Philip G Anderson & Laura Masotto “A quiet evening”

[Lady Blunt Records]

Chiudere gli occhi e viaggiare, evadere dall’imposto isolamento navigando su un mare di quieta bellezza. Suggellando una collaborazione che aveva precedentemente portato ad alcune tracce condivise inserite in varie raccolte, Philip G Anderson e Laura Masotto giungono alla realizzazione di un primo lavoro breve che li vede interagire in modo più intimo e strutturato.

Costretti dall’emergenza pandemica a rinunciare agli spostamenti e alle attività dal vivo, i due artisti costruiscono, lavorando a distanza, un conciso itinerario diviso in cinque movimenti interamente imperniato su un intenso e serrato dialogo tra i loro strumenti d’elezione. Ascoltando lo straniante silenzio che giunge da un mondo costretto alla totale paralisi, i due musicisti dischiudono un delicato universo armonico ispirato da preziosi momenti di trascurabile quotidianità, in cui leggiadre trame distillate dalla tastiera del pianoforte di Anderson danzano, fondendosi, con le elegiache tessiture del violino di Masotto.

È un andare placido, intriso di agrodolce malinconia, caratterizzato nel suo momento centrale (“Heart Race”) da maggiore brio, da una luce più intensa che subito torna a virare verso un’avvolgente morbidezza capace di dare conforto in attesa di un nuovo, prossimo inizio. Una preziosa, fugace carezza in musica.

Pepo Galán & Sita Ostheimer “Contact”

[Past inside the Present]

L’ammaliante incanto di rarefatti paesaggi estratti da un algido universo sospeso nel tempo. È una collaborazione che parte da lontano quella che vede incrociarsi i percorsi creativi di Pepo Galán e Sita Ostheimer, un mutuo scambio attivo fin dal 2015 che ha portato il musicista spagnolo a comporre musiche per le coreografie dell’artista tedesca, che a sua volta ha prestato la sua sognante vocalità ad alcuni dei suoi itinerari sonori. “Contact” rappresenta quindi un esordio parziale anche se si tratta della prima vera e propria produzione di un intero condiviso tragitto musicale.

Con fragile grazia, il diafano canto della Ostheimer (autrice di tutti i testi) emerge lieve dalle nebbiose frequenze ambientali plasmate da Galán, disegnando ipnagogiche istantanee che fondono modulazioni atmosferiche e frammentarie trame armoniche nutrite da essenziali stille pianistiche e sinuose tessiture di violoncello affidate a Lee Yi. Il risultato è un’eterea sequenza di otto brani che si espandono come flebili correnti oniriche pronte a dissolversi, anche quando si presentano sotto forma di strutture appena più dense.

Una placida deriva tra le delicate risonanze di un ambiente sonico dai tratti impalpabili.

Fifteen Strange Seconds “Fifteen Strange Seconds”

Confessioni dolenti adagiate su crepuscolari fondali, scandite da profonde cadenze dall’incedere rallentato. Nasce in modo fortuito il sodalizio tra Marco Machera e Andrea Gastaldello, frutto di un’amicizia nata attraverso la rete e sfociata adesso nella pubblicazione di un breve lavoro che sancisce l’esordio della condivisa denominazione Fifteen Strange Seconds.

Inclini a coordinate artistiche piuttosto differenti, ma entrambi con all’attivo un nutrito numero di collaborazioni, i due musicisti si ritrovano a costruire uno spazio sonoro comune in cui far convivere le loro peculiari sensibilità musicali. È con preciso incastro e misurato equilibrio che infatti si fondono i toni caldi della voce del cantautore laziale e le modulazioni oscure e vaporose che costituiscono il marchio di fabbrica di Mingle, condensandosi in tre brani accomunati da un carattere essenziale e una persistente malinconia, tratti perfettamente riecheggiati nel paesaggio costiero che campeggia in copertina.

I versi scarni soffiati da Machera emergono lievi attraverso le raffinate frequenze elettroniche  costellate da marcate pulsazioni dai chiari rimandi bristoliani, trovando ulteriore espansione grazie al prezioso contributo derivante dall’intersezione con le trame chitarristiche di Eraldo Bernocchi (“This Time I Won’t Be Late”) e di Silvia Cignoli (“Last Night I Drove A Car”). Muovendosi tra sinuose rarefazioni ambientali e un delicato electro-pop che riporta alle pagine più atmosferiche dei Notwist, Fifteen Strange Seconds offre un conciso viaggio emozionale tra le fitte ombre dei un’anima inquieta.

An Moku & Joel Gilardini “Maya Deren”

[bullflat 3.8]

Un vapore crepuscolare che si espande gradualmente saturando l’ambiente di inquieto mistero. Evidenti e perfettamente introiettate sono le premesse da cui nasce la collaborazione tra Dominik Grenzler aka An Moku e Joel Gilardini, primo incrocio tra due musicisti che utilizzando mezzi diversi perseguono una visione artistica affine.

