the volume settings folder “hamlets”

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Nebbiose visioni che definiscono un’emozionale simbiosi con il paesaggio circostante. Continua a raccontare in modo delicatamente viscerale la propria terra d’origine Filippo Bordigato, lasciandosi ispirare per questa sua nuova esplorazione ambientale da una vecchia veduta aerea trovata casualmente ma fortemente voluta a causa di un’immediata attrazione da essa esercitata.

Partendo dalle suggestioni instillate dalle foto, il musicista veneto si è ancora una volta messo alla ricerca degli scorci della laguna da tradurre in suono attraverso un palpitante intreccio elettroacustico fatto di frammenti armonici, riprese sul campo e ruvide fluttuazioni che conferiscono un carattere spiccatamente tattile alle composizioni risultanti. Le visioni che ne conseguono si sviluppano al contempo intensamente vivide eppure sempre immerse in una sorta di vaporosa foschia che sembra voler riecheggiare uno dei tratti caratteristici dei territori attraversati.

È un peregrinare lento alla scoperta di minuti dettagli, che combinati alle suggestive impressioni melodiche plasmate, lasciano emergere gradualmente una sequenza di placide istantanee capaci di riflettere al contempo lo spirito immutabile del luogo e il costante ribollio interiore di colui che si spinge ad osservarlo con profonda attenzione.

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shedir “falling time”

[cyclic law]

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Rimodulare il dato oggettivo per giungere ad una dimensione percettiva dai confini espansi. “Falling time”, disco d’esordio del progetto sonoro Shedir di Martina Betti, è un’immersione totalizzante in indefiniti paesaggi emozionali , un’avvolgente peregrinazione attraverso  territori surreali originati da riprese ambientali stravolte e sgretolate fino a divenire materia grezza da riplasmare in un nuovo immaginifico universo da percorrere abbandonandosi ad un libero flusso sensoriale.

Granulose fluttuazioni dai toni persistentemente cupi si combinano ad algidi soffi sintetici  e pulsazioni di differente intensità, generando sinestetici ambienti da percorrere seguendo graduali scie ascensionali che raggiunto il loro vorticoso apice improvvisamente si smaterializzano (“Away”, “Outburst”) o navigando con moto uniforme attraverso dense saturazioni striate da ruvide ed inquiete frequenze (“Skyness”, “Swarm”). È un incedere dall’atmosfera coesa segnato da un continuo mutamento di ritmo e sfumature che ingloba ribollenti spirali in cui si ritrovano accanto crepitanti stratificazioni e improvvisi frammenti melodici (“Heart Apart”) e nebbiose rarefazioni che trasportano lontano verso una meta irraggiungibile (“Come Back”).

Una sequenza di suggestive visioni che esaltano l’affascinante valenza del viaggiare con la mente.

david mata “rough grassland”

[el muelle records]

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Crepitanti bozzetti impressionisti  dipinti con essenziale delicatezza. È un universo tattile e vibrante quello plasmato da David Mata, una dimensione emozionale fatta di stille elettroacustiche in lento scorrimento. Abbandonando l’abituale pseudonimo Erissoma, il musicista spagnolo si discosta dall’ausilio dell’elettronica per intraprendere un viaggio fatto di suoni concreti modulati per creare affascinanti miniature ricche di toni e sfumature.

Le coordinate di questo nuovo percorso vengono perfettamente dichiarate fin dalle prime battute della iniziale “Enter Gently”, che con la sua ruvida danza di particelle in costante movimento  traccia una scia sulla quale perfettamente si innestano i fragili intrecci che strutturano tracce quali “Plunged” e “Clouds”. Un incedere che trova valide variazioni nelle atmosferiche rarefazioni di “The Particle Walks Slowly” e “Frames” e nei cupi echi densi di insondabile inquietudine di piccoli scrigni quali “Displacement” e la conclusiva “Gray Hair Pillow”.

Un minimalismo apparente dietro al quale si cela un microcosmo di infiniti dettagli da assaporare lentamente.

h!u “re desiderio”

[fratto9]

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L’immaginario flusso emotivo di un re la cui caduta segna la fine di un’epoca. Trae la sua origine dalle trame incerte di una storia lontana nel tempo il lavoro di H!U, incentrato sulle vicende che condussero al declino del regno longobardo a seguito della campagna di invasione condotta da Carlo Magno. Scolpito utilizzando un’unica fonte sonora, “Re Desiderio” scandisce le principali tappe di questa vicenda narrata provando a ripercorrere il possibile turbine di sensazioni del suo principale protagonista.

