the green kingdom “seen and unseen”

[sound in silence]

the green kingdom - seen and unseen

Presenze evanescenti e movimenti flebili tramutati in delicate visioni colme di lieve grazia. Fluisce tra scorci di cielo e incursioni stellari, tra spiriti della natura e territori apparentemente immobili lo sguardo di Michael Cottone conferendo un’affascinante dimensione onirica al nuovo viaggio sonico firmato The Green Kingdom.

Proseguendo il tracciato intrapreso con “The North Wind and the Sun”, il musicista americano continua a cesellare paesaggi emozionali avvolgenti affidandosi sempre più alla cullante grazia di ricche armonie acustiche adagiate su vaporosi fondali sintetici in lento sviluppo. Sono melodie che emergono flessuose scandendo percorsi pervasi da romantica luminosità (“Kodama”, “Sleeping Forest”) e proiettati verso inafferrabili orizzonti in costante espansione (“Cloud Wanderings”, “Breathing Sea”) a tratti tendenti a tratti più ombrosi e inquieti (“Woolen Sky”).

È una dimensione elettroacustica sempre più raffinata che mantiene il portato immaginifico che da sempre contraddistingue la produzione di Cottone, capace di condurre attraverso gli scorci di un universo caldo e accogliente.

 

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lake mary “koda”

[eilean]

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Un andare senza sosta alla ricerca di immaginifici territori, esplorati e svelati spesso attraverso visioni  condivise. A tre anni esatti da “and the birds sing in chorus first” torna a marcare un punto sulla costellazione eilean Chaz Prymek aka Lake Mary e lo fa conducendoci lungo un itinerario costruito nell’arco di anni trascorsi in viaggio e scanditi dalla sintonia con altri artisti incontrati lungo il cammino.

Da tale sinergia, assente soltanto in “Meanwhile” e “Wasatch”, hanno origine torrenziali flussi armonici che ancora una volta dipingono estesi scorci atmosferici nei quali perdersi placidamente, paesaggi emozionali resi attraverso incastri simbiotici (“Wolf’s Creek”, “So Long Truman”) o evanescenti interpolazioni (“Goya”). È un navigare tra essenziali trame riverberanti e progressioni dalla densità dirompente che in modo cangiante conducono fino alla meditabonda quiete dell’estremo ovest (“…And Further West”).

Il viaggio seducente di una chitarra sempre pronta ad incantare, anche quando sembra che tutto sia già stato detto. Suono per sognatori erranti.

paolo sanna “fluorite”

[creative sources recordings]

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Un percorso che procede intenso ed incessante alla ricerca del soffio dello spirito celato all’interno della materia. È attraverso la risonanza percussiva degli strumenti e di ogni oggetto reputato idoneo che Paolo Sanna continua ad esplorare il suo universo emozionale, ampliandone i confini lavoro dopo lavoro.

Del minerale da cui mutua il titolo questo nuovo viaggio possiede la brillantezza cristallina e l’intensità cromatica cangiante, rese attraverso l’utilizzo di una ampia gamma di fonti sonore il cui intricato riverbero a tratti viene interpolato a riprese ambientali e registrazioni radio.

In un incedere sfaccettato  ed irregolare si alternano così essenziali torrenti crepitanti, impetuose cascate di trame metalliche la cui eco genera densità impenetrabili, disorientanti derive attraverso non luoghi improvvisamente cancellati da contemplative danze ipnotiche e stridenti flussi di frequenze distorte segnate da pulsazioni profonde e regolari.

Visioni ribollenti da un paesaggio sempre più vasto e privo di margini.

http://www.creativesourcesrec.com/catalog/catalog_525.html

h!u / stelvio “pulsatilla”

[casetta/subincision/light item]

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Accidentato è il tragitto che conduce attraverso ibridi territori emozionali in sospeso tra un senso di primordiale isolamento e l’alienazione crescente di un presente sempre più opprimente. Un itinerario insolito pieno di fascinazione, da affrontare prestando massima attenzione ad ogni singolo passo, ad ogni cambio di direzione, infido come l’erba da cui mutua il nome, certamente non scelto a caso da H!U e Stelvio per identificare questa loro tappa condivisa.

