seabuckthorn “a house with too much fire”

[Bookmaker Records / La Cordillère]

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Cambiare punto di vista per avere una prospettiva nuova attraverso cui rappresentare il proprio universo interiore, una traslazione ideale che spesso accompagna un reale moto geografico. È questo il caso di Andy Cartwright, il cui trasferimento verso le Alpi Meridionali coincide non a caso con la realizzazione di un nuovo lavoro definito da un ampliamento lessicale ed una esplorazione di nuove strade da percorrere.

Si avverte nitida nelle dieci tracce di “A house with too much fire” l’eco del nuovo paesaggio che accoglie il musicista inglese, traducendosi in sonorità al tempo stesso meno lavorate e più evocative che in parte si discostano dalla sua precedente produzione ponendosi comunque in stretta continuità con essa. Alle abituali trame chitarristiche cesellate attraverso il suo vibrante picking si affiancano adesso una serie di ulteriori strumenti e flussi ambientali che spingono in modo deciso verso la creazione di una tavolozza più ricca, un intento già dichiarato nel precedente “Turns” ricorrendo alla preziosa collaborazione di William Ryan Fritch.

Ci si muove così attraverso territori selvaggi ed affascinanti definiti da tessiture di grande impatto ed immediatezza, derivante dall’aver registrato gran parte del materiale in presa diretta, che solo a brevi sprazzi rimandano alla polverosa miticità del lontano ovest (“Inner”, “Submerged past”). È un incedere  incline ad una maggiore apertura verso atmosfere rarefatte nelle quali risuonano gravi note di clarinetto basso e si dispiegano vaporosi flussi sintetici (“A house with too much fire”, “Somewhat like vision”) o strutturate dal torrenziale scorrere di reiterati fraseggi di banjo su flebili fondali crepitanti (“It was aglow”, “What the shepherds call ghosts”).

Un itinerario avvincente permeato da un portato epico sempre presente nei tracciati cinematici di Seabuckthorn , ma qui rinvigorito da un approccio più maturo e consapevole.

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daisuke miyatani “diario”

[schole records]

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Gentili stille che precipitano leggere in un fondale silente espandendosi lievi come cerchi concentrici disegnati da gocce di pioggia che si infrangono su una quieta superficie liquida. Sono essenziali bozzetti dipinti con delicati tratti quelli che riempiono il taccuino personale di Daisuke Miyatani, raccolta di piccoli componimenti dal lirismo intenso originariamente pubblicati più di dieci anni or sono e adesso riediti in una nuova veste comprendente quattro pagine inedite.

È un respiro effimero quello che si espande dalle fragili creazioni del musicista giapponese plasmate attraverso minute trame di chitarra a cui si aggiungono radi ulteriori contributi acustici, che di volta in volta si intrecciano con placide scie ambientali, misurate modulazioni elettroniche e avvolgenti bordoni in persistente galleggiamento. Una luce calda e accogliente pervade ogni singola istantanea caratterizzando atmosferiche danze dall’incedere irregolare (“Rain Melodies”) a tratti ridotte a fugace e scarno frammento (“Niwa”, “Aiveo”), attimi estaticamente contemplativi (“Summer Child”, “Water Light”, “Hum”) e rarefatte narrazioni costellate di ipnotiche reiterazioni e marcate pause che ne enfatizzano il portato elegiaco (“Edanone”, “Yu”, “Sampo”).

È un microcosmo fatto di colori vividi e sfumature morbide che si concretizza con disarmante immediatezza per dissolversi con altrettanta rapidità, lasciandoci gli occhi colmi della magia di inafferrabili visioni.

Stefano guzzetti “short stories. piano book volume two”

[home normal]

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Lasciare andare le emozioni, tradurle in concise figure risonanti tracciate con tocco sicuro e delicato. Torna ancora una volta ad una dimensione intima Stefano Guzzetti per condividere una nuova sequenza di brevi ed intense annotazioni, piccoli sprazzi di vita declinati in solitudine sulla tastiera del suo pianoforte.

Propagandosi come leggeri flussi che pervadono il silenzio di una notte quieta rischiarata dalla confortante luce della luna, le eleganti trame disegnate dal musicista sardo plasmano un accogliente universo fatto di placidi sussurri (“Hands”, “Namida”, “The sky is clear now”) e misurate ascese lievemente incalzanti (“Tecla(II)”, “Welcome”, “Be my shelter”). Sono intrecci melodici essenziali che si sviluppano come piccole, vibranti danze proiettate a dare forma tangibile alla profondità di sensazioni semplici dall’eco dirompente.

Un libro sonoro che con infinita grazia ci ribadisce il talento di un autore incapace di smettere di incantarci.

chelidon frame “left blank”

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Densi vapori sulfurei che si espandono sinuosi aleggiando su un cupo mare d’inquietudine. È un tono grave e imperscrutabile il tratto comune delle dieci tracce registrate nel corso dell’ultimo triennio da Alessio Premoli, adesso raccolte a comporre il nuovo capitolo del suo progetto Chelidon Frame.

