julia kent “asperities”

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Claustrofobico e oscuro, il nuovo disco di Julia Kent è un intimo viaggio attraverso stati d’animo che nascono da un opprimente senso di conflitto vissuto nei confronti di un mondo sempre meno accogliente. Registrato in assoluto isolamento, “Asperities” condensa lungo le sue nove tracce una visione disincantata che sembra non voler lasciare spazio ad alcuna possibilità di redenzione. Al centro delle composizioni c’è sempre il suono del violoncello, declinato attraverso un crescendo di loop e arricchito con l’innesto di suoni elettronici e schegge di riprese ambientali, il tutto fuso in veri e propri spaccati dal sapore cinematico che passano dal crescendo dell’iniziale “Hellebore” alla stasi contemplativa di “Lac des Arcs”.

Il senso di stridente avversità trova il suo apice nella parte centrale del disco segnata dall’incalzante ritmo di “Flag of no country” a cui segue la vorticosa “Terrain” e che si chiude con le tetre trame di “Empty states”.

Il finale è affidato alle visioni malinconiche dal sapore vagamente spettrale  introdotte da “Invitation to the voyage” e cristallizzate nelle dilatate spire della conclusiva “Tramontana”.

Pur mantenendosi nella scia del precedente “Character”, questo nuovo lavoro della musicista canadese si pone come un’ulteriore tappa di una lenta e continua evoluzione compositiva, che speriamo possa volgersi verso paesaggi più luminosi in un futuro non troppo lontano.

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kate carr “i had myself a nuclear spring”

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È certamente affascinante l’idea di raccontare un luogo fisico utilizzando l’elaborazione di un flusso sonoro, dovendo condensare e trasmettere attraverso l’udito tutto ciò che generalmente percepiamo mediante la pluralità dei nostri sensi. Questo tipo di indagine è radicato nella produzione musicale di Kate Carr, che già nel precedente “Fabulations” aveva dato vita ad un vero e proprio resoconto di viaggio basato sull’elaborazione di suoni ambientali catturati nei luoghi visitati, atto a descrivere le sensazioni vissute.

In “I had myself a nuclear spring” l’artista Australiana si confronta con la costruzione di un racconto interamente dedicato all’esplorazione delle zone paludose intorno al piccolo centro di Marnay, in Francia, caratterizzate dalla presenza di un complesso nucleare e dalla vicinanza della Senna .

L’iniziale “Under wires”, con le sue riprese ambientali di canti di uccelli e brusii legati alla presenza di cavi dell’alta tensione, proposti in modo diretto,  rappresenta una perfetta introduzione alla successiva narrazione costituita da un equilibrato connubio di field recordings , manipolazioni elettroniche ed eteree e dissonanti inserti di chitarra elettrica, che fondendosi danno vita ad un paesaggio vagamente spettrale dal sapore apocalittico. Si avverte tutto il senso di mistero e oscuro fascino che permea questi  terrain vague nello svolgersi delle trame di “Confluence” e delle successive “The darkness of riverbeds” e “Rising waters (alone in the dark)”. Nell’ultima parte del lavoro il flusso diventa rarefatto e scarno lasciando spazio soltanto alle interferenze che squarciano un altrimenti silente atmosfera. Il viaggio si chiude con la breve “Plumes and sunsets”, traccia nuovamente basata esclusivamente su registrazioni ambientali, che idealmente chiude il cerchio.

È un’esplorazione dei luoghi attenta e piena di discrezione quella che emerge dall’ascolto di “I had myself a nuclear spring”, capace di trasmettere un senso di profondo rispetto per la natura che su di esso insiste. Un disco da ascoltare con attenzione ed a occhi chiusi.

darren mcclure “apperception”

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Dense tessiture di suoni, di evidente consistenza tattile permeano lo scorrere di “Apperception”, nuovo lavoro del sound artist irlandese Darren McClure , ultima pubblicazione della australiana The long story recording company. È un flusso in costante equilibrio tra luci e ombre, fatto di una vischiosa miscela di suoni analogici e digitali, che assume man mano la forma di sfaccettati cristalli.

