tatiana alamartine “searching”

[voxxov records]

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Un’onda emozionale di intensi frammenti  offerti con trasporto e privi di filtro. È un’intima raccolta di pensieri sparsi “Searching”, un personale diario sonoro composto da Tatiana Alamartine tra Bologna e Lione, la cui pubblicazione inaugura la nuova serie  Acoustic Collection curata dalla francese VoxxoV.

Le diciotto tracce che compongono il lavoro sono brevi bozzetti pianistici venati da una dolce striatura malinconica, costruiti attraverso leggere e fluenti danze armoniche(“Mindly”, “Wind”) a volte tradotte in torrenziali cascate di note cariche di avvolgente enfasi (“Million waves”, “Space work”) e atratti viranti verso placide risonanze notturne (“Alla t night”, “A”), fino a diventare conciso intermezzio di travolgente immediatezza (“Searching”, “D”, “E”). Dalle delicate melodie tracciate dalla pianista francese profonde un romantico lirismo che trova il suo apice quando si riversa nelle trame risonanti della essenziale “Such an eagle” o della più strutturata “Save it quickly”.

Un pianismo dall’impatto disarmante che sa conquistare attraverso un linguaggio sincero e accessibile scevro da inutili sovrastrutture.

La forza della semplicità.

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benoît pioulard “slow spark, soft spoke”

[dauw]

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Fluttuazioni narcolettiche che dischiudono lo sguardo su eterei paesaggi immersi in un immobile candore. Si affida ad un approccio essenziale e reiterato Thomas Meluch per costruire le quattro tracce del suo nuovo disco, lavoro che lo riconduce lungo tracciati atmosferici a lui cari ed ampiamente esplorati parallelamente alla dimensione folk/ambientale dai tratti maggiormente accessibili.

Morbidi bordoni plasmati utilizzando chitarra, basso, voce e nastri si sviluppano con movimenti avvolgenti costruendo dilatati moti ondosi che lentamente trasportano la mente verso placidi recessi colmi di rinfrancante calore. Ad arricchire il flusso risultante contribuisce l’innesto di evanescenti riprese naturali catturate tra Francia ed Islanda, capaci di acuire il portato sensoriale di questa accogliente deriva ambientale al pari della sottile e ruvida grana costantemente presente sullo sfondo delle amniotiche oscillazioni e che emerge con maggiore prepotenza nella traccia conclusiva dell’album.

Un delicato e ristoratore abbandono.

 

 

 

benjamin finger “for those about to love”

[flaming pines]

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L’amore è travolgente caos, burrasca che vorticosa proietta nell’alternarsi repentino di stati di beatitudine e tumultuose apprensioni.  A raccontarlo è l’eclettico Benjamin Finger che con questo nuovo lavoro dai tratti fortemente atmosferici conferma nuovamente di avere, almeno per il momento, abbandonato le sue escursioni verso territori ritmici accentuati.

Scie rumorose, frammenti melodici ed oblique frequenze sintetiche vengono combinate dal musicista norvegese generando una visione trasversale attraverso caleidoscopici frangenti che rappresentano l’intero convulso spettro di sensazioni correlate al sentimento indagato. Ci si ritrova così a rimbalzare tra allucinate distorsioni dall’incedere cupo (“Lipstick shades”, “Eyeball humidity”) e cullanti inquietudini cibernetiche (“Midnight wolves”), navigando tra morbide derive oniriche (“Ultraviolet light”) e disgregate saturazioni dallo sviluppo ossessivo (“Transparent mind”, “Misteriose vignette sonore”).

Dal sapiente accostamento di queste tracce dal tono estremamente variegato scaturisce una spirale emozionale coinvolgente il cui persistente equilibrio dimostra ancora una volta la versatilità di un artista costantemente alla ricerca di tracciati da esplorare.

stefano guzzetti “japanese notebooks”

[stella recordings]

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Impressioni d’oriente dipinte con tocco semplice e delicatamente intenso. Trae ispirazione dall’incontro con Igor Tuveri, apprezzato fumettista noto con lo pseudonimo Igort, e in particolare dal suo “Quaderni giapponesi” il nuovo viaggio musicale di Stefano Guzzetti, che dopo il solitario pianismo di “Alone” torna ad una dimensione corale esplorata più volte e in modi differenti dopo in seguito all’archiviazione del suo progetto elettronico Waves On Canvas.

Attraverso le sue composizioni il musicista sardo ripercorre l’intimo stupore derivante dalla scoperta di un mondo da sempre fonte di sognante fascino tradotto in emozionali narrazioni di impronta cameristica, che vedono intrecciarsi eleganti dialoghi di piano e archi con minimali modulazioni sintetiche ed evocativi innesti ambientali.

A partire dalle soffuse movenze di “A New Day (Tokyo)” si sviluppa un succedersi vibrante di placide visioni, che evocando una lunga serie di figure di spicco dell’universo orientale, conducono attraverso sinuosi scorci che aleggiano evanescenti (“ichi (Kumo)”, “shi (Tōku)”), vibranti fughe di torrenziali fraseggi pianistici su cui si adagiano le enfatiche tessiture degli archi (“Temper (Yukio Mishima)”, “Flock (Abe Sada)”) e cinematiche sequenze cariche di struggimento (“Downfall (Junichiro Tanizaki)”, “shi (Tōku)”) o di romantico lirismo (“ni (Matsu)”, “Calm (Midori no yume)”).

