Atr_x “Phase One”

[Gipsy House Recordings]

Tra allucinati meandri, l’oscuro scorrere di un placido torrente pervaso da insondabile inquietudine. È denso e umbratile il suono che scaturisce da “Phase One”, sotterraneo magma che avanza implacabile adattandosi agli accidenti del suolo, plasmato in solitudine da Marcello Groppi dei The Great Saunites e che vede Angelo Bignamini, l’altra metà del duo, relegato in cabina di regia.

Profonde risonanze basse scandiscono un incedere costellato dall’incostante apparire ed incrociarsi di taglienti modulazioni, frammenti elettrici e indecifrabili scie vocali combinate a generare uno straniante labirinto sonico bipartito nel quale gradualmente perdersi.

Inizialmente ipnotica ed immersiva, la trama sonora si fa man mano più spessa ed ipnotica fino a trovare terminale distensione che segna l’approdo al giro di boa. Sommessamente granita è la ripartenza, che pur seguendo similare struttura, converge verso orizzonti più accattivanti anche se marcatamente ruvidi, visione che si disgrega per riversarsi in un rumoroso oceano di frequenze da cui riemerge distillata per divenire cullante riverbero che si propaga senza sosta.

Una deriva lisergica attraverso  mutevoli territori spettrali.

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A-Sun Amissa “For Burdened and Bright Light”

[Gizeh Records]

Sempre più a fondo, verso una profondità che non opprime e conduce verso territori ancora più ampi e indefiniti. Prosegue lungo la sua parabola in costante mutamento il percorso di A-Sun Amissa, progetto ideato e diretto da Richard Knox, che assecondando una tendenza ormai chiara per chi ne ha seguito l’evoluzione giunge ad una dimensione sempre più essenziale che vede il musicista inglese divenire unico artefice dell’intero processo creativo.

Ripartendo idealmente dai solchi del precedente “Ceremony in the stillness” e continuando ad imperniare la narrazione soprattutto sul suono graffiante e tagliente della chitarra, Knox continua a scavare nel suo immaginario confezionando due lunghe derive atmosferiche cariche di magmatica epicità e oscuro mistero tra scorci accidentati pervasi da incombente tensione. Ad accompagnarlo qui restano soltanto la compagna Claire Knox, le cui incursioni di clarinetto spaziano tra acute divagazioni free e dilatate aperture dal tono solenne, e David Armes a cui tocca portare nuove sfumature attraverso le trame della sua lap-steel.

Soffi dronici algidi e marcate trame ritmiche strutturano questo instabile flusso bipartito segnandone il dipanarsi perentorio tra minacciose ombre e quieti frangenti, specchio di un’inestinguibile inquietudine frutto del contemporaneo vivere.

Granitico peregrinare verso gli abissi dell’animo umano.

Darren Harper “Paths”

[Shimmering Moods Records]

Preziosi dettagli che delicatamente raccontano dell’inesorabile scorrere del tempo scandito dal loro ciclico alternarsi. È attraverso l’osservazione del frammento che Darren Harper plasma la sua riflessione sull’intero, sul suo diluirsi attraverso le stagioni, un moto perpetuo che contiene l’intera gamma delle emozioni.

Raggi di luce sottile che danzando squarciano l’ombra autunnale, l’avvolgente silenzio di un morbido paesaggio innevato, i caldi colori del bosco, rilucenti risonanze che annunciano il risveglio primaverile sono attimi resi attraverso pennellate sintetiche scelte e affiancate con una cura per rivelare una quieto percorso di riscoperta sensoriale. Non c’è traccia di oscurità tra le trame definite dal musicista americano, neanche quando lo sguardo corre verso la stagione fredda, evidenziando la voglia di trovare la preziosa bellezza del vivere in ogni suo aspetto.

Una raccolta di fragili carezze sonore che ci ricordano che il sole tornerà sempre a risplendere.

Rob Simonsen “Rêveries”

[Sony Masterworks]

Un respiro profondo, gli occhi si chiudono per un istante e l’immaginazione spicca il volo lenta e solitaria, libera da vincoli e barriere. Lascia andare la fantasia Rob Simonsen, la fa correre sui tasti del suo pianoforte, e così facendo traccia i nuclei di quelle derive sognanti che compongono l’album che ne sancisce il debutto solista dopo anni di collaborazioni e sonorizzazioni per immagini in movimento.

Una inclinazione, quella cinematica, che permea l’intero lavoro pur se in modo altalenante, rimanendo sottotraccia quando a dominare è la voce avvolgente e gentile dello strumento ed emergendo prepotente quando i fraseggi si intrecciano a trame elettroniche che morbidamente le inglobano.