“Pattern practice” con il suo crescendo di caldi e morbidi droni apre l’esplorazione di questo variegato universo, lasciando spazio alla matericità di “Carbon and rocks”, ipnotica danza arricchita da glitch che brillano come lame di luce. Con i suoi frammenti rumorosi “Motif” rappresenta l’inizio della discesa verso zone più oscure e misteriose, discesa che si completerà con le vorticose e avvolgenti  trame di “Sounding out”, centro fisico e creativo dell’album. La quieta stasi di “Steps taken, adrift” ci riconduce in superficie, verso l’accecante e ariosa chiusura dei dissonanti  intrecci di droni e filed recordings di “First snow”.

“Apperception” è senza dubbio un lavoro interessante, al tempo stesso capace di esprimere coerenza stilistica e una varietà di soluzioni che confluiscono nella costruzione di un mondo sonoro che gradualmente si plasma lungo il suo fluire.

autistici “temporal enhancement”

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Un procedere incostante di suoni e interferenze, slegate da qualsivoglia sovrastruttura che possa ingabbiarne il flusso, è alla base del nuovo lavoro a firma Autistici, pubblicato da Dronarivm.

David Newman torna a sondare il vasto campo della sperimentazione elettronica per costruire un viaggio alla ricerca delle variegate percezioni legate al trascorrere del tempo, inteso nelle sue molteplici forme determinate da differenti condizioni al contorno. Il risultato è condensato in sei tracce che si muovono su atmosfere differenti, che variano dalla fluida calma di “Feeling before thinking” allo scarno e nervoso incedere dell’oscura “The grotesque physicality of waiting”. Lungo lo svolgersi del disco si fondono suoni acustici a field recordings con innesti di frammenti  e trame rumorose, il tutto condensato in un magma allucinato che si offre come spunto per la creazione di personali vivide visioni, richiedendo un apporto attivo a chi ascolta. Emblematica in tal senso la lunga narrazione di “Habituation of the heart”, vero è proprio vortice capace di rapire e trasportare verso un disarmonico abisso che al tempo stesso attrae e spaventa e che idealmente riporta alle sensazioni disegnate nella lunga traccia catturata in “Live at Electric Spring”.

Decisamente un album che richiede di essere ascoltato senza riserve, abbandonandosi al suo impervio incedere fino alle finali palpitazioni ambientali della conclusiva “Slowing Down Before You Stop”.  Un viaggio accidentato senza traccia di prevedibilità o compiacimento estetico.

from the mouth of the sun “into the well”

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Un viaggio a ritroso nel tempo, percorso con un’emotività e un trasporto totalizzanti.

È veramente difficile restare impassibili ascoltando “Into the well”, secondo capitolo di From The Mouth of The Sun, progetto nato dalla collaborazione tra Aaron Martin e Dag Rosenqvist, due artisti di indubbio talento che già avevano ampiamente convinto con il lavoro d’esordio, dimostrando come il loro incontro fosse qualcosa di più di una semplice sommatoria di due differenti soggettività.  Questo nuovo disco prosegue la linea tracciata da “Woven tide”, incentrata sulla costruzione di paesaggi sonori contraddistinti dalla ricerca di un’intensità avvolgente e capace di restituire immagini ricche di enfasi.

L’iniziale “Path for air” si apre con il suono costante e cadenzato del piano, quasi a voler suggerire il trascorrere inesorabile del tempo, per poi lentamente dirigersi  verso delicate e dolenti spirali ascendenti in cui è sempre il suono del piano a rimanere protagonista. L’andamento in bilico tra l’incedere di scarne melodie e ariose aperture segnate dalle trame degli archi, torna anche nella successiva “Bodies in fog”.

In “Braid & tomb” il suono diventa più denso e si combina con una persistente granulosità che man mano incombe fino al raggiungimento dell’apice a cui segue un lento spegnersi. L’interferenza di una filigrana rumorosa si ripropone anche fusa nella fragile melodia di “In the forest, side by side”.

“Path for blood” segna un ritorno all’atmosfera iniziale e conduce verso l’ultima parte del percorso dominato dalla drammaticità della title track, in cui il suono struggente degli archi man mano emerge dal fondo di suoni oscuri, culminando nella stasi solenne che conclude il brano. Posta in chiusura, “Walking behind glass” disegna con delicatezza uno sguardo che sembra anelare una calda luce che non tarderà ad arrivare.

