vetropaco “subvoid”

[st.an.da]

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Un cinetico flusso di ribollenti particelle ingabbiate in ipnotiche spirali sonore. Si consolida ed espande l’atipico connubio artistico tra Gianluca Favaron e Andrea Bellucci condensandosi nel secondo capitolo a firma Vetropaco. Ripartendo dalle basi definite dall’omonimo esordio i due ridefiniscono il loro territorio condiviso esplorandone ulteriormente le potenzialità alla ricerca di una gamma più ampia e coesa di soluzioni.

Pur rimanendo elemento fondamentale nella strutturazione delle tracce, le marcate pulsazioni scolpite da Bellucci perdono la loro preminenza per lasciare emergere con prepotenza l’universo crepitante di Favaron, i cui alchemici intrecci erano relegati fin troppo in secondo piano nel primo disco. Ne risulta un nuovo equilibrio ancor più accattivante che vede alternarsi sequenze dai toni sulfurei cadenzati da ritmi disgregati e irregolari (“The soft zero”, “Subvoid”) ad algide progressioni metronomiche dall’incedere ossessivo costellate di convulse deflagrazioni di spigolosi frammenti (“Lanes and rings”, “Shell of ghosts”), fino a giungere a vaporose disgregazioni atmosferiche nelle cui trame continuano a fluire flebili frequenze granulose (“Crackling corners”).

Vetropaco assume così definitivamente i connotati di un processo pienamente condiviso, capace di amalgamare le istanze di due autori molto diversi eppure talmente duttili da trovare un efficace punto di incontro.

Un magma talmente freddo da bruciare.

 

http://store.silentes.it/catalogue/standa1702.htm

 

 

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foch delplanque “secret”

[parenthèses records]

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Nebbiosi flussi percussivi all’insegna di un’ibridata ancestralità. È una peregrinazione attraverso materici paesaggi densi di primitivo mistero quella generata dall’incontro tra Philippe Foch e Mathias Delplanque, frutto di una serie di sessioni di improvvisazione risalenti ad una residenza artistica svoltasi in Francia alcuni anni fa, che consolidava definitivamente un’amicizia partita nel 2012.

È un dialogo fatto di incastri e contrappunti quello che struttura le sette tracce di “Secret”, un intreccio di sussurrate sequenze ritmiche e modulazioni sintetiche che disegnano frammenti melodici sfuggenti fusi in combinazioni dall’andamento irregolare. Il suono si muove lungo un indefinito margine che lascia permeare le due differenti istanze in modo mutevole, proponendo un tracciato elettroacustico cangiante che si sposta dalle algide risonanze striate di frequenze stridenti di “Nuuk” al tribale e convulso incedere di “Ewo” mantenendo una coerenza stilistica evidente.

Un percorso vibrante e ricco di sfumature, reso interessante dalla variegata gamma di soluzioni che informano ogni singolo capitolo.

himmelsrandt “4 moments & rain”

[unperceived records]

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Attimi di struggente malinconia condensati  in delicati flussi emozionali. Sono melodie di chiara derivazione classica quelle tessute da Peter Honsalek aka Himmelsrandt nel suo nuovo lavoro composto da un piccola sinfonia in quattro atti e dalla riproposizione rivisitata del suo EP “Rain”.

I cinematici intrecci armonici modellati dal musicista tedesco ruotano attorno fluenti fraseggi di pianoforte e viola che ne costituiscono l’elemento fondante, elegantemente rifinito attraverso l’utilizzo di ulteriore strumentazione acustica ed un uso discreto di componenti sintetiche evanescenti.

Incentrato sulle sensazioni agrodolci della stagione corrente, “4 moments” delinea un palpitante percorso tra meditabonde derive dominate dal dialogo avvolgente tra i due strumenti principali che in “End of all life” viene maggiormente ibridato da modulazioni elettroniche e marcate pulsazioni e raggiunge il suo apice nostalgico nella conclusiva “Levitating”.

Atmosfera affine permea la seconda metà del disco le cui tracce virano verso una narrazione più leggera e sinuosa perdendo parzialmente l’accentuata enfasi fin qui dominante.  Unica eccezione è costituita da “Rain”, dolente danza che ripropone amplificato il tono caratterizzante la prima parte.

