deison | devis “bees”

[luce sia]

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Un ribollente magma che fluisce lungo i bordi di aree residuali immerse in una spettrale notte senza fine. A vent’anni da un album che li vedeva separati protagonisti, Cristiano Deison e Devis Granziera  si ritrovano infine a dirigere un lavoro a quattro mani nel quale far confluire unitamente i rispettivi estri da sperimentatori sonori.

Elaborate combinazioni di sinuose fluttuazioni sotterranee e ruvidi frammenti rumorosi stratificandosi originano complesse narrazioni che si muovono lungo oblique traiettorie dai toni algidamente oscuri, interpolate da criptiche tracce vocali (“Tape 01”, “Equinox machine”) e a tratti cadenzate da battiti marziali che strutturano spettrali litanie (“Blurred Moon”). È un universo metallico privo di luce e calore che scorre ossessivo tra particelle distorte e persistenze vischiose.

Ne scaturisce uno scenario visionario dalla densità variabile ma dall’intensità persistente, un crepitante incubo postmoderno su scabrosi fondali urbani in disgregazione.

 

 

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adriano zanni “disappearing”

[boring machines]

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Inquiete visioni che emergono attraverso una nebbia densa e oscura come immagini sfocate di un mondo in disfacimento. Si aggiunge un nuovo tassello al ritorno al suono di Adriano Zanni che definitivamente interrompe il lungo silenzio che aveva sancito la scomparsa della sigla Punck circoscrivendo l’attività creativa dell’artista ravennate alla produzione di immagini fotografiche. Rinunciando all’abituale pseudonimo per evidenziare una nuova dimensione personale, Zanni costruisce un atmosferico percorso dai tratti apocalittici attraverso inospitali paesaggi carichi di magnetico fascino scaturente da una costante indissolubile tensione.

Lo sguardo si dischiude su essenziali riverberi metallici intrecciati ad un sussurro incessante ed enigmatico che gradualmente delinea immagini in bilico tra cupa realtà e sogno opprimente (“Dreams and falling trees”), spazzate via da un sulfureo soffio che ne cancella i contorni tramutandosi in greve e claustrofobica attesa improvvisamente marcata da invasivi battiti gravidi di negativi presagi (“About the end, without beginning”). L’incalzante incedere si tramuta in soffusa pulsazione sintetica che struttura un algido fondale di convulsi vortici segnando un ulteriore passaggio verso un universo sempre più impalpabile e privo di concretezza (“What is left”), che trova il suo apice nel furore lisergico di distorte frequenze elettroacustiche in inarrestabile moto (“In the distance”) prima di riversarsi in una crepitante distesa di minimali frammenti in disgregazione che si spengono lasciando un vuoto assordante (“Disappearing (The last trip)”).

Un disturbante viaggio tra profondità gravide di minacciose ombre dove tutto può accadere.

various artists “eilean [58]”

[eilean]

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Un caleidoscopico sguardo sul recente passato. Si consolida la feconda abitudine della eilean rec. di ripercorrere  l’anno che volge al termine raccogliendo un contributo inedito di ciascun artista coinvolto negli ultimi dodici mesi da inserire in un ultimo punto sulla mappa che idealmente  chiude il cerchio.

Il risultato della contemplazione su ciò che è appena trascorso plasma ancora una volta un multiforme percorso capace di sintetizzare l’immaginifico universo in fieri che la label francese  sta modellando negli ultimi anni. Con elegante e semplice fluidità si susseguono paesaggi sonori diversificati eppure perfettamente in simbiosi, che conducono da fiabesche trame elettroacustiche (Cicely Irvine, Sonmi451)  a organiche frequenze pervase da suoni naturalistici (Tatsuro Kojima) passando attraverso ruvide vibrazioni melodiche (Ben Rath, Bill Seaman, Monty Adkins), distorsioni dal tono orientaleggiante (9T Antiope, Toàn), crepitanti miniature costellate da riverberi luminosi (Stjin Hüwels & Danny Clay, Sound Meccano | Jura Laiva), placide distese atmosferiche (Francesco Giannico & Giulio Aldinucci, Monolyth & Cobalt), cinematiche tessiture in disgregazione (Josh Mason & Nathan McLaughlin), ribollii sintetici (Jacek Doroszenko) e soffi umbratili (Daniel W J Mackenzie, Josco & Spheruleus).

Giunti in fondo non rimane che riprendere fiato e attendere un nuovo ciclo.

darren mcclure & josé soberanes “future harbour”

[shimmering moods records]

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Tangibili proiezioni di un immaginario ruvidamente contemplativo. Dopo una prima tappa condivisa alcuni anni fa tornano ad incrociarsi le strade di Darren McClure e José Soberanes dando vita ad una nuova raccolta di dense istantanee sonore.

