akira kosemura “in the dark woods”

[schole/1631 recordings]

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Immersi nella penombra a riflettere sulla dolce fragilità dell’esistenza. Esplora una dimensione profondamente intima Akira Kosemura attraverso le diciassette tracce del suo nuovo disco, raccolta di delicati bozzetti che si susseguono originando una flessuosa sequenza sensoriale venata di dolce malinconia.

È soprattutto il suono del pianoforte a dare forma alle confidenziali  narrazioni plasmate dal musicista giapponese, attraverso melodie essenziali che spesso si combinano ai rumori meccanici dello strumento dando vita a romantiche visioni spesso ridotti a fugaci frammenti (“Resonance” , “Kaleidoscope of happiness”, “Moving”) o a rapide fughe di leggere note che si susseguono in trame torrenziali (“Shadow”, “Innocence”) a tratti ibridate da modulazioni sintetiche declinate come fondale etereo (“Spark”) o come improvvisa apertura carica di vitale luminosità (“The cycle of nature”). Solo episodicamente la componente elettronica diventa centrale (“Sphere”, “Dedicated to Laura Palmer”) segnando delle nette pause definite da decise variazioni sonore.

In fondo è collocato l’apice emozionale del lavoro condensato nel trittico conclusivo che si apre con il minimale lirismo di “Stilness of the holy place” per poi riversarsi nella travolgente marea armonica della title track impreziosita dalle enfatiche tessiture degli archi, il cui tema torna distillato nel sussurrato fraseggio di “Letter from a distance” lasciandoci esausti alla fine di un viaggio interiore di struggente bellezza.

Ad occhi chiusi.

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enrico coniglio “Aʻā”

[sonospace]

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Visioni di un’isola condensate in due racconti accomunati dalla consistenza materica evidente. Ci racconta due aspetti notevolmente differenti di Lanzarote Enrico Coniglio, utilizzando il suoni del territorio stesso ricombinati assecondando le sensazioni ad esso riferite.

“Famara” è l’essenza del margine, della fascia in cui il mare si scontra con la terra sprigionando un’energia in costante deflagrazione. Il suono è denso, impenetrabile, modulato nella sua intensità da un vento invisibile eppure percepibile. È la natura che domina celebrando la sua potenza e annullando ogni traccia umana.

“Teguise” con la sua crepitante tensione conduce verso l’interno, distante dal primeggiare degli elementi che qui risultano sovrastati  da suoni artificiali che riconducono alla durezza della civiltà. Il flusso è accidentato, irregolare e saturo di profonde asperità.

Essenziale, tattile.

rui p. andrade “all lovers go to heaven”

[acr]

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Cupi riverberi che si espandono a creare un mare denso di inquietudine. C’è un senso di infinita desolazione che si irradia dalle profonde frequenze generate da Rui P. Andrade in “All lovers go to heaven, malinconica deriva nella quale lentamente navigano pensieri in dissoluzione.

Dai quattro capitoli del racconto si irradia una quiete apparente pervasa da una crescente tensione, che attraversando le basse modulazioni genera una costante sensazione di irrevocabile perdita. Tutto scorre pervaso da un’oscurità persistente ed inattaccabile che dopo le sinuose movenze di “A.L.G.T.H.” raggiunge il suo culmine negli oltre undici minuti di “Only to become water” prima di essere squarciata dalla voce narrante di Zuzana Šlechtová che domina “Violet-Red” e che ci conduce verso la chiusura abrasiva affidata a “She strikes as a belgian shepherd”.

Una discesa verso un universo interiore fatta di spettri che aleggiano in un amniotico vuoto privo di luce.

project mycelium “mundane behaviour”

[tvei]

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Schegge di banale vita quotidiana estrapolate e ricomposte a formare racconti fuori dall’ordinario. È un susseguirsi di sorpresa ed incertezza ad emanare dalle sette tracce di “Mundane behaviour”, album firmato da Project Mycelium , duo d’istanza a Londra formato da Luke Brennan e Lorenzo Santangeli , che ha nella persistente  aura spiazzante la sua essenza.