Un omaggio sincero e fortemente sentito che si conclude con un richiamo alla cristallina bellezza della semplicità riproposta attraverso l’emozionante canto a tre voci di “Thirteen petals (Kiku)” affidato al violino di Simone Soro, alla viola di Giulia Dessy e al violoncello di Gianluca Pischedda.

masaya ozaki & kaito nakahori “mythologies”

[IIKKI]

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Visioni immaginifiche di un universo sfuggente fatto di contrasti accesi e materica grana. È un rimando puntuale e costante ad unire in un onirico flusso l’opera di  Erwan Morère e le narrazioni sonore composte da Masaya Ozaki e Kaito Nakahori basandosi sulle suggestioni derivate appunto dalle immagini del fotografo francese. Un dialogo serrato tra i tre artisti che si traduce in una sintesi audio-visuale di grande impatto.

Seguendo il percorso tracciato dallo scorrere delle istantanee caratterizzate da un bianco e nero netto modulato passando dalla dominanza della luce all’oscurità più fitta, i due musicisti giapponesi d’istanza a New York costruiscono una crepitante sequenza di chiaroscuri definita da intrecci elettroacustici finemente cesellati. Al nero compatto squarciato da bolle di luce che descrive lisergiche incursioni sottomarine corrispondono così fondali densi nei quali si riversano isolate stille armoniche (“Float”) o morbide risonanze alternate a cuspidi stridenti che emergono da sfondi tenui (“Circular”), a paesaggi silenti dai margini decisi e a tratti esasperati fanno eco ruvidi frammenti riverberanti su minimali toni dal sapore orientale (“Rituals”). Quando la vista vira verso scorci astratti pervasi da un’oscurità incombente il commento sonoro plasma una foschia intensa percorsa da un soffio algido (“Unfold”) che ritorna  ad aleggiare sulle frequenze notturne che accompagnano i frangenti più essenziali (“Singular”).

Giunti in fondo al viaggio emerge netta la sensazione che le due parti di questo terzo capitolo della serie curata da IIKKI, pur pensate ed offerte per una fruizione separata, trovino la propria piena completezza soltanto nel virtuoso incontro dal quale sono scaturite.

Immersione sinestetica totalizzante.

 

 

mymk “the memory fog”

[SØVN]

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Schegge di sensazioni distanti nel tempo che riemergono in ordine sparso a combinare un caleidoscopico ed irregolare flusso di memoria. Sono frammenti distorti e dissonanti a comporre il nuovo lavoro del brasiliano MYMK, vorticoso assemblaggio di suoni in disgregazione combinati per divenire refrattario ambiente in cui lasciare scorrere in cinematica libertà taglienti detriti sonici.

Bordoni oscuri e modulazioni sintetiche si incontrano/scontrano generando pulsante energia incanalata di volta in volta in tracciati ascendenti deflagranti in convulse trame ritmiche (“Gauze”, “Juggernaut”), nell’incedere sincopato di abrasive interferenze (“In Flares, Anew”, “Glowing Panthers”), nel persistere di asfissianti  saturazioni oscure (“Red Oak Hologram”, “A Lazarus Taxon”), fino a giungere all’obliqua e spettrale armonia di “Borderline” che smaterializzandosi improvvisamente lascia in balia di un inquietante silenzio.

Giunge manipolata e deformata ogni singola particella di questa deriva sonica che accoglie al suo interno numerose tracce vocali totalmente stravolte fino a divenire irriconoscibile componente di un granitico guscio perfettamente rappresentato dalla scatola di cemento priva di punti di accesso, ideata designer belga LE KUTSCH, all’interno della quale è contenuta la cassetta.

Materica spirale in dissoluzione.

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skag arcade & meanwhile.in.texas “twentynine palms”

[luce sia]

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Immobili al cospetto di un vuoto assordante, in balia di un horror vacui tradotto in un lungo, lancinante urlo che annulla ogni silenzio. È un magma glaciale eppure crepitante a definire l’allucinata seconda tappa della possibile trilogia attraverso respingenti lande desertiche ideata da Paolo Colavita e Angelo Guido, viaggio immaginifico che esplora le profonde inquietudini dell’essere contemporaneo al cospetto di un mondo sempre più asettico contenitore segnato dalla devastazione.

L’approccio all’abrasiva materia  di questo territorio inospitale è cauto e lascia apparire i suoi tratti gradualmente anche se in modo perentorio. Dal crescente ribollio di indomabili frammenti organici scaturisce un soffio tagliente di fredde persistenze sintetiche dal sapore post atomico, che strutturano un granitico incedere dal quale emergono enigmatiche tracce radio  e stridenti alte frequenze (“Desert Heights”, “Inland Empire”, “Road Runner”) che intensificandosi si tramutano in impenetrabili tappeti di lisergico rumore (“Lost Horse Valley”, “Neon Dusk, Neon Dust”).

L’atmosfera plasmata risulta densamente cupa e apocalittica, accentuata da una ridotta modulazione del flusso che spesso si espande in viscose distese stagnanti amplificando il senso di profondo isolamento corroborato dalla efficace sequenza di immagini che accompagnano il lavoro.

Racconto duro e radicale tutt’altro che immediato, che ha nell’ostinata coesione il suo punto di forza e decreta un ulteriore raggiunto grado di sinergia ad unire Skag Arcade e meanwhile.in.texas.

Attendendo il capitolo finale