a-sun amissa “ceremony in the stillness”

[gizeh records / consouling sounds]

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Densa e incandescente materia che scorre implacabile attraverso abrasivi territori sempre più plumbei. A poco più di un anno da “The gatherer” che aveva interrotto una lunga assenza, torna l’instabile ensemble guidato da Richard Knox, offrendoci un nuovo capitolo della sua saga sempre più ampia per coordinate stilistiche e musicisti coinvolti. A coadiuvare il musicista inglese troviamo questa volta TJ Fairfax, Christine Ott, Jo Quail e David McLean, unico superstite del collettivo che aveva realizzato il disco precedente.

È un suono più incline a tracciati ruvidi spinti verso una densità greve quello che contraddistingue “Ceremony in the stillness”,  un flusso imperniato soprattutto sul suono graffiante della chitarra che spesso viene scandito dalle linee percussive perentorie e marcate di Fairfax. Una direzione evidente sin dalle prime battute della granitica “The black path”, che informa in modo marcato anche l’oscura cavalcata epica di “To the ashes” senza però trasformarsi in un incedere lineare e immutabile. La crescente tensione senza sbocco delle trame sospese di “With wearied eyes”, così come il convulso ed enigmatico vortice distorto di “The skulk”, riportano infatti verso ambientazioni più rarefatte ed atmosferiche lasciando trasparire maggiormente il prezioso apporto dato dalle trame cariche di enfasi del violoncello elettrico di Jo Quail, dalla voce allucinata del sax di Mclean e dalle spettrali frequenze dell’onde Martenot di Christine Ott.

Ciò che ne deriva è un viaggio intriso di magnetica fascinazione scaturente da coralità ancora una volta complessa e suggestiva.

Immersione profonda.

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dakota Suite, Dag Rosenqvist and Emanuele Errante “what matters most”

[karaoke kalk]

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Un momento distante nel tempo che riverbera  giorno dopo giorno ricordando come un istante possa scandire un’intera esistenza. Un lavoro a sei mani eppure profondamente personale segna il ritorno di Dakota Suite, un diario intimo e dal tono discreto in cui si svela tutta la complessità di una vita che scorre senza sosta.

Ad affiancare Chris Hooson nella stesura di questa nuova mappa emozionale troviamo Dag Rosenqvist, che lo ha seguito nel lungo processo di composizione dei brani, ed Emanuele Errante con cui ha già condiviso nel 2011 lo splendido “The North Green Down”. Un nucleo eterogeneo a cui si sommano diversi altri musicisti tra cui Quentin Sirjacq, con cui Hooson ha più volte lavorato, e soprattutto la moglie e musa Johanna.

Mutuando la molteplicità di sentimenti che ispirano la sua genesi, “What matters most” si sviluppa come un percorso mutevole che alterna vere e proprie canzoni scandite dal canto dimesso dell’artista inglese, adagiato su fragili tessiture acustiche ibridate da frequenze sintetiche, ad atmosferici flussi sonori i cui toni cangianti delineano un’atmosfera instabile eppure estremamente coerente. Non esiste iato tra le trame malinconiche del piano dell’iniziale “constanta, 1992”, i rarefatti vapori da cui emerge dolente il sax di Lisen Rylander Löve di “de ziekte van emile”, i gentili arpeggi di chitarra combinati a flebili riverberi ambientali di “broken things are the glue of the world” e i racconti sussurrati dalla voce discreta di Hooson che con infinita grazia ci parlano di sconfitte e risurrezioni.

È un torrente senza soluzione di continuità che decreta passo dopo passo la profonda sinergia che lega i tre autori la cui cifra stilistica trova preziosa sintesi in ognuna delle tracce rimanendo comunque costantemente distinguibile. Si avverte così nitidamente la presenza di Rosenqvist attraverso le modulazioni ruvide che ascendono fino a disgregare la sequenza melodica, così come traspare evidente la vividezza cromatica delle rifiniture di Errante.