Raffinata e coinvolgente, la scrittura d Honsalek ha il pregio di saper conquistare con immediatezza e seducente fascino.

gamardah fungus “fairytale”

[flaming pines]

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Narrazioni fantastiche venate di cupo mistero. Trae ancora una volta ispirazione dagli affascinanti paesaggi della loro terra di origine il duo ucraino Gamardah Fungus espandendo il proprio magico universo sonoro attraverso  la pubblicazione di un nuovo capitolo per l’australiana Flaming Pines.

Dopo l’alchemica deriva temporale del precedente “Herbs and potions”,  i due artisti propongono questa volta una raccolta di umbratili fiabe ambientate nell’inquieto e cupo mondo della foresta. I cinque lunghi capitoli sono costituiti dall’abituale miscela elettroacustica che vede le essenziali e oblique trame chitarristiche di Sergey Yagoda fluire sui materici fondali plasmati da Igor Yalivec e combinarsi a suoni ambientali e trame generate da strumenti autocostruiti. La sintesi risultante è una placida corrente crepitante che si snoda lungo sinuose traiettorie dense di riverberi enigmatici.

Un percorso profondamente suggestivo che consolida la formula folk ambientale creata dai due musicisti  accentuandone i tratti atmosferici.

Notturno immaginifico.

francis m. gri “fall and flares”

[krysalisound]

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La dolce malinconia di una stagione pervasa da un intimismo struggente condensata in contemplative  visioni dai toni delicatamente vividi. Prosegue la sua opera di fine scultore di suggestive  istantanee ambientali Francis M. Gri firmando il suo nuovo lavoro interamente dedicato alla poesia dell’autunno.

Le vaporose trame elettroacustiche che informano le cinque tracce dell’album, ponendosi nella scia delle atmosfere sognanti del precedente  “Flow” ne approfondiscono ed espandono la componente melodica aprendosi maggiormente verso territori definiti soprattutto da fragili risonanze armoniche che lasciano in secondo piano l’espandersi di flebili ed evanescenti persistenze dall’andamento ipnotico.

Ad introdurci in questo vibrante universo è la sinuosa grazia delle eteree tessiture interpolate da frammenti naturali di “Failed sunset” che si spegne cedendo il passo alla luminosa nostalgia di “Counting leaves” fatta di placide stille pianistiche che scivolano su striature finemente granulose. Le minimali note dello strumento, dopo la cullante parentesi delle ostinate reiterazioni di “Horizon is waiting”, tornano a riemergere cristalline combinandosi  al soffio umbratile di “Grey over my shoulder” e alla onirica espansione delle languide modulazioni di “We are fading dreams”.

Un’appassionata immersione in un mare di infinito lirismo.

cygni “gesto”

[line]

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Decostruire per ricercare nuove forme dalla geometria irregolare e cangiante eppure stabile. È un microcosmo di suoni convulsi, strutturato assecondando i nodi di una maglia distorta, quello scolpito da Fabio Perletta e Pierluigi Scarpantonio attraverso una serie di sessioni di improvvisazione e pubblicato  sotto la sigla Cygni.

Circolari sequenze e materici frammenti originati da una vasta serie di fonti differenti si combinano in organici flussi dall’incedere accidentato. La congruenza che nutre l’intrigata successione di elementari particelle si avvale di assonanze/dissonanze sfuggenti modellanti una spazialità surreale che, ricordando gli oggetti impossibili di escheriana memoria, definiscono labirinti ritmici che non conducono ad alcuna meta prefissata.

È un ambiente sonico da attraversare privandosi di forme certe, alla ricerca un’esperienza immaginativa libera capace di estendere una visione altrimenti spesso ingabbiata all’interno di margini fin troppo definiti.

chelidon frame “granularities vol. 1”

[manyfeetunder]

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Navigando attraverso placidi acque costellate da algide interferenze. È tutta racchiusa nell’immagine di copertina l’atmosfera plasmata da Alessio Premoli  nel primo dei due capitoli di “Granularities”, nuova tappa del suo progetto Chelidon Frame.

La breve intro “Granularity 0.0” con la sua danza crepitante introduce lo scenari entro il quale si muovono le flessuose e cullanti onde dei successivi tre atti, definite da tessiture chitarristiche accuratamente rimodulate per accogliere nel loro onirico flusso sfaccettate stille granulose e flebili trame melodiche dense di profondi riverberi. Procedendo si attraversano quiete distese modulate da lisergiche increspature (“Granularity I”) che si riversano in ossessive andature interpolate da impennate lievemente oblique (“Granularity II”) per giungere ad un meditabondo approdo venato di grana fine che inaspettatamente converge verso una chiusura dai toni più cupi.

Non resta che attendere la seconda parte del viaggio.