dTHEd “hyperbeatz vol.1”

[Boring Machines]

Obliqua, irregolare e destrutturata è l’indefinibile risonanza del mondo dopo la fine del mondo, il suo battito vitale che trova la definitiva compenetrazione tra uomo e macchina. Riduttivo da considerare semplicemente un progetto musicale, “hyperbeatz vol.1” è il primo passo di un percorso condiviso sotto la sigla dTHEd, che vede affiancati Fabio Ricci, Isobel Blank e Simone Lanari, uniti dalla volontà di trovare una formulazione plurilessicale incentrata sulla nozione dell’iperoggetto mortoniano e di neurodiversità. Un tracciato in cui parole ed immagini (e forse non solo) si affiancano al flusso sonoro per dare forma ad una riflessione estesa e multisensoriale.

Seguendo l’idea da cui il tutto trae origine, ciò che si riversa dal disco ha i tratti del non catalogabile, del non pienamente afferrabile, almeno non seguendo riferimenti convenzionali. Ritmiche impossibili dall’incedere convulso e frammentato che strutturano figure dall’eco escheriana, modulazioni vocali che rinunciano alla chiarezza semantica per divenire eco inintellegibile e modulazioni sintetiche plasmate utilizzando e piegando alla propria esigenza differenti tecniche si ibridano generando articolati labirinti in cui perdersi alla ricerca di varchi che consentano di proiettarsi verso dimensioni alternative in cui nulla è ciò che appare.

Non è la logica che può condurre lungo i solchi delle otto tracce, tocca affidarsi ciecamente ad un sentire che accolga l’inusuale e l’asimmetria come valore, ad un livello percettivo che riconosca la possibilità dell’altro, dell’alieno, definita attraverso frequenze dolorosamente vivide e allucinate che faranno apparire la realtà un contenitore infinito da esplorare con occhi nuovi.

Prepotentemente visionario.

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MALK “WMAIDIT”

[Lost Tribe Sound]

Oblique miniature di un paesaggio surreale costruite assemblando e sovrapponendo segni e sfumature lungo una traiettoria indefinita. È impresa ardua, quasi impossibile, provare ad attribuire una dimensione certa all’universo sonoro di MALK, pseudonimo sotto cui si cela Will Becker, musicista americano d’istanza a Londra autore della nuova tappa che prosegue la serie Dead West curata da Lost Tribe Sound.

Incrociando e amalgamando le trame acustiche di un nutrito numero di strumenti a corda con una estesa tavolozza di risonanze ambientali  catturate nella foresta scozzese di Mabie Forest nel Dumfries, Becker crea una straniante sequenza di surreali visioni che si susseguono in un incedere caotico che miscela echi ancestrali ed istanze postmoderne.

Irregolari progressioni ritmiche improvvisamente interrotte e mesmeriche ridondanze armoniche si incastrano generando un allucinato caleidoscopio privo di punti di riferimento in cui tutto diventa possibile e plausibile. Un vortice naturalistico nel quale perdersi sorridendo.

Von Tesla “Ganzfeld”

[Boring Machines]

Imbrigliati in un infinito istante, prigionieri di una dimensione complessa ed imprevedibile. È un viaggio attraverso un dirompente Iperuranio sonico quello modulato da Marco Giotto aka Von Tesla nel suo monumentale “Ganzfeld”, una deriva senza meta in un territorio indefinito ed illimitato dove lasciare vagare libero il pensiero alla ricerca di proiezioni sepolte in profondità.

Irregolari strutture in costante mutazione definiscono un universo sensoriale accidentato le cui maglie costantemente si  comprimono e dilatano creando ipnotici vortici ad intensità e velocità variabili a cui è impossibile sfuggire fin dalle prime battute di “aftermath”, che senza alcuna mediazione catapulta al centro di questo perturbante campo gravitazionale.

Sequenze intricate di ribollente materia si sviluppano generando espanse incursioni in paesaggi frammentari avulsi da coordinate spazio-temporali certe, in cui oblique pulsazioni e risonanze algide si incrociano liberamente dando forma ad uno stato allucinatorio indissolubile. Che proceda a ritmo vertiginoso o con incedere più cauto, l’indomito flusso risultante mantiene inalterato il suo potere totalizzante trasportando l’immaginario fino in fondo senza concere un attimo di tregua.

Lasciate ogni speranza, o voi che entrate

NERATERRÆ “The Substance of Perception”

[Cyclic Law]

Magma sulfureo che scorre implacabile lasciando una profonda scia in un territorio pervaso da roboante inquietudine. Prosegue  lungo la rotta del suono densamente oscuro il percorso di Alessio Antoni sotto lo pseudonimo NERATERRÆ, giungendo adesso al suo vero e proprio esordio dopo la breve, frammentaria deriva di “the NHART demo[n]s”.

