Nymphalida “Assenza”

[Sounds Against Humanity]

In cammino attraverso una distesa di abbagliante foschia, alla ricerca di un’essenza perduta. È una marea sensoriale in costante e lenta mutazione ciò che ha origine dalla nuova traiettoria sonica firmata Nymphalida, un moto interiore sinuoso e altalenante che lo sguardo fotografico di Pietro Bianco traduce in indefinite visioni prive di orizzonti certi.

Tra un’eterea nebbia di vaporose modulazioni sintetiche, come vaghi punti di riferimento, emergono cristalline stille armoniche, echi ambientali e spettrali scie vocali che tracciano silenti percorsi verso un’inconsapevole meta. È un incedere accorto scandito da cristallini riverberi liberi di espandersi nel fondale perennemente evanescente eppure mai identico a se stesso, che plasma un territorio dalle sfumature cangianti che si evolve dalla placida rarefazione di “Nubi di cenere” all’oscura densità di “Threnos”, dalla drammatica gravità di “Via del ritorno” all’arioso soffio di “Luce (un nuovo inizio)” che chiude il tragitto proiettando verso una profondità finalmente nitida.

Un lenta discesa dentro la propria anima.   

Vivien Le Fay “Ecolalia”

[Boring Machines]

Scura e ancestrale è la risonanza che dal profondo si sprigiona per ricondurci al nostro principio, ipnotica voce che gradualmente scava nella coscienza riconnettendoci alla nostra essenza abbattendo un’incomunicabilità debordante. Non una semplice raccolta di tracce quale mera testimonianza del processo compositivo, bensì una concettuale traiettoria sensoriale intrisa di senso e mistero sancisce l’esordio di Vivien Le Fay, poliedrica creatrice di suggestioni che sinuosamente si muove tra danza, fotografia e suono.

Definito tra gli evocativi territori vesuviani, l’intenso itinerario interamente ideato e plasmato dall’artista di base a Napoli si muove tra scenari inquieti ed inquietanti originando un denso notturno scandito da modulazioni umbratili, pulsazioni mesmeriche e riverberi taglienti  che combinandosi  generano un implacabile magma dall’incedere ammaliante. Tra le pieghe di questa alchemica materia, a tratti impreziosita dalle incisive incursioni dell’aluminum guitar di Sergio Albano, emerge episodicamente la voce, modellata quale ieratico canto che giunge da incolmabili distanze, recitazione perentoria contro la follia che connota l’Antropocene o ruvida invocazione permeata da toni sulfurei.

Al tempo stesso disturbante e seducente, la sequenza dei sei capitoli, i cui titoli enigmaticamente reiterano la lettera E quale iniziale, rivela un percorso tumultuoso ed allucinato, il moto costante di un paesaggio interiore in fermento che punta dritto verso il nucleo ribollente da cui tutto è scaturito.

Claire Rousay “t4t”

[No Rent Records]

Apparentemente in contatto con una sconfinata moltitudine per ritrovarsi in balia di un indissolubile senso di solitudine. È una riflessione su una delle più profonde dicotomie che investe le relazioni umane nel nostro tempo quella da cui trae origine il nuovo lavoro di Claire Rousay, tragitto sonico incentrato sul diffuso ricorso alla socialità virtuale che conduce sempre più distanti dalla concretezza del reale.

Le trame tattili, modellate dalla musicista americana attraverso i suoi abituali processi di esplorazione e ricerca di espanse fonti percussive, si snodano con sussurrato ribollio interpolate da narrazioni vocali tratte da varie tipologie di scambi avvenuti attraverso la rete, respiri ed echi ambientali creando un costante accostamento tra comunicazione astratta ed essenziale tessitura materica.

Più flebile e rarefatto nel suo primo capitolo, il ruvido flusso fremente diviene più convulso ed inquieto nella seconda parte dominata dall’alternanza tra densi frangenti ed equivoci sussurri che si protraggono fino all’irrisolto finale che ci lascia in balia degli interrogativi posti.

Riflessi ansiogeni di un interagire sempre più vacuo e superficiale.

Matteo Uggeri “The Next Wait”

[Infraction]

Tempo che si dilata mentre si aspetta ciò che sancirà un nuovo corso, frangente pervaso di sensazioni altalenanti che immancabilmente scandiscono il lento scorrere divenendo parte integrante del momento di passaggio. È dall’attesa più radicale, dalla fase che ha preceduto l’arrivo di una nuova vita di cui sarà responsabile che Matteo Uggeri ha tratto la linfa da cui scaturisce il suo nuovo lavoro, percorso sonoro la cui origine risale al 2013, anno di arrivo della sua primogenita, e che adesso trova infine definitiva forma.

Ripartito in due sezioni corrispondenti ai due distinti momenti della gravidanza e del periodo susseguente alla nascita, “The Next Wait” raccoglie e traduce in suono il coacervo di emozioni in chiaroscuro avvertite dal musicista durante questa importante fase della sua vita. Un racconto intimista, profondamente personale ma non solitario, sviluppato con l’ausilio di un gruppo di artisti che hanno in vario modo contribuito a rendere più vivido e sfaccettato l’universo sensoriale vissuto. Alle modulazioni armoniche plasmate da Uggeri si intrecciano così con estrema coerenza le trame chitarristiche di Maurizio Abate, gli interventi di Enrico Coniglio, la voce del violoncello di Andrea Serrapiglio e le risonanze del basso di Cristiano Lupo.

