fabio anile “dense”

[laverna.net]

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Lentamente scivolare verso avvolgenti abissi sempre più distanti dalla finitezza del reale, sprofondando in un limbo in cui tutto giunge sensorialmente amplificato. A dirigerci è una morbida spirale di sinuosi suoni che scorrendo gli uni sugli altri trovano un invisibile appiglio generante una crescente stratificazione  di trame sempre più complesse e corpose.

È con somma maestria che Fabio Anile plasma i suoi ipnotici tracciati attraverso paesaggi emozionali talmente vividi da essere percepiti concreti malgrado l’estrema rarefazione del flusso da cui scaturiscono. Sono dilatate derive dense di mistero e pervasi da un magnetismo totalizzante che rende irrimediabilmente prigionieri del loro risonante fascino in bilico tra gli echi di un solenne classicismo e i luminosi riflessi di un atmosferico minimalismo. Entrambe le componenti, ibridandosi in un gioco di incastri fluidi, informano persistentemente  le eteree sequenze che strutturano i tre racconti di questa mesmerizzante esplorazione di accecanti universi immaginari.

http://www.laverna.net/releases/Lav75.html

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attilio novellino/drekka/simon balestrazzi/ennio mazzon “quadrature”

[under my bed recordings]

 

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Alla deriva,  in balia di un inconscio denso di placida inquietudine. Generato dall’accostamento di un singolo contributo dei suoi quattro autori, “Quadrature” costruisce un dilatato flusso pervaso da un persistente senso di straniamento, un caleidoscopico viaggio attraverso paesaggi cangianti plasmati utilizzando lessici differenti eppure affini.

Under A Sea of Benzodiazepines/Sping Rain, Indian Summer. Traiettorie scabrose che tagliano obliquamente fitte nebbie lisergiche dischiudono un universo distorto fatto di colori violenti. I ruvidi riverberi della chitarra di Attilio Novellino, generando claustrofobiche spirali, incidono solchi profondi che si riversano come tracce indelebili riaffioranti nell’algido soffio dal quale emergono le essenziali partiture pianistiche di Drekka. Il delirio allucinato così gradualmente si scioglie in sinuose persistenze  venate di echi spettrali.

Red Square On A White Field/Omen Discord. Tutto diviene profondamente tattile, l’abbandono onirico vira verso oscuri tracciati organici colmi di frammenti ribollenti cesellati con chirurgica precisione da Simon Balestrazzi. Il tono permane soffuso, sotterraneo fin quando infine esplode l’incubo dissonante delle abrasive trame di Ennio Mazzon che con il loro incedere ossessivamente pressante chiudono tumultuosamente questa sfaccettata immersione in un immaginifico sogno lucido.

dream weapon ritual “the uncanny little sparrow”

[boring machines]

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Presenze spettrali che emergono da profondità ancestrali evocate dall’ossessivo incedere di un rito dagli echi tribali. È un universo immaginifico denso di suggestioni sfuggenti quello plasmato dai cinque capitoli del nuovo album firmato Dream Weapon Ritual, progetto sonoro di Simon Balestrazzi e Monica Serra che torna dopo uno iato lungo tre anni.

Ad aprire questa ipnotica immersione in bilico tra insondabili misteri di un tempo remoto e la tagliente algidità di paesaggi postmoderni in dissoluzione troviamo la traccia più rilevante per durata e costruzione del disco. Con i suoi diciotto minuti carichi di altalenante tensione magistralmente modulata attraverso un minuzioso lavoro di incastri e sovrapposizioni di coltri sintetiche e frammenti acustici , “Bird Mother” si erge come ambizioso nucleo narrativo di cui gli ulteriori atti rappresentano una breve eco. L’intero spirito del lavoro è perfettamente condensato in questo granitico magma finemente cesellato a cui i dilatati vocalizzi che ne segnano l’incedere conferiscono un tono teatralmente oscuro e dolente. Su una dimensione decisamente più scarna e strutturalmente meno elaborata si muovono le irregolari pulsazioni di “Mating Call”, i crepitanti e obliqui riverberi di “Two Little Sparrows Sitting On A Bough And Waiting For Enlightenment” e “Tittle-Tattle Among Secret Devices” e gli ossessivi e distorti rintocchi della conclusiva “The One With The Iron Beak”.

Spirale avvolgente tra indefinite visioni prive di esatta collocazione temporale.

sarah payton & rutger zuydervelt “what it seems to be”

[dauw]

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Incontrare il reale attraverso un’invenzione capace di amplificare i limiti fisici dello sguardo. Si rivela uno stratagemma il visore ideato da Sarah Payton, nomade e apparente occhio panoramico puntato su Amsterdam che in realtà si rivela essere uno schermo sul quale far scorrere le immagini del quotidiano urbano associate a racconti sulla città declamati dalla stessa artista. A completare questo inatteso inganno visivo interviene la sonorizzazione composta da Rutger Zuydervelt sulla quale si adagia la voce della Payton.

