daimon “dust”

[st.an.da.]

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Una vibrante cortina che aleggia sinuosa mutando forma sotto l’influsso di un soffio invisibile. Sono spessi ed impenetrabili flussi che scorrono implacabili come lava incandescente a costruire il secondo atto condiviso che riunisce Simon Balestrazzi, Nicola Quiriconi e Paolo Monti sotto la firma Daimon, una nuova tappa che partendo dalle ottime premesse del debutto si orienta verso un ampliamento delle atmosfere esplorate e una modulazione dei singoli tracciati ancor più complessa e accurata.

Dense nebbie sintetiche dilagano incorporando  graffianti  trame chitarristiche inclini alla distorsione e granulose frequenze in moto perenne plasmando dilatate stratificazioni avvolgenti, a tratti scandite da profonde pulsazioni o permeate da echi ambientali che riverberano come frammenti di un passato recente che riaffiora. È una polvere che si muove fluida, sospesa nell’aria senza mai trovare definitivo appoggio, un velo ruvido occasionalmente sospinto verso convulsi vortici ascensionali che nel finale si tramuta in spessa coltre di impenetrabile inquietudine.

Un’immersione totalizzante in una roboante scia di visioni in disgregazione.

 

 

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ranter’s groove “musica per camaleonti”

[kaczynski editions]

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Una piccola cascata di crepitanti micro universi plasmati con tocco impressionistico. Sono costruzioni essenziali in bilico tra evanescente astrazione e concreta sensorialità a definire l’esplorazione sonora di ranter’s groove, placida deriva attraverso minute ambientazioni permeate da lisergico afflato.

Dalla combinazione di frammentarie trame chitarristiche e pulsanti fondali composti da stille rumorose e inserti ambientali prendono forma risonanti visioni che si sviluppano con tono unitario trovando sfumature cangianti che connotano in modo univoco ogni singolo tracciato, spesso arricchito dal contributo di inserti armonici affidati ad altri musicisti. Si passa così con coerente coesione da sprazzi di contemplativa quiete  enfatizzata dai flebili fraseggi del violoncello di Macarena Montesinos (“i bastardi”) a sulfuree immersioni in territori oscuri da cui emerge un sotterraneo recitato (“ade”), da cadenzati flussi densi di inquietudine (“technological slavery”) a nebbiose atmosfere pervase da granulose frequenze tra cui aleggia il suono della tromba di Paolo Bedini (“your sleep/my wild side”).

Un allucinato incedere notturno alla ricerca di indefiniti scorci a cui affidare l’immaginazione.

roberto galati “silence (as a din)”

[databloem]

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Immergersi in una solitudine destabilizzante per percepire le profonde risonanze della natura, cercando un equilibrio che riconduca ad una percezione consapevole del proprio stare al mondo. È un moto interiore costante e irresistibile a spingere Roberto Galati a confrontarsi con paesaggi che conservano evidenti tratti di ancestrale purezza alla ricerca di questa dimensione ormai irrimediabilmente respinta dalle logiche del convulso e compulsivo vivere contemporaneo. Una ricerca sensoriale che lo ha condotto nell’algido scenario islandese tramutandosi in sinestetico flusso sonoro modulato come unitaria narrazione in quattro parti.

Monumentali tracciati originati da vibranti bordoni chitarristici a cui si sommano misurati innesti di violino, tastiere e occasionali stille dell’arpa di Sara Masiero configurano ambiziose esplorazioni emozionali, che si sviluppano come mutevoli scie alternando graduali vortici ascendenti  di crepitanti andamenti  armonici a vaporose saturazioni in espansione, dalle quale a tratti emergono flebili ed evanescenti tracce vocali affidate a Stella Talami. Una struttura complessa ed altalenante che risulta maggiormente evidente nei due capitoli più lunghi, della durata superiore ai venti minuti, riflettendo in modo più incisivo l’estrema sfaccettatura della materia rappresentata, incline al tempo stesso ad abbagliare con la sua cristallina maestosità ed intimorire con il suo arcano ed insondabile mistero.

Reiterazioni e stratificazioni, progressioni verticali e dilatazioni orizzontali scandiscono un ambiente avulso dal rapido scorrere del tempo presente, territorio totalizzante nel quale inoltrarsi per trovare risposte a domande che non siamo più abituati a porci.

Un oceano di roboante silenzio.

 

luciano lamanna “sottrazione”

[boring machines]

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Materia essenziale plasmata per definire obliqui tracciati lanciati verso un futuro distopico e allucinato. È rivolgendo lo sguardo a parole ed immagini del passato che Luciano Lamanna costruisce la sua immaginifica proiezione di un oscuro mondo prossimo perfettamente congruo alle premesse del nostro presente.