Ulteriore forza e colore, nella prima parte del lavoro, deriva dalla presenza dell’eterea vocalità di Dominique Van Cappellen-Waldock e di Jenny Oakley a cui fa eco il canto di Gaia Margutti, moglie di Uggeri, nella radicale rivisitazione di un brano dei Black Flag posta al centro del percorso. Da qui in poi l’atmosfera perde il flebile senso di inquietudine presente nel tratto iniziale per muovere verso toni più fragili e rarefatti che permeano il trittico conclusivo costruito a partire dalle risonanze pianistiche composte da  Mujika Eisel.

Un  delicato quadro dedicato alla gioia e all’affanno della vita che si rinnova.

Bruno Bavota “Lost”

[Temporary Residence Ltd.]

Dubitare e lasciare la strada maestra per perdersi e ritrovarsi con una nuova consapevolezza di sé e dell’ambiente in cui si è immersi. La spinta ad esplorare direzioni inedite non è certo una pulsione nuova nel percorso artistico più recente di Bruno Bavota ed in qualche modo il suo lavoro di rivisitazione di alcune delle sue composizioni più importanti che ne ha sancito l’esordio per la prestigiosa Temporary Residence ne conteneva un chiaro sentore. Una volontà forte che adesso trova pieno compimento in quello che è il suo primo album di inediti pubblicato per la label americana.

Al centro dei racconti del musicista napoletano c’è sempre il pianoforte, non più però come voce pura e solitaria a cui affidare le emozioni con quella luce ed immediatezza divenuta in poco tempo tratto distintivo del suo fare musica. La visione di Bavota, pur senza rinunciare alla sua essenza,  si fa ora più mediata e contemplativa rivestendosi di ibridazioni e sfumature scaturenti da un maggiore ricorso all’elettronica, componente che si affianca al già sperimentato ricorso ad elegiaci movimenti di archi. Effetti e modulazioni che si rivelano come cristallina risonanza capace di amplificare ulteriormente un lessico in costante espansione, trama mantenuta come flebile traccia che emerge in filigrana o palesata in modo deciso ed incalzante.

Solo in rari momenti il suono dello strumento si spoglia di ogni ulteriore riverbero per tornare a quel delicato candore da cui tutto ha avuto inizio, scandendo attimi che si rivelano come fondamentali punti fermi necessari per avere uno sguardo d’insieme su un universo indomito e palpitante alla costante ricerca di una forma corrispondente all’istantaneo sentire.

Chelidon Frame “Your Absence Was Noted”

[humanhood recordings]

Introspettivo vagare tra pensieri e sensazioni liberi di dipanarsi trovando intuitiva forma. Nasce da una lunga sessione di improvvisazione in studio il nuovo lavoro di Alessio Premoli sotto l’abituale denominazione Chelidon Frame, un dilatato andare di aleatorie trame successivamente strutturate attraverso un attento lavoro di montaggio e rifinitura.

Dense nebbie cariche di persistente inquietudine, risultanti dall’incrocio di frequenze chitarristiche, echi ambientali e modulazioni sintetiche, si espandono cariche di minacciosi riverberi e ruvidi frammenti rumorosi definendo sette visioni di un territorio oscuro ed impervio la cui atmosfera distopica trova palese evidenza nelle due tracce di chiusura ispirate ad uno degli innumerevoli racconti di quel Philip K. Dick maestro della creazione di mondi interiori ostili ed allucinati.

È un incedere implacabile, un torrente di suono saturo privo di luce e senza concessioni di spazio al silenzio che scava gradualmente verso insondabili profondità dove regna un senso di irreale smarrimento, immersione che trova un’unica pausa negli obliqui fraseggi  del suo momento centrale (“Take Your Nonsense Elsewhere”).

Una spirale discendente che conduce non al migliore dei mondi possibili.

Various Artists “The Clyde Parker Project”

[eilean]

Ritornare al passato per ritrovare l’origine di una pagina del presente che volge al termine. La voglia di creare spaccati risonanti profondamente evocativi e cangianti è il punto di contatto che lega la raccolta di collaborazioni attivata circa dieci anni fa da Mathias Van Eecloo con un nutrito gruppo di musicisti sotto la denominazione “The Clyde Parker Project” e la ormai quasi completa traiettoria di produzioni curata dalla sua Eilean rec., elemento di congiunzione a cui si somma il ricorrere del cento, numero di artisti allora coinvolti e numero di punti sulla mappa sonora sviluppata dalla label.

Di quella esperienza, che conteneva i germi del percorso che si chiuderà entro l’anno, questa nuova tappa rappresenta un esaustivo spaccato ottenuto rispolverando ventitré delle tracce allora plasmate, selezione che si muove tra soffusi vapori atmosferici, riverberi sognanti e meditabonde derive ambientali.

Incatenate lungo un caleidoscopico flusso elettroacustico profondamente immaginifico si susseguono con sinuosa conseguenza distese di placide risonanze (W Von, Linda Bjalla), ammalianti trame vocali (Barbara De Dominicis, Emma Cooper), materiche frequenze umbratili (Olivier Girouard, Aporia Bloom), elegiache tessiture  avvolgenti (Danny Norbury, Orla Wren, Aaron Martin) e paesaggi pervasi da striature allucinate dall’aura epica (Frédéric D. Oberland) o ruvidamente dissonanti (Pleq).

L’eco potente di un universo sonico vivido definito da una gamma cromatica estesa generata dall’incontro di una pluralità che si muove verso un comune orizzonte.