kurgan hors “mente”

[laverna.net]

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Perso in una labirintica spirale di echi alienanti, alla ricerca di una via di fuga che diviene definitiva dissoluzione di una mente instabile. È un torrente tortuoso che muta costantemente forma e coordinate a definire il percorso narrativo del nuovo lavoro di Kurgan Hors, progetto sonoro di Davide Billo che torna a due anni di distanza dal debutto di “Palus est”.

Incastrate in una precaria scia pervasa da disturbante inquietudine, placide armonie dal tono malinconico e allucinate frequenze irradiantesi oblique si alternano combinandosi secondo schemi che mutuano le diverse fasi di un processo in divenire segnato da una logica incostante. Con inattesa coerenza si passa dalle iniziali elegiache trame pervase da risonanze acustiche profonde e movenze avvolgenti (“a tavola coi cannibali eleganti”) a modulazioni sempre più stridenti (“Psichiatria”, “sette piani”) fino a giungere ad un’indotta quiete di risonanze stagnanti (“lobotomia transorbitale”). Da qui si riparte tornando ad una vitalità nuova e definitivamente disorientante (“la seconda vita dello scarafaggio”) che lentamente scivola verso un nuovo plumbeo abisso (“fame di un disumano contemporaneo”), preludio dell’inevitabile muto  isolamento di una notte senza fine (“Pazienza e morte”).

Storia di ordinaria follia

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the prairie lines “today leap and stop time”

[eilean]

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Linee temporali che scorrono placide, manipolate per divenire flebile movimento di particelle in continua fluttuazione. Il punto 58 sulla eilean map vede rivelarsi la seconda prova di Bill Bawden sotto lo pseudonimo The Pairie Lines, contemplativa deriva attraverso soffusi territori elettroacustici finemente configurati.

Sono torrenti di cristalline frequenze incanalate in traiettorie circolari, che si ampliano trovando l’incastro di irregolari frammenti granulosi  e diradate risonanze pianistiche capaci di conferire un’aura al tempo stesso magica e spettrale. Dalla combinazione di tali elementi scaturisce un vivido itinerario tra sospese scie colme di vaporosa quiete (“Slow Hand Clap For Working Late”, “Run Down The Sky”), atmosferiche reiterazioni  dall’incedere ipnotico (“Department of Soft Focus”, “Echo Collapse”) e densi notturni venati di malinconica stasi (“Transmissions For Street Punks”, “Gentle Hazards”).

Un naufragare silente in un universo di delicati riverberi luminosi.

 

antonio tonietti “improvvisi per tavola armonica”

[sonorus records]

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Immaginare l’origine del suono, plasmarne la fonte e dirigerne le risonanze risultanti per dare vita a flussi in evoluzione generati da un pensiero che si sviluppa intorno ad un’idea in divenire. È un tragitto privo di punti fermi ad emergere dalle improvvisazioni di Antonio Tonietti, musicista/artigiano che fa dell’autocostruzione dei suoi strumenti acustici il cardine del suo operare, un andare permeato da un quieto senso di infinita libertà capace di agire in profondità su chi si pone in totale ascolto delle sue frequenze.

Diviso in due lunghi movimenti connessi da un breve frammento, “Improvvisi per Tavola Armonica” costruisce un itinerario ambivalente fatto di luce abbagliante e ombra profonda, fattori che si espandono gradualmente sotto forma di sinuosa oscillazione armonica e materica scia pervasa da iterazioni crepitanti. È una spirale discendente dall’inquietudine crescente a prendere forma, un’immersione che dall’aura solenne degli acuti riverberi del capitolo di apertura giunge, attraverso l’irregolare incedere della fugace cerniera interposta, all’alienante deriva pervasa da soffi algidi che chiude il viaggio proiettando lo sguardo verso una cupa visione distopica.

Un percorso sonico da affrontare con curiosità e dedizione per ricavarne onde emozionali inattese.

 

ikjoyce “selene”

[naviar records]

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La notte amplifica le sensazioni rivelandole in tutta la loro portata, lasciandole emergere liberamente dalla sua rarefatta atmosfera. E dall’esplorazione di tutte le sfaccettature di questo fertile momento trae i presupposti il nuovo viaggio sonico di Ian Joyce, immaginifico fluire attraverso umbratili territori densi di mistero e inquietudine.

