Luca Longobardi “White sky, Small leaves, Blue hands”

Istanti di infinita grazia che delicatamente si espandono, lievi carezze che danno conforto ad un cuore malinconico. È sufficiente un lasso di tempo brevissimo a Luca Longobardi per confezionare il suo miracoloso balsamo sonoro da donare a chi non rimane indifferente di fronte la bellezza, un quarto d’ora scarso capace di restituire l’eco di un animo musicale fecondo e virtuoso.

All’interno di questo scrigno troviamo tre gemme pianistiche, piccole ma estremamente luminose, tre danze di brillanti note ora gioiosamente torrenziali (“White sky”), poi fluidamente appassionate (“Small leaves”) ed infine profondamente nostalgiche (“Blue hands”), incastonate tra due intermezzi sintetici che col loro flebilmente ruvido dipanarsi creano contemplative pause che fanno risplendere con maggiore forza l’intensità delle tre melodie.

È un inno alla meraviglia semplice, al gesto immediato e privo di filtro che giunge inatteso e lascia senza fiato.

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Neunau “Il ciclo del vuoto”

[Boring Machines]

Risonanze estratte dalla materia, dal suo processo di lavorazione e trasformazione per divenire lessico da manipolare per narrare il paesaggio e l’uomo che lo abita. La preminenza del suono sull’immagine, il suo portato sinestetico che sa essere profondamente tangibile  ed evocativo è la base del progetto Neunau di Sergio Maggioni. Dopo aver indagato attraverso il suo primo, omonimo,  lavoro breve l’universo acustico della fucina di Bienno, Maggioni fa convergere la sua esplorazione sulla produzione del cemento seguendone l’evoluzione dalla cava di Tavernola fino alla diga di Pantano.

Iniziata per rispondere alla richiesta di Comme des Garçons inerente la realizzazione del documentario “Sound of Concrete” e per cui è stata prodotta la traccia “Concrete”, tale indagine assume adesso la forma di un autonomo percorso plasmato utilizzando e ricomponendo i materiali raccolti.

Penetrando tra i riverberi ambientali, estrapolandone le sfumature nascoste e i più minuti dettagli Maggioni si ritrova a disposizione un’estesa tavolozza da cui trae gli elementi con cui definire una traiettoria sensoriale che ripropone l’esperienza empirica attraverso una successione di immaginifiche sequenze  soniche generate da un attento lavoro di manipolazione ed incastro. Non quindi un tragitto meramente documentale, bensì  una scia emozionale che amplifica le sensazioni connesse alla ricerca e che si traduce in trascinanti progressioni percussive, dense distese di frequenze stridenti ed irregolari flussi di frammenti e riverberi che conservano come tratto comune una matericità profonda ed inquieta.

Ipnotico ed ossessivo “Il ciclo del vuoto” è un’esperienza che costantemente tende a varcare i confini del suono per divenire avvincente osservazione multisensoriale di un paesaggio antropico in divenire.

abo carcassi + halfcastle – 2 : 2

[Biodiversità Records]

Risonanza catturata per divenire pura materia da plasmare e riconfigurare a dare origine ad un paesaggio inedito e privo di collocazione reale. È il processo di trasfigurazione del dato oggettivo e la sua libera ricombinazione ad unire il gesto creativo di Abo Carcassi e Demetrio Cecchitelli aka halfcastle, qui affiancati a dare vita ad un coeso dialogo che al tempo stesso ne traccia affinità e peculiarità espressive.

Manipolando e assemblando attraverso l’utilizzo di variegate tecniche la personale tavolozza di echi ambientali catturati, i due musicisti strutturano entrambi due tracciati immersivi in cui ribollenti frammenti e oblique frequenze si intrecciano generando articolati microcosmi sonori che procedono con intensità discontinua passando dalla rarefazione estrema di alcuni passaggi di “Cooling Down” di Carcassi alla saturazione totale che tende a sconfinare in un oceano di rumore bianco della conclusiva “Long Distance” a firma halfcastle.

Nella sua totalità il tragitto risultante si affida al potere evocativo dei singoli riverberi lasciati liberi di espandersi in un ambiente di fondo tendenzialmente neutro, essenziale nelle due esplorazioni condotte da Abo Carcassi  e proiettato verso una maggiore densità nelle successive traiettorie disegnate da Cecchitelli.

Un confronto stimolante condotto tra le pieghe di territori sonici marcatamente immaginifici.

Dag Rosenqvist “Blood Transmission”

[Hidden Vibes]

Denso e implacabile fluisce il suono come plasma vitale che registra le tensioni di un animo in costante fermento. Dopo uno iato lungo tre anni durante il quale è stato attivo attraverso vari progetti collaborativi, torna alla dimensione solitaria Dag Rosenqvist offrendoci un nuovo percorso emozionale profondamente intenso.