Dall’incrocio di risonanze e frequenze generate da un ampio spettro di fonti acustiche, analogiche e sintetiche differenti prendono forma notturne esplorazioni di un universo visionario descritto da riverberi obliqui che si muovono su impenetrabili fondali pervasi da ruvida  grana (“Eigenlicth”, “Low Rise (Blackout)”) o sature fluttuazioni che scivolano lente a formare oscure distese contemplative (“High Rise”, “After the Moonrise”). Trame che a tratti vengono scandite da inattese, marcate pulsazioni (“Left Blank”) e che nella parte centrale del lavoro originano una breve suite siderale in quattro movimenti (“Pluto’s Moons are in Absolute Chaos“) che rappresenta il frangente più ambizioso e strutturato dell’album.

Un itinerario sonico al tempo stesso sfaccettato e coeso attraverso ribollenti territori pervasi da strisciante tensione.

kaada “closing statements”

[mirakel recordings]

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Un universo sfaccettato di fragili emozioni  tradotte in musica con tocco delicatamente leggero. È una raccolta di sensazioni legate al momento della fine, narrate con cinematica enfasi, a sancire il ritorno alla dimensione solista di Kaada, apprezzato compositore e polistrumentista che annovera tra le sue collaborazioni una doppia pubblicazione condivisa con Mike Patton.

Ibridando con attenzione esperienze ed influenze differenti che ne hanno segnato fin qui la carriera, il musicista  norvegese costruisce un  itinerario sensoriale marcatamente lirico plasmato attraverso la fusione di placide trame melodiche, ariosi arrangiamenti orchestrali e frequenze sintetiche lievemente granulose o inclini a strutturare inattesi andamenti pulsanti. Ognuna di queste componenti emerge  diluita e priva di tratti netti integrandosi in un insieme corale e coeso.

Ne scaturisce un percorso intenso ed irregolare che alterna morbide luci e tenue ombre intrecciate in una quieta danza di risonanze sognanti che scorre via vaporosa malgrado il greve tema di fondo.

Una fuga affascinante in un immaginario inaspettatamente vivido e avvolgente.

ben mcelroy “the word cricket made her happy”

[eilean]

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Racconti del nord che si susseguono concretizzando un immaginario plasmato attraverso le molteplici sfumature di un lessico composito e affascinante. Prosegue la sua esplorazione sonora basata sulla commistione di trame acustiche e risonanze sintetiche Ben McElroy e lo fa realizzando il suo terzo lavoro, punto 40 sulla caleidoscopica mappa eilean.

Procedendo tra  dilatate ambientazioni risonanti pervase da un senso di grave epicità (“The Sailor and the Albatross”, “Ink Drunk”), placide visioni vaporosamente contemplative (“Sleep and Create Moon”, “The Yellow’un Always Wins”) e delicati bozzetti melodici intrecciati a gentili frequenze ambientali (“The Word Cricket Made Her Happy”), il musicista inglese costruisce un viaggio surreale in un universo avvolto da un’aura onirica accattivante, che continuamente rimanda alla sua terra di origine. Un percorso sfaccettato che giunge a inglobare due tracce (“Henry and Clara”, “All Around Prayed The Drowned Men”)  il cui elemento dominante diventa la voce narrante che ancor più enfatizza il rimando ad una tradizione elevata a fonte d’ispirazione.

Echi di un passato scolpito a fondo nella memoria.

kyle bobby dunn / wayne robert thomas “the searchers / voyevoda”

[whited sepulchre records]

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Visioni differenti proiettate verso un orizzonte condiviso fatto di indissolubile nostalgia. Si incontrano su un territorio affine i tracciati sonori di Kyle Bobby Dunn e Wayne Robert Thomas, accomunati da un portato sensoriale che ne annulla la distanza stilistica.

The Searchers
Sale lenta e graduale la calda marea emozionale plasmata da Kyle Bobby Dunn, espandendosi come un morbido soffio che con le sue luminose risonanze ammanta tutto ciò che ricopre lungo il suo incedere. È un vibrante torrente colmo di un senso di infinita tristezza, inequivocabile rimando agli apici della sua precedente produzione artistica, che aleggia costante fino a sciogliersi improvvisa per lasciare spazio al silenzio.

Voyevoda
Cristallini riverberi intrisi di grave solennità configurano impenetrabili fluttuazioni che si muovono impercettibili come un denso banco di nubi. È una staticità apparente, carica di tensione, ad irradiare dalle dilatate trame di Wayne Robert Thomas, accumulo di flessuosi bordoni che si insinuano implacabili in ogni antro vuoto generando saturazioni permanenti che si imprimono indelebili nella memoria.

Una duplice deriva in un mare di profonda inquietudine.