francesco covarino “olive”

[thirsty leaves music]

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23 settembre 2016. Un luogo nella città di Granada. Un evento importante alle porte. Isolato in uno spazio circoscritto Francesco Covarino scioglie momentaneamente il suo sodalizio con Alessandro Incorvaia per lasciare fluire libere le proprie sensazioni raccolte nel suo primo lavoro solista.

“Olive” raccoglie quattordici improvvisazioni registrate nell’arco di un’unica sessione, brevi bozzetti atmosferici dal carattere fortemente narrativo costruiti attraverso sequenze ritmiche scarne e assolutamente non inclini ad un gratuito sfoggio virtuosistico. Appare scelto con cura il singolo battito, viene concesso il giusto spazio per risuonare ad ogni fraseggio. Tutto scorre stringato e privo di fretta, eppure emerge un’urgenza espressiva che punta sull’essenzialità riducendo velocità e densità. Solo per brevi tratti l’incedere abbandona il suo caldo e placido flusso per formalizzarsi in trame più nervose e torrenziali (“oliva 85”, “oliva 55”) che rapide si spengono per tornare a convergere verso un immaginario pulsante fatto di colori tenui e morbide sfumature.

Un disco percussivo di spiazzante delicatezza pregno del profondo e prezioso influsso di una paternità imminente.

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bruno sanfilippo “lost & found”

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Sparse tracce riunite in un unico flusso per generare una visione nuova. È al tempo stesso un’operazione di recupero e spostamento di senso quella che Bruno Sanfilippo attua attraverso la pubblicazione del suo ultimo lavoro, un rintracciare e portare  in evidenza un possibile filo comune che lega isolate particelle appartenenti al suo proficuo percorso artistico.

Una persistente rarefazione da cui emana una strisciante aura nostalgica accompagna lo scorrere dei brani accumunando emozionalmente scorci sonori di natura differente eppure qui pienamente conseguenziali. Si accostano con estrema naturalezza la densa malinconia dell’incontro tra il raffinato pianismo e le leggere voci fanciullesche di “Peter” e il luminoso mare in cui si immergono placide stille riverberanti di “InTROpiano” , la compresenza tra tessiture eteree e ruvido fondale materico di “Piano Texture Found” e l’anima atmosferica fatta di essenziali melodie e venature crepitanti di “Solitario”. La chiusura di questo immersivo viaggio nel passato è affidata a “What I Dreamed”, flessuoso e onirico sprazzo inedito recuperato dall’archivio personale.

Lontano dall’essere una semplice selezione antologica, “Lost & found” appare piuttosto il riuscito tentativo di trovare una dimensione ulteriore a ciò che altrimenti sarebbe rimasto nell’ombra.

Abbandonarsi per riscoprirsi più a fondo.

ot to, not to “these movements I & II”

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Ermetici bozzetti composti da segni non convenzionali eppure pienamente intellegibili. È certamente un cantautorato fuori dagli schemi quello proposto da Ian Mugerwa, giovane musicista americano che dopo “Goshen”, che lo scorso anno ne aveva segnato  il debutto, giunge alla sua seconda pubblicazione sotto l’alias ot to, not to.

Procedendo sulla scia dell’esordio, Mugerwa confeziona un doppio EP di canzoni dall’incedere sghembo, costruite attraverso una riuscita combinazione di oblique armonie acustiche e spregiudicate manipolazioni elettroniche. Le tracce risultanti da un simile approccio definiscono un microcosmo melodico dalla struttura atipica e irregolare eppure diretto e accattivante. Ci si ritrova piacevolmente spiazzati e rapiti ascoltando il minimale e straniante blues di brani quali “Muddy Waters” e “Homeless Problem” o le stridenti divagazioni di “Kamaji II” e “Degas’ Dancers” che ulteriormente accentuano il carattere sperimentale della scrittura di un talento alle prime prove, eppure già capace di segnalarsi tra gli artisti più promettenti da seguire.

Ricercata esplorazione pop.

 

andrea belfi “ore”

[float]

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Grezza materia plasmata per divenire prodotto prezioso. L’analogia suggerita dal titolo e dichiarata nelle note che accompagnano la pubblicazione del disco, esprimono con grande efficacia la direzione tracciata da Andrea Belfi  nel suo nuovo avvincente viaggio sonico che sancisce la nascita della londinese Float.