Concretizzatosi in seguito all’invito a partecipare ad un festival dedicato alla sonorizzazione di film muti ricevuto da Grenzler, il connubio tra i due si sviluppa come rapido percorso improvvisativo rivolto alla ricerca di un comune denominatore espressivo. Senza essere al corrente della materia visiva assegnata, i due iniziano un fertile dialogo sonoro che li porterà a stretto giro a realizzare le musiche di accompagnamento di tre cortometraggi girati negli anni quaranta dello scorso secolo da Maya Deren, commento di cui le tracce di questo album rappresentano soltanto una premessa.

Cogliendo lo spiccato simbolismo di matrice surrealista e l’attitudine introspettiva profonda e convulsa che distingue la produzione della regista americana, il suono plasmato dal duo si irradia oscuro e penetrante, strutturato in percorsi enigmatici che fondono in modo inscindibile le nebbiose frequenze sintetiche di An Moku e le trame taglienti della chitarra baritona di Gilardini. Una commistione densa e viscerale che assume la forma di dilatate elucubrazioni droniche intarsiate da risonanze spigolose (“5”), a tratti percorse da delicate linee melodiche (“2”), o di algide derive nutrite da modulazioni ruvide e correnti elettriche disturbanti (“13”).

Una prima prova convincente che sancisce un legame artistico certamente destinato a produrre ulteriori condivisi capitoli.

Valotihkuu & Dynastor “Midnight Fairytales”

[Dronarivm]

Uno scorcio di paesaggio naturale immerso nella notte, sovrastato da un granuloso cielo animato dalla magica apparizione di pirotecniche stelle cadenti. È palese fin dall’immagine di copertina  il senso di sospeso incanto che pervade la condivisa traiettoria risonante nata dall’incontro tra Denis Davydov and Maurits Nieuwenhuis, una prima collaborazione che fonde in un unitario flusso le sensibilità ambientali celate dietro ai loro pseudonimi Valotihkuu e Dynastor.

Introdotte da un breve frammento, le otto tracce risultanti dall’intreccio di fragili trame acustiche e rarefatte frequenze sintetiche si susseguono come singoli capitoli di un libro che dischiude un fervido immaginario popolato da dense correnti atmosferiche e luminose danze di cristalline stille armoniche. Lunghi e contemplativi piano sequenza su paesaggi diafani (“Creature Comforts”, “On The Tallest Tower”) e inquiete traiettorie tra oscuri misteri (“Miraginarium”, “Closing Chapter”) danno sonora consistenza ad un universo fiabesco che si espande tra le algide pieghe di una lunga notte del nord.

Toàn “Volta No Vento”

[IIKKI]

Un soffio soffuso che si espande sinuoso disegnando vaporose scie in quieta evoluzione. È un confronto audio-visivo, che ha il suo tratto comune nella persistente grana che incide suoni ed immagini, quello che vede accostate le trame elettro acustiche di Anthony Elfort  aka Toàn e le fotografie di Gilles Roudière, intersezione artistica da cui nasce la nuova, come sempre bipartita, pubblicazione curata dalla IIKKI di Mathias Van Eecloo. Un’edizione anomala questa, che vede la componente aurale divisa in due distinti e diversi formati fisici.

Fragili ed essenziali nuclei armonici, che navigano su rarefatti fondali dalla marcata consistenza materica, sviluppano dodici delicati bozzetti dall’atmosfera coerente e coesa pensati per essere adeguato commento sonoro della evocativa sequenza di istantanee creata da Roudière. Assecondandone il silente portato immaginifica, le tessiture risonanti disegnano diafani paesaggi emozionali rappresentati attraverso scarni tratti impressionistici che rimandano all’universo sonoro caro a Taylor Deupree (e a coloro che rientrano nel circuito della sua prestigiosa etichetta), non  a caso qui presente in cabina di regia.

È un andare colmo di delicato incanto, tenuamente umbratile, in cui frammenti concreti, echi ambientali e micro-traiettorie acustiche si compenetrano generando un ipnagogico flusso sensoriale.

Cristiano Bocci – Francesco Arrighi – Mara Lepore “ANAGRAMMI”

[Unexplained Sounds Group]

Catturare il suono e smembrarlo per riconvertirlo in componente primaria da riplasmare e con cui disegnare un visionario itinerario che esula dalla stringente dimensione dell’esecuzione. Tocca a Francesco Arrighi e Mara Lepore fornire la materia di partenza per questa anomala traiettoria sonica, registrando ventiquattro improvvisati tracciati pianistici da affidare alla manipolazione e ricomposizione operata da Cristiano Bocci, autore e regista della drammaturgia risultante, nonché diretto interprete della parte sintetica che completa la struttura.

Di certo non risiede nel connubio acustico/elettronico l’elemento di novità ed interesse di questa lunga sinfonia in quattro movimenti, quel che affascina e cattura è il modo in cui la fonte risonante originaria viene trattata per assecondare la costruzione di un flusso narrativo che trova ulteriore espansione attraverso processi di filtraggio e interpolazione, anch’essi diretti a dare definitiva forma alla preminente idea compositiva.