Ne scaturisce un tracciato sensoriale estremamente magnetico, capace di affascinare per la sua enfasi e la sua ricchezza di sfumature.
Da amare intensamente.

aa.vv. “dialog tapes II”

[dauw + eilean]

Un multiverso surreale nel quale perdersi alla scoperta di territori incantevoli. A tre anni di distanza tornano ad incrociarsi le strade della belga dauw e della francese eilean producendo il secondo capitolo di un dialogo che vede incrociarsi gli artisti delle due label. Otto tracce per ciascuna delle due pubblicazioni generate da altrettante coppie di autori.

Seguendo traiettorie mutevoli ma sempre proiettate verso la costruzione di un itinerario profondamente atmosferico, ciò che si delinea è una sinuosa deriva ambientale fatta di placide risonanze e avvolgenti nebbie da cui emergono paesaggi risonanti pervasi da ammaliante stupore. Sono tasselli dalle coordinate cangianti che vedono espandersi dense saturazioni  pervase da stille armoniche, sinuose frequenze che scorrono su fondali granulosi, moti irregolari che alternano pieni e vuoti oppure inafferrabili visioni di modulazioni oblique. Ogni associazione tra i musicisti coinvolti conduce ad una risposta differente, mentre unica costante è determinata dalla coppia indivisibile Dudal / Monolyth  & Cobalt, progetti che vedono coinvolti i due responsabili delle etichette, che già aveva contraddistinto lo sviluppo del primo incontro dal quale riappaiono anche Stijn Hüwels e The Humble Bee.

Portando con sé la peculiare cifra stilistica ogni autore contribuisce in modo determinante alla costruzione di un’ambience complessiva che vede scorrere diversi gradi di luce ed ombra capaci di restituire un esaustivo panorama di due realtà sonore che nel corso di questi anni si sono sempre segnalate per la costante qualità delle proprie proposte.

simon mccorry “song lines”

[naviar records]

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Attraversare territori diversi, introiettarne lo spirito lasciandosi pervadere dalle sensazioni scaturenti e tradurre tutto ciò in un flusso ibrido  capace di abbattere differenze e distanze. È un invito all’ascolto e al superamento di ogni nozione di “altro” intesa come esclusione quella che Simon McCorry propone nel suo “Song Lines”, viaggio che estrapola melodia dagli echi di spazi vissuti come cassa di risonanza emozionale.

Elaborando e ricomponendo le intuizioni recepite, con l’ausilio del suo fedele violoncello il compositore inglese plasma un vivido itinerario sonoro che diviene specchio dei luoghi da cui trae origine, non definito da un lessico di estratti oggettivi , bensì modulato attraverso la creazione di personali itinerari armonici. Ci si muove così tra rarefatte frequenze che si espandono generando saturazioni nebulose (“The Third Stone”), trame di enfatiche risonanze che si sviluppano con incedere cullante (“Whisperer”, “The Stars In The Firmament”), esplorazioni caleidoscopiche costellate da magnetiche sonorità vagamente esotiche e linee ritmiche più evidenti (“Undefeated”) fino a giungere ad un soffio nervoso vagamente malinconico (“A Slight Return”).

Costruzione atipica di paesaggi sonori da scoprire in tutto il loro traboccante fascino.

helios “veriditas”

[ghostly international]

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Vaporose istantanee in quieta e lenta rivelazione che traducono in suono la ricerca costante di un equilibrio interiore inteso come specchio dell’armonia della natura. Lasciandosi ispirare dal concetto filosofico espresso da Ildegarda di Bingen da cui mutua il titolo, Keith Kenniff pubblica un nuovo lavoro come Helios, suo primo pseudonimo a cui negli anni si sono affiancate le produzioni pianistiche firmate Goldmund e quelle condivise con la moglie sotto la sigla Mint Julep. Un ritorno che sancisce un parziale cambio di rotta rispetto alle sue precedenti produzioni, una ricerca di cambiamento emersa anche nella recente ultima uscita a nome Goldmund.