Una percussività dominante e spesso estremamente intricata che si incontra/scontra con frequenze sintetiche immaginifiche origina una complessa narrazione costantemente in bilico tra una ficcante ancestrale visceralità e un’affascinante deriva cosmica. Un percorso racchiuso tra i due estremi di un’onda rocciosa il cui profilo viene plasmato da Belfi attraverso ribollenti trame in divenire di inquiete basse frequenze combinate a strutture ritmiche cangianti (“Anticline”) a cui fanno da contraltare epiche tessiture dall’incedere profondo e perentorio (“Syncline”). Tra i due poli si incastrano pulsazioni in vorticoso crescendo che si aprono su lisergiche deflagrazioni elettroniche (“Iso”), dinamiche progressioni dense di ossessivo mistero (“Lead”) e dilatate immersioni tra stratificazioni oscure di incalzanti battiti e frequenze stridenti.

Ruvidamente avvolgente, “Ore” è un lavoro che non concede pause e che disegna una traiettoria in fondo alla quale giungere privi di fiato.

mingle “ephemeral”

[kvitnu]

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Sospesi in una dimensione transitoria in cui ogni elemento può essere manipolato per seguire il corso di un pensiero. Tutto giunge vivido e tangibile, ma si tratta di una concretezza gassosa capace di sfuggire ad ogni regola del reale. È una bolla spazio-temporale quella plasmata da Mingle, un ambiente privo di limiti visibili capace di accogliere complesse interpolazioni sonore che si distendono e si comprimono senza mai giungere ad un punto di deflagrazione.

Flessuose saturazioni in lenta espansione si combinano a frequenze granulose generando sequenze evanescenti cadenzate da un pulsare variabile ma sempre ossessivo nel suo reiterarsi. Il battito variando intensità e traiettoria definisce l’atmosfera entro cui vengono modulati cupi flussi lisergici a base di ruvide correnti, persistenze vaporose e frammentarie stille armoniche senza mai determinare una reale scansione temporale. È il ticchettio  di una lancetta che torna ostinata a battere sempre sullo stesso attimo dilatando all’infinito una prospettiva duale fatta di morbide sfumature e nervose interferenze.

Un oceano di suono nel quale immergersi alla scoperta di mondi immaginifici.

wound “clinomania”

[illuminated paths]

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Stati di allucinazione vorticosa nei quali perdere il contatto con la realtà. Un’indagine multiforme alla ricerca delle sensazioni di straniamento indotte da cause differenti è la sostanza del nuovo lavoro di Bartosz Szturgiewicz sotto l’alias Wound che ne rappresenta il lato più sperimentale ed eclettico.

Ognuno dei capitoli che compone questo alienante universo si nutre di combinazioni di suoni originate da fonti diverse plasmate seguendo traiettorie mai pienamente sovrapponibili. La caleidoscopica serie di soluzioni derivanti dal connubio di droni, riprese ambientali, manipolazioni sintetiche e armonie acustiche delinea uno scenario che conduce dal deflagrante caos abrasivo dell’iniziale “In everything”  all’oscura e obliqua spirale di “Light gets in” attraversando onirici scorci disturbanti.

Dalle calde e stranianti persistenze di “4AM ad infinitum”, si giunge alle espansioni pulsanti su fondali granulosi di “What if” per  rimanere catturati dalle risonanze luminose combinate ad un soffio algido di “I don’t want to go”. Un’inattesa comparsa di stille pianistiche che accennano ad un frammento melodico subito spazzato via  da un vento oscuro contraddistingue “Rise with me forever across the silent sand”, mentre dinamiche progressioni dal sapore cosmico si sprigionano dai battiti irregolari di “Keep it in”.

Un incubo lisergico, un viaggio lungo i bordi frastagliati e sfuggenti della psiche umana.

 

lee yi “an Instant for a momentary desolation”

[rottenman editions]

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Opposti che convergono fondendosi in una sintesi densa di ammaliante inquietudine. Si inoltra attraverso territori segnati da profonde ferite inferte dalla natura Lee Yi condensando la sua esplorazione in una carrellata di istantanee dominate da un senso di desolazione attraverso cui riescono ad emergere sprazzi di una bellezza non totalmente cancellata.

Frammenti melodici intrisi di una solenne gravità si dipanano attraverso ruvidi fondali di crepitanti stille originando magmatici piano sequenza che si muovono lungo scenari tragici definiti da nebbiose movenze spettrali (“Momentary desolation”), cupi riverberi percorsi da evanescenti tracce vocali e soffi gelidi (“desecration”) e stridenti frequenze in crescendo cariche di vibrante tensione (“Incertae”).

Questa drammatica deriva dai toni foschi trova il suo approdo in un lunga e persistente visione fatta di ipnotiche armonie circolari e maree dissonanti che incontrandosi generano un’eco fragile libera di espandersi fino a giungere alla propria  conclusiva disgregazione.

Una visione dolorosa in cui la speranza diviene una flebile possibilità.