Le oblique narrazioni plasmate dai due musicisti giocano sul costante disattendere le premesse  che emanano da un impianto che si penserebbe classico (piano e violoncello) e dal titolo che lascerebbe pensare ad un esaltazione della poesia della semplicità. Ogni capitolo è in realtà un disorientante collage di riprese ambientali e frammenti armonici combinati senza alcuna volontà di costruire un flusso continuo e coerente. Al contrario il lavoro trae la sua forza da una tangibile matericità presentata attraverso una scansione di incastri stridenti e improvvisi cambi di registro capaci di definire umori repentinamente cangianti e difficili da catalogare.

Il risultato è un vorticoso caleidoscopio di emozioni contrastanti presentate in lisergica e disturbante sequenza dalla quale si riemerge quasi increduli.

Un’interessante trasfigurazione del reale.

 

cicely irvine “excavation”

[eilean]

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Un universo denso di incantata e algida bellezza, rappresentato attraverso una sequenza di multiformi e immaginifiche istantanee. È un quadro affascinante e profondamente sfaccettato quello dipinto da Cicely Irvine nel suo lavoro d’esordio, frutto di anni di ricerca incentrati soprattutto sul connubio tra suono e immagine, un paesaggio magico nel quale riverbera l’aura di quel estremo nord dal quale l’artista proviene.

È un flusso elettroacustico avvolgente e flessuoso quello che si sprigiona da “Excavation”, una scia che nasce dalla combinazione di un’ampia varietà di fonti sonore. Di volta in volta si viene rapiti da rarefatte fluttuazioni ambientali combinate a tracce vocali eteree (“Bow”, “Come around”, “Heavy”), melodie essenziali  disegnate attraverso fragili trame pianistiche (“Eftertanken”), sognanti arpeggi di chitarra (“The Deer”) o luminose danze di glockenspiel (“Natt”, “Slutet”).

Un percorso vario che porta con sé le tracce del diluito arco di tempo nel quale le sedici composizioni sono state plasmate, restituendo un senso di magico errare attraverso paesaggi diversi eppure riconducibili ad un unico sguardo.

ed carlsen “elusive frames”

[moderna records]

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Una dolce malinconia che si libra leggera disegnando sinuose tessiture pervase da una luce morbida ed accogliente. Ad un anno dal suo disco di debutto torna Ed Carlsen con un nuovo lavoro che pur ponendosi in perfetta continuità con quanto precedentemente prodotto, esplora il lato più nostalgico e umbratile della sua tavolozza sonora.

Le istantanee composte dal musicista nascono ancora una volta da quella armonica combinazione elettroacustica che informava “The journey tapes”, ruotando attorno a trame pianistiche declinate in sequenze essenziali lievemente ibridate da venature elettroniche (“Unfold”, “Anew”) o maggiormente sfumate in nelle modulazione sintetiche generando vaporose rarefazioni (“Elation”, “Kvaelden”). L’abituale lessico viene qui espanso attraverso il prezioso contributo di un trio di archi capace di ampliare il portato emozionale delle sequenze cinematiche di Carlsen arricchendo le delicate melodie con tessiture cariche di fragile enfasi (“Spring”, “Otto”).

Una convincente conferma e un passo in avanti per un artista da seguire con attenzione.

adamennon & luciano lamanna “iris”

[souterraine]

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Racconti oscuri ambientati in una inquietante notte senza  fine. Si ispira alle immagini di uno dei classici di Dario Argento il duo formato da Adamennon e Luciano Lamanna per costruire la scia sonora di un film possibile ma soltanto immaginato, creando una sequenza che rimanda apertamente alle atmosfere musicali che accompagnavano le pellicole del genere negli anni 70.

Dopo la breve intro definita da “Orfeo ed Euridice”, che proietta con immediatezza nei toni minacciosi e claustrofobici della narrazione, prendono il sopravvento organi dal suono sinistramente solenne combinati a liquidi strati di synth che si espandono creando insidiosi fondali modulati da ritmi incisivi dall’andamento sempre più perentorio. Senza rendersene conto ci si ritrova intrappolati in un incubo carico di tensione, catturati da fraseggi insistenti e pulsazioni marcate che conducono all’ipnotico e granuloso finale di “Fuori piove” che si chiude con una malinconica danza pianistica che scivola su un tenebroso sottofondo.

Suggestivo.