my problem child / giacomo salis-paolo sanna percussion duo

artworks-000130351103-dfoswo-t500x500

La costante ricerca di nuove soluzioni sonore e la spiccata attitudine per la sperimentazione accomunano i due percussionisti sardi Giacomo Salis e Paolo Sanna, che troviamo riuniti in questo split pubblicato dalla berlinese casette label Gravity’s Rainbow Tapes.

Il primo lato è costituito da un trittico di composizioni firmate dal solo Salis sotto l’alias My Problem Child, suo personale progetto elettronico incentrato sulla costruzione di dilatate narrazioni sintetiche atte a costruire un ponte ideale tra suoni ed immagini. “Deer” con i suoi droni oscuri e granulosi in cui si incastrano frammenti rumorosi e pulsazioni ritmiche ci introduce in questo universo fatto di scenografie dense di inquietudine, che trovano una configurazione più fluida e ancor più costellata da innesti taglienti nella successiva più articolata narrazione di “Marclay”. “Interni di donna”, composta come colonna sonora per l’omonima mostra fotografica di Tomaso Spiga, fluisce su un fondale notturno ossessivo dal quale emergono in filigrana variabili sonore cariche di mistero che accentuano la loro atmosfera spettrale quando nel finale appare l’elemento vocale.

L’altra parte del disco è occupata da una lunga improvvisazione live che vede dialogare Salis e Sanna alle prese con svariate tecniche di esecuzione capaci di ampliare lo spettro di soluzioni possibili delle percussioni utilizzate. Tracce ritmiche, frammenti rumorosi e misurate pause si alternano strutturando un racconto articolato in continua evoluzione capace di non dare mai riferimenti certi e spingendo costantemente ad inseguire un filo logico in divenire.

Accomunati dagli intenti e dalle premesse, i due lati di questo lavoro condiviso ci propongono due mondi sinestetici certamente differenti nelle atmosfere ma assolutamente compatibili e ugualmente avvincenti.

āustras laīwan “birds in shells”

front

Una sequenza di vaporose istantanee accomunate dal ritorno costante del rumore del mare è il contenuto di “Birds in shells”, debutto del progetto musicale Āustras Laīwan che ruota intorno alla figura di  Āulaukis, pseudonimo scelto per l’occasione da Alexey Popov (già noto come componente del collettivo Sunset Wings).

In bilico tra un folk dalle tinte crepuscolari e un ambient dai toni neoclassici, i brani di questo rarefatto viaggio attraverso i paesaggi baltici si dipanano con un incedere etereo, caratterizzato da stille acustiche immerse in ariosi arrangiamenti sinfonici, che creano nei passaggi più intensi, come nel caso dei tre movimenti di “Witas aldikas peismen”, un’atmosfera magica dalla quale emerge spesso il suggestivo suono del bandura. La voce, nei passaggi in cui è presente, è sempre poco più di un sussurro, di una narrazione in sottofondo che evidenzia la componente più oscura e intimista del disco, che a volte sfocia da introduzioni che sono delle piccole nenie, delle miniature impressionistiche (“Carpe diem aves et mollia”, “Of light, feathers, soil and tears”). Ciò che è costante lungo il fluire dell’album è la ricerca di una dimensione quieta dipinta con ricchezza di particolari attraverso fragili melodie, che soprattutto attraverso l’utilizzo sapiente degli archi virano spesso verso atmosfere dolcemente malinconiche.

Un debutto affascinante, capace di declinare con grazia la rappresentazione di un paesaggio attraverso vivide immagine dalla forte valenza immaginifica.

igor longhi “the flow”

Igor Longhi - The Flow

Scorrono lievi e inarrestabili le melodie che compongono i brani di “The flow” di Igor Longhi, sei minimali affreschi realizzati al pianoforte, strumento che il musicista triestino suona fin da bambino e che adesso ritrova dopo la sua esperienza con il gruppo reggae Makako Jump.

Sono racconti emozionali che mettono in mostra la capacità di Longhi di tramutare in suono le sue esperienze personali con una grazia e una naturalezza che traspare fin dalle trame ariose e romantiche dell’iniziale “Il sereno dentro” e che si ritrovano nell’intimismo di “Erouq“, nelle tessiture cinematiche di “Broken soul” e della delicata “Lullaby” fino alle atmosfere crepuscolari di “Mistery” che introducono la vena malinconica della conclusiva “The flow”.

Un lavoro intenso, che pur contenendo più di un rimando agli autori che ne hanno ispirano la genesi, dimostra tutta la capacità di Longhi di dar vita ad un flusso sonoro coinvolgente e mai banale, che ha nella semplicità e nel suo essere privo di filtri il suo punto di forza.

francesco giannico “erased”

a2573052946_10

Vorticoso e instabile, in perenne mutamento come a volersi  costantemente negare e rigenerare. È un flusso accidentato quello tracciato dai quattro capitoli che compongono il nuovo album di Francesco Giannico, vero e proprio lavoro di sperimentazione condivisa in cui il sound artist italiano manipola e rimodula attraverso l’elettronica le trame pianistiche dell’eclettico Thollem McDonas  contaminate da variegati innesti sonori creati da Amy Denio attraverso l’uso della voce, del sassofono e di disparati oggetti.

