stefano guzzetti “japanese notebooks”

[stella recordings]

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Impressioni d’oriente dipinte con tocco semplice e delicatamente intenso. Trae ispirazione dall’incontro con Igor Tuveri, apprezzato fumettista noto con lo pseudonimo Igort, e in particolare dal suo “Quaderni giapponesi” il nuovo viaggio musicale di Stefano Guzzetti, che dopo il solitario pianismo di “Alone” torna ad una dimensione corale esplorata più volte e in modi differenti dopo in seguito all’archiviazione del suo progetto elettronico Waves On Canvas.

Attraverso le sue composizioni il musicista sardo ripercorre l’intimo stupore derivante dalla scoperta di un mondo da sempre fonte di sognante fascino tradotto in emozionali narrazioni di impronta cameristica, che vedono intrecciarsi eleganti dialoghi di piano e archi con minimali modulazioni sintetiche ed evocativi innesti ambientali.

A partire dalle soffuse movenze di “A New Day (Tokyo)” si sviluppa un succedersi vibrante di placide visioni, che evocando una lunga serie di figure di spicco dell’universo orientale, conducono attraverso sinuosi scorci che aleggiano evanescenti (“ichi (Kumo)”, “shi (Tōku)”), vibranti fughe di torrenziali fraseggi pianistici su cui si adagiano le enfatiche tessiture degli archi (“Temper (Yukio Mishima)”, “Flock (Abe Sada)”) e cinematiche sequenze cariche di struggimento (“Downfall (Junichiro Tanizaki)”, “shi (Tōku)”) o di romantico lirismo (“ni (Matsu)”, “Calm (Midori no yume)”).

Un omaggio sincero e fortemente sentito che si conclude con un richiamo alla cristallina bellezza della semplicità riproposta attraverso l’emozionante canto a tre voci di “Thirteen petals (Kiku)” affidato al violino di Simone Soro, alla viola di Giulia Dessy e al violoncello di Gianluca Pischedda.

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masaya ozaki & kaito nakahori “mythologies”

[IIKKI]

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Visioni immaginifiche di un universo sfuggente fatto di contrasti accesi e materica grana. È un rimando puntuale e costante ad unire in un onirico flusso l’opera di  Erwan Morère e le narrazioni sonore composte da Masaya Ozaki e Kaito Nakahori basandosi sulle suggestioni derivate appunto dalle immagini del fotografo francese. Un dialogo serrato tra i tre artisti che si traduce in una sintesi audio-visuale di grande impatto.

Seguendo il percorso tracciato dallo scorrere delle istantanee caratterizzate da un bianco e nero netto modulato passando dalla dominanza della luce all’oscurità più fitta, i due musicisti giapponesi d’istanza a New York costruiscono una crepitante sequenza di chiaroscuri definita da intrecci elettroacustici finemente cesellati. Al nero compatto squarciato da bolle di luce che descrive lisergiche incursioni sottomarine corrispondono così fondali densi nei quali si riversano isolate stille armoniche (“Float”) o morbide risonanze alternate a cuspidi stridenti che emergono da sfondi tenui (“Circular”), a paesaggi silenti dai margini decisi e a tratti esasperati fanno eco ruvidi frammenti riverberanti su minimali toni dal sapore orientale (“Rituals”). Quando la vista vira verso scorci astratti pervasi da un’oscurità incombente il commento sonoro plasma una foschia intensa percorsa da un soffio algido (“Unfold”) che ritorna  ad aleggiare sulle frequenze notturne che accompagnano i frangenti più essenziali (“Singular”).

Giunti in fondo al viaggio emerge netta la sensazione che le due parti di questo terzo capitolo della serie curata da IIKKI, pur pensate ed offerte per una fruizione separata, trovino la propria piena completezza soltanto nel virtuoso incontro dal quale sono scaturite.

Immersione sinestetica totalizzante.

 

 

mymk “the memory fog”

[SØVN]

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Schegge di sensazioni distanti nel tempo che riemergono in ordine sparso a combinare un caleidoscopico ed irregolare flusso di memoria. Sono frammenti distorti e dissonanti a comporre il nuovo lavoro del brasiliano MYMK, vorticoso assemblaggio di suoni in disgregazione combinati per divenire refrattario ambiente in cui lasciare scorrere in cinematica libertà taglienti detriti sonici.

Bordoni oscuri e modulazioni sintetiche si incontrano/scontrano generando pulsante energia incanalata di volta in volta in tracciati ascendenti deflagranti in convulse trame ritmiche (“Gauze”, “Juggernaut”), nell’incedere sincopato di abrasive interferenze (“In Flares, Anew”, “Glowing Panthers”), nel persistere di asfissianti  saturazioni oscure (“Red Oak Hologram”, “A Lazarus Taxon”), fino a giungere all’obliqua e spettrale armonia di “Borderline” che smaterializzandosi improvvisamente lascia in balia di un inquietante silenzio.

Giunge manipolata e deformata ogni singola particella di questa deriva sonica che accoglie al suo interno numerose tracce vocali totalmente stravolte fino a divenire irriconoscibile componente di un granitico guscio perfettamente rappresentato dalla scatola di cemento priva di punti di accesso, ideata designer belga LE KUTSCH, all’interno della quale è contenuta la cassetta.

Materica spirale in dissoluzione.

