nicola di croce “clinamen”

[13 / silentes]

a0001875173_10.jpg

Ambienti sonori eterogenei che entrando in contatto innescano un’ammaliante deriva  attraverso frammenti stranianti ricombinati a generare un insieme inatteso e conseguentemente inesplorato. Mutuando la sua premessa dal concetto epicureo espresso dal titolo, il nuovo lavoro di Nicola Di Croce si muove alla ricerca dell’interferenza propositiva, della casualità vista come elemento creativo che si sostituisce alla rigidità del metodo.

La traduzione sonica di tale intento assume le forme di un articolato e mutevole flusso che accoglie al suo interno estratti ambientali di varia provenienza, sinuose modulazioni atmosferiche e nuclei melodici parziali spesso costruiti attorno alle trame della tromba di Gabriele Mitelli. Da tale processo di ibridazione emerge un complesso itinerario ricco di variazioni di rotta improvvise e decise eppure tutt’altro che spigolose, un morbido susseguirsi di incontri/scontri di frequenze, da cui scaturisce un vortice sensoriale capace di costruire un universo sfaccettato, affascinante sintesi di una moltitudine di luoghi e delle emozioni a loro connesse.

Partendo dall’iniziale convulso ribollire di voci e risonanze si attraversano obliqui territori irregolari, placide scie contemplative e inquieti frangenti pervasi da soffi cupi fino a giungere all’elegiaca chiusura pervasa da riverberi cosmici che gradualmente si spegne consegnandoci ad un roboante silenzio.

Una nuova, immaginifica torre di Babele.

Annunci

puppy seeds “lost at sea”

[shimmering moods records]

cover.jpg

Immersi nel torpore di inafferrabili visioni in cui sogno e realtà si intrecciano fino a smaterializzare il limite che le separa. È una rapida fuga in un vaporoso ambiente sospeso nel tempo quella plasmata da Nadine Carina sotto la denominazione Puppy Seeds, una placida deriva alla ricerca di una quiete ristoratrice.

Alternando sature tessiture atmosferiche che fluiscono sinuose a vere e proprie canzoni di disarmante immediatezza dominate dalla sua vocalità vellutatamente eterea, Puppy Seeds costruisce  un universo accattivante e piacevolmente languido nel quale galleggiare cullati dal suo tocco delicato. Una dimensione surreale perfettamente introdotta dalle tremolanti frequenze di “6AM” e dalla densa e luminosa persistenza di “Rose”, attraverso cui emergono le prime tracce verbali che in “Forever Young”, “Got Lost” e “Starless” diventano seducente canto prima di diluirsi nuovamente lasciando il passo a modulazioni via via più rarefatte culminanti nell’ipnotico incedere di “Fields”.

Un itinerario onirico pervaso da morbide risonanze e melodie che si imprimono con facilità, un microcosmo di stranianti figure colorate riecheggiate dai disegni di Rhucle.

aaron martin “adam”

cover.jpg

Una vita all’apice che improvvisamente muta direzione, uno sguardo proiettato verso un futuro lontano costretto a confrontarsi con una contingenza difficile. Quella di Adam è una storia difficile, il racconto di un percorso vitale bruscamente scosso. Ma non è l’immagine di una resa. È con la caparbietà della giovinezza che il surfista sudafricano continua a scivolare sulle onde dell’oceano affrontando l’inatteso.

A raccontarne la storia è William Armstrong con un breve cortometraggio il cui potente portato narrativo trova perfetta eco nelle tessiture composte da Aaron Martin a commento delle immagini in movimento. Un confronto non nuovo per l’artista americano, che nell’arco dei neanche cinque minuti del video riesce a regalarci attraverso le sue trame acustiche una marea emozionale travolgente. Un flusso diviso in quattro fugaci movimenti a cui si aggiungono due ulteriori frammenti che non trovano spazio nel film.

Un condensato di sensazioni disarmanti.

“Everybody Reads a Wave Their Own Way”


ian hawgood “光”

[eilean]

cover.jpg

Esistono luoghi che non sono semplici geografie, territori fisici con cui si entra in simbiosi al punto da percepirne lo spirito ovunque la vita ci conduca. Ian Hawgood ha trovato questo ideale connubio nei paesaggi del lontano oriente e ne conserva i profondi riverberi anche adesso che la sua quotidianità si svolge a Varsavia, al punto da continuare ad irradiarne i riflessi attraverso la sua musica.

È un rimando evidente fin dalla scelta del titolo (ideogramma traducibile come luce, bagliore) il cui significato trova traduzione sonora attraverso fragili tessiture melodiche fatte di essenziali risonanze pianistiche che danzano lievi su evanescenti fondali di vaporose saturazioni. Le note dello strumento si librano delicate espandendosi come frammenti di morbida luce proiettati verso un orizzonte distante nel quale diluirsi divenendo indelebile traccia emozionale. Tutto scorre nostalgicamente lento lasciando propagarsi un portato sensoriale incline ad una inesauribile ricerca dello stupore.

