Daigo Hanada “Ouka”

[Moderna Records]

Un universo di placida quiete che si rinnova con intatto delicato incanto. Ad oltre due anni di distanza torna a trasportarci verso eterei paesaggi pervasi di luce e morbida nostalgia Daigo Hanada, pubblicando un nuovo breve lavoro che evidenzia una continuità espressiva profondamente coesa.

Come se in realtà il tempo non fosse trascorso, il musicista giapponese riparte esattamente dalle atmosfere da cui si era congedato declinando sette preziose miniature pianistiche che si muovono dalla lieve e rarefatta danza di “Two Birds”, “Suiu” e “Rin” alla malinconica e contemplativa fuga di pensieri vaporosi di “Ouka” e “En” fino a proiettarsi nella romantica visione notturna di “Follow me to the Moon” e “Under the Starry Sky” che chiude questo breve tragitto di melodie suadenti ancora una volta ibridate da flebili risonanze meccaniche.

Un’immersione fugace in una piccola oasi di conforto.

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Distorsonic “Twisted Playgrounds”

Alla deriva tra i meandri di una mente convulsa ed inquieta. È un labirinto sonico ribollente, coeso nella sua essenza e ricco di innumerevoli sfumature,  quello scolpito da Maurizio Iorio e Stefano Falcone per dare vita al terzo capitolo firmato Distorsonic, una traiettoria nervosamente obliqua pervasa da una tensione tangibile che ipnotizza senza mai giungere a deflagrante compimento.

Assecondando una vena compositiva che trascende stili  e riferimenti per concretizzarsi in flusso autonomo dai molti rimandi ma con una forte identità mai pienamente definibile, il duo costruisce un viaggio avvincente che vede il basso trasfigurato di Iorio e la dirompente sezione percussiva di Falcone materializzare paesaggi sensoriali profondamente evocativi. A cementare ancor di più la costante, complessa interpolazione tra i due strumenti troviamo impeccabili rifiniture elettroniche capaci di amplificare un portato immaginifico prepotente, che assume di volta in volta la forma di epiche cavalcate roboanti, oscure immersioni in distorti ambiente sotterranei e dilatate proiezioni verso aliena[n]ti  territori cosmici. Qualunque sia la direzione individuata, l’intersezione risultante si muove magmatica e implacabile trovando risultanze melodiche inattese sostenute da un incedere  che conferisce forza e colore alle trame narrative.

Varcata la soglia definita dalla breve intro di “Space Underdogs”, che già introduce tutte le componenti del viaggio, non resta che affidarsi alla corrente avvolgente di un suono trascinante che ha nell’incalzante procedere di “Subterranea”, nelle irrequiete frequenze di “Secchezza delle fauci” e nella lisergica navigazione di “Heavy Satori” i suoi passaggi più incisivi.

Occhi chiusi, mente aperta e pronti a salpare.

The Phonometrician “Mnemosyne”

[Lost Tribe Sound]

Che rumore fanno i ricordi? Come può il suono tradurne le sensazioni connesse? È con afflato delicatamente evanescente eppure sempre intriso di tangibile consistenza che Carlos Morales, musicista messicano che si cela sotto lo pseudonimo The Phonometrician, dà risposta a queste domande proponendo nel suo lavoro d’esordio un avvolgente flusso emozionale di calde risonanze in graduale espansione.

Incentrati sulle armonie plasmate dalla chitarra costantemente ibridate da sinuose frequenze analogiche e riverberi ambientali, gli undici capitoli di questo affascinante viaggio interiore disegnano un tragitto coeso fatto di sfumature cangianti che si muovono in bilico tra morbida matericità ed eterea dissolvenza costruendo un susseguirsi di contemplative visioni, misurate progressioni acustiche e oblique derive, il tutto sempre incline ad una rappresentazione cinematica propria di un artista dedito alla costruzione di commenti sonori.

Come ad inseguire le immagini che lentamente si formano nella mente, dai contorni sbiaditi eppure sensorialmente vivide, la musica emerge lentamente proiettandosi in un crescendo  che non giunge mai ad un punto di deflagrazione trattenendo il portato atmosferico che prepotente scaturisce dall’ibridazione dei linguaggi utilizzati.

Un intenso sogno ad occhi aperti da vivere fino in fondo.

Torba “Musica Convenzionale”

[Edizioni Aaltra]

Una dilatata elucubrazione tra paesaggi surreali in cui realtà e sogno/incubo si intersecano generando un cinematico flusso in costante divenire. Si nutre dell’intera esperienza decennale del progetto Torba la prima release di Edizioni Aaltra, label nata dall’omonimo contenitore artistico fondato dallo stesso Mauro Diciocia insieme a Sonia Martina che prosegue su un altro livello l’attento lavoro di promozione e diffusione di linguaggi sonori e audiovisivi portato avanti nell’ultimo anno.

