pepo galán “human values disappear”

[el muelle records]

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Saturazioni cupe che lentamente si espandono originando inquiete visioni di una realtà sempre più agrodolce. È una lunga e amara riflessione sul mondo contemporaneo che emerge dal sinuoso flusso plasmato da Pepo Galán nel suo nuovo disco, intento chiaramente esplicitato dal titolo stesso del lavoro.

Atmosferiche fluttuazioni dense di oscuri riverberi costruiscono un percorso carico di drammatica enfasi che lascia spazio quasi nullo a prospettive positive. Le coltri ambientali disegnate dal musicista spagnolo avvalendosi del contributo di due compagni di viaggio quali David Cordero e Lee Yi che abitualmente si muovono su territori affini, si dilatano in modo avvolgente creando nuclei emozionali alienanti dai quali osservare un universo in disgregazione.

Diviso in due parti intervallate dalla breve “Half moon”, unico stralcio di tenue e calda luminosità, l’album si muove tra vaporosi movimenti  interpolate da frequenze stridenti  (“Human values disappear”, “Almost alone in this life”) e crepuscolari sinfonie ibridate da striature granulose (“Old testament”) che alzandosi di tono giungono a scolpire abrasive ascese dal tono solenne (“We are all welcome here”, “Sacred autumn”) fino a giungere alla solitaria placida deriva di “Few dollar more” che chiude il viaggio senza definire un conclusivo approdo.

Un apocalisse emozionale.

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sven laux “paper street”

[dronarivm]

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Nostalgici frammenti di un tempo passato che compongono placidi paesaggi di intensa emozionalità. Abbandonando i tracciati ritmici consueti, Sven Laux si immerge nei territori della composizione neoclassica per dare vita al suo nuovo lavoro fatto di vividi scorci di avvolgente bellezza.

Vaporose partiture di archi combinate a misurati soffi ambientali strutturano dilatate derive atmosferiche cariche di malinconia, nutrite di minimali partiture pianistiche che si incastrano tra le trame dominanti di violino e violoncello smorzandone la drammatica enfasi (“A glimpse of memory”, “From sadness to you”). Tale connubio configura lente e travolgenti maree che sovente si ammantano di toni maggiormente cupi disegnando vibranti visioni dense di sottile inquietudine (“Out of the blue”, “There’s still hope”) ben rappresentate dall’affascinante bianco e nero della veduta che campeggia sulla copertina del disco.

Un cambio di rotta riuscito, capace di ampliare notevolmente la tavolozza di un artista prolifico e in costante ricerca di nuovi percorsi da esplorare.

stefano de ponti | eleonora pellegrini “physis”

[manyfeetunder / grotta records]

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Nell’inquietudine di un presente al limite dell’inospitale si apre uno squarcio temporale in cui ritrovare l’ancestralità di un’origine irrimediabilmente distante per volgere lo sguardo verso un futuro incerto. Partendo da un’idea nata nel 2011 e gradualmente sviluppata ed espansa negli anni, Stefano De Ponti ed Eleonora Pellegrini giungono alla costruzione di un viaggio sonoro evocativo e affascinante che ripercorre le tracce che conducono dalla purezza della genesi al caos dell’antropocene.

Diviso in due parti ed impreziosito dalla stretta collaborazione di Emanuele Magni, “Physis” definisce un’immersione sensoriale in un universo magico e palpitante risultante da una scansione complessa di scene che si combinano riversandosi l’una nell’altra, dando vita ad un flusso narrativo la cui struttura cinematica rivela in modo prepotente l’interesse per le immagini in movimento e la loro concatenazione. Materici frammenti acustici, soffi sintetici e riprese ambientali si intrecciano plasmando un paesaggio apocalittico permeato dalla ricorrente apparizione di oniriche visioni di naturalistica quiete.

  1. Dalla persistenza di una fitta nebbia compare una voce a lanciare un’accusa reiterata fino a giungere ad un punto di rottura che dischiude la desolazione di un algido presente cadenzato dal crepitio di un fuoco indomabile. Lentamente, attraverso un graduale passaggio di scala si giunge a rintracciare una fonte vitale che rimanda ad un equilibrio perduto suggellato da un canto dolente che chiude lo scenario.
  2. Si torna all’oscurità regnante, ci si sprofonda nel mezzo e la si vive attraversando un magma ribollente i cui dettagli definiscono le sfumature irrequiete di una realtà opprimente. L’incedere diviene uniforme e si scioglie unicamente nel conclusivo dolce invito alla speranza di un futuro ancora possibile.

Sono molteplici e sfaccettati i rimandi a parole ed immagini che hanno man mano ispirato la forma definitiva di questo lungo percorso condiviso concretizzatosi infine in un’immaginifica opera da assorbire in tutta la sua avvolgente fisicità.

ghost and tape “vár”

[home normal]

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Luminosi  intarsi realizzati con un tocco di infinita delicatezza. Si irradia con fare avvolgente la cristallina bellezza del risveglio primaverile dai fluttuanti paesaggi  sapientemente modellati da Heine Christensen a comporre il suo quarto disco. Proseguendo con coerenza lungo il proprio tracciato artistico, il musicista belga giunge alla pubblicazione del suo nuovo lavoro attraverso un processo compositivo lungo e attentamente curato, i cui riflessi emergono prepotenti dalle nove tracce di “Vár”.

