Artcore Machine “dubh”

[xonar]

Un’ultima algida eco prima che la macchina si spenga definitivamente. Oscuro e ribollente è il canto del cigno di Artcore Machine, progetto condiviso tra Moreno Padoan e Roberto Beltrame che giunge ad esaurimento dopo un decennio di pulsante esistenza.

Accidentate strutture scandite da nervosi battiti e percorse da ruvidi correnti elettroniche configurano una vorticosa sequenza di taglienti flussi sotterranei dominati da quel nero che totalmente informa la veste fisica del lavoro. Tra atmosferiche inquietudini ed ascendenti spirali rumorose prende vita un’inarrestabile discesa in un universo artificiale anti emozionale, un territorio freddo ed impervio nel quale si rimane inesorabilmente imprigionati, in balia di frammenti scabri e modulazioni alienanti.

Una progressione inesorabile di frequenze sintetiche che proiettano verso un deflagrante epilogo di decostruite tessiture soniche, lasciando come definitiva traccia una tormentosa distesa di granulosi detriti. In attesa di un nuovo inizio.

Wil Bolton “Kochi”

[audiobulb]

Sentori d’oriente che riverberano tra le pieghe della memoria come densa distesa flebilmente pulsante. Sono echi e riflessi che giungono dal mar Arabico a strutturare il nuovo percorso firmato da Wil Bolton, immersivo tragitto sensoriale che proietta in modo avvolgente nel paesaggio costiero dell’India del sud.

Tra sature correnti sonore modellate amalgamando scie droniche e frequenze sintetiche emergono costantemente frammenti ambientali catturati sul litorale e risonanze acustiche scaturenti da strumenti tradizionali e oggetti trovati. Le risultanze di tale intreccio strutturano quattro dilatati movimenti che si espandono privi di pause e vuoti, generando una deriva ipnotica morbida e totalizzante, che rinuncia ad ogni facile declinazione esotica per restituire nella sua interezza il portato emozionale legato alla scoperta dei luoghi attraversati.

Un ammaliante diario di viaggio che indaga le potenzialità evocative del suono di una terra affascinante.

Christine Ott & Torsten Böttcher “Nanook of the North”

[Gizeh Records]

Racconti di una quotidianità dura vissuta in una terra estrema. Senza filtri ed inutili orpelli Robert Flaherty mette in scena la vita di una famiglia eschimese della Hudson Bay affidandone la sonorizzazione a Christine Ott, artista che più volte ha già dimostrato il suo grande talento nel saper creare in presa diretta commenti per immagini in movimento.

Strettamente coadiuvata da Torsten Böttcher, la musicista francese disegna una trama risonante diretta e profondamente dinamica che segue le atmosfere del film ricalcandone l’immediatezza e l’alternarsi di quiete e tensione che accompagna lo scorrere della vicenda. Interamente plasmata utilizzando strumentazione acustiche, il flusso si sviluppa muovendosi alla ricerca di un costante equilibrio tra tessiture pianistiche e frequenze percussive a cui si sommano echi esotici e riverberi ancestrali scaturenti dall’utilizzo tra gli altri del didgeridoo e del hang.

Grande assente è qui l’Ondes Martenot, la cui voce magica e spettrale spesso caratterizza le composizioni della Ott, scelta che conferma la grande sensibilità di un’autrice capace di cogliere lo spirito della narrazione visiva in tutto il suo portato e trovando perfetta complicità nell’estro pulsante di Böttcher.

Una nuova vivida avventura da ascoltare con gli occhi.

Max Würden “GEN”

[Rhod Records]

Un vaporoso fluire di dense coltri soniche che si dispiegano sinuose senza meta. Affidata a Max Würden,  la seconda tappa della LTD series curata dalla spagnola Rhod Records definisce un’atmosferica deriva sintetica dall’eco prepotentemente siderale.

Interamente composto col solo ausilio di generatori di suono, il viaggio in otto tappe plasmato dal musicista tedesco configura un ambiente risonante placidamente meditabondo, scaturente dalla graduale stratificazione di frequenze sature e risonanze luminose, fuse ad originare un vischioso magma avvolgente. Privo di pause che non siano gli stacchi tra una traccia e l’altra, il flusso si sviluppa in lieve ed incessante divenire rimandando all’impermanente moto di un cielo di nuvole osservato dal punto di osservazione delle stelle.

