gianluca favaron “variations (fragments of evanescent memories)”

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Echi di reminiscenze che riaffiorano combinandosi in granulosi flussi aleatori. Costruisce un nuovo universo criptico la cui decifrazione è affidata a chi lo approccia Gianluca Favaron e lo fa utilizzando il suo abituale vasto campionario di alchemiche risonanze di natura prevalentemente analogica.

Materiche particelle crepitanti si muovono a velocità variabile attraverso fluttuanti frequenze oblique costruendo alienanti elucubrazioni che appaiono come il riflesso di una realtà in irreversibile disgregazione. Sono visioni distopiche che si espandono sommesse senza assumere mai una forma definitiva come magma che scorre lento ed implacabile a partire da sussurrate tracce vocali (“Fragment #1”)  fino a giungere ad un primo temporaneo approdo (“Intermezzo”). Da qui si riparte verso il nucleo ribollente fatto di crescendo convulsi e rumoristici apici che deflagrando lasciano emergere un conclusivo stato di quiete in cui ogni abrasivo frammento si scioglie per rimanere traccia evanescente di un’inquietudine ormai trascesa.

Intimistica deriva postmoderna.

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neraterrae “the NHART demo[n]s”

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Un universo sotterraneo impenetrabile alla luce in cui si aggirano sinistre ombre come riflessi di un incubo senza fine. Si rivolge al proprio passato Alessio Antoni per definire l’inizio di un nuovo corso, ripescando le tracce lasciate nel 2009 a firma NHART.

Cupe fluttuazioni, frequenze profondamente scabrose e oblique persistenze si combinano generando sulfurei effluvi che si espandono a definire postmoderni paesaggi alienati nei quali immergersi in balia di ribollenti vapori asfissianti (“End”) o algide tormente ossessive (“The gift of blindness”), che a tratti rimangono fugaci schegge indefinite (“Core”, “Night visit”, “Deeper down”).

Una narrazione frammentaria dalle atmosfere coese che trova il suo apice nel dittico anonimo in cui parzialmente l’oscurità si stempera lasciandosi permeare da inattese trame melodiche.

luca longobardi “plume”

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Seduti su una nuvola spinta da un vento dolce alla ricerca di una nuova prospettiva da cui osservare il mondo. La musica sa essere antitodo, può definire ripartenze ed essere un accogliente rifugio nel quale lasciare fluire leggeri anche i pensieri più ingombranti, ed il suo Luca Longobardi lo ha costruito lentamente e con cura.

“Plume” è un ambiente ideale fatto di calda luce abbagliante e malinconica penombra in cui vaporose visioni sognanti si alternano a impetuose fughe dall’incedere serrato disegnando un universo costantemente in bilico ma sempre in perfetto equilibrio. È il pianoforte ad indicare la via, ma a completarne gli avvolgenti tracciati interviene l’ausilio di sonorità analogiche che combinate ai rumori ambientali dello strumento ne espandono ed innalzano il portato emozionale che si mantiene profondamente inalterato lungo la sequenza di palpitanti danze melodiche che scolpiscono paesaggi impetuosi (“Eleven lives”, “Paralleli”) e placide derive di infinito lirismo (“Lullaby #19 (a song for Jpg)”, “Quel che resta della notte”).

In appendice, le rimodulazioni di tre tracce ampliano ulteriormente le coordinate di un lavoro intensamente ispirato, preziosa raccolta di attimi di cristallina bellezza.

marta cascales alimbau “light-house”

[piano and coffee records]

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Nella mente l’opera di grandi maestri del passato, negli occhi la penetrante bellezza di un luogo osservato da un punto di vista speciale. Ha origine da una residenza artistica sulla casa galleggiante Vallejo in california il disco di debutto di Marta Cascales Alimbau, giovane pianista spagnola comparsa recentemente in qualità di interprete di una delle tracce su “Ballades” di Doug Thomas.

A partire dalle fluide trame ricche di pathos di “Tide”, composta durante il soggiorno a Sausalito, la musicista disegna un breve tracciato emozionale fatto di delicati bozzetti definiti da leggere ed ariose tessiture del suo strumento che si dispiegano solitarie (“House”) o si combinano al suono del violino e del violoncello che ne espandono l’enfatico lirismo (“Pleut”), dichiarando a tratti fin dal titolo la fonte d’ispirazione classica.

Introduzione ad un’artista in crescita.

anenon “tongue”

[friends of friends]

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Uno scrigno segreto nel quale raccogliere un turbine di emozioni lontano dai riflessi di una realtà opprimente. Ha scelto una piccola e isolata mansarda di un’antica villa toscana Brian Allen Simon per trovare l’ispirazione e realizzare in un breve arco di tempo il quarto lavoro a firma Anenon, provando ad introiettare l’eco di una terra artisticamente fertile per generare un universo virtuale nel quale lasciