Alessandro Bocci/Giuseppe Fantini “The Urban Tape”

[Kaczynski Editions]

Un incontro/scontro all’interno del cuore nero della città, tra taglienti soffi algidi e inquieti riverberi notturni. Tocca ad Alessandro Bocci (Starfuckers) e Giuseppe Fantini (ranter’s groove, zero23) sancire l’esordio delle KACZYNSKI TAPE SESSIONS, serie di produzioni a tiratura limitata e veste di volta in volta preziosamente personalizzata, curata da Kaczynski Editions, che vedrà misurarsi su un tema comune coppie di artisti che si divideranno i due lati del nastro.

Entrambi incentrati su marcate strutture pulsanti percepite quale distintivo tratto di un urbanità contemporanea convulsa ed alienante, i due universi a confronto sviluppano differenti immaginari che trovano ulteriore punto di contatto nella formalizzazione scarna e spesso dissonante.

Più oscura e claustrofobica la visione di Bocci, dominata da linee sghembe e allucinate innestate su un battere ossessivamente anestetizzante, mentre le proiezioni risonanti di Fantini ci immergono in scenari più nervosi e destrutturati che incastrano a tratti spiazzanti frammenti vocali emergenti tra frequenze ruvide come inafferrabile eco di un’umanità distaccata e priva di calore.

Duplice traiettoria postmoderna in bilico tra affinità e divergenze.

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Ivonne Van Cleef “The Lonely Plains Sessions #2”

[The Eagle Stone Collective]

Verso un orizzonte polveroso e allucinato, in balia di un infinito tramonto occidentale. A condurci è un personaggio enigmatico, Ivonne Van Cleef , a cui è affidata la seconda uscita della serie The Lonely Plains Sessions curata dal collettivo transalpino The Eagle Stone Collective.

Perfettamente immerso in quelle atmosfere d’ispirazione americana che caratterizzano le uscite del progetto, l’album raccoglie una performance live eseguita la scorsa estate a Santa Fe in occasione dell’evento “Sonidos En El Patio”, una lunga cavalcata in tre atti affidata al suono della chitarra e scandito da rarefatte pulsazioni ritmiche che sottolineano un incedere obliquo e meditabondo.

Ipnoticamente placido, il flusso si espande privo di impennate e cambi di rotta decisi, affidando la sua efficacia ad una forza evocativa scaturente dall’atmosfera persistentemente  in bilico tra nebbie lisergiche ed echi epici in lento avvicendarsi.

Una tremolante cavalcata verso l’ignoto.

K.lust “Slow Down”

[AV-K prod. 2019]

Un susseguirsi di alienanti spirali che catturano e fagocitano senza lasciare scampo. Prosegue la metafora sonica del ritmo frenetico e del ricorso implacabile nel contemporaneo vivere attivata da Anacleto Vitolo sotto l’alias K.lust giungendo, ad oltre tre anni di distanza da “Liven”,  al suo secondo capitolo.

Sempre imperniata sulla reiterazione mesmerica di martellanti trame percussive che si snodano tra informi vapori sintetici, questa nuova traiettoria prosegue lungo la rotta precedentemente tracciata impregnandosi qui di una coltre di inquietudine accentuata da un’indissolubile aura fosca. Tra frequenze allucinate, vortici claustrofobici, improvvisi echi d’oriente e il pulsare teso di battiti vitali emerge un graffiante moto interiore che ha nella centralità del ritmo la sua costante e nel ventaglio di soluzioni e sfumature la variabile capace di rendere il tragitto costantemente accattivante, privo di cadute di tono.

Una ribollente parabola postmoderna di cui continueremo ad attendere ulteriori episodi.

Shinji Wakasa “Tranquilo Trasciendo”

[Rottenman Editions]

Scavare nel proprio profondo alla ricerca di una connessione con l’ambiente circostante provando ad intonare l’animo alla bellezza del mondo naturale. Si sprigiona un’aura profondamente spirituale dai delicati vapori modellati da Shinji Wakasa, un senso di sinuosa trascendenza che lentamente emerge dalla quiete silente divenendo cristallina oasi in cui rifuggiarsi.

