seki takashi “think”

[acr]

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L’inquietudine del sentirsi soli in un incessante brulicare di vita, particella scissa da un tutto che si muove frenetico e indifferente. È una sensazione sempre più ricorrente tra chi trascorre la propria vita all’interno degli alienanti flussi dei grandi centri urbani e non ne è immune Seki Takashi, musicista d’istanza a Tokyo che attraverso le trame del suo nuovo lavoro prova a tradurre in suono tali apprensioni.

Gli otto capitoli che compongono “Think” costruiscono una meditativa narrazione fatta di persistenze risonanti che mutuano il senso di distacco derivante da tale condizione (“Voices”, “Reflection II”) e di densi soffi sintetici dai toni oscuri che si espandono con fare ossessivo (“Reflection I”, “Subway”) fino a tramutarsi in fitte nebbie isolanti (“Stopped thinking”) o che si aprono ad inattese stille melodiche che cadono come gocce di tangibile malinconia (“Wear down”).

È un punto di vista profondamente intimo ed emozionale esplicitato attraverso la costruzione di un ambiente algido e respingente dal centro del quale è possibile continuare ad osservare un mare tumultuoso incapace di bagnarci.

 

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odio sis “gestimmtseit”

[triple moon records]

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Un compresso e claustrofobico abisso dal quale si sprigionano le oscure sfaccettature di un animo isolato ed inquieto. È un nero caleidoscopio di tracciati obliqui e spesso divergenti quello modellato da Nina Hoppas per dare vita al suo nuovo lavoro breve sotto l’abituale pseudonimo Odio Sis, accidentato percorso attraverso stati d’animo tumultuosamente meditativi.

Ruvidi bordoni pervasi da pulsazioni frenetiche, spesso compenetrati a stralci vocali distorti e disorientanti, configurano spettrali elucubrazioni dall’incedere ossessivo alternandosi a deflagranti impennate rumorose cariche di frequenze distorte, il tutto a generare una lisergica deriva postmoderna ribollente e cangiante, densa di riferimenti derivanti dalle sperimentazioni dei decenni passati. Partendo dalla strisciante tensione di “Swell” e “Labyrinth” ci si ritrova così proiettati nelle vorticose spirali di “’Celui qui brule’” e “Thelxiope” fino a giungere ai profondi e fatali rintocchi della conclusiva “Kronos”.

Una sotterranea esplorazione dai tratti mutevoli intrisa di una costante ricerca di forme non convenzionali.

Intimismo tortuoso.

 

dr “field recording meets sound”

[krysalisound]

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Abbandonarsi alle suggestioni derivanti dal quotidiano che ci circonda per giungere alla visualizzazione di vividi bozzetti sempre più distanti dal dato oggettivo. È un voler traslare la concretezza in onirica immaginazione che muove il processo creativo di Dominic Razlaff, artista tedesco giunto al suo terzo lavoro nel quale insegue l’inversione di un ordine abituale per tentare di percorrere un tracciato differente.

Le riprese ambientali catturate nel corso dell’anno diventano così punto di partenza per sviluppare brevi temi melodici di valenza impressionistica che lentamente emergono tra i suoni registrati. Tali istantanee plasmate attraverso sinuose fluttuazioni sintetiche o come fragili frammenti acustici di ukulele solo occasionalmente si rivelano con immediatezza combinandosi fin da subito alle voci e ai rumori di cui rappresentano un ipotetico completamento, piuttosto che sgorgare gradualmente dal flusso concreto.

Da tali premesse nasce un viaggio immaginifico capace di fondere in un’unità affascinante realtà e sogno generando un ulteriore piano percettivo dalla definizione sfuggente.

Sognando ad occhi aperti.

qod “absequence”

[silentes]

sme1765

Una fluida sequenza di complesse geometrie frattali generanti intricate forme di effimera consistenza. È un incontro tra creatività diversamente pulsanti  a generare qod, pirotecnico duo formato da Moreno Padoan e Andrea Bellucci che con “Absequence” giunge al suo esordio discografico.

Convulse spirali ritmiche si combinano in tracciati in rapido consolidamento a cui si sommano rumorose interferenze originando aleatori codici sonici percorsi da elettriche frequenze che con altrettanta celerità si dissipano disgregandosi in improvvise deflagrazioni (“Dazed Cube”, “Calibrated Details”) o semplicemente spegnendosi  gradualmente (“Satasya”, “Sun7”).