Il piccolo miracolo di un nuovo principio che si ripete ogni anno è qui tradotto in sinuose onde ambientali che fluendo dischiudono amniotiche visioni di puro stupore fatte di vaporose ed impalpabili saturazioni dal moto cullante, persistenze permeate di fine grana su cui danzano calde stille di luce ed echi di morbide risonanze naturali. Tutto giunge sofficemente attutito eppure intensamente vivido generando un flusso sinestetico intimo ed immediato.

Irresistibilmente seducente.

 

attilio novellino and collin mckelvey “hyperhunt”

[random numbers]

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Frammenti materici e oblique frequenze combinate seguendo algoritmi irregolari che mutuano il proprio schema dallo scontro frenetico di velocità contrastanti. Riflette la costante tensione generata dal contatto tra modi differenti di abbandonarsi al flusso temporale il primo dei due atti collaborativi che vedono uniti Attilio Novellino e Collin McKelvey. Nato come quinto e conclusivo atto della Random Numbers Split Series, “Hyperhunt” ne modifica l’istanza principale tramutando l’abituale accostamento tra due diversi autori in pieno sodalizio volto alla creazione di una creazione unitaria.

È un tracciato dalla struttura complessa ed in costante mutazione quello che accoglie la pulsante sequenza di stille sonore dall’origine variegata, una convulsa spirale che ripetutamente accelera/decelera accostando piani paralleli, sovrapponibili ma mai coincidenti. L’utilizzo di questa accurata stratificazione, che si avvale dell’utilizzo di diverse tecniche di composizione e assemblaggio, conferisce all’incedere un andamento costantemente disorientante capace di alternare oscure ed atmosferiche distese ambientali a frenetiche progressioni ritmiche interpolate da abrasive scariche sintetiche. Ne risulta un ambiente vorticoso fatto di caleidoscopiche visioni immerse in un’atmosfera coesa che funge da perfetto collante di un lavoro profondamente suggestivo e pienamente compiuto.

Cinetiche derive postmoderne.

 

meanwhile.in.texas & banished pills “blank ritual”

[fuck labels//fuck mastering]

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Dense nebbie sciamaniche che si espandono a formare immagini imperscrutabili. Rapiti dal fascino di riti antichi, Angelo Guido ed Edoardo Cammisa combinano il loro estro alla ricerca di una concretizzazione sonora di evanescenti visioni legate alla mitologia del mondo azteco.

Le due tracce di questa breve incursione nel simbolico universo precolombiano si nutrono dei persistenti vapori lisergici di saturazioni asfissianti, che aleggiano ossessive generando possibili varchi verso proiezioni immaginifiche. Si fondono in coesa unità le oscure vibrazioni delle derive di meanwhile.in.texas e la liquida evanescenza delle risonanze di Banished Pills, dando vita a dilatate sequenze che intrecciano tensione e mistero in orizzontali fluttuazioni che soltanto in fondo a “Quetzalcoatl” si dischiudono verso un apice parzialmente deflagrante.

Riuscito tentativo di possibili collaborazioni future dal respiro più ampio.

 

vetropaco “subvoid”

[st.an.da]

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Un cinetico flusso di ribollenti particelle ingabbiate in ipnotiche spirali sonore. Si consolida ed espande l’atipico connubio artistico tra Gianluca Favaron e Andrea Bellucci condensandosi nel secondo capitolo a firma Vetropaco. Ripartendo dalle basi definite dall’omonimo esordio i due ridefiniscono il loro territorio condiviso esplorandone ulteriormente le potenzialità alla ricerca di una gamma più ampia e coesa di soluzioni.

Pur rimanendo elemento fondamentale nella strutturazione delle tracce, le marcate pulsazioni scolpite da Bellucci perdono la loro preminenza per lasciare emergere con prepotenza l’universo crepitante di Favaron, i cui alchemici intrecci erano relegati fin troppo in secondo piano nel primo disco. Ne risulta un nuovo equilibrio ancor più accattivante che vede alternarsi sequenze dai toni sulfurei cadenzati da ritmi disgregati e irregolari (“The soft zero”, “Subvoid”) ad algide progressioni metronomiche dall’incedere ossessivo costellate di convulse deflagrazioni di spigolosi frammenti (“Lanes and rings”, “Shell of ghosts”), fino a giungere a vaporose disgregazioni atmosferiche nelle cui trame continuano a fluire flebili frequenze granulose (“Crackling corners”).

Vetropaco assume così definitivamente i connotati di un processo pienamente condiviso, capace di amalgamare le istanze di due autori molto diversi eppure talmente duttili da trovare un efficace punto di incontro.

Un magma talmente freddo da bruciare.

 

http://store.silentes.it/catalogue/standa1702.htm