Acuti riverberi che sinistramente si dilatano su un ruvido fondale aprono la narrazione catapultando senza mediazione nell’attimo carico di tensione dello scontro tra i due re riversandosi  in desolate onde che dipingono lo spettrale paesaggio da esso determinato. Ogni particella suona e risuona accuratamente cesellata e vira adesso verso tracciati cupamente obliqui, che materializzando l’inquietudine della fuga e della ricerca di un luogo in cui riparare, conducono alla sussurrata frenesia di una nuova partenza. Dopo un periodo di relativa stasi scandita da ridondanti luminose modulazioni si giunge al violento atto conclusivo determinato da un devastante incendio la cui eco è percepibile nell’immagine di copertina del disco.

Accattivante ricostruzione tra realtà ed immaginazione realizzata con preziosa attenzione ricavando un ampio spettro da una fonte essenziale.  Decisamente lessi s more.

 

fabio anile “dense”

[laverna.net]

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Lentamente scivolare verso avvolgenti abissi sempre più distanti dalla finitezza del reale, sprofondando in un limbo in cui tutto giunge sensorialmente amplificato. A dirigerci è una morbida spirale di sinuosi suoni che scorrendo gli uni sugli altri trovano un invisibile appiglio generante una crescente stratificazione  di trame sempre più complesse e corpose.

È con somma maestria che Fabio Anile plasma i suoi ipnotici tracciati attraverso paesaggi emozionali talmente vividi da essere percepiti concreti malgrado l’estrema rarefazione del flusso da cui scaturiscono. Sono dilatate derive dense di mistero e pervasi da un magnetismo totalizzante che rende irrimediabilmente prigionieri del loro risonante fascino in bilico tra gli echi di un solenne classicismo e i luminosi riflessi di un atmosferico minimalismo. Entrambe le componenti, ibridandosi in un gioco di incastri fluidi, informano persistentemente  le eteree sequenze che strutturano i tre racconti di questa mesmerizzante esplorazione di accecanti universi immaginari.

http://www.laverna.net/releases/Lav75.html

attilio novellino/drekka/simon balestrazzi/ennio mazzon “quadrature”

[under my bed recordings]

 

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Alla deriva,  in balia di un inconscio denso di placida inquietudine. Generato dall’accostamento di un singolo contributo dei suoi quattro autori, “Quadrature” costruisce un dilatato flusso pervaso da un persistente senso di straniamento, un caleidoscopico viaggio attraverso paesaggi cangianti plasmati utilizzando lessici differenti eppure affini.

Under A Sea of Benzodiazepines/Sping Rain, Indian Summer. Traiettorie scabrose che tagliano obliquamente fitte nebbie lisergiche dischiudono un universo distorto fatto di colori violenti. I ruvidi riverberi della chitarra di Attilio Novellino, generando claustrofobiche spirali, incidono solchi profondi che si riversano come tracce indelebili riaffioranti nell’algido soffio dal quale emergono le essenziali partiture pianistiche di Drekka. Il delirio allucinato così gradualmente si scioglie in sinuose persistenze  venate di echi spettrali.

Red Square On A White Field/Omen Discord. Tutto diviene profondamente tattile, l’abbandono onirico vira verso oscuri tracciati organici colmi di frammenti ribollenti cesellati con chirurgica precisione da Simon Balestrazzi. Il tono permane soffuso, sotterraneo fin quando infine esplode l’incubo dissonante delle abrasive trame di Ennio Mazzon che con il loro incedere ossessivamente pressante chiudono tumultuosamente questa sfaccettata immersione in un immaginifico sogno lucido.

dream weapon ritual “the uncanny little sparrow”

[boring machines]

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Presenze spettrali che emergono da profondità ancestrali evocate dall’ossessivo incedere di un rito dagli echi tribali. È un universo immaginifico denso di suggestioni sfuggenti quello plasmato dai cinque capitoli del nuovo album firmato Dream Weapon Ritual, progetto sonoro di Simon Balestrazzi e Monica Serra che torna dopo uno iato lungo tre anni.

Ad aprire questa ipnotica immersione in bilico tra insondabili misteri di un tempo remoto e la tagliente algidità di paesaggi postmoderni in dissoluzione troviamo la traccia più rilevante per durata e costruzione del disco. Con i suoi diciotto minuti carichi di altalenante tensione magistralmente modulata attraverso un minuzioso lavoro di incastri e sovrapposizioni di coltri sintetiche e frammenti acustici , “Bird Mother” si erge come ambizioso nucleo narrativo di cui gli ulteriori atti rappresentano una breve eco. L’intero spirito del lavoro è perfettamente condensato in questo granitico magma finemente cesellato a cui i dilatati vocalizzi che ne segnano l’incedere conferiscono un tono teatralmente oscuro e dolente. Su una dimensione decisamente più scarna e strutturalmente meno elaborata si muovono le irregolari pulsazioni di “Mating Call”, i crepitanti e obliqui riverberi di “Two Little Sparrows Sitting On A Bough And Waiting For Enlightenment” e “Tittle-Tattle Among Secret Devices” e gli ossessivi e distorti rintocchi della conclusiva “The One With The Iron Beak”.

Spirale avvolgente tra indefinite visioni prive di esatta collocazione temporale.