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skag arcade & meanwhile.in.texas “twentynine palms”

[luce sia]

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Immobili al cospetto di un vuoto assordante, in balia di un horror vacui tradotto in un lungo, lancinante urlo che annulla ogni silenzio. È un magma glaciale eppure crepitante a definire l’allucinata seconda tappa della possibile trilogia attraverso respingenti lande desertiche ideata da Paolo Colavita e Angelo Guido, viaggio immaginifico che esplora le profonde inquietudini dell’essere contemporaneo al cospetto di un mondo sempre più asettico contenitore segnato dalla devastazione.

L’approccio all’abrasiva materia  di questo territorio inospitale è cauto e lascia apparire i suoi tratti gradualmente anche se in modo perentorio. Dal crescente ribollio di indomabili frammenti organici scaturisce un soffio tagliente di fredde persistenze sintetiche dal sapore post atomico, che strutturano un granitico incedere dal quale emergono enigmatiche tracce radio  e stridenti alte frequenze (“Desert Heights”, “Inland Empire”, “Road Runner”) che intensificandosi si tramutano in impenetrabili tappeti di lisergico rumore (“Lost Horse Valley”, “Neon Dusk, Neon Dust”).

L’atmosfera plasmata risulta densamente cupa e apocalittica, accentuata da una ridotta modulazione del flusso che spesso si espande in viscose distese stagnanti amplificando il senso di profondo isolamento corroborato dalla efficace sequenza di immagini che accompagnano il lavoro.

Racconto duro e radicale tutt’altro che immediato, che ha nell’ostinata coesione il suo punto di forza e decreta un ulteriore raggiunto grado di sinergia ad unire Skag Arcade e meanwhile.in.texas.

Attendendo il capitolo finale

sonmi451 “panta rei”

[eilean]

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Un placido flusso di pensiero che lentamente scorre ricostruendo le sensazioni legate a territori di quieto fascino. Trae la sua ispirazione da un viaggio alla scoperta del paesaggio alpino il nuovo lavoro di Bernard Zwijzen che concretizza il punto 99 della sempre più satura mappa curata dalla francese eilean.

Le meditabonde visioni naturalistiche catturate dall’artista belga che si cela sotto la sigla Sonmi451 si tramutano in sognanti modulazioni finemente cesellate risultanti dalla delicata giustapposizione di riprese ambientali ed evanescenti soffi sintetici sui quali sovente scivolano sussurrati fraseggi pianistici. Ogni singola traccia, che porta come titolo il nome di un fiume che attraversa i luoghi visitati, dischiude un micro universo palpitante fatto di morbide frequenze costellate da riverberanti stille luminose che avvolgendosi concretizzano istantanee vaporose dense di fascino ancestrale.

Un viaggio avvolgente che lentamente imprigiona i sensi tra le sue trame.

aidan baker / simon goff / thor harris “noplace”

[gizeh records]

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Un lisergico magma che scorre perentorio conducendo attraverso territorio immaginari. Sezionato in sette movimenti costruiti utilizzando il materiale di un’unica sessione di improvvisazioni in studio, rivisto e rimodulato senza ricorrere a sovraincisioni, “Noplace” fluisce come un unico tracciato dalle atmosfere coese capace di sintetizzare la profonda sinergia scaturente dall’incontro tra tre artisti che più volte in passato si sono ritrovati a collaborare tra di loro.

Colonna portante che struttura le narrazioni è la regolare scansione ritmica dettata dalle marcate trame percussive di Thor Harris attorno alle quali si sviluppano gli intrecci melodici della chitarra di Aidan Baker e del violino di Simon Goff espandendosi con fare misteriosamente sinuoso (“Noplace I”, “Noplace II”, “Nighplace”) o con cinematica enfasi quando le pulsazioni diventano maggiormente incalzanti (“Red Robin”, “Tin Chapel”). L’impatto risultante dalla sequenza di queste fluide derive generate da un approccio libero è di un’estrema immediatezza che ne riflette appunto la genesi istintiva il cui prodotto ha subito solamente un conclusivo processo di levigatura.

Una dinamica escursione visionaria alla scoperta di paesaggi irreali.

camilla pisani “verneshot”

[ovunqve]

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Un paesaggio algido pressoché privo di palpiti vitali narrato attraverso dilatati piani-sequenza. È una notte senza fine osservata con sguardo attonito quella materializzata dalle atmosferiche modulazioni plasmate da Camilla Pisani nel suo disco di debutto.

I tratti apocalittici suggeriti dal titolo permeano nella sua interezza le otto tracce del lavoro configurando un lungo flusso di oscure e nebbiose istantanee che si dipanano con intensa gravità. Lungo il percorso si alternano cupe fluttuazioni attraversate da ruvide striature (“I’m Drawing Monsters Not To Sleep Alone”) a tratti ibridate da inattese pulsazioni e minimali frammenti melodici (“Sleep Party People”, “The Kinetic Melody Of Babel Noises”), oscillazioni ipnotiche che improvvisamente virano verso acute ascese deflagranti (“Our Little Nothing”, “The Brainworm With Sad Blue Eyes I Chased”),  granitiche ed impenetrabili persistenze statiche (“The Ancestral Bond Of Blue Klein”)  e aleggianti frequenze dal tono spettrale (“The Paper Boats Are Sinkng Into Migratory Thoughts”) che si riversano in un finale di disgregante rumore bianco (“White Can’t Be Erased”).

Da questo succedersi di scorci dalle sfumature cangianti si delinea un universo sonoro grevemente affascinante capace di proiettare verso magnetici scenari desolanti.