Affidandosi ad una tavolozza resa sempre più ricca ed estesa  dal costante confronto con gli artisti incrociati, il musicista svedese plasma un inquieto tracciato in cui sature stratificazioni sintetiche, a tratti intensamente ruvide si affiancano a quiete armonie pianistiche e vaporose frequenze ambientali pervase di morbida luce. Modulando le varie componenti in gioco quel che si profila è un torrente ribollente dagli spiccati tratti cinematici, un magma nervoso che procede cangiante tra atmosfere oscure e placide stasi. Alla contemplativa ariosità dell’iniziale “Hymn” succede il granuloso ascendere di “From lakes to river”, così come ogni dilatata deriva crepuscolare viene intervallata da un breve intermezzo dal carattere differente che ne spezza il coeso succedersi fino a giungere al quieto approdo melodico della conclusiva “Absolutes”.

Un tragitto sfaccettato eppure estremamente coerente, specchio di un animo in costante ricerca e fermento.

Sharema “Sottomarino spaziale”

[Shimmering Moods Records]

Un onirico vagare attraverso ipnotici paesaggi in lenta mutazione. Magnetici e avvolgenti si dipanano i due lunghi movimenti che compongono il nuovo lavoro di Emanuele Magni a firma Sharema, peregrinazioni placide in territori di naturalistica ispirazione definite da un’ampia gamma di dettagli e sfumature in graduale implementazione.

Mutuando la loro struttura dall’incessante processo di trasformazione che coinvolge l’ambiente nella sua interezza, i due espansi flussi sintetici modellati si dipanano seguendo una sinuosa traiettoria che flebilmente evolve sotto l’impulso di risonanze che interferiscono e stratificano le modulazioni originarie. Tale interazione genera una navigazione sensoriale profondamente coerente, ma costantemente soggetta ad impercettibili spostamenti di prospettiva che consentono di sfuggire alla altrimenti sterile ridondanza di frequenze circolari in bilico tra esplorazione microscopica e prospettiva siderale.

A distinguere le due parti del viaggio è soprattutto l’incedere, un vaporoso e mesmerico fluire lungo l’estendersi di “Sottomarino spaziale” che diviene pulsante scansione ritmica in “Spazio Secondo”, mentre inalterato permane la luminosa aura di stupore che si irradia dalle reiterate frequenze plasmate.

Fabio R. Lattuca “Negative Capability”

Immersi in un limbo di virtuosa speculazione, in lenta esplorazione di uno stato inafferrabile. È un’inazione propositiva, una rinuncia al fare in favore della libera riflessione quella contemplata dalla capacità negativa, principio ispiratore del primo lavoro che Fabio R. Lattuca pubblica rinunciando all’abituale firma Hatori Yumi.

Come pensieri che costantemente si propagano trovando nel loro espandersi graduale chiarificazione, così le onde sonore plasmate dal musicista siciliano si irradiano dal loro nucleo costruendo dense risonanze, che attraverso un processo di flebile mutazione, infrangono un’apparente stasi. Una circolarità aperta che trasforma i quattro flussi in trama in costante via di sviluppo, generando spirali di modulazioni sintetiche interpolate di volta in volta da fluttuazioni oblique e stranianti, frequenze ruvide, pulsazioni ritmiche incalzanti ed inquieti riverberi oscuri.

Un’incombente deriva tra sature atmosfere pervase da indissolubile tensione.

dTHEd “hyperbeatz vol.1”

[Boring Machines]

Obliqua, irregolare e destrutturata è l’indefinibile risonanza del mondo dopo la fine del mondo, il suo battito vitale che trova la definitiva compenetrazione tra uomo e macchina. Riduttivo da considerare semplicemente un progetto musicale, “hyperbeatz vol.1” è il primo passo di un percorso condiviso sotto la sigla dTHEd, che vede affiancati Fabio Ricci, Isobel Blank e Simone Lanari, uniti dalla volontà di trovare una formulazione plurilessicale incentrata sulla nozione dell’iperoggetto mortoniano e di neurodiversità. Un tracciato in cui parole ed immagini (e forse non solo) si affiancano al flusso sonoro per dare forma ad una riflessione estesa e multisensoriale.

Seguendo l’idea da cui il tutto trae origine, ciò che si riversa dal disco ha i tratti del non catalogabile, del non pienamente afferrabile, almeno non seguendo riferimenti convenzionali. Ritmiche impossibili dall’incedere convulso e frammentato che strutturano figure dall’eco escheriana, modulazioni vocali che rinunciano alla chiarezza semantica per divenire eco inintellegibile e modulazioni sintetiche plasmate utilizzando e piegando alla propria esigenza differenti tecniche si ibridano generando articolati labirinti in cui perdersi alla ricerca di varchi che consentano di proiettarsi verso dimensioni alternative in cui nulla è ciò che appare.

Non è la logica che può condurre lungo i solchi delle otto tracce, tocca affidarsi ciecamente ad un sentire che accolga l’inusuale e l’asimmetria come valore, ad un livello percettivo che riconosca la possibilità dell’altro, dell’alieno, definita attraverso frequenze dolorosamente vivide e allucinate che faranno apparire la realtà un contenitore infinito da esplorare con occhi nuovi.

Prepotentemente visionario.