Dall’applicazione di questo metodo scaturisce una cinematica sequenza che vede i nuclei armonici e le particelle melodiche, definite dai due strumentisti e decostruite da Bocci, combinarsi in un unicum coerente e reso anco più coeso dalle insinuanti frequenze elettroniche, un magma irregolare che procede senza soluzione di continuità tra attese gravide di mistero e tensione, profondi riverberi e scenari convulsi definiti da spigolose dissonanze.

Un viaggio immaginifico che coniuga l’aleatorietà dell’improvvisazione e la chiarezza della definita partitura.

Stefania Avolio “Natural Element”

Indomito ed inafferrabile, intensamente sognante e pervaso da indissolubile inquietudine. È  il magnetico lirismo del mare, immaginifica fonte che da sempre ispira il mondo dell’arte, ad essere punto d’origine del debutto discografico di Stefania Avolio, ribollente itinerario emozionale dipinto con l’ausilio di essenziali pennellate minuziosamente distribuite.

È il suono del pianoforte a definire ed indirizzare l’atmosfera incostante e la percezione sensoriale mutevole  espressa dal succedersi delle nove tracce del lavoro, le melodie delicatamente estratte dalla tastiera e spesso dilatate da misurate interpolazioni elettroniche, a cui si sommano enfatiche modulazioni vocali gestite come ulteriore componente musicale. È infatti solo in due frangenti che la compositrice veneta ricorre all’ausilio delle parole, nell’umbratile  apertura affidata alle tremolanti  nebbie di “Symbiotic” e nelle sfumature jazzy di “Silent Moon”. Nella rimanente parte del lavoro, il canto si rivela come astratta frequenza, che sinuosa scivola e si amalgama al cullante moto delle armonie costantemente in bilico tra irrequieto fluire (“Natural Element”, “Blizzard”), a tratti incline ad un afflato cosmico acuito da una maggiore evidenza sintetica (“Cymatic”, “Hypnotic”), e struggente contemplazione (“Escapism”).

Un esordio interessante, con qualche punto di flessione lungo il tragitto, che ha nella formula ibrida del modern classical proposto il suo punto di forza.

Marco Marzuoli “Scheletro”

[Scheletro]

Un istante senza fine, apparentemente cristallizzato e immobile, eppure in impercettibile e costante mutazione. Non un semplice flusso risonante, ma un definito itinerario multidisciplinare è alla base del terzo lavoro solista di Marco Marzuoli, una riflessione sulla percezione dello scorrere del tempo e sul rapporto uomo/arte cristallizzata nella redazione di una installazione che combina suono e fotografia, affiancate per tramutarsi in un univoco torrente audiovisivo.

La componente aurale di questo duplice percorso sensoriale trova inoltre piena autonomia sotto forma di pubblicazione digitale che inaugura il personale, omonimo archivio di inedite esplorazioni soniche curate dallo stesso sound artist abruzzese.

Ancora una volta, come già avvenuto nei due precedenti album, ci troviamo di fronte ad una estesa e sinuosa sinfonia dronica che si sviluppa gradualmente, priva di alcuna soluzione di continuità.  Congelate frequenze acustiche estratte da vari strumenti e filtrate fino a divenire astratta materia configurano un saturo respiro modulato per strutturare un tracciato persistente, scandito da minute variazioni che rendono avvertibile un’impermanenza altrimenti  celata. Ne scaturisce un paesaggio ipnotico e contemplativo che mette in profonda connessione l’opera e il suo fruitore, entrambi sospesi in un immersivo frangente che piega le coordinate spazio-temporali.

Fabio Selvafiorita “The Fall”

[Stellage]

Ribollente magma in costante mutamento, vorticoso fluire di spigolose trame dalla consistenza profondamente materica. È un universo acusmatico indomito ed eterogeneo quello che gradualmente prende forma attraverso lo sviluppo dei quattro lunghi tracciati scolpiti da Fabio Selvafiorita nel sul lavoro d’esordio solista, un territorio sonoro intricato che coniuga consistenza  tattile e pura astrazione.

Dall’elaborato intreccio di risonanze estratte coniugando fonti e metodologie differenti, il compositore milanese ricava viva e tagliente materia da modellare liberamente per definire una turbolenta drammaturgia in cui suggestioni letterarie e rimandi all’avanguardia rumorista del ‘900 si compenetrano per dare origine ad un itinerario sensoriale enigmatico e stimolante. Frequenze sintetiche, riverberi ambientali, manipolazione di nastri e modulazioni concrete si incontrano/scontrano lungo le dilatate traiettorie di questa immaginifica caduta sprigionando una persistente aspra tensione che si cristallizza in strutture complesse dalla geometria indefinita.

Pervasa da profonda inquietudine e da un’algida aura spettrale, questa dilatata ed irregolare spirale narrativa ricerca con costanza, lungo l’intera ora della sua durata, una risposta emozionale al suono capace di dischiudere un immaginario vivido proiettato oltre le stringenti barriere del dato oggettivo su cui abitualmente si fonda l’esplorazione del reale.