Dall’apertura affidata al cullante andamento di  “Argenté” e fino al conclusivo arioso volo di “Ondes” quel che si palesa è la tendenza di Simonsen di costruire derive sinuose e sognanti che hanno la forma di delicate melodie incastonate in definite strutture che dell’iniziale processo di improvvisazione trattengono il portato emozionale. Tra danze di note dall’immediatezza cristallina (“Envol”, “Nuit Tombante”) e tessiture narrative più dense permeate da flebili battiti (“Coeur”, “Ciel”) ci si ritrova a vagare tra visioni aeree che si dipanano leggere costruendo un’oasi sensoriale nella quale immergersi alla ricerca di una pausa dal mondo reale.

Un paesaggio accogliente che aiuta a respirare più a fondo.

Akira Kosemura “Romance”

[Schole records/ 1631 recordings]

Una seducente danza d’amore disegnata con grazia e delicata semplicità. A pochi mesi dal breve ed intenso “In moonlight”, Akira Kosemura torna a regalarci un piccolo frammento di ammaliante bellezza armonica.

Solitarie stille pianistiche danno forma ad una toccante corrispondenza sentimentale narrata attraverso un trittico di essenziali trame spogliate da qualsivoglia orpello. Sono risonanze prive di filtro, intrecci che si espandono per dare immagine alla gioia dell’incontro, alle emozioni profonde del connubio e al senso di pienezza che ne deriva generando un torrente sensoriale avvolgente e privo di irruenza.

Un prezioso inno alla passione plasmato con infinito incanto.

MeVsMyself “Mictlàn”

[Alterjinga]

Distanze che si annullano e dimensioni temporali che si sovrappongono per creare un universo istantaneo capace di contenere un’ampia parte della polimorfa anima del mondo e le sfaccettate culture che lo abitano. È un viaggio vorticoso ed inebriante attraverso territori eterogenei quello proposto da Giorgio Pinardi sotto l’alias MeVsMyself, un’esplorazione avvolgente e policromatica frutto di uno studio attento ed approfondito trasformato in vibrazione capace di trascendere generi e stili.

La sola voce è lo strumento di cui Pinardi fa uso, affidata alla trascinante forza dell’improvvisazione, modulata e ricomposta per trovare definitiva coerente struttura di cui è generatrice armonica, trama percussiva ed elemento narrante capace di incrociare con liquido estro istanze solo apparentemente inconciliabili. Mutevole e accidentato, spesso anche all’interno della singola traccia, il flusso risonante connette ipnotici andamenti pervasi da misteriosi sentori d’oriente ad ancestrali canti del continente nero, irruenti tarante subsahariane ad oblique traiettorie dissonanti influenzate da venti del nord, il tutto ibridando sonorità del passato e matrici profondamente contemporanee.

Una peregrinazione sensoriale coraggiosa che invita ad assaporare la freschezza dell’acqua tenuta nel palmo della mano, che invoglia ad abbandonarsi nudi alla danza e che richiama divinità provenienti dai diversi angoli del pianeta per dare vita ad un pirotecnico caleidoscopio in cui tutto si intreccia superando qualsivoglia ostacolo. Un inno all’inclusione e alla valorizzazione della diversità.

9T Antiope “Grimace”

[eilean]

Rarefatte divagazioni attraverso sghembi paesaggi sospesi in una dimensione emozionale colma di tangibile inquietudine. Sempre più seducente e permeabile si palesa l’universo sonoro di 9T Antiope, duo iraniano giunto al suo quarto lavoro e per la seconda volta investito della preziosa opportunità di segnare un punto sulla mappa eilean.

Invariati restano gli elementi da cui traggono origine questi nuovi scorci, sempre sommatoria delle sinuose combinazioni elettroacustiche pervase da ruvida grana plasmate da Nima Aghiani e del canto enfatico di Sara Bigdeli Shamloo. Quel che varia è il peso delle parti questa volta sbilanciato in modo netto sulla componente vocale, al punto da strutturare una sequenza che qui come mai propende verso la forma canzone. È la voce ammaliante e onirica a tracciare la rotta, sostenuta da partiture di essenziali risonanze che solo a sprazzi trovano maggiore densità e presenza e che soltanto in chiusura virano in modo netto verso dissonanze meno concilianti.

Una marcata vena armonica che conduce verso orizzonti parzialmente nuovi scandendo un iter creativo in costante evoluzione.