Mutevoli tessiture sintetiche che si espandono come un unico incastro privo di pause plasmano un’immersione sensoriale che si sviluppa conducendo da surreali stati di incoscienza definiti da frequenze pulsanti ( “Semo-Somnia”) a alienanti scie di cupe modulazioni  algide (“Pavor Nocturnus”), da stranianti momenti contemplativi pervasi da risonanze quasi solenni (“The Moon Did Not Answer”) ad una conclusiva deriva di evanescenti particelle luminose (“Selene”).

Un itinerario di notturne visioni che lentamente disegnano i contorni di un animo in lieve e continuo fermento.

knivtid “skogarna är redan svarta”

[purlieu recordings]

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Tra attimi di ludica leggerezza e frangenti di contemplativa visionarietà scorre il suono che conduce tra i meandri di una magica foresta nordica. Dando seguito al suo EP di debutto dello scorso anno, Daniel Andersson pubblica il suo primo lavoro sulla lunga distanza a firma Knivtid tornando ad esplorare le coordinate di un paesaggismo sonoro incline ad una evidente immediatezza melodica.

Luminose risonanze armoniche danzano su vaporosi fondali sintetici realizzando oniriche istantanee che si susseguono definite dalla numerazione progressiva del titolo dell’album a suggerire la struttura di un percorso univoco fatto di paragrafi che sviluppano atmosfere dai toni mutevoli. Nel suo insieme ciò che ne scaturisce è un racconto fiabesco pervaso da un senso di irreale evanescenza che evolve placidamente ammaliante.

Un’immersione piacevole in un universo di stille accoglienti.

francis m. gri “apart”

[whitelabrecs]

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Raggiungere un approdo certo per potersi voltare indietro a contemplare il passato, a raccogliere frammenti da ricombinare alla luce del presente.  È da un lavoro di ricerca all’interno del proprio archivio che ha origine il nuovo album di Francis M. Gri, disco che non a caso trae la sua denominazione dall’alias che ha segnato la prima svolta sonora del musicista d’istanza a Milano.

Il processo di ripescaggio e rimodulazione del materiale risalente a più di dieci anni fa conduce alla formulazione di tre lunghi itinerari emozionali costruiti intrecciando sinuosi bordoni  in espansione e tracciati armonici derivati da reiterati movimenti elettroacustici. L’iniziale “In this room”, a prescindere dalla sua preminente durata, rappresenta il capitolo più corposo del viaggio evolvendo come una scia mesmerizzante apparentemente priva di soluzione di continuità capace di condurre verso territori agrodolci in cui riverberano contemporaneamente tutte le diverse dimensioni espressive esplorate da Gri. Più aderenti alle atmosferiche risonanze ambientali della sua ultima produzione si rivelano invece gli ulteriori due tracciati, segnati dal riverberare nostalgico di ovattate risonanze e luminose frequenze in lenta mutazione.

“Apart” dischiude un varco che conduce verso avvolgenti paesaggi sospesi nel tempo, un ambiente vibrante in cui passato e presente si fondono proiettandosi verso un possibile futuro.

stray theories “all that was lost”

[n5md]

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Una sagoma dai contorni incerti resa ancor più sfuggente dalla liquida patina su cui si proietta, che solo ad uno sguardo più attento si rivela quale riflesso di chi ritrae. È efficace eco del suo contenuto sonoro l’immagine fotografica di Alex Kozobolis che campeggia sulla copertina di “All that was lost”, ultimo lavoro di Micah Templeton-Wolfe a firma Stray Theories.

Sostanza evanescente, profondamente evocativa, permeata da una persistente malinconia già suggerita dal titolo è ciò che informa le otto istantanee di questo itinerario dall’evidente impronta cinematica, derivante dall’intensa attività di compositore per immagini in movimento dell’artista australiano. Con estrema naturalezza, gli espansi fondali sintetici su cui poggiano lievi le delicate trame armoniche, conducono tra le pieghe di un viaggio che alterna ariose fughe verso immaginifici territori onirici (“How Long”, “All Our Tears”) a notturni scanditi da risonanze profonde (“Nightstate”) e frammenti di soffusa solennità (“Leave”).

È un andare quieto attraverso placide maree emozionali, che si dispiegano flessuose componendo vaporose istantanee ambientali  in cui perdersi dolcemente. Immagine che diviene suono per tornare nuovamente immagine.