julia kent & jean d.l. “the great lake swallows”

[gizeh records]

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Come mantra catartico  si avvolge il suono in dolente spirale disegnando un’ascesa  priva di culmine che si staglia da un plumbea nebbia di densa inquietudine. Originatasi come commento sonoro di una video installazione curata da Sandrine Verstraete alcuni anni or sono, diviene adesso opera in sé compiuta  la collaborazione tra Julia Kent e Jean D.L. costituendosi in immaginifico tracciato narrativo pervaso di dolente bellezza.

Essenziale è la tavolozza utilizzata, imperniata sulla superba grazia delle trame del violoncello dell’artista canadese interpolata dalle manipolazioni alchemiche del musicista belga a cui si aggiungono sporadiche tracce ambientali catturate dalla stessa Verstaete. Da tale amalgama nasce un veleggiare quieto attraverso spettrali presenze che popolano un mare sfocato e oscuro. Sono i movimenti reiterati plasmati dallo strumento della Kent a indicare la rotta, scandendo un incedere mesmerizzante al quale abbandonarsi senza riserve malgrado le asperità che emergono flebilmente in filigrana. È un ritmo avvolgente scandito dalle frequenze introiettate da Jean D.L., che riecheggia  in ognuno dei quattro capitoli in cui è suddiviso il viaggio definendo un errare eterno che si protrae ben oltre la durata del suono costruendo una malinconica epopea che ha luogo in una dimensione priva di connotazioni spazio-temporali definibili.

Feconda unione tra il fascino dell’ignoto e il terrore del vuoto, da assaporare in tutto il suo magnetico incanto.

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glass locus “escapism”

[audiobulb]

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Sinuoso si espande il pensiero conducendo attraverso paesaggi eterei infinitamente distanti dalla realtà. È un’immersione onirica su traiettoria cangiante e indefinita quella proposta da Matt H. sotto l’alias Glass Locus, un’evasione gentile che proietta in un universo irreale ma non totalmente scevro di materialità.

È un suono ibrido, una miscela sapiente di vapori sintetici in luminosa sospensione, profondi riverberi e flebili battiti a fungere da materia prima con cui plasmare morbide derive sensoriali profondamente evanescenti, coese nell’atmosfera generale mai totalmente assonanti. Con mutevolezza tanto coerente da risultare quasi impercettibile si passa così da tessiture malinconiche costellate da schegge pulsanti  (“Float Away”, “Trickle”) a trame contemplative più dense scandite da ritmi più decisi (“It’s snowing”, “Tourn”) fino a giungere a momenti di maggiore rarefazione sempre pervasi da una filigrana palpitante attenuata ma indissolubile (“Elegy”, “Wide Sun”).

Ne risulta un movimento unitario reso accattivante da un costante processo di fine modulazione, scandito ulteriormente da due iati costituiti da brevi frammenti atmosferici interposti ad ossigenare un tracciato altrimenti privo di soluzione di continuità.

Che il sogno lucido abbia inizio.

sound awakener “monochrome”

[elm records]

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Immagine che si tramuta in suono, frammenti disconnessi di vita silente tradotti in un torrente coeso di oscure risonanze. Assecondando un afflato sinestetico sempre più  ricorrente nell’universo dei flussi ambientali, Nhung Nguyen conduce il suo progetto Sound Awakener lungo rotte che tentano di incrociare percezioni sensoriali differenti.

A fungere da stimolo alla creazione di questa traslitterazione, l’artista vietnamita ha scelto quattro fotografie in bianco e nero, differenti per la tipologia del soggetto raffigurato ma anche per la forma assunta dalla veste monocromatica. A questa varietà visiva corrisponde una mutevolezza sonica generata soprattutto dal processo di manipolazione, visto che la materia plasmata prende forma a partire da una tavolozza di bordoni e radi echi ambientali piuttosto contenuta. A partire da tale premessa, al nero profondissimo e ai contrasti spinti di un interno dominato da dolci in vetrina corrisponde una trama densa e sinuosa flebilmente modulata, così come allucinate frequenze dall’incedere obliquo danno corpo al confronto sghembo di uno scorcio architettonico popolato da bottiglie e piante. Riverberi stranianti dall’incedere frammentario  descrivono uno scorcio urbano vivo eppure ripreso in modo spettrale, mentre cupe evanescenze su un fondale ruvido emergono dalla visione tenue di un vaso in fiore.

Nella specificità della strada scelta per giungere al fine cercato va rintracciato l’interesse di un lavoro che si inserisce in una scia in costante dilatazione.

 

kirill nikolai & will klingenmeier “coward remixes”

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Un soffio denso e avvolgente che tramuta materia palpitante in lievi fluttuazioni atmosferiche sempre più essenziali ed evanescenti. È un vero e proprio processo di trasmutamento e non una semplice rimodulazione quella operata da Kirill Nikolai su alcune sue composizioni avvalendosi della collaborazione di Will Klingenmeier, un lavoro di revisione radicale che conduce alla definizione di una deriva ambientale decisamente altra rispetto alle abituali produzioni dell’artista di Seattle.