Una toccante raccolta di intime istantanee pervase da sincero calore.

halftribe “for the summer, or forever”

[dronarivm]

cover.jpg

La placida inerzia della stagione calda proiettata come stato emotivo senza apparente soluzione di continuità. Giunge inaspettatamente dal nord questo rarefatto flusso dedicato all’estate, plasmato da Ryan Bissett per divenire il terzo lavoro a firma Halftribe.

Scorre intensamente onirico e contemplativo il suono modulato dall’artista irlandese, muovendosi  secondo traiettorie vaporose fatte di sinuose fluttuazioni sintetiche, calde frequenze dall’incedere ipnotico e luminosi riverberi delicatamente allucinati che a tratti si combinano a scie finemente granulose o ad echi ambientali di pura ed incontaminata natura. Ne scaturisce un’ovattata  scia che si espande  leggera ad intorpidire i sensi, un’atmosfera evanescente dalla quale lasciarsi sedurre per cadere in balia di un languido torpore.

Un silente galleggiare in un infinito mare immaginario.

attilio novellino & collin mckelvey “métaphysiques cannibales”

[weird ear / kohlhaas]

a1990378529_10.jpg

Disconnettersi da logiche consolidate per recuperare possibilità inibite, proiettarsi verso territori in cui tutto si fonde liberamente trovando punti inattesi di connessione. Muove da presupposti ambiziosi sostenuti con profonda convinzione la nuova collaborazione tra Attilio Novellino e Collin McKelvey, concretizzandosi in due atti narrativi la cui fonte d’ispirazione, esplicitata nella scelta del titolo del lavoro, è da rintracciare nel superamento di rigide strutture derivanti da abituali processi cognitivi.

Attraverso un’intricata combinazione e manipolazione di trame acustiche e frequenze elettroniche i due musicisti costruiscono un vorticoso flusso dall’incedere irregolare le cui varie componenti generano brevi tracciati estremamente diversificati che emergono e si sviluppano per essere destrutturati e sostituiti da quelli successivi. Seguendo un processo compositivo fondato sulla suggestione e sulla libera associazione si alternano ribollenti modulazioni sintetiche e placide derive viscose dall’eco grave, marcate pulsazioni ritmiche pervase da un’aura ancestrale e granulose spirali deflagranti, senza che alcuna delle parti giunga ad essere dominante.

Ciascun frammento trova la propria dimensione ed estensione contribuendo alla realizzazione di un dominio caleidoscopico capace di coniugare istinto e ragione alla ricerca di una feconda sintesi di lessici non più in antitesi, un connubio affascinante che trova efficace corrispondenza visiva nella copertina saturata dalla accattivante opera di Matteo Castro.

seabuckthorn “a house with too much fire”

[Bookmaker Records / La Cordillère]

a0536426893_10.jpg

Cambiare punto di vista per avere una prospettiva nuova attraverso cui rappresentare il proprio universo interiore, una traslazione ideale che spesso accompagna un reale moto geografico. È questo il caso di Andy Cartwright, il cui trasferimento verso le Alpi Meridionali coincide non a caso con la realizzazione di un nuovo lavoro definito da un ampliamento lessicale ed una esplorazione di nuove strade da percorrere.

Si avverte nitida nelle dieci tracce di “A house with too much fire” l’eco del nuovo paesaggio che accoglie il musicista inglese, traducendosi in sonorità al tempo stesso meno lavorate e più evocative che in parte si discostano dalla sua precedente produzione ponendosi comunque in stretta continuità con essa. Alle abituali trame chitarristiche cesellate attraverso il suo vibrante picking si affiancano adesso una serie di ulteriori strumenti e flussi ambientali che spingono in modo deciso verso la creazione di una tavolozza più ricca, un intento già dichiarato nel precedente “Turns” ricorrendo alla preziosa collaborazione di William Ryan Fritch.

Ci si muove così attraverso territori selvaggi ed affascinanti definiti da tessiture di grande impatto ed immediatezza, derivante dall’aver registrato gran parte del materiale in presa diretta, che solo a brevi sprazzi rimandano alla polverosa miticità del lontano ovest (“Inner”, “Submerged past”). È un incedere  incline ad una maggiore apertura verso atmosfere rarefatte nelle quali risuonano gravi note di clarinetto basso e si dispiegano vaporosi flussi sintetici (“A house with too much fire”, “Somewhat like vision”) o strutturate dal torrenziale scorrere di reiterati fraseggi di banjo su flebili fondali crepitanti (“It was aglow”, “What the shepherds call ghosts”).

Un itinerario avvincente permeato da un portato epico sempre presente nei tracciati cinematici di Seabuckthorn , ma qui rinvigorito da un approccio più maturo e consapevole.