saffronkeira “synecdoche”

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Un afflato cosmico permea il fluire di “Synecdoche”, nuovo lavoro del talentuoso sound artist sardo Eugenio Caria, che consolida ancora una volta la collaborazione tra il suo progetto SaffronKeira e la rinomata label tedesca Denovali Records. Ripartendo dall’esperienza di “Cause and effect”, che lo aveva visto collaborare col trombettista Mario Massa, Caria amplia il concetto di condivisione coinvolgendo questa volta più artisti, chiamati ad arricchire ed espandere il suo personale universo sonoro. Le sue avvolgenti ed oscure trame elettroniche si ritrovano così di volta in volta fuse con gli eterogenei apporti,che pur sintonizzandosi alla sua cifra stilistica, riescono a dar vita ad un insieme al contempo coeso e variegato.

L’efficacia di questi incontri e palese fin dall’iniziale “Gregueria” (con Siavash Amini e Idlefon) caratterizzata da dilatate texture ambientali  e pulsazioni ritmiche ipnotiche e si rinnova costantemente fino alle eteree e calde contemplazioni di “Aforisma” e “Epifonema” (con Witxes), passando attraverso le atmosfere orientaleggianti di “Paradigmatic” (con Subheim), gli accenni modern classical di “Ouevre” (con Sebastian Plano) e “Syntagmatic” (con Field Rotation), fino alla profonda sacralità di “Chthonian”, scandita dalla teatrale vocalità di Mia Zabelka . La chiusura di questo viaggio alla scoperta di paesaggi sonori che sono costantemente specchio di intime sensazioni, Caria la riserva alle due uniche tracce non condivise, poste lì come conclusiva riflessione  e sintesi di un percorso fecondo e sfaccettato.

È un disco evocativo “Synecdoche”, capace di coinvolgere ed astrarre proiettando in un immaginario affascinante, che conferma le brillanti capacità che il musicista sardo ha dimostrato fin dagli esordi di SaffronKeira.

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aleks “frame of reference”

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È il suono dell’acqua che scorre ad aprire e chiudere il lungo debutto, diviso in due dischi, del misterioso musicista olandese Aleks. Pubblicato da Shimmering Moods, “Frame of reference” è un condensato di suggestivi paesaggi declinati secondo una dimensione fortemente  onirica costruita attraverso la fusione di sonorità sintetiche, field recordings e droni che compongono eteree ed liquide melodie a tratti cadenzate da  ritmiche incisive e persistenti,  dal chiaro richiamo techno, tenute quasi sempre in secondo piano.

La parte iniziale del primo disco vede una prevalenza di atmosfere dall’incedere dilatato e ipnotico (“Shimmering”, “Pasadena”, “988”), che gradualmente cedono il passo ad una dimensione in cui cominciano ad emergere con forza le pulsazioni  ritmiche (“Wonder”, “11Pm”) fino alla conclusiva “CR”, in cui le due anime del lavoro raggiungono un perfetto equilibrio.

Il secondo disco, dalla scansione più varia, propone paesaggi ambientali più oscuri (“Dusk”,  “Out”, “Part 3”) intrisi di una granulosità che trova il suo apice nella tempesta dronica di “Dark chords & dreamscapes” e che si ripercuote anche nelle tracce maggiormente percussive, fino alla chiusura affidata alle misteriose trame rumoristiche di “Near” e alla ritrovata quiete della conclusiva “Back”.

