Luca Sigurtà “Goddess”

[Glistening Examples]

Tempo che scorre inesorabile mutando lo stato delle cose, fascino fatale che diviene opprimente decadenza. È uno sguardo verso un passato tragico quel che ispira il nuovo tracciato sonico di Luca Sigurtà, narrazione in sei atti condotta ripensando al doloroso destino di alcune dive del cinema muto scomparse prematuramente.

Complesse stratificazioni di nebbiose persistenze e ruvidi frammenti crepitanti si rivelano gradualmente emergendo da un denso strato di polvere fino a divenire evocativa scia in cui si fondono un’aleggiante inquietudine e gli ultimi echi di un incanto ammaliante. Recuperando e modulando grovigli di segnali analogici Sigurtà costruisce intense derive droniche in cui si sovrappongono caldi flussi di morbida malinconia e livelli crescenti di spigolose frequenze che giungono a tratti a tramutarsi in impenetrabile coltre rumorosa.

Un senso di indissolubile assenza traspira costantemente dalle convulse traiettorie plasmate, restituendo un  portato hauntologico i cui riverberi sono percepibili fino alla terminale dissolvenza di  “Empty Saddies” che chiude il lavoro. Un omaggio penetrante, turbine sensoriale che trova precisa sintesi nell’affascinante foto di copertina realizzata da Stefano Majno. Viaggio in un mondo irrimediabilmente perduto.

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Gri + Mosconi “Between ocean and sky”

[slowcraft records]

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Un intenso torrente emozionale che scorre senza sosta incastrato tra la misteriosa profondità del mare e l’insondabile leggerezza del cielo, generato dalla fusione di traiettorie creative dissimili eppure convergenti. È un incontro nato con premesse differenti e adesso tramutato in percorso condiviso quello che unisce Francis M. Gri e Federico Mosconi, artisti dediti alla costruzione di rarefatti paesaggi sonori dal pronunciato portato evocativo.

Intrecciando evanescenti frequenze sintetiche e fragili trame melodiche, Gri e Mosconi costruiscono sinuose strutture in costante divenire che offrono un’estesa gamma di varianti definendo un tracciato ambientale denso e pervaso da molteplici sfumature. Dalla modulazione di persistenze nebbiose, luminose scie droniche, essenziali fraseggi pianistici e flebili correnti granulose emergono gradualmente avvolgenti visioni di territori dai tratti indefiniti eppure intensamente avvertibili, ambienti sensoriali vividi in cui perdersi guidati dalla morbidezza del suono.

Un’affascinante fusione di istanze complementari cristallizzata in un immaginifico incedere privo di momenti di attenuazione.

Massimo Discepoli “The right place on the wrong map”

[DOF label]

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Paesaggi sonori ibridi che si sviluppano seguendo coordinate cangianti definite dal diverso equilibrio raggiunto dalle componenti che lo informano. A quattro anni da “Parallax”, periodo in cui è stato attivo attraverso la pubblicazione di diversi progetti  collaborativi, Massimo Discepoli torna a sviscerare in solitudine il suo percorso di ricerca che vede accostarsi e intrecciarsi trame percussive, tessiture acustiche e sonorità sintetiche.

Muovendosi con sicurezza in un territorio indefinito ed in graduale mutamento, il poliedrico musicista italiano plasma uno straniante universo risonante fatto di oniriche nebbie elettroniche che fluttuano sospinte da articolati tracciati ritmici trovando espansione attraverso il contributo di ammalianti linee melodiche. Lungo le sette traiettorie che compongono il lavoro le diverse parti in gioco si alternano in primo piano originando un’alternanza di frangenti altamente ribollenti, che vedono la batteria protagonista, di scorci contemplativi pervasi da morbide reiterazioni armoniche e fughe inquiete dall’aura vagamente cosmica.

Costante rimane il senso di bilanciamento dal quale emerge uno straniante incedere attraverso oblique atmosfere in cui si fondono istanze caleidoscopiche. Un’immaginifica deriva sensoriale.

The Gentleman Losers “Make we here our camp of winter”

[sound in silence]

the gentleman losers - make we here our camp of winter

L’incanto di un lago a riempire gli occhi, la sua liquida distesa che diventa specchio nel quale riflettere emozioni trattenute. Continuano a muoversi lungo un margine indefinito i fratelli Kuukka, uno spazio sensoriale dilatato ed imprevedibile, che dopo l’attesa della luce che caratterizzava l’ottimo “Permanently Midnight”  si trasforma adesso nel quieto trapasso stagionale che lentamente conduce verso la rinascita primaverile.