Partendo da un’affinità lessicale evidente, il sound artist irlandese e l’artista americano costruiscono un materico flusso generato dall’alternanza di ribollenti combinazioni di modulazioni sintetiche (“Granite”, Out Of The Real”) e atmosferiche aperture contemplative che lasciano prevalere la diffusione di cupe dilatazioni ambientali comunque mai prive di taglienti frammenti organici (“Future Harbour”, “Dewdrops”). Il crepitante magma che ne deriva scorre implacabilmente scabroso sia quando incede in modo compatto e perentorio, sia quando si disgrega in irregolari scie rumorose.

Ne risulta una sequenza mutevole che conserva come tratto distintivo l’estrema tattilità delle strutture  plasmate, perfettamente rispondenti alle personali visioni dei due artisti coinvolti.

 

aaron martin & machinefabriek “seeker”

[dronarivm]

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Spigolose particelle sintetiche in disgregazione che combinandosi alla dolente grazia  delle tessiture del violoncello generano una trama sonora alla quale affidare le movenze di corpi che si incontrano sulla scena. Arriva dal recente passato la materia della nuova collaborazione tra Aaron Martin e  Rutger Zuydervelt, precisamente dal 2012 quando il coreografo spagnolo Iván Pérez  li coinvolse alla realizzazione delle musiche per il suo spettacolo “Hide and Seek”. I nove brani che compongono “Seeker” nascono difatti dalla rimanipolazione e dall’affinamento del materiale composto per l’occasione, un’unica lunga traccia presente adesso come bonus track digitale.

Nette e distinte convivono in pregevole equilibrio le due anime dalle quali il suono scaturisce, disegnando plastiche traiettorie definite dall’accostamento di dure frequenze elettroniche tendenti alla costruzione di distorte tessiture algide e riverberanti trame acustiche esplicate sotto forma di dense maree emozionali (“Wings in the grass”, “Seeker”) o leggere danze di note pulsanti (“Arms turn slowly”, “Leaves are swimming”). Il tono si muove costantemente in bilico tra una tenue luminosità avvolgente e un senso di greve drammaticità che trova il suo culmine nelle crepuscolari dilatazioni di “Close to dark”.

Una vibrante sequenza che definisce un’efficace sinergia in costante consolidamento.

uruk “i leave a silver trail through blackness”

[consouling sounds]

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Una dilatata scia attraverso dense nebbie cariche di oscuri presagi. A plasmarla troviamo due autori d’eccezione, Massimo Pupillo e Thighpaulsandra, che eclissandosi temporaneamente dai rispettivi consolidati percorsi artistici si ritrovano a dar vita ad un nuovo progetto che tramuta in progettualità condivisa una reciproca stima professionale.

“I leave a silver trail through blackness” è un unico lungo piano sequenza modulato da una sfaccettate ed estesa  gamma di frammenti e riverberi che penetrando nel vischioso fondale di basse frequenze droniche scavano un tortuoso ed irregolare tracciato che parzialmente svela il fitto ed impenetrabile mistero da esso profuso senza soluzione di continuità. Una tensione costante accompagna questo cauto incedere  caratterizzandone le sue mutevoli fasi in bilico tra crescendo di distorte ed inquiete frequenze  elettriche e dilatate aperture atmosferiche inclini ad una stasi solo apparentemente quieta.

Abbandonandosi allo svolgimento del greve flusso risultante, che trova in una struttura complessa e curata nei minimi dettagli il suo punto di forza, emerge nitido l’attento lavoro di cesello compiuto dai suoi due artefici, capaci di creare una narrazione cinematica di penetrante suggestione, priva di pause ridondanti e dal tono perfettamente coeso.

Sinesteticamente avvolgente.

https://consouling.be/news/introducing-uruk

seki takashi “think”

[acr]

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L’inquietudine del sentirsi soli in un incessante brulicare di vita, particella scissa da un tutto che si muove frenetico e indifferente. È una sensazione sempre più ricorrente tra chi trascorre la propria vita all’interno degli alienanti flussi dei grandi centri urbani e non ne è immune Seki Takashi, musicista d’istanza a Tokyo che attraverso le trame del suo nuovo lavoro prova a tradurre in suono tali apprensioni.

Gli otto capitoli che compongono “Think” costruiscono una meditativa narrazione fatta di persistenze risonanti che mutuano il senso di distacco derivante da tale condizione (“Voices”, “Reflection II”) e di densi soffi sintetici dai toni oscuri che si espandono con fare ossessivo (“Reflection I”, “Subway”) fino a tramutarsi in fitte nebbie isolanti (“Stopped thinking”) o che si aprono ad inattese stille melodiche che cadono come gocce di tangibile malinconia (“Wear down”).

È un punto di vista profondamente intimo ed emozionale esplicitato attraverso la costruzione di un ambiente algido e respingente dal centro del quale è possibile continuare ad osservare un mare tumultuoso incapace di bagnarci.