Quattro tracce che esplorano un territorio profondamente differente eppure pienamente plausibile, capace di creare una connessione emozionale tra la dimensione melodica delle originarie partiture pianistiche e i rarefatti flussi risultanti dal lavoro di metamorfosi e ampliamento. Diventano così origine irrintracciabile “Dolly dances” e “I’ve always been a coward”,  i due brani raccolti nel precedente ep di Nikolai da cui scaturiscono rispettivamente le sinuose movenze vaporose di “Gray star” e l’etereo sviluppo malinconico di “And I don’t know what’s good for me”, dando l’avvio ad un silente viaggio attraverso paesaggi fuori fuoco plasmati da trame armoniche in dissoluzione che regalano una visione alternativa/alterata su un panorama ritenuto familiare.

Osare per trovare nuove traiettorie.

 

luca longobardi & diego guarnieri “timeline”

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Affidarsi all’estemporaneità del caso e lasciare fluire libere le sensazioni del momento che improvvisamente diviene denso, fertile. Da un incontro fortuito e dalla rielaborazione di ciò che ne è scaturito nell’arco di un solo giorno prende le mosse l’Ep a quattro mani che vede insieme Luca Longobardi e Diego Guarnieri, incrocio artistico/generazionale dal quale traggono origine le cinque tracce di “Timeline”.

Incentrato sul suono del pianoforte, non declinato come ridondante somma delle due personalità in gioco ma sviluppato come misurato tracciato armonico in graduale rivelazione, l’itinerario condiviso proposto costruisce un’avvolgente sequenza di paesaggi elegantemente vividi il cui portato emozionale viene espanso da un lavoro di rifinitura che vede i flussi melodici affiancati da tessiture elettroniche accuratamente interpolate. Il risultato è un viaggio sensoriale pervaso da una vena malinconica che flebile emerge  da scorci di fragile romanticismo (“After  all”) e da trame delicatamente irruenti a tratti più inclini ad una componente cinematica più marcata (“Timeline”, “5 pm”).

Un viaggio breve ma intenso, capace di elevare l’accidentale ad istante significante.

lee yi “dissimilar lake pigments”

[rottenman editions]

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Immergersi in un oceano sinestetico alla ricerca di fluttuazioni cromatiche  da tradurre in scie soniche in graduale dispiegamento. È la forza dei colori della natura, il loro portato sensoriale capace di incidere sulle emozioni umane a segnare il punto di accesso all’universo immaginifico disegnato da Lee Yi in “Dissimilar Lake Pigments”.

Combinando vaporose correnti sintetiche in lento sviluppo, spesso pervase da una ruvida e persistente grana, a flussi armonici che si muovono definendo tracciati mutevoli, il musicista iberico costruisce un itinerario al tempo stesso rarefatto e materico. A partire dalla breve apertura di “Veiled Points” che conduce lo sguardo su un territorio di cui non si intuiscono i confini, ci si muove tra le nebbie sature pervase da un’aura allucinata suggerite dal lago Hillier (“Lake Pigments”), profondi riverberi (“Rag”), evanescenti soffi caldi (“Never Ends”), ipnotici moti circolari (“Clumsy Hands”), ombre inquiete e minacciose (“Thirty Eight”) fino alla scabrosa chiusura delle frequenze irregolari di “Safety Pins”.

Un’esplorazione straniante delle complesse sfumature di una realtà tutta da scoprire.

 

mathieu karsenti “aitaké suite for solo violin”

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Il pensiero rivolto al valore della pausa, al vuoto che sa dare forma al pieno creando un equilibrio armonioso. È a partire dall’idea del “Ma” nipponico, quel virtuoso silenzio che investe tutto la cultura del sol levante fino a divenire concetto imprescindibile che informa filosofia e arte che Mathieu Karsenti sviluppa il suo nuovo lavoro, opera compositiva incentrata sul suono del violino affidata alla perizia esecutiva di Violeta Barrena.

Ispirandosi alle costruzioni armoniche definite dagli accordi standard dello shō, tradizionale strumento a fiato giapponese, Karsenti plasma un’ideale tracciato sonoro per immagini in movimento che combina con estrema grazia il portato emozionale delle tessiture dello strumento scelto a flebili fondali sintetici e misurati ulteriori contributi che ne accompagnano il fluire flessuoso. Ne scaturisce un percorso ricco e dinamico in quattro movimenti che paradossalmente contrappone una profonda densità al rarefatto concetto da cui trovano origine, definendo un torrente sensoriale scandito da altalenante enfasi e variazioni di ritmo capaci di determinare un universo sonico estremamente palpitante anche se molto coesi e curato nella sua definizione strutturale.

Una possibile colonna sonora per una storia ancora da scrivere.