Un esordio ambizioso, che sa rimediare alla sua eccessiva durata proponendo un’ampia tavolozza di soluzioni, capaci di rendere fluido il dipanarsi dei suoi tanti capitoli. Consigliato a chi ama perdersi in un mare di variegate fantasie.

frédéric d. oberland “peregrinus ubique”

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È un viaggio inquieto e misterioso, costantemente in bilico tra l’irruenza delle passioni e l’anelito al sacro, quello narrato da Frédéric D. Oberland in “Peregrinus ubique”, un vero è proprio pellegrinaggio interiore costruito attraverso le sei “scene” sonore e le immagini che compongono il libretto fotografico, che non si limita ad accompagnare il disco, ma ne è imprescindibilmente parte integrante. Un lavoro, realizzato attraverso la collaborazione tra  la label francese VoxxoV  Records (responsabile della parte audio) e la casa editrice Gazzar(r)a! (che ha curato la fotozine), che riesce a far confluire due aspetti differenti anche se complementari della produzione artistica del compositore e poli-strumentista francese, fusi in un unicum assolutamente avvincente.

Le prime due tracce con le loro dilatate trame fatte di droni, field recordings e sporadici innesti elettroacustici introducono all’oscura atmosfera densa di mistero che si può ritrovare nelle prime foto di esterni in cui regna una sorta di attesa carica di tensione. Questa sensazione lievita nel terzo lungo capitolo pervaso dall’incedere incalzante delle percussioni e dall’essenziale e ipnotica linea del basso, che procedono all’unisono fino al lento spegnersi del finale che apre ai luminosi e pacati arpeggi di una chitarra onirica che disegna un’oasi di momentaneo appagamento. Torna un senso di inquietudine e universalità nella scena V, che rimanda direttamente all’immagine dei dervisci rotanti che sembrano attendere che cali su di loro quella luce dal sapore mistico che aleggia al di sopra della loro danza. La narrazione si chiude con una sorta di finale aperto che ancora una volta rimanda direttamente al libretto allegato che a sua volta si chiude con l’immagine di un bambino avvolto da una accecante luce che lo sottrae dalla persistente oscurità della scena.

C’è una complessa e avvincente conseguenzialità che unisce il procedere dei suoni da una parte e il susseguirsi delle immagini dall’altra, un filo logico che si svela lentamente e inevitabilmente pur rimanendo avvolto in un persistente alone di indeterminatezza. Così come non esiste stacco nel flusso sonoro, nel passaggio da una traccia all’altro, così ogni pagina contiene un flebile rimando all’immagine che precede.

Un lavoro avvolgente da assaporare attraverso la vista e l’udito.

day before us “prélude à l’âme d’élégie”

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Uno sconfinato senso di desolazione, sospeso in un tempo che sembra procedere a rilento, permea i paesaggi dal sapore apocalittico disegnati in “Prélude à l’âme d’élégie”, nuovo lavoro del progetto Day before us , formato alcuni anni fa da Philippe Blache e giunto adesso al quinto disco, pubblicato dalla OPN.

Costituiscono una lenta deriva le otto tracce dell’album, in bilico tra sonorità neoclassiche e oscure atmosfere ambientali, fuse in un insieme cinematico capace di avvolgere e trasportare in un universo in cui regna una profonda malinconia, immediatamente resa palese dopo le prime note di “Lorsque la nuit lasse étreint l’inconnu”. C’è un senso di latente solennità che affiora costante dalle trame di brani come “Ecstasy of the stigmatist” e che si acuisce in “Voyna serdtsa”e “Rise of elegia”, dove alle fragili melodie che emergono dalle tessiture elettroniche si affiancano le parti vocali, veri e propri inserti lirici capaci di accrescere l’enfasi di questo viaggio interiore che si spegne  sull’incedere dolce della conclusiva “La somnambule”, ancora una volta contrassegnata dalla presenza della voce narrante.