Senza discostarsi dai territori intimistici e sognanti che ne hanno definito fin qui il tracciato, “Veriditas” plasma una dimensione elettro-acustica meno strutturata e più incline ad una narrazione sensoriale libera e dai tratti indefiniti. Nessuna pulsazione ritmica accompagna l’espandersi delle sinuose sospensioni atmosferiche generate da morbide stratificazioni che solo sporadicamente trovano ibridazioni acustiche. Giungono inattese le carezzevoli risonanze pianistiche che costellano la seconda parte di “Dreams”, così come spiazzano gli arpeggi di chitarra che guidano le scie granulose di “Upward Beside The Gale”, creando improvvise isole melodiche in un oceano di rarefatte tessiture sintetiche a tratti ridotte a saturo e granuloso frammento (“Latest Lost”, “Row the Tide”) o pervase da tenui ombre di inquietudine (“Even Today”, “Mulier”).

Un aleggiare silente attraverso meditabonde visioni notturne che proiettano le sensazioni di un animo in quieto tumulto.

tropic of coldness “framed waves”

[glacial movements]

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Un lento piano sequenza che rivela i tratti incerti di un algido territorio silente immerso in un oceano di inattesa luce. Ha il sapore dell’ineluttabile l’incontro tra Tropic of Coldness e Galcial Movements in considerazione della comune rotta indicata dalle rispettive denominazioni, un senso di corrispondenza esatta che emerge prepotente dall’itinerario in cinque movimenti che ne sancisce l’avvenuto incrocio.

È una fissità soltanto apparente quella descritta da David e Giovanni, una stasi che in realtà  cela un vitalità crepitante che evolve senza sosta. Scivolando su sature sospensioni  che si dilatano seguendo le movenze di una quieta risacca, cristalline risonanze armoniche si sviluppano sinuose definendo paesaggi accomunati da un imperante senso di infinito. Un afflato indissolubile che si mantiene inalterato tra le differenti declinazioni atmosferiche incastrate tra le derive meditative di “Distilled conversation” e “Framed waves” che delimitano una scia sensoriale rarefatta eppure mai scevra di frammenti di concretezza.

Un’esplorazione emozionale intensa attraverso vivide visioni modulati da un chiaroscuro in graduale e costante mutazione.

julia kent & jean d.l. “the great lake swallows”

[gizeh records]

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Come mantra catartico  si avvolge il suono in dolente spirale disegnando un’ascesa  priva di culmine che si staglia da un plumbea nebbia di densa inquietudine. Originatasi come commento sonoro di una video installazione curata da Sandrine Verstraete alcuni anni or sono, diviene adesso opera in sé compiuta  la collaborazione tra Julia Kent e Jean D.L. costituendosi in immaginifico tracciato narrativo pervaso di dolente bellezza.

Essenziale è la tavolozza utilizzata, imperniata sulla superba grazia delle trame del violoncello dell’artista canadese interpolata dalle manipolazioni alchemiche del musicista belga a cui si aggiungono sporadiche tracce ambientali catturate dalla stessa Verstaete. Da tale amalgama nasce un veleggiare quieto attraverso spettrali presenze che popolano un mare sfocato e oscuro. Sono i movimenti reiterati plasmati dallo strumento della Kent a indicare la rotta, scandendo un incedere mesmerizzante al quale abbandonarsi senza riserve malgrado le asperità che emergono flebilmente in filigrana. È un ritmo avvolgente scandito dalle frequenze introiettate da Jean D.L., che riecheggia  in ognuno dei quattro capitoli in cui è suddiviso il viaggio definendo un errare eterno che si protrae ben oltre la durata del suono costruendo una malinconica epopea che ha luogo in una dimensione priva di connotazioni spazio-temporali definibili.

Feconda unione tra il fascino dell’ignoto e il terrore del vuoto, da assaporare in tutto il suo magnetico incanto.