“Make we here our camp of winter”, quarto lavoro che giunge a breve distanza  dal precedente sancendo una ritrovata continuità del progetto The Gentleman Losers, definisce un meditabondo tracciato introspettivo ancora una volta generato dall’accostamento di sonorità lo-fi, risonanze sintetiche e morbide pulsazioni , qui combinate secondo strutture più libere e spontanee. Sempre pervasi da un carattere onirico che ben si adatta alla definizione degli algidi scorci scandinavi, i paesaggi sonori risultanti dal fluire delle vaporose trame elettroacustiche si fissano con un’enfasi ed un’immediatezza  ancor più profonda. È un procedere sinuoso tra cadenzate risonanze nostalgiche (“Book of leaves”), ammalianti visioni permeati da una tenue ed avvolgente luminosità (“Always crashing on the same wave”), dolenti narrazioni dal tono epico (“Fish roam in winter water”) e  granulose evasioni (“Kingdom of the wind”).

Un andare placido in ascolto di se stessi alla ricerca di una rinnovata consapevolezza.

 

øjeRum “A certain grief”

[shimmering moods records]

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Fluttuazioni evanescenti che si espandono cullanti dando forma a fragili paesaggi armonici. Un organo a pompa in una stanza vuota immersa nel freddo e i rumori dell’ambiente che ne ibridano il suono sono gli elementi che informano “A certain grief”, nuovo lavoro di Paw Grabowski sotto l’abituale denominazione øjeRum.

Diviso in nove omonimi capitoli, il coeso flusso plasmato dall’artista d’istanza a Copenhagen riflette il narcotico andamento della stagione invernale durante la quale è stato composto e l’aura nostalgica derivante dallo stare in un luogo isolato e silente. Reiterando trame melodiche in ipnotico incedere, Grabowski costruisce una narrazione emozionale che lentamente riesce , malgrado il suo carattere etereo,  a scavare un profondo solco colmo di immaginifico fervore.

Ne scaturisce un’aleggiante visione dai tratti algidi e sognanti capace di generare un avvolgente rapimento sensoriale. Un delicato errare tra candidi scorci sospesi nel tempo.

Banabila & Machinefabriek “Entropia”

[eilean]

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Un universo aspro ed intricato, ruvido ambiente sonoro dal contenuto inafferrabile. Inizia con un tracciato articolato e profondamente astratto il 2019 della eilean rec, un obliquo punto sulla sua mappa segnato dalla quinta collaborazione tra Michel Banabila e  Rutger Zuydervelt aka Machinefabriek.

A dispetto della reale prossimità fisica, i due artisti continuano ancora una volta ad affidarsi ad una collaborazione a distanza fatta di successive addizioni e rimodulazioni, che vede interagire per gradi successivi distorsioni ambientali, frequenze rumorose e modulazioni sintetiche, qui come non mai improntate alla definizione di un paesaggio risonante convulso e dispotico.

Scenari ribollenti di spigolosi frammenti e scie granulose si espandono seguendo traiettorie irregolari pervase da improvvise deflagrazioni e cupe incursioni plasmando un percorso sensoriale ermetico  che solo a tratti converge verso un’incompleta linearità tendente ad una parziale quiete.

Cronache da un mondo algido ed imprevedibile.

Simon Balestrazzi “Redshift”

[AZOTH]

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Materia risonante in costante mutazione che si insinua nell’etere definendo atmosferiche scie pulsanti, viva trama acustica che si contrae ed espande originando complesse strutture in divenire da esplorare minuziosamente in ogni loro dettaglio. “Redshift”, nuovo lavoro di Simon Balestrazzi,  è un’opera di accurato cesello, di ricerca dell’incastro esatto capace di conferire senso al singolo suono, esplorazione di plastici microcosmi che aspirano ad essere specchio sensoriale di cangianti moti interiori.

Utilizzando in modo pressoché esclusivo un serie di fonti percussive manipolate attraverso tecniche estese, a cui si sommano sporadicamente interazioni sintetiche e flebili echi ambientali, Balestrazzi costruisce una sequenza di mirabili architetture sonore dall’incedere accidentato che poco hanno a che vedere con l’essere sequenza ritmica. Ogni battito, sfregamento, stridio confluisce nelle omonime quattro tracce in “allontanamento” in essenziali tracciati cinematici che esaltano le relazioni instaurate tra i frammenti  dando vita a variabili sempre inclini ad un’atmosferica rarefazione, processo che viene invertito nella terminale “Blueshift”. Qui il flusso plasmato utilizzando un [d]ronin, artigianale generatore di bordoni,   diventa denso e astratto scorrere dagli echi cosmici, privo della ribollente matericità che marcatamente informa la prima parte del percorso.

Chiaro nelle intenzioni e realizzato con maniacale attenzione, “Redshift” presuppone un ascolto attento e reiterato per poter essere assorbito nella sua totalità, certamente non semplice ed immediato ma capace di regalare un vasto ritorno emozionale a chi è disposto ad immergervisi in modo profondamente ricettivo.