È un flusso senza soluzione di continuità quello costruito da “Prélude à l’âme d’élégie”, un percorso fatto di vivide immagini in cui le ombre prevalgono sulla luce.

gurguburek “old postcards”

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Un universo stravagante fatto di paradossi e nonsensi, cangiante ad ogni capitolo, difficile da definire e inglobare in qualsivoglia rigida definizione. È una sorta di paese delle meraviglie quello tracciato da Cristiano Bocci e Tobia Bondesan nelle sei cartoline che costituiscono il frutto della loro collaborazione denominata Gurguburek. Ogni traccia, costituita da improvvisazioni su un tema originario, rappresenta una vera e propria esplorazione di un immaginario fatto di libere associazioni in cui si fondono elementi eterogenei  che nel loro complesso scolpiscono un variegato caleidoscopio  di paesaggi sonori. Si passa così dal fumoso notturno di “Into the storm”, in cui il malinconico dialogo tra la chitarra di Bocci e il sax di Bondesan improvvisamente si amalgama a interferenze elettroniche, ai vorticosi fraseggi free jazz della successiva “Dead frogs in the road”, dalle trame blues venate di gospel di “God save the sax” agli echi orientali di “Across the deserts of Persia”, in cui il suono del sax si ammorbidisce seguendo l’andamento cullante delle percussioni.

È musica per immagini quella contenuta in “Old postcards”, istantanee dai contorni indefiniti e dal significato sfuggente, capaci di colpire con forza l’immaginazione senza dover ricorrere a rassicuranti simbologie codificate.

western skies motel “buried and resurfaced”

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Un solitario viaggio alla scoperta di vasti spazi in cui non è percepibile il senso del confine, affrontato nella penombra di un giorno che sembra costantemente essere sul punto di finire. È questa la sensazione che ti lascia addosso l’ascolto di “Buried and resurfaced”, seconda prova sulla lunga distanza per René Gonzalez Schelbeck aka Western Skies Motel e (purtroppo) ultima pubblicazione della Twice Removed.

Le otto tracce che compongono il disco sono frutto di altrettante improvvisazioni di chitarra elettrica caratterizzate da un suono a tratti dissonante e spesso avvolto in un granuloso vortice di interferenze rumorose. È un incedere incostante che nella sua atmosfera prevalentemente crepuscolare si muove tra opposte istanze che variano dalla delicata quiete di  “Awakening” e “The quiet rust” alle oscure e misteriose trame di “Black sea” e “Behind these walls” fino a giungere all’onirico finale di “Distances”, perfetta conclusione di questa esplorazione alla ricerca di affascinanti e mutevoli paesaggi sonori.

xu “floater”

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Un lento moto discendente alla scoperta di un universo liquido, affascinante e misterioso.

Dopo la matericità dei paesaggi sonori disegnati nel precedente “Panpsychism”, a breve distanza temporale, torna Nicola Fornasari con un nuovo lavoro fimato Xu, questa volta pubblicato dall’inglese Cathedral Transmissions.

Elemento al centro delle quattro improvvisazioni che costituiscono“Floater” è l’acqua, protagonista di una sorta di nascita inversa che partendo dall’esterno riconduce verso un mondo amniotico in cui tutto si attenua e dilata. “To sink (toward the bottom of the eyeball)” con i suoi frammenti rumorosi, che prevalgono sulla tessitura di base, suona come un lento planare sulla liquida superficie e conduce verso la tenue risacca della successiva “Blurred feelings”. L’immersione ha avuto inizio, ma si è ancora in bilico tra i due mondi. Trasportati dal cullante moto della densa trama permangono ancora gli innesti stridenti di schegge di suono che lasciano immaginare l’infrangersi  di carezzevoli onde. A chiudere questo immaginifico viaggio arrivano i due onirici capitoli di “A submerged female atlas”. Nel primo tutto comincia a dilatarsi e soltanto la scansione ritmica delle rade note di un nostalgico piano ricordano il senso del vacuo trascorrere del tempo, che però definitivamente si annulla nell’ultima traccia lasciando lentamente spazio ad un’atmosfera di serena e assoluta deriva meditativa.

La sapiente ed equilibrata miscela di suoni provenienti da fonti eterogenee consente ancora una volta a Fornasari di costruire un viaggio coinvolgente dai forti connotati visivi. Non resta che abbandonarsi a questa epifania di una possibile rinascita, un lento perdersi, per potersi ritrovare ad osservare la realtà da un punto di vista differente.