Un racconto intenso, da affrontare ad occhi chiusi, immergendosi nella musica senza alcuna riserva.

belaqua shua “where is everybody else?”

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Spesso la scelta di adottare uno pseudonimo coincide con la volontà di dichiarare un intento da perseguire. E non a caso Pier Giorgio Storti ha deciso si adottare la denominazione Belaqua Shua, di evidente matrice letteraria, per il suo primo disco da solista.

“Where is everybody else?”, pubblicato in edizione limitata dalla Triple Moon Records, in effetti è un insieme variegato di istantanee dalla forte valenza narrativa, in cui si fondono abilmente istanze e stili differenti, creando un universo in bilico tra esplorazioni elettroacustiche, musica d’ambiente e sperimentazioni  folk  dalle tinte vagamente oscure. Tratto distintivo è senza dubbio una notevole ricchezza di suoni che nasce dall’utilizzo di una strumentazione quanto più varia. Si passa così da racconti in cui a dominare è l’incedere, al tempo stesso dolente e cullante, del suono degli archi (“Lovable dross”), ad altri in cui lo stesso strumento si combina a trame vocali dal sapore teatrale, capaci di incidere in modo determinante sulla narrazione (“Musique de l’indifférence”, “Je ne veux pas me tromper”). A tratti emerge una  componente cinematica (“Come rifiuti sparsi a caso”, “Peleiades”), che introduce una tensione e un pathos ulteriore alle già vivide immagini suggerite dalle trame sonore cistruite da Storti. Lungo lo svolgersi del disco si incontrano anche episodi isolati come “My water my fire”, vera e propria canzone costruita attorno alla voce profonda di Davide Landini, e come il pianismo vagamente romantico di “Found tape n°3”, che suona come un ricordo che riaffiora improvviso.

Un esordio notevole, ottima premessa per futuri viaggi alla ricerca di paesaggi sonori capaci di imprimersi nell’immaginario con grande forza.

easychord & forest management “landforms”

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Un viaggio avvolgente nei meandri di una notte divisa tra profonde ombre e inattese luci. È questa la sintesi risultante dal dialogo a distanza tra l’italiano Easychord e l’americano Forest Management, concretizzatasi nello split  “Landforms” pubblicato dalla Auditory field theory . I due sound artists si confrontano su comuni tematiche giungendo a conclusioni stilisticamente differenti ma intrise della stessa atmosfera.

La prima metà dell’album, affidata ad Easychord, si apre con l’incedere costante di “Karma delta”. La pulsazione ritmica che scandisce il fluire amniotico dei droni riporta alla mente il battito cardiaco e ci immerge in una placida e calda oscurità. La repentina interruzione sul finale suona come una sorta di nascita che chiude questo primo movimento. La seguente “In a tense world”, pur mantenendo l’atmosfera  vagamente oscura ci proietta verso un’ambientazione differente. La trama densa dei suoni si arricchisce di frammenti rumorosi che lasciano immaginare un interno notturno di ispirazione lynchiana. Un senso di attesa, di inspiegabile mistero domina su tutto calamitando l’attenzione. “Nueva Caledonia” chiude questa prima parte dando spazio, con le sue delicate filigrane, ad un paesaggio sonoro decisamente sognante in cui si comincia ad avvertire  la presenza della luce e che proietta verso una dimensione più eterea.

Questo afflato contemplativo diventa il filo conduttore delle composizioni di Forest Management che occupano la seconda parte del disco. In “Remaining spaces” non c’è più traccia di pulsazioni ritmiche e ciò che domina è un senso di quiete solenne. Il paesaggio notturno qui si apre alla brillante luce delle stelle, che diventa accecante nel breve intermezzo di “Loft”, vero è proprio attimo di sospensione. Il moto ondoso delle trame di “An extended time of decision” conducono verso un finale solenne in cui la rarefazione diventa lentamente ed inesorabilmente totale.

Un disco denso e affascinante, capace di mostrare due punti di vista originali ed autonomi che convergono in un percorso comune e coerente.

Lasciatevi sedurre.