Ci si muove incerti tra risonanze materiche, interferenze rumorose e stille risonanti interpolate su aleggianti bordoni che sembrano nascere dal mistero di ghiacciai perenni, prima di inoltrarsi verso frangenti definiti da frammenti armonici scanditi da pulsazioni sempre più marcate e graffianti. Riferimenti e rimandi giungono da origini diverse per riversarsi in questo denso magma in costante, mutevole fluire segnato da cambi di ritmo e atmosfera che ne decretano uno sviluppo profondamente dinamico. È una tensione che cresce gradualmente fino a giungere a sprazzi di deflagrazione che si accentuano nella seconda parte del lavoro ma che immancabilmente riconducono alla nervosa stasi da cui traggono origine.

Un’immersione totalizzante lungo una rotta che vuole solo apparentemente segnare una via di fuga definendo piuttosto una gabbia da cui risulta impossibile evadere.

v i c i m “convenience”

[shimmering moods records]

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Il peso dell’assenza che si tramuta in plumbea cappa risonante, il vuoto che diventa incombente densità. È un errare tra cupe visioni a definire il nuovo itinerario sonoro plasmato da Linus Schrab sotto lo pseudonimo V I C I M, un muoversi attraverso paesaggi emozionali privi di luce e calore.

Un’atmosfera greve pervasa da un indissolubile alito algido è ciò che si concretizza fin dalle trame iniziali di questo viaggio costruito attraverso la manipolazione reiterata di frequenze sintetiche, processo di trasformazione proiettato alla costruzione di sulfuree sospensioni cariche di strisciante inquietudine. Un flusso coeso e coerente che trova scansione attraverso una sequenza di minuti dettagli che gradualmente emergono traccia dopo traccia a caratterizzare un incedere altrimenti fin troppo statico. Prezioso diventa così il rimando hauntologico scaturente dall’evanescente eco vocale appartenente a Phil Elverum in “untitled universe” o la presenza parzialmente rinfrancante delle stille ambientali che costellano i fondali di “sarus the witness”, flebile bagliore definitivamente infranto dall’ascesa ruvida di “call for gold” e “detour”.
Un acuirsi che si scioglie lentamente nella parte conclusiva fino a rimanere traccia in secondo piano di un cullante movimento armonico che riverbera fino al termine del percorso.

Ombre profonde destinate a svanire.

superdad “ambient sketches for fearless hearts”

[sounds against humanity]

Front

Un oceano di graffiante suono che si dilata senza sosta generando moti in costante, anche se a tratti quasi impercettibile, trasformazione. Sono maree rumorose che si muovono guidate dall’istinto a comporre il lavoro d’esordio di Superdad, progetto nato dall’incontro di Annalisa Vetrugno e Angelo Guido  e orientato alla generazione di improvvisate scie emozionali.

È un emergere graduale di frequenze scabrose a scandire l’avvio, una partenza in cui prevale la lucentezza dei bordoni e l’ottundimento dei riverberi che lentamente lasciano il passo ad una grana sempre più spessa e incombente. È un progredire che aspira a divenire rumore bianco, dissoluzione armonica in cui galleggiare isolati da tutto, ma che finisce col recuperare sempre una dimensione meno ostile e più atmosferica da alternare a stati di inquietudine via via più profondi fino a sfociare in una definitiva distesa di alienate modulazioni in dissolvenza.

Viaggio impulsivo ai confini dell’immanenza.

 

danny clay “periphery”

[slaapwel records]

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Suoni che riaffiorano da un passato distante come dolce riverbero incastrato nella memoria. Scava in profondità, nell’universo dei propri ricordi, Danny Clay  per dare forma al personale contributo da donare alla collezione di itinerari onirici raccolti dalla Slaapwel Records di Stijn Hüwels, che arriva così alla sua quattordicesima pubblicazione.

Partendo da una melodia ascoltata durante l’infanzia nella chiesa frequentata dai suoi nonni, Clay costruisce un delicato notturno definito da quattro varianti della stessa partitura di flauto, violoncello e pianoforte ricombinata secondo traiettorie cangianti che non ne alterano mai l’atmosfera dominante. È un senso di placida quiete e fragile intimismo ad espandersi dal dialogo tra gli strumenti, reso atipico dalla scelta di originarsi come somma di esecuzioni singole raccolte all’interno di una piccola chiesa di periferia. Un incastro di tre differenti voci che tende a rimanere evanescente accostamento tra lirici echi di corde che vibrano profonde, armonie sognanti di fiati vaporosi e luminose stille prodotte da una lieve danza sui tasti.

Un invito a consegnarsi alle braccia di Morfeo abbandonandosi agli echi di momenti sbiaditi eppure ancora presenti.