Ed Carlsen   “Gravity”

[XXIM Records]

Una trilogia sulla ricerca di se stessi, sul [ri]trovare le proprie origini alla fine di un percorso che diventa un nuovo punto di partenza. Era iniziata con Morning Hour (2019, Moderna Records) e proseguita con Grains Of Gold (2021, XXIM Records), giungendo adesso a compimento con la pubblicazione di questo ultimo lavoro breve.

La materia utilizzata da Ed Carlsen è ancora la combinazione di tessiture strumentali e frequenze elettroniche messa a punto a partire proprio dal primo dei tre lavori, declinata in forme cangianti che ne dosano diversamente le componenti proponendo atmosfere variabili. L’attacco (Mooring) è nervoso, più granuloso di quanto ci si potrebbe attendere, e sale fino ad assestarsi  su una trama sintetica scandita da pulsazioni profonde. Senza soluzione di continuità il flusso evolve in una sequenza ariosa dipinta da stratificazioni di synth scintillanti e risonanze cristalline (Højvande). L’aura serena diventa preminente e si irradia ancora più incisiva dall’intricato crescendo elettroacustico di On Eloquence, mantenendosi sempre avvertibile fino al termine del tracciato in cui risorge nitida la voce del pianoforte su cui erano imperniati i primi album del compositore sardo.

Un ultimo tassello conciso quanto intenso, che sancisce un ulteriore affinamento di una cifra stilistica sempre più personale e riconoscibile.

Aleksandra Słyż   “A Vibrant Touch”

[Warm Winters Ltd.]

Suono intenso in ostinata propagazione, proiettato verso il limite oltre cui inizia un decadimento fisiologico, libero di espandersi nello spazio e attraversare i corpi. È un approccio fisico, legato alla dimensione dinamica di sviluppo delle risonanze, a determinare la genesi della seconda prova sulla lunga distanza di Aleksandra Słyż. Per plasmarlo la compositrice polacca si avvale di un connubio elettroacustico determinato dall’intreccio delle sorgenti sintetiche da lei definite con le trame acustiche di un piccolo ensemble di archi e sassofono.

Gli spessi bordoni generati dal sistema modulare e dagli strumenti danno forma a flussi penetranti  che si connettono all’insegna di movimenti tonali univocoi non scevri da dissonanze e percorsi da vibranti increspature. Il senso di sospensione, la sacralità che emana dall’insieme mostrano chiari punti di contatto con le atmosfere solenni scolpite da Kali Malone, ma oltre l’iniziale luminosità di “Healing” qui il tono si tinge di un’oscurità crescente. In modo particolare “Softness, Flashes, Floating Rage”, imponente suite di ventisei minuti, vira verso un paesaggio crepuscolare nutrito dai tetri riverberi degli archi e dalla voce dolente del sassofono, che accompagnano con preziosa misura l’idea compositiva della Słyż.
Un paziente immergersi in un nero oceano di suono.

Fonassi / Salogni  “lʼebbrezza delle grandi profondità”

[Canti Magnetici]

Persi nel mistero oscuro degli abissi, in balia dell’infido mistero dei suoi paesaggi ammalianti. È l’universo sottomarino narrato da Jacques-Yves Cousteau nel suo Il mondo silenzioso  il punto di origine del primo itinerario condiviso da Francesco Fonassi e Marta Salogni, deriva straniante attraverso scenari atmosferici definiti dall’accostamento e giustapposizione di risonanze  concrete, scie su nastro,  frequenze vocali e un ribollio brulicante di suoni trovati.

Registrate dal vivo durante una performance tenutasi  allo “Spettro” di Brescia, le dieci tracce che compongono il lavoro scandiscono una sequenza narrativa profondamente materica cesellata con estrema cura. La sound art di Fonassi si incastra alla perfezione alla perizia tecnica della Salogni generando un ambiente d’ascolto immaginifico, che traduce in suono la sensazione di trovarsi al cospetto di un territorio alieno in condizioni precarie. L’insieme di riverberi profondi e modulazioni liquide danno corpo ad un moto acquoso finemente dettagliato in cui si rimane impigliati tra loop ipnotici e trame ottundenti.

Discesa stordente in un regno fatto di silenzi gravidi e buio accecante.

