di indissolubile inquietudine. Continua a muoversi tra i meandri accidentati ed oscuri di una notte infinita il suono di Daimon, progetto condiviso da Simon Balestrazzi, Nicola Quiriconi e Paolo Monti giunto alla sua terza pubblicazione.

Scandito da tre dilatati movimenti di durata decrescente, “Remedies For A Foggy Day” costruisce una ipnotica spirale sonica che cattura e proietta verso insondabili profondità in cui ruvide frequenze, echi ambientali e frammenti stridenti si incrociano ed incastrano disegnando evanescenti visioni che sembrano riemergere da un passato distante. Spettrali scie vocali e vibrazioni algide amplificano questo senso di straniamento originando un’atmosferica deriva tra paesaggi profondamente materici eppure costantemente indefiniti, territori evocativi su cui aleggia un’impenetrabile foschia pervasa di rimandi ancestrali e fosco mistero.

Un lento perdersi in un opaco mare di allucinate risonanze.

Stephen Vitiello & Molly Berg “I Drew A Fish Hook, And It Turned Into A Flower”

[IIKKI]

Galleggiare su scenari stranianti ricchi di vividi dettagli estrapolati dalla realtà per divenire autonoma narrazione di un universo possibile. Dopo un lungo frangente si rinsalda il sodalizio artistico tra  Stephen Vitiello e Molly Berg,  collaborazione di lunga data e dalla cadenza diluita tesa questa volta a dare vita ad una traiettoria sinestetica plasmata seguendo le suggestioni visive scaturenti dal lavoro fotografico di Jake Michaels.

Affidandosi alla consueta attitudine improvvisativa volta ad incastrare risonanze acustiche e sinuose modulazioni ambientali, pratica che qui si arricchisce del fecondo contributo di ulteriori musicisti (Justin Alexander, Jennifer Choi, Marcus Fischer e Mike Grigoni), i due autori americani modellano quattro atmosferici movimenti dallo sviluppo vaporoso e dilatato. Riecheggiando le evocative geometrie e i colori accesi emergenti tra ombre nette che connotano il lavoro di Michaels, i flussi risonanti plasmati da questo piccolo ensemble si sviluppano come densi tracciati in placida e costante mutazione, capaci di accogliere graduali virate verso orizzonti inattesi.

Un vagare quieto attraverso immaginifiche visione urbane.

mhole “sporhes”

[XONAR Records/Hellbones Records]

Residui di una vitalità ormai perduta che si manifestano come estremo, ruvido battito di un universo in progressivo deterioramento. È uno scenario alienato e destabilizzante, dagli echi ballardiani e dickiani quello in cui si muove ed espande la nervosa materia sonica modellata da Giovanni Leonardi e Moreno Padoan, per la prima volta uniti sotto l’inedita sigla mhole.

Taglienti frequenze metalliche e scabri frammenti indomiti, scanditi da destrutturate pulsazioni, compongono algide scie dall’intensità mutevole e dall’incedere incostante originando una convulsa spirale narrativa che alterna frangenti di stasi percorsa da spessa tensione a deflagranti picchi rumorosi, moto sapientemente modulato tenendo presente il perduto estro di colui al quale il lavoro è dedicato.

Prigionieri di una notte eterna ed insondabile tra le cui impenetrabili ombre la luce permane come flebile e raro riflesso armonico, ci si trova ad avanzare tra oppressive visioni claustrofobiche che attirano e catturano proiettando in un distopico vortice al cui irraggiungibile fondo è situato un definitivo roboante e gelido silenzio.

Aspra deriva in un mondo dopo la fine del mondo.

Fais/Salis/Sanna “Earthworms”

[Aural Tempel]

Un universo di ribollenti tessiture che si dipanano disegnando una crepitante traiettoria tra accidentati territori pervasi da ruvida vitalità. Si connette ancora una volta all’estro di un terzo artista il percorso di ricerca che vede solidali Giacomo Salis e Paolo Sanna, esplorazione alchemica il cui portato narrativo trova  qui espansione attraverso la collaborazione con il poliedrico Emanuele Fais.

Dalla combinazione degli articolati flussi pulsanti, derivati dall’estrapolazione di battiti e stridori da oggetti trovati, e la costellazione di sfaccettate risonanze acustiche ed effettate modulazioni, trae origine un mistico torrente sonico permeato da echi ancestrali che si muove silente e vibrante sfociando solamente per brevi tratti in convulse spirali dissonanti. È un magma scabro e complesso, tutt’altro che sinuosamente fluido, capace di trarre la sua forza narrativa dalle inattese potenzialità di incastri aspri che denotano la volontà di sfuggire a rigide strutturazioni per favorire l’immaginifica essenza di una gestualità libera ed istintiva.

Nuova tappa di un viaggio verso enigmatici orizzonti sempre più estesi ed indefiniti.

offthesky “Fallow”

[Dronarivm]

Perdersi tra granulose visioni di un immobile passato assaporando la dolente bellezza della patina del tempo. È una evanescente deriva tra riflessi luminosi e frammenti crepitanti la nuova traiettoria sonora plasmata da Jason Corder sotto l’abituale alias offthesky, una cauta immersione tra territori silenti in cui riecheggiano ruvidi sprazzi di memoria.

Tralasciando la ricerca armonica affidata a piccoli veri e propri ensemble acustici che ne ha caratterizzato le ultime pubblicazioni, il musicista americano torna ad affidarsi alla costruzione di vaporose scie sintetiche per dare forma al proprio flusso di coscienza qui totalmente rivolto alla scoperta della seducente bellezza dell’abbandono.  Tra le lievi ed espanse nebbie plasmate flebili si muovono cristalline risonanze ed eteree modulazioni vocali che amplificano il portato nostalgico e spettrale che informa il lavoro nella sua interezza.

È un navigare quieto, permeato da grana sottile, attraverso indefinite visioni che emergono da uno stato ipnagogico profondo rivelando la forza evocativa di atmosferiche immagini intrise di dolente malinconia.

Tristan da Cunha “Onda do Mar”

[Brigante Records/Casetta/Delphic Records/I Dischi del Minollo/Teschio Dischi]

Altalenanti umori che si sprigionano dai circoscritti margini di un remoto lembo di terra immerso in un infinito, liquido vuoto. Disegna visioni profondamente ispirate all’isola vulcanica di cui porta il nome il vortice sonico generato dai Tristan da Cunha , duo pavese composto da Francesco Vara e Luca Scotti giunto alla sua quarta pubblicazione.

Dall’incontro/scontro di sature frequenze elettriche scaturenti dalla dominante chitarra di Vara e di ribollenti trame percussive tessute dalla batteria a volte troppo marginale di Scotti, traggono forma cinque traiettorie narrative cariche di ammaliante inquietudine ed irruento fascino, che ibridano attitudine e rimandi stilistici differenti per creare un’evocativa discesa scandita da tappe di atmosfera mutevole e durata decrescente.

Spirali ascendenti che gradualmente accumulano tensione per giungere a dirompenti apici segnano la prima metà del lavoro dall’immaginifica deriva di “A Sea God, Or Something Similar”, a cui fa eco l’oscura densità della title track, fino all’esplosivo nucleo di “Too Deep For Us”. Un ultimo sprazzo di irrequietezza emerge dalla coda della dolente “Birds of Passage” prima di sciogliersi definitivamente tra le placide e malinconiche modulazioni della conclusiva “Outro”.

Un dialogo serrato e fecondo capace di plasmare territori affascinanti che potrebbe trovare ulteriore incisività ricercando un equilibrio più saldo tra gli elementi.