Osservazione sognante di un silente universo sensoriale vividamente modellato.

Hermetic Brotherhood of Lux-Or “Sex and Dead Cities”

[Boring Machines]

Dalle viscere di una terra antica, di un territorio aspro e stuprato, sale come urlo feroce un abrasivo vortice di suono oscuro e tagliente. È dal centro della Sardegna che proviene il sulfureo magma degli Hermetic Brotherhood of Lux-Or, da quella piccola Macomer da cui Laura Dem e MSMiroslaw lanciano la propria inquietudine figlia di un paesaggio fatto di roccia e devastazione industriale.

Ruvide come il nudo basalto, stridenti come l’eco spettrale della fabbriche abbandonate, le frequenze modellate dal duo si innalzano e stratificano originando ipnotiche coltri di risonanze allucinate pervase da uno spirito ancestrale magnetico e disturbante. Reiterazione e caos strutturano i cinque oscuri canti di questo rituale oscuro fatto di frammenti materici e stordenti flussi sintetici, miscela tossica da cui emergono indecifrabili scie vocali e primitivi clamori che si espandono ossessivi e claustrofobici.

Nessuna concessione alla luce, nessuna speranza a squarciare l’orizzonte nero di una notte perenne che racconta l’anima dannata di un’isola a noi in gran parte celata.
Addentrarsi con fiducia nell’incubo asfissiante di un’umanità perduta.

Giulio Aldinucci “No eye has an equal”

[99CHANTS]

Frammenti che riemergono dalla memoria assumendo nuova forma per comporre una visione d’insieme in cui lasciare confluire le molteplici sfumature di un percorso in costante evoluzione. Scava nell’archivio Giulio Aldinucci traendo dalla sua produzione passata gli elementi da utilizzare e rimodulare per plasmare una nuova traiettoria sonica che accoglie ed esalta l’eterogeneità quale punto di forza per ricordarci quanto sia necessaria la diversità.

Come facce di un’unica gemma, le quattro tracce di “No eye has an equal” si susseguono  restituendo gradualmente i riflessi cangianti di un universo sensoriale profondamente evocativo che si muove fluido tra atmosfere e toni mai pienamente coincidenti. Con la coerenza scaturente da un consolidato approccio autoriale, alla contemplativa solennità delle vaporose risonanze di “Brezza (Perduti Arsi Tramonti)” fa eco la granulosa spirale di ruvide frequenze che struttura “Mirages and Miracles”, tramutandosi nell’acceso contrasto tra modulazioni irregolari e stille armoniche che permea “Meiosis, Remembrances” fino a riversarsi nell’ovattata avvolgente densità della conclusiva “Fuoco Lontano”.

A mantenersi costante lungo il tragitto è un indissolubile senso di latente inquietudine scaturente dalla consapevolezza  di attraversare un’epoca di crisi sempre più proiettata alla segregazione, un momento storico che ha dimenticato il potere vitale dell’inclusione.

Nymphalida “Assenza”

[Sounds Against Humanity]

In cammino attraverso una distesa di abbagliante foschia, alla ricerca di un’essenza perduta. È una marea sensoriale in costante e lenta mutazione ciò che ha origine dalla nuova traiettoria sonica firmata Nymphalida, un moto interiore sinuoso e altalenante che lo sguardo fotografico di Pietro Bianco traduce in indefinite visioni prive di orizzonti certi.

Tra un’eterea nebbia di vaporose modulazioni sintetiche, come vaghi punti di riferimento, emergono cristalline stille armoniche, echi ambientali e spettrali scie vocali che tracciano silenti percorsi verso un’inconsapevole meta. È un incedere accorto scandito da cristallini riverberi liberi di espandersi nel fondale perennemente evanescente eppure mai identico a se stesso, che plasma un territorio dalle sfumature cangianti che si evolve dalla placida rarefazione di “Nubi di cenere” all’oscura densità di “Threnos”, dalla drammatica gravità di “Via del ritorno” all’arioso soffio di “Luce (un nuovo inizio)” che chiude il tragitto proiettando verso una profondità finalmente nitida.

Un lenta discesa dentro la propria anima.