I due diversi punti di vista che animano il progetto costantemente si incontrano/scontrano definendo un ribollente ambiente algido fatto di obliqui diagrammi dall’andamento irregolare strutturanti psicotiche gabbie sonore dall’influsso disturbante.

Acidi vortici sintetici.

lorenzo masotto “white materials”

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Alla costante ricerca di una forma aderente al proprio sentire affinando una dimensione espressiva sempre più ampia e  sfaccettata. Procede l’esplorazione sonora di Lorenzo Masotto, che per la realizzazione del suo quarto album sceglie la via dell’autoproduzione, proponendosi così di poter sviluppare in modo ancor più autonomo e personale il proprio lessico artistico.

Coerentemente al proposito che lo ispira, “White materials”  partendo da ciò che fin qui il musicista veneto ha prodotto concretizza una sfaccettata sintesi arricchita da nuovi processi compositivi e nuove combinazioni delle varie componenti già sperimentate nei lavori precedenti. Ad accompagnarlo lungo questo tratto del suo percorso artistico troviamo la moglie Stefania Avolio e la sorella Laura, presenze che completano il quadro “casalingo” dell’opera. La voce della prima, modulata come inedito strumento, rappresenta un dei tratti caratterizzanti del disco, sia quando si presenta come discreta traccia che emergendo in filigrana dialoga con il pianoforte (“Window”, “Cera”), sia quando plasma dominanti pulsazioni a strutturare il flusso (“Frattali”). Dal canto suo il suono del violino della seconda interviene ad intensificare  impennate di drammatica enfasi (“Doors”) o ad aggiungere una nota struggente alle delicate trame disegnate (“Trees”). Un ruolo sempre più importante lo rivestono le contaminazioni elettroniche intrecciate con grande equilibrio alle tessiture armoniche, ma che a tratti si palesano come presenza preminente che spinge maggiormente l’impronta cinematica verso atmosferiche ambientazioni  contemporanee (“Chopin plays on the radio”, “Return”).

Un tracciato in continua mutazione che attraversando paesaggi sonori sempre più estesi continua piacevolmente a  spiazzare.

doug thomas “ballades”

[piano and coffee records]

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Luminose istantanee colme di leggerezza e romantico fascino. Si respira intensa l’atmosfera delle strade parigine nelle quattro tracce composte nel corso degli ultimi anni da Doug Thomas e da lui affidate a quattro diversi autori, riunite in una pubblicazione che segna il debutto della peruviana Piano and coffee records.

Immergendosi nell’universo emozionale del musicista francese Marta Cascales, Manos Milonakis, Marek Votruba e Muriël Bostdorp ne ripercorrono le sensazioni colte implementandole col proprio personale tocco. La lieve danza di “Ballade 1” si riveste così dell’elegante solarità della catalana Cascales, mentre Votruba trasforma in irruento torrente armonico “Ballade 2, Milonakis rende malinconicamente cinematica “4×3” e l’olandese Bostdorp conferisce enfatica essenzialità alla conclusiva “Matryoshka-toska”.

Una stringata escursione pianistica attraverso minimali paesaggi di incantevole semplicità.

 

 

unsichtbar “erlebnis”

[acr]

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Inquiete visioni che giungono sfocate attraverso le trame di una foschia impenetrabile. È una distesa dai toni grevi e dalle atmosfere cupe quella definita dalle granulose trame atmosferiche modellate da Unsichtbar, enigmatico progetto sonoro peruviano che giunge al suo debutto dopo la pubblicazione di un brevissimo ep a metà anno.

La stringata apertura affidata ad “Ouvertüre” proietta con forza ed immediatezza in un evanescente universo fatto di basse frequenze oscure e acute risonanze in distorsione che permeano totalmente il sotterraneo galleggiare della successiva “Tokio” prima di trovare i rinfrancanti squarci melodici che si insinuano tra le tessiture di “Mensch”, che vede la collaborazione di Sergio Díaz De Rojas, e quelle di “Junges libespaar” introducendo tagli di intensa e calda luminosità. Le crepitanti e sottili movenze di “Das meer” riportano verso l’iniziale deriva  esistenziale confluendo nelle scabrose frequenze  di “An der zeit ertrinken”, plasmata con l’aiuto di Lee Yi e alle cui atmosfere dolorose la traccia rimanda, prima di smorzarsi nel placido dilatarsi di “Nach dem sturm” e nella cullante modulazione della conclusiva “Nachspiel”.

Un viaggio dai tratti onirici che lentamente conduce attraverso una notte apparentemente senza fine alla ricerca di un nuovo giorno che tarda ad arrivare per dare consistenza all’invisibile.