La parte audio di questa installazione è la sostanza della nuova pubblicazione curata dalla belga Dauw, un nastro che ne raccoglie la versione integrale sul primo lato e la sola parte strumentale sul secondo. È un lungo e sinuoso bordone privo di soluzione di continuità quella plasmato da Zuydervelt, un unico morbido piano sequenza che dirige la narrazione conferendole uno spiazzante carattere onirico pienamente evidente nella versione “depurata”, ma qui ancor più efficace. La somma delle parti diventa così una cullante fiaba capace di condurre lentamente con i suoi  personali suggerimenti attraverso visioni e sensazioni suggerite dal percorrere le strade.

Un’esperimento affascinante che si dimostra efficace anche privato della sua componente visiva.

deison | devis “bees”

[luce sia]

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Un ribollente magma che fluisce lungo i bordi di aree residuali immerse in una spettrale notte senza fine. A vent’anni da un album che li vedeva separati protagonisti, Cristiano Deison e Devis Granziera  si ritrovano infine a dirigere un lavoro a quattro mani nel quale far confluire unitamente i rispettivi estri da sperimentatori sonori.

Elaborate combinazioni di sinuose fluttuazioni sotterranee e ruvidi frammenti rumorosi stratificandosi originano complesse narrazioni che si muovono lungo oblique traiettorie dai toni algidamente oscuri, interpolate da criptiche tracce vocali (“Tape 01”, “Equinox machine”) e a tratti cadenzate da battiti marziali che strutturano spettrali litanie (“Blurred Moon”). È un universo metallico privo di luce e calore che scorre ossessivo tra particelle distorte e persistenze vischiose.

Ne scaturisce uno scenario visionario dalla densità variabile ma dall’intensità persistente, un crepitante incubo postmoderno su scabrosi fondali urbani in disgregazione.

 

 

adriano zanni “disappearing”

[boring machines]

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Inquiete visioni che emergono attraverso una nebbia densa e oscura come immagini sfocate di un mondo in disfacimento. Si aggiunge un nuovo tassello al ritorno al suono di Adriano Zanni che definitivamente interrompe il lungo silenzio che aveva sancito la scomparsa della sigla Punck circoscrivendo l’attività creativa dell’artista ravennate alla produzione di immagini fotografiche. Rinunciando all’abituale pseudonimo per evidenziare una nuova dimensione personale, Zanni costruisce un atmosferico percorso dai tratti apocalittici attraverso inospitali paesaggi carichi di magnetico fascino scaturente da una costante indissolubile tensione.

Lo sguardo si dischiude su essenziali riverberi metallici intrecciati ad un sussurro incessante ed enigmatico che gradualmente delinea immagini in bilico tra cupa realtà e sogno opprimente (“Dreams and falling trees”), spazzate via da un sulfureo soffio che ne cancella i contorni tramutandosi in greve e claustrofobica attesa improvvisamente marcata da invasivi battiti gravidi di negativi presagi (“About the end, without beginning”). L’incalzante incedere si tramuta in soffusa pulsazione sintetica che struttura un algido fondale di convulsi vortici segnando un ulteriore passaggio verso un universo sempre più impalpabile e privo di concretezza (“What is left”), che trova il suo apice nel furore lisergico di distorte frequenze elettroacustiche in inarrestabile moto (“In the distance”) prima di riversarsi in una crepitante distesa di minimali frammenti in disgregazione che si spengono lasciando un vuoto assordante (“Disappearing (The last trip)”).

Un disturbante viaggio tra profondità gravide di minacciose ombre dove tutto può accadere.

various artists “eilean [58]”

[eilean]

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Un caleidoscopico sguardo sul recente passato. Si consolida la feconda abitudine della eilean rec. di ripercorrere  l’anno che volge al termine raccogliendo un contributo inedito di ciascun artista coinvolto negli ultimi dodici mesi da inserire in un ultimo punto sulla mappa che idealmente  chiude il cerchio.

Il risultato della contemplazione su ciò che è appena trascorso plasma ancora una volta un multiforme percorso capace di sintetizzare l’immaginifico universo in fieri che la label francese  sta modellando negli ultimi anni. Con elegante e semplice fluidità si susseguono paesaggi sonori diversificati eppure perfettamente in simbiosi, che conducono da fiabesche trame elettroacustiche (Cicely Irvine, Sonmi451)  a organiche frequenze pervase da suoni naturalistici (Tatsuro Kojima) passando attraverso ruvide vibrazioni melodiche (Ben Rath, Bill Seaman, Monty Adkins), distorsioni dal tono orientaleggiante (9T Antiope, Toàn), crepitanti miniature costellate da riverberi luminosi (Stjin Hüwels & Danny Clay, Sound Meccano | Jura Laiva), placide distese atmosferiche (Francesco Giannico & Giulio Aldinucci, Monolyth & Cobalt), cinematiche tessiture in disgregazione (Josh Mason & Nathan McLaughlin), ribollii sintetici (Jacek Doroszenko) e soffi umbratili (Daniel W J Mackenzie, Josco & Spheruleus).

Giunti in fondo non rimane che riprendere fiato e attendere un nuovo ciclo.