Attraverso modulazioni cesellate utilizzando fonti sonore differentemente originate, Lamanna ci catapulta in una notturna sequenza di cupi ambienti declinati seguendo un registro conciso, pervaso da striscianti tessiture armoniche e ossessive pulsazioni combinate a formare nervose trame colme di indissolubile inquietudine. Percorsi diversamente individuati, spinti verso crepitanti strutture estremamente scarne (“Sottrazione”, “Sussurri”), costruiti sulla reiterazione di ossessive frequenze basse (“Calma Apparente”) o inclini ad un afflato cosmico lisergicamente risonante (“Mai Più Come Prima”), riuniti sotto una disincantata atmosfera straniante che parzialmente si dissolve in un contemplativo finale onirico (“Futuro Domani”).

Sfaccettata immersione futuristica.

carlos suero & pepo galán “comformity declaration”

[seattle dott recs]

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Nervose incursioni in cupi scenari postmoderni pervasi da indissolubile e fremente tensione. A definire i tracciati di questa oscura immersione troviamo Carlos Suero e Pepo Galán, due artisti abitualmente inclini a percorrere coordinate divergenti, dal cui incontro/scontro scaturisce un’interessante sintesi narrativa.

Trovando un funzionale equilibrio tra la dimensione atmosferica degli intrecci elettroacustici di Galán e la materica risonanza delle modulazioni elettroniche di Suero, i due costruiscono una pulsante scia di scabrose trame che si sviluppano seguendo tracciati cinematici in graduale e costante mutamento. Dense saturazioni algide si espandono grevi, permeate da frequenze basse e attutiti battiti, la cui combinazione  genera crepitanti nebbie allucinatorie che ammantano i sulfurei e misteriosi territori plasmati.

È un viaggio fatto di spesse ombre e rari stille di luce, un dinamico scorrere di stranianti visioni in granuloso bianco e nero la cui atmosfera notturna e sotterranea riecheggia un’obliqua  inquietudine già palesata dall’immagine di copertina.

Intrigante deriva post apocalittica.

winterlight “the longest sleep through the darkest days”

[n5md]

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Ariosi paesaggi  in crescendo  che scorrono fluidi avvolti da soffusa luce portatrice di benefico calore. Giunge dopo una lunghissima attesa scandita da svariati tentativi e ripensamenti la definitiva ripartenza del percorso artistico di Tim Ingham sotto l’alias Winterlight, ritorno che sancisce l’ingresso della figlia Isabel come parte attiva del progetto in qualità di bassista. Un cambiamento che segna un arricchimento del lessico del musicista inglese senza snaturarne le abituali coordinate sonore.

Costruito attorno a delicati nuclei armonici plasmati dal reiterarsi di melodie semplici in costante evoluzione, il risveglio da questa dilatata stasi permeata da nubi di inquietudine è una vivida navigazione attraverso riverberanti territori definiti da morbide stratificazioni in espansione. Strutturate attraverso l’apporto di essenziali linee di basso e di misurate trame ritmiche che solo a tratti diventano più tese e marcate, le tracce del disco si sviluppano come risonanti intrecci di tessiture chitarristiche e vaporose saturazioni sintetiche costantemente in bilico tra un ambience soffusamente eterea e nostalgici echi shoegaze.

Da tale combinazione scaturisce un tracciato avvolgente denso di  riverberi sognanti, un andare leggero con gli occhi spesso rivolti in alto per cogliere la grazia di un terso cielo senza fine.

brianna kelly / sympathy pain “brianna kelly / sympathy pain”

[whited sepulchre records]

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Indefinite visioni che sommessamente emergono da dense foschie permeate  da sgranati riverberi. È un incontro all’insegna dell’assonanza quello tra Brianna Kelly e i Sympathy Pain, un accostamento di atmosfere concordanti plasmate seguendo traiettorie non marcatamente divergenti.

Ad occupare il primo lato di questo impalpabile percorso condiviso ideato dalla Whited Sepulchre Records troviamo quattro tracce della musicista di Cincinnati, che con il suo intreccio di vaporose dilatazioni droniche ed essenziali risonanze armoniche su cui scivola la sua eterea voce disegna un evanescente universo oniricamente allucinato. Sono paesaggi emozionali dalla cadenza placidamente ipnotica, amplificata quando il canto diviene solenne scansione reiterata (“When you see it”) o si riduce a soffusa trama (“Sanctus”), maggiormente incline ad assumere la struttura di vere e proprie canzoni quando la componente melodica è più strutturata (“Bright Ass Sun – Big Ass Trees”, “To behold you”).

Un tono ancor più rarefatto si espande dalle due composizioni di Skyler Hitchcox, qui coadiuvato da Cult Leader e Casey Hansen, che gradualmente conducono verso territori più caldi e avvolgenti plasmati da minute tessiture chitarristiche che rimbalzano su saturi fondali segnati dalla presenza di attutite e sparute pulsazioni ritmiche. Una quieta peregrinazione verso approdi confortevoli che sembra sgorgare come inevitabile conseguenza dalle morbide inquietudini presenti nelle narrazioni di Brianna Kelly.

Un’affascinante deriva bipartita dai tratti decisamente omogenei.