Sakina Abdou “Goodbye Ground”

[Relative Pitch Records]

Scarno, tagliente, privo di intermediazioni. Il suono del sassofono in purezza per dipingere con colori nitidi, violenti nel loro imporsi, un universo interiore in magmatico fermento. È interamente pensato e declinato in forma solitaria il nuovo lavoro di Sakina Abdou, giovane artista multidisciplinare con all’attivo un nutrito numero di esperienze musicali afferenti uno spettro  sonoro che va dal jazz alla sperimentazione prediligendo la libera improvvisazione.

Frutto di diverse sessioni di registrazioni casalinghe, Goodbye Ground si presenta come un racconto suddiviso in tre nuclei totalmente affidato alla voce cangiante del suo strumento d’elezione capace di mutare tono e relativo scenario non solo da un capitolo al successivo, ma anche all’interno di una singola traccia. Lì dove  The Day I Became A Floor con i suoi fraseggi fluidi, le note trattenute e allungate si sviluppa coerente e invitate, la title-track esplode in acuti distorti per tornare a sonorità ammalianti e infine ripartire in ascese lancinanti che alternano bordoni dissonanti e trame nitide senza giungere ad una reale conclusione. I cinque movimenti di Planting Chairs condensano gli elementi fin qui presentati riproponendoli in una sintesi caleidoscopica che insiste nel repentino cambio tra vortici disturbanti e passaggi armonici maggiormente accessibili.

L’evidenza dello spazio neutro, del fondale vuoto entro cui i suoni riverberano, amplifica il senso di partecipazione ad un rito privato in qualità di ospiti a cui viene offerta l’opportunità di entrare a stretto contatto con un ritratto in musica scevro da filtri e sovrastrutture.

Chris Yan   “1990 [music for seven tape loops and one performer]”

Inciampare nella memoria riscoprendo emozioni il cui riverbero è ancora una traccia profonda nel presente. Ha una genesi intima quanto casuale 1990,itinerario aurale composto da Christian Mastroianni in omaggio all’affetto che lo lega al fratello maggiore e a lui offerto quale dono di compleanno. Intento a digitalizzare una serie di filmati familiari girati dal padre, il sound artist romagnolo si ritrova al cospetto di scene risalenti agli anni 90 in cui da bambini giocavano insieme e a partire da queste sequenze decide di plasmare un commento sonoro che ne riecheggi la tenerezza, la solare armonia di un’infanzia condivisa.

La forma scelta è quella del flusso in libera espansione, costruito a partire da sette loop di nastro magnetico interpolati da rare, essenziali stille armoniche.  Da questo approccio ha origine un placido torrente ipnagogico di chiara matrice minimalista che – come già accadeva in Sehnsucht {zinzùkt}, brano contenuto  nello splendido Blasé – mostra dichiarate affinità con il verbo ambientale definito dal “non musicista” per eccellenza nel suo seminale Music for airports. La materiale musicale scorre lieve e potenzialmente senza fine adagiandosi alle cromie distorte dal trascorrere del tempo delle immagini e a flebili field recordings da esse veicolate, costruendo un unicum visivo-aurale commovente.

L’insieme trova poi ulteriore espansione nella redazione da parte dell’autore delle “Note per l’esecutore” da affidare a chi vuole approcciarsi al componimento per tradurlo in atto performativo da interpretare seguendo alcune imprescindibili indicazioni.

Quattordici minuti di cristallina bellezza.

Alessandro Barbanera   “Oblio”

[rohs! records]

Scampoli trattenuti del passato in inesorabile dissolvimento, memoria che lentamente si fa polvere pronta ad essere spazzata via da un vento profondamente malinconico. L’Oblio disegnato da Alessandro Barbanera è un processo quieto, minuzioso attuato a partire da particelle minime  estrapolate dal repertorio classico e combinate all’elegia di riferimenti letterari, nonché ad una sensibilità ambient-drone fatta di trame flessuose sviluppate su un substrato denso quanto vaporoso.

Visti gli intenti risulta inevitabile tornare ai loop in decadimento del capolavoro di Basinski o alla monumentale opera in sei capitoli eretta da Leyland Kirby sotto l’alias The Caretaker, ma le affinità con entrambi i lavori si fermano all’atmosfera ricercata. La materia plasmata dal musicista umbro, pur con medesimo senso di infinita nostalgia, sceglie la via della reiterazione solo in parte – in modo pronunciato soprattutto in La même vieille chanson – preferendo evolvere come corrente sempre più nebbiosa che ingloba echi ambientali e flebili screziature. Dell’hauntologia  di Everywhere at the End of Time possiede la spettralità incrementale, che diviene dominante granulosa nel quasi finale di …are fading. Idealmente infatti il viaggio si chiude con una non-traccia fatta di assoluto silenzio, eco della definitiva caduta nell’oscurità dei ricordi perduti.