Coadiuvato da una nutrita schiera di solidali che lo affiancano nella realizzazione di ciascuna delle sette traiettorie che compongono il lavoro, Antoni realizza un’asfissiante immersione tra nebulosi paesaggi distopici definiti da sature distese droniche e ruvide frequenze sintetiche interpolate da minacciose risonanze ambientali e spettrali scie vocali che ne estendono l’allucinato portato claustrofobico.

Un incedere circospetto in un plumbeo universo di algide tenebre che parzialmente si stempera nel caldo e avvolgente conforto di una melodia pianistica le cui risonanze scandiscono l’atto conclusivo di questo immaginifico viaggio condiviso.

offthesky “illuminate”

[eilean]

Perdersi nell’etereo incanto di un universo pervaso di ammalianti vapori magici. A quasi tre anni di distanza dal notturno “Silent went the sea”, torna ad individuare un punto sulla ormai quasi completa mappa eilean Jason Corder  e lo fa aggiungendo un tassello importante alla sua sconfinata produzione discografica.

Sempre più distante da traiettorie marcatamente sintetiche, il musicista americano affida qui la concretizzazione del suo immaginario risonante ad una piccola vera e propria formazione acustico tra i cui componenti spicca la presenza di Jaqueline Sophia Cordova, che con le sue trame di arpa e voce rappresenta uno dei tratti dominanti dell’intero lavoro.

Interpolando fragili linee armoniche, vaporose trame melodiche e flebili frequenze ambientali Corder definisce una espansa deriva sensoriale ricca di morbidi riflessi di luce in cui sinuosamente si muovono frammenti risonanti ed evanescenti modulazioni vocali che nel loro insieme disegnano i tratti di un surreale territorio in cui navigare liberamente.

Mantenendo un incedere essenziale e curato nel minimo dettaglio, “Illuminate” ci consegna un’affascinante sequenza di avvolgenti paesaggi elettro acustici da assaporare in ogni minimo dettaglio abbandonandosi ad una irresistibile vena contemplativa.

Simone Giudice “Oltre”

[Delirio records]

Impigliati tra le sfaccettature di un animo alla ricerca dell’equilibrio, immersi in un percorso risonante che accoglie e metabolizza le diverse sfumature del sentire. È un ideale processo di superamento delle inquietudini a segnare il debutto discografico di Simone Giudice, un viaggio sonico interiore ad alta densità emozionale.

Assecondando un flusso sensoriale che si nutre dell’esperienza personale, il sound artist plasma un saturo magma sonico in cui frequenze sintetiche, echi ambientali e riverberi acustici si incrociano generando un mutevole torrente che procede implacabile ad intensità variabile. È un incedere irregolare, a tratti incerto che conduce attraverso oscure nebbie droniche, persistenze asfissianti e ruvidi moti ascensionali da cui occasionalmente si sprigionano modulazioni elettroniche dichiaranti un’inclinazione verso sonorità marcatamente techno.

A mantenersi indissolubile tra le indomite trame risultanti è un gusto agrodolce che pervade l’intero percorso fino a divenire fragile eco adagiata su un essenziale fraseggio pianistico che scorre tra delicati riflessi naturali annunciando l’approdo ad una dimensione di confortante quiete.

Snowdrops “Manta Ray (Original Motion Picture Soundtrack)”

[gizeh records]

Suono che si muove in simbiosi con le immagini divenendo commento che ne amplifica il portato evocativo. Non è certo una novità per Christine Ott riuscire ad introiettare con esattezza l’atmosfera dello scorrere dei fotogrammi sul grande schermo, ad essere almeno in parte inedita è la collaborazione con  Mathieu Gabry condotta sotto la denominazione Snowdrops.

Con l’ausilio di un’ampia gamma di tastiere di epoche diverse e diversamente preparate, il duo costruisce un viaggio sonico prepotentemente immaginifico che si accorda alla perfezione con la storia ambientata nel sudest asiatico raccontata da Phuttiphong Aroonpheng nel suo film. Dall’intreccio di tematiche sociali stringenti e una componente magica insita nei luoghi in cui l’azione si svolge si genera una narrazione surreale che emerge con forza dalle trame plasmate, oblique traiettorie pervase di mistero che attraversano frangenti di ombrosa inquietudine e morbide aperture costellate da una calda luminosità.

Echi ambientali e frammenti vocali ibridano le strutture armoniche espandendone  il carattere in bilico tra oggettività materica e sfuggente simbolismo sfociando nella costruzione di paesaggi risonanti di forte impatto.