“Musica Convenzionale” è un irregolare flusso di immagini risonanti generate dall’interpolazione di frequenze spesso stridenti e frammenti solo apparentemente casuali, combinazione di estratti ambientali, armonie acustiche e manipolazioni su nastro gestite disegnando una trama altamente dinamica che alterna meditative divagazioni e convulsi crescendo giungendo a creare un ambiente altamente compresso e destabilizzante. Con notevole maestria Diciocia intreccia modulazioni ricavate attraverso l’ausilio di tecniche consolidate e riverberi di una contemporaneità spesso ruvida e distopica creando una traiettoria non lineare pervasa di stacchi e cambi di rotta, ma sempre proiettata alla costruzione di un percorso narrativo coerente e avvincente.

Tra inquiete stasi e ribollenti spirali ascensionali ci si ritrova in balia di un magmatico torrente che lentamente cattura fino a divenire totalizzante esperienza sensoriale a cui affidarsi fino in fondo.
Penetrante.

Tom Adams “Particles”

[Moderna Records]

Preziosi frammenti che sbocciano dalla tastiera del pianoforte quando il giorno volge al termine e il pensiero vola leggero attraverso idee e sensazioni che sgorgano spontanee. Hanno un’origine distante nel tempo, risalente a cinque anni fa, le particelle racchiuse da Tom Adams nel suo nuovo lavoro, piccolo scrigno di trame improvvisate e adesso raccolte a formare un coeso tragitto sonoro.

Affiancando al piano misurate frequenze elettroniche e vari  suoni di volta in volta scelti per dare più ampio respiro alle melodie plasmate, il musicista d’istanza a Berlino confeziona una sfaccettata sequenza di vaporose armonie che si espandono lievi disegnando traiettorie sognanti. È proprio questa componente onirica a fungere da filo conduttore tenendo insieme delicate trame minimali, a volte ridotte a breve scheggia (“Particle X (A Sudden Memory)”, “Particle VII”, “Particle IV”), altre scandite da morbide pulsazioni sintetiche (“Particle VI (Shadow & Light)”) o da vere e proprie linee ritmiche affidate alla batteria di Jon Callan, presenti anche nell’unico episodio più vicino alla forma canzone (“Particle VI B (Navigators)”).

Un’immersione gentile in un universo di sonorità carezzevoli libera da intenzioni e strutture limitanti.

Seabuckthorn “Crossing”

[eilean]

Un inquieto fiume di dilatate risonanze che scorre placidamente inarrestabile, flusso privo di soluzione di continuità che dà forma al tumulto di un’anima in attesa. Nasce nel periodo che precede il suo divenire padre il nuovo lavoro di Andy Cartwright, emozionale tragitto sonoro che segna il punto 93 su quella affascinante mappa curata dalla francese eilean rec ormai prossima al suo completamento.

Pur rimanendo fedele ad un lessico di suoni scaturenti dalle corde delle sue amate chitarre, il suono di Seabuckthorn abbandona qui in larga parte la predilizione per le epiche progressioni sostenute da un picking dirompente ed accattivante per virare verso una dimensione cinematica più atmosferica dominata da espanse vibrazioni  che saturano una traiettoria univoca e priva di pause. Diviso in quattordici tappe che si susseguono senza cesure evidenti, il percorso costruito dal musicista inglese si apre verso paesaggi meno polverosi  e sempre più evocativi definiti da una maggiore densità ottenuta attraverso l’utilizzo di frequenze ottenute utilizzando l’archetto, lasciate libere di prolungarsi fino ad occupare l’intero ambiente sonoro.

Una danza di luci vivide e ombre tenui che si incastrano costantemente disegnando l’alternarsi di sensazioni  connesse ad un momento importante del vivere traducendosi in affascinante proiezione sonica.

Luca Longobardi “White sky, Small leaves, Blue hands”

Istanti di infinita grazia che delicatamente si espandono, lievi carezze che danno conforto ad un cuore malinconico. È sufficiente un lasso di tempo brevissimo a Luca Longobardi per confezionare il suo miracoloso balsamo sonoro da donare a chi non rimane indifferente di fronte la bellezza, un quarto d’ora scarso capace di restituire l’eco di un animo musicale fecondo e virtuoso.

All’interno di questo scrigno troviamo tre gemme pianistiche, piccole ma estremamente luminose, tre danze di brillanti note ora gioiosamente torrenziali (“White sky”), poi fluidamente appassionate (“Small leaves”) ed infine profondamente nostalgiche (“Blue hands”), incastonate tra due intermezzi sintetici che col loro flebilmente ruvido dipanarsi creano contemplative pause che fanno risplendere con maggiore forza l’intensità delle tre melodie.

È un inno alla meraviglia semplice, al gesto immediato e privo di filtro che giunge inatteso e lascia senza fiato.