L’essenza multiforme e cangiante di “Erased” è rintracciabile fin dall’iniziale “Salici piangenti”, la composizione più ambiziosa del disco che con i suoi venti minuti di durata ne occupa i due terzi, costruita su una tessitura cupa e misteriosa dalla quale emerge a sprazzi il suono nervoso e profondo del piano e a cui fanno eco le screziature rumoristiche e il dilatato lamento prodotto dal sassofono. L’intervento di Giannico è un misurato lavoro di cesellatura che indirizza e modella la narrazione su binari emozionali assolutamente coinvolgenti. “Dark clouds” e la conclusiva “Comatose” proseguono sulla stessa linea accentuando la frammentarietà del suono e l’imprevedibilità del suo incedere, intervallate dal minimalismo affascinante delle modulazioni ambientali di “Paraffina”.

Completato da un photobook contenente estratti dal libro “Le Battaglie i Robusti No” di Biagio Lieti, “Erased” costruisce attraverso la fusione di istanze eterogenee un viaggio visionario e complesso, le cui sonorità definiscono un immaginario narrativo vivido ed avvolgente.

samurau “things left unsaid”

09 Samurau - Things left unsaid - front

Eterogeneo al punto da poter essere difficilmente catalogabile “Things left unsaid” è la sintesi di diverse anime musicali che incontrandosi hanno deciso di studiarsi e conoscersi per giungere ad un’affascinante sintesi che contenesse le diverse istanze iniziali. I Samurau certamente amano improvvisare, ma senza improvvisarsi e lo testimonia questo loro disco d’esordio, pubblicato da La bèl netlabel.

Un raffinato ed elegante caleidoscopio di soluzioni e atmosfere che però risulta assolutamente coerente e unitario nel suo complesso. Un’attitudine jazz costituisce il filo logico lungo il quale le tracce si dipanano, inclinazione che in brani come “Dangerous square” e “Things left unsaid” diventa predominante, ma che spesso lascia spazio a sonorità differenti che si amalgamano con cura e precisione. Si passa così dalle influenze mediterranee di “Novecento” agli echi ispanici di “Sevilla”, passando attraverso l’incontro di rock e blues della splendida “Freezing  frog/strange blues”, certamente apice del disco.

L’affiatamento tra Sanna, Muntoni e Garau  si percepisce incessantemente durante lo scorrere dei brani ed è la base che consente una fluida improvvisazione, scevra da forzature e compiacenti tecnicismi. Ogni suono si incastra con esattezza contribuendo efficacemente alla creazione di calde melodie in bilico tra il senso del viaggiare e la sognante contemplazione.

george cloke “hrisey”

a68ea8ac-0791-4f00-a67b-884ae87836c3

La bellezza evocativa e senza tempo delle terre dell’estremo e spesso inospitale freddo nord sono una inesauribile fonte da cui molti artisti attingono, cedendo al fascino di una natura pressochè incontaminata. Non è rimasto certamente immune a tale algida meraviglia George Cloke, giovane musicista inglese conosciuto come metà del duo Team Morale, che ha trascorso lo scorso settembre sull’isola di Hrísey nel Eyjafjörður, il più lungo fiordo dell’Islanda centro-settentrionale.

Dalla sua permanenza sull’isola, Cloke ha ricavato non un semplice disco ispirato ai luoghi, ma una vera e propria mappa multimediale costituita da quarantaquattro punti di esplorazione che coniugano suoni e immagini. L’intento è quello di restituire attraverso l’insieme di questi frammenti la personale suggestione derivante da questo luogo straordinario, che ospita poco più di un centinaio di residenti, attraverso varie coordinate che vanno da essenziali schegge di suoni della natura (“nothern lights”, “rockpool”) a registrazioni delle voci degli abitanti (“swing”, “broken glass, faded dreams”), da field recordings che testimoniano la presenza e attività dell’uomo (“hall pong”, “ferry in”) a vere e proprie elaborazioni musicali (“edge of the world”, “abbandoned digger”).

È un’esperienza da fruire in solitudine, lasciandosi trasportare dalla miriade di input che si possono rintracciare sulla mappa e provare così  a costruire la propria vivida immagine di un paesaggio assolutamente straordinario.

http://mapmaker.donkeymagic.co.uk/map/29103/

nnord ##02 “anima(li)”

nnord - nnord ##02 - Anima(li) - cover

È un universo glaciale, dai tratti apocalittici quello che emerge dallo scorrere delle sei tracce di “Anima(li)”, secondo lavoro sulla lunga distanza di  nnord, pubblicato dalla label francese Winter Alternative Records. Partendo da una considerazione sul consumo di carne, il disco è interamente incentrato sulla sofferenza delle varie specie animali la cui esistenza è fortemente condizionata dall’uomo. Ne scaturisce una narrazione emozionalmente intensa quanto claustrofobica , costruita attraverso algide modulazioni droniche che si fondono con spessi e oscuri strati sintetici (“Bleeding ocean”, “The crow, the vulture and the devil blues”) e con impenetrabili muri di distorsioni chitarristiche che a tratti si tramutano in un vero e proprio lancinante grido (“Beehive, the old queen is dead”).  Ciò che si mantiene costante lungo il fluire delle tracce è la tensione che nasce dallo sviluppo delle composizioni e che si spegne in parte solo nel brano di chiusura, che palesa le intenzioni alla base dell’album, strutturandosi attorno  al discorso di Philip Wollen “Animals should be off the menu”.

Una  proposta coraggiosa che si vuole porre come spunto di riflessione su un tema di grande importanza attraverso un racconto ricco di drammatica enfasi.