Emanuele Errante   “Shapes”

Luci, ombre, sfumature, dettagli. Un’immagine enigmatica, apparentemente essenziale, ma che in realtà si mostra densa di elementi che ne definiscono la forma senza svelare il mistero del suo contenuto. Esiste una chiara assonanza tra la natura del suono e la foto di copertina  del nuovo lavoro di Emanuele Errante, istantanea catturata dallo stesso musicista e non a caso proposta come eco visiva di questa sua prima autoproduzione.

Le quattro tracce inedite contenute in Shapes – registrate da Luigi Ferrara un anno fa durante un live al Teatro Sala Pasolini di Salerno e masterizzate da Francis Gri – rappresentano infatti altrettanti modi di connettere fonti sonore differenti per strutturare narrazioni in costante sviluppo, densamente particolareggiate ma prive di una definizione chiusa. L’intersezione di modulazioni sintetiche, droni, field recordings e stille armoniche è orientanta piuttosto alla creazione di un ambiente d’ascolto immersivo in cui calarsi ricercando stimoli sensoriali cangianti. Le correnti crepitanti di Introspection danno forma ad una spirale sonica a cui è affidato il compito di proiettare con decisione l’ascoltatore nell’universo aurale seguente. Paesaggi emozionali  di blanda matrice new classical (Circulus) si riversano in una deriva ambient crepuscolare carica di inquietudine (Squared Corners) per sfociare in un dilatato alternarsi di scenari in cui il dialogo tra le parti si fa obliquo fino al quieto, definitivo dissolversi (Retrospection).

Il processo compositivo indagato da Errante dimostra nell’abbondante mezz’ora di durata dell’album un grande potenziale dal quale certamente avranno origine ulteriori tracciati profondamente suggestivi.

From A Harbour Softly Drawn & Andrew Wild   “From A Harbour Softly Drawn & Andrew Wild”

[4th Ward Private Press]

Fraser Mc Gowan, oltre a quello musicale, possiede un particolare talento per la denominazione dei suoi progetti sonori. Non sorprende quindi scoprire che sia proprio lui a celarsi sotto la sigla From A Harbour Softly Drawn, ma inanzitutto il dato fondamentale è saperlo nuovamente attivo dopo la chiusura del percorso a firma Caught In The Wake Forever. Spetta ad uno split condiviso con Andrew Wild – patron della Crow Versus Crow per cui lo stesso scozzese ha pubblicato – sancire la ripartenza, sia in veste di autore che di curatore, visto che si tratta delle prima uscita della sua neonata 4th Ward Private Press.

Un lato del vinile per ciascuno, interamente saturato da una singola dilatata traccia. Il confronto tra i due è all’insegna del contrasto, della diversità formale orientata in entrambi i casi alla strutturazione di scenari atmosferici  sommariamente definibili ambient anche se dalle risultanze profondamente divergenti. Mantenendo evidenti tratti di continuità con la sua precedente produzione  in particolar modo con la lunga suite Under Blankets pubblicata per Fluid Audio – Mc Gowan ci proietta in una dimensione meditativa fatta  di modulazioni fluide, estremamente flessuose. Quello da lui plasmato è un paesaggio autunnale dai toni caldi, uno scenario ambient-drone in lenta e graduale evoluzione. Ideato come un tracciato minimalista rallentato, Blank Spots scorre con fare ipnotico assumendo in modo incrementale le sembianze di uno sconfinato oceano di luce in cui immergersi per rigenerarsi.

Alla pacatezza melodica del lato A fa da contraltare la ruvidezza dell’itinerario costruito da Wild. Risonanze ambientali e suoni trovati sono gli elementi base attraverso cui viene strutturato un itinerario concreto sotto forma di collage sonoro stridente in cui natura e artificio si fondono in un quadro d’insieme obliquo dalla consistenza tattile. Senza concedere pause, il suono evolve rapido rimanendo comunque ancorato ad un’essenzialità spigolosa che lambisce territori harsh noise senza mai concedere tregua.

