yellow6 “about the journey”

[sound in silence]

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Lunghe scie atmosferiche ispirate al lento trascorrere di quel intenso viaggio chiamato vita. A plasmarle utilizzando la sua abituale maestria è Jon Attwood, di nuovo presente nel catalogo della greca sound in silence a distanza di cinque anni da “O.S.” che lo vedeva collaborare con David Newlyn.

Come di consueto tutto ruota attorno al suono della chitarra del musicista inglese, che con i suoi riverberi nostalgici definisce cinematiche trame dal sapore epico venate a tratti di struggente malinconia. Ciascuna traccia costruisce un lungo piano sequenza che fluisce in un ipnotico crescendo scandito a tratti da flebili tracciati ritmici e completato da vaporose persistenze in espansione.

In modo compassato lo sguardo di Attwood  costruisce una nostalgica riflessione fatta di emozioni misurate, prive di qualsivoglia irruenza e asperità e proiettate verso un quieto orizzonte in fondo ad un paesaggio apparentemente infinito.

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roberto attanasio “isolated”

[memory recordings]

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Un torrente emozionale che fluisce senza soluzione di continuità. Un unico elemento e tutte le sensazioni ad esso connesse informa il succedersi degli otto capitoli che compongono “Isolated”, nuovo lavoro di Roberto Attanasio che continua a muoversi lungo il tracciato di un pianismo essenziale ricco di sentimento delineato dalle sue precedenti  pubblicazioni.

Il dialogo tra il pianista romano ed il suo strumento continua ad essere intimo ed intenso concretizzandosi in eleganti tessiture libere di fluire senza assoggettarsi ad una strutturazione rigida. Un costante senso di leggerezza si irradia dai fraseggi luminosi che lentamente riverberano lasciando espandere la loro profonda enfasi a raccontare le sfaccettature di una solitudine che può essere assenza, ma anche ricerca di se stessi.

Una calda luce e ombre morbide si susseguono plasmate da definite trame nostalgiche e improvvise ed ariose progressioni , imprimendosi con immediatezza in chi si abbandona al flusso melodico. Rinuncia a qualsiasi filtro Attanasio, concedendoci il suo punto di vista con somma sincerità e invitandoci ad entrare nel suo universo musicale fatto di delicata sensorialità e cristallino talento.

jacek doroszenko “wide grey”

[eilean]

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Materiche fiabe di un mondo permeato da dense ombre. Elaborato durante una serie di residenze artistiche svoltesi in Danimarca e in Grecia, il materiale di cui si compongono i paesaggi sonori di Jacek Doroszenko è un ribollente magma di suoni ambientali, tessiture acustiche e modulazioni sintetiche combinate per definire surreali ambienti dai dettagli vividi e tangibili.

Nel suo scorrere “Wide grey” costruisce una sequenza altalenante tra narrazioni incentrate su trame abrasive e crepitanti dominate da suoni concreti e frequenze stridenti (“Iðavöllr”, “Glue”, “Dense”) a cui si aggiungono frammentarie linee armoniche (“Vague Obtrusion”, “Ålvik”) e vibranti e parzialmente luminose aperture melodiche dall’incedere ostinato (“Stream”) o dall’andamento seducentemente malinconico (“Be right back”).

Un modo differente di raccontare i luoghi, un percorso che si pone in coerente continuità con l’esplorazione multimediale sui ricordi richiamati dai suoni condotta dall’artista polacco nell’interessante “Soundreaming” pubblicato alcuni mesi addietro.

 

 

aris kindt “swann and odette”

[kingdoms]

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Attraverso paesaggi immaginifici plasmati utilizzando una tavolozza ampia e variegata. Continua ad espandersi verso ambienti privi di margini e catalogazioni definite il progetto Aris Kindt formato da Francis Harris e Gabriel Hendrick , il cui nuovo lavoro sancisce l’esordio della piattaforma Kingdoms curata dallo stesso Harris e da lui presentata come caleidoscopico ambiente musicale capace di accogliere istanze diverse.

Sono derive affascinanti ed estremamente sensoriali quelle che compongono “Swann and Odette”, sviluppate attraverso un attento intreccio di stratificazioni sintetiche e trame chitarristiche capaci di infondere una tangibile matericità al suono del duo. È una navigazione cosmica che si sposta tra traiettorie oblique e flessuose (“Swann and Odette”, “Taking 33”) a tratti scandite da morbide pulsazioni (“Seagraves”), reiterazioni melodiche lisergicamente ipnotiche (“Several Wolves”, “Hewettt Fails to Understand”) e densità oscuramente inquiete (“A Second Type of Problem”, “Still Undivided”).