Luminose stille risonanti, suoni  ambientali ed evanescenti coltri sintetiche si muovono all’unisono generando una mutevole danza in costante equilibrio, una nuvola sonica dalle forme evocative costantemente attraversata da una sottile vena ruvida, a tratti velatamente inquieta, che traspare flebile in filigrana. È un continuo riplasmarsi privo di pause che configura un fluire impermanente capace di accogliere morbidamente luci e ombre come equivalenti elementi di un tutto armonico.

Gentile rarefazione a cui abbandonarsi navigando tra le pieghe della mente.

Ed Carlsen “Morning Hour”

[Moderna Records]

Mal di vivere che di trasforma in energia vitale, musica che emerge e straborda divenendo imprescindibile cura. Segna un marcato cambio di rotta ed umore il nuovo lavoro di Ed Carlsen, sempre più distante dalla confortevole sicurezza di un lessico consolidato costruito attorno alla voce del piano e proiettato verso orizzonti sempre più ibridi e sfaccettati.

Pur rimanendo sempre punto d’origine delle composizioni, lo strumento d’elezione del musicista sardo non si erge più qui ad unico protagonista, combinandosi con e sfumando tra vorticose modulazioni elettroniche, trame chitarristiche e linee percussive mai così evidenti. Tutto ciò conduce il suono a divenire caleidoscopica eco di un sentire convulso da cui tutto si diparte, inquieto flusso che si muove tra frequenze incalzanti (“Whisper”, “Words”) e distese intimiste (“Entangled”, Hands, Heart”) che lasciano riaffiorare la dimensione più malinconica che tanta parte ha avuto nei due precedenti album.

Importante tappa di un processo creativo/emozionale in costante evoluzione.

Dominique Vaccaro “Overlapped memories”

[tsss tapes]

Appunti fonetici estratti dal reale per divenire lirica osservazione di una quotidianità semplice. Accantonando la voce evocativa della chitarra tanto cara al suo alter ego J.H.Guraj, Dominique Vaccaro   torna a dipingere a suo nome ribollenti bozzetti elettroacustici, declinazione sonora che già aveva caratterizzato il suo lavoro d’esordio.

Incrociando estratti ambientali, suoni trovati, reiterazioni e manipolazioni di nastri il musicista emiliano costruisce un surreale universo dalla pronunciata consistenza materica. Risonanze naturali e traiettorie acustiche crepitanti si fondono definendo fugaci visioni che nutrendosi del dato oggettivo virano verso orizzonti allucinati e spiazzanti. Attorno ad ogni elemento estrapolato si sprigiona un racconto possibile, solamente accennato, dando origine ad una sequenza di bozzetti  magneticamente vividi.

Una vorticosa raccolta di storie da immaginare.

Olan Mill “Sacred Geometry”

[DRONARIVM]

Nebulosi orizzonti verso cui tendere liberandosi dal peso della materia, luce abbagliante a cui affidarsi fiduciosi. È un invito alla trascendenza, alla cristallina contemplazione, ciò che ci offre Alex Smalley lungo i solchi del suo nuovo tragitto a firma Olan Mill, percorso bipartito che accosta una sua esecuzione live dello scorso anno durante un festival olandese a tracce appositamente plasmate.

Densa e sinuosa scorre la materia risonante sviluppando immagini sonore inspirate dalla appagante bellezza dell’esattezza geometrica della natura, definita nella prima parte da stratificazioni sintetiche attraverso cui si propagano placidi riverberi chitarristici e nella successiva dal connubio di stille acustiche e pronunciate modulazioni elettroniche. In entrambi  i casi quel che ne deriva è un avvolgente oceano di satura quiete che si muove cullante.

Un meditabondo estraniarsi dalle ombre del mondo reale.