L’accostamento di istanze formalmente così differenti si tramuta in un legante atipico capace di scongiurare cadute di tono e tenere alta l’attenzione di chi si appresta ad affrontare l’ascolto. Una proposta agrodolce ben confezionata.  

Perpetual Bridge “Astral Departures”

[Everest]

Un evidente afflato contemplativo, la volontà di plasmare musica che rifletta costantemente  l’inclinazione alla trascendenza. I tratti salienti del percorso artistico inaugurato lo scorso anno da Nadia Peter sotto l’alias Perpetual Bridge erano già pienamente espressi nel suo interessante lavoro breve di debutto. Ma se da quelle prime tre tracce veniva escluso il suo retaggio da clubber – la musicista è attiva da anni come dj sotto lo pseudonimo Marla – qui la componente ritmica ricompare per divenire elemento integrante del discorso capace di estenderne e diversificarne l’intento.

L’esordio sulla lunga distanza – pubblicato su vinile dalla bernese Everest – si presenta dunque come un viaggio dalle chiare valenze siderali in bilico tra pura rarefazione ambient (Astral Departures), sequenze downtempo (Floating Deep) e pronunciate progressioni pulsanti (Flying Stones). L’alternanza tra fasi differenti crea un itinerario cangiante sinuosamente proiettato tra derive cosmiche velate da morbida oscurità (Paradoxical Propeller) e fughe interstellari  scintillanti (Abstract Possibilities) generando un continuo mutamento del punto di osservazione fino al definitivo approdo in un ambiente sempre sintetico ma nuovamente contraddistinto da echi naturalistici (Wild Park).

Mantenendo intatta l’atmosfera generale dell’album, la Peter riesce ad assorbire le diverse istanze sonore facendo delle variazioni punto di forza capace di mantenere alta l’attenzione all’ascolto. A mancare piuttosto è qualche ulteriore sbalzo che sappia segnare apici marcati all’interno di una traiettoria altrimenti fin troppo coerente. Siamo comunque di fronte ad un disco di buona fattura, una valida evoluzione proiettata verso ulteriori efficaci sviluppi.

No Tongues   “Ici”

[Ormo / Pagans / Carton Records]

In ascolto dell’ambiente per riuscire a percepire il mondo con maggiore profondità restituendo un immaginario vivido quanto fuori da ogni schema. Potrebbe essere questa una sintesi efficace dell’approccio al suono che guida fin dagli esordi la pratica artistica dei No Tongues, ensemble elettroacustico francese  attivo dal 2015, autore di una miscela sghemba di avanguardia, free-jazz, etnomusicologia, field recording e ogni altro elemento necessario ad esprimere la propria idea di ricerca musicale.

Dopo aver esplorato culture e territori distanti analizzando ed introiettando nel proprio universo sonoro voci e musiche, Mathieu e Ronan Prual, Alan Regardin e Ronan Courty fanno convergere il proprio interesse verso paesaggi prossimi fisicamente o solo sensorialmente. A fungere da punto di partenza sono quindi una serie di echi ambientali selezionati da ciascuno dei componenti che si è altresì rivolto ad una serie di sodali per ricevere ulteriori suggestioni sotto forma di contributi vocali, materiali a cui si è aggiunto la parte composta ed eseguita in studio nell’arco di quattro settimane di lavoro serrato.

Il risultato di tale operazione, fondata su quella capacità di ascolto profondo teorizzata e predicata da Pauline Oliveros, è la messa in scena di una drammaturgia che alterna narrazioni cangianti per costrutto e umore in un insieme atmosferico ed espressionista accostabile – anche nella scelta dell’immagine di copertina – alle derive simboliste dei Residents. Tutto appare coerente all’interno di una visione chiara del risultato da perseguire e non esiste alcuno iato tra i lancinanti fraseggi free dell’iniziale Kulning e l’articolato ambient-noise di Chien Chien, tra il graduale deterioramento del canto etnico Parrandada de Entroido de Canizo e il quadro dark-ambient permeato da risonanze concrete di Coeur de la Montagne.

Si viaggia costantemente per vie sonore accidentate che pongono su un unico piano esteriorità ed interiorità alla ricerca di una compresenza  intesa come rivelazione del mistero dell’esistenza, percezione dilatata dell’universo sensoriale.