È un’atmosfera cangiante ma dai tratti sempre riconoscibili, che sintetizza la doppia istanza di chi ama al contempo dare una propria impronta e continuare ad esplorare ambiti inediti e senza collocazione certa.

Universo in costante divenire.

francesco covarino “olive”

[thirsty leaves music]

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23 settembre 2016. Un luogo nella città di Granada. Un evento importante alle porte. Isolato in uno spazio circoscritto Francesco Covarino scioglie momentaneamente il suo sodalizio con Alessandro Incorvaia per lasciare fluire libere le proprie sensazioni raccolte nel suo primo lavoro solista.

“Olive” raccoglie quattordici improvvisazioni registrate nell’arco di un’unica sessione, brevi bozzetti atmosferici dal carattere fortemente narrativo costruiti attraverso sequenze ritmiche scarne e assolutamente non inclini ad un gratuito sfoggio virtuosistico. Appare scelto con cura il singolo battito, viene concesso il giusto spazio per risuonare ad ogni fraseggio. Tutto scorre stringato e privo di fretta, eppure emerge un’urgenza espressiva che punta sull’essenzialità riducendo velocità e densità. Solo per brevi tratti l’incedere abbandona il suo caldo e placido flusso per formalizzarsi in trame più nervose e torrenziali (“oliva 85”, “oliva 55”) che rapide si spengono per tornare a convergere verso un immaginario pulsante fatto di colori tenui e morbide sfumature.

Un disco percussivo di spiazzante delicatezza pregno del profondo e prezioso influsso di una paternità imminente.

bruno sanfilippo “lost & found”

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Sparse tracce riunite in un unico flusso per generare una visione nuova. È al tempo stesso un’operazione di recupero e spostamento di senso quella che Bruno Sanfilippo attua attraverso la pubblicazione del suo ultimo lavoro, un rintracciare e portare  in evidenza un possibile filo comune che lega isolate particelle appartenenti al suo proficuo percorso artistico.

Una persistente rarefazione da cui emana una strisciante aura nostalgica accompagna lo scorrere dei brani accumunando emozionalmente scorci sonori di natura differente eppure qui pienamente conseguenziali. Si accostano con estrema naturalezza la densa malinconia dell’incontro tra il raffinato pianismo e le leggere voci fanciullesche di “Peter” e il luminoso mare in cui si immergono placide stille riverberanti di “InTROpiano” , la compresenza tra tessiture eteree e ruvido fondale materico di “Piano Texture Found” e l’anima atmosferica fatta di essenziali melodie e venature crepitanti di “Solitario”. La chiusura di questo immersivo viaggio nel passato è affidata a “What I Dreamed”, flessuoso e onirico sprazzo inedito recuperato dall’archivio personale.

Lontano dall’essere una semplice selezione antologica, “Lost & found” appare piuttosto il riuscito tentativo di trovare una dimensione ulteriore a ciò che altrimenti sarebbe rimasto nell’ombra.

Abbandonarsi per riscoprirsi più a fondo.

ot to, not to “these movements I & II”

[acr]

 

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Ermetici bozzetti composti da segni non convenzionali eppure pienamente intellegibili. È certamente un cantautorato fuori dagli schemi quello proposto da Ian Mugerwa, giovane musicista americano che dopo “Goshen”, che lo scorso anno ne aveva segnato  il debutto, giunge alla sua seconda pubblicazione sotto l’alias ot to, not to.

Procedendo sulla scia dell’esordio, Mugerwa confeziona un doppio EP di canzoni dall’incedere sghembo, costruite attraverso una riuscita combinazione di oblique armonie acustiche e spregiudicate manipolazioni elettroniche. Le tracce risultanti da un simile approccio definiscono un microcosmo melodico dalla struttura atipica e irregolare eppure diretto e accattivante. Ci si ritrova piacevolmente spiazzati e rapiti ascoltando il minimale e straniante blues di brani quali “Muddy Waters” e “Homeless Problem” o le stridenti divagazioni di “Kamaji II” e “Degas’ Dancers” che ulteriormente accentuano il carattere sperimentale della scrittura di un talento alle prime prove, eppure già capace di segnalarsi tra gli artisti più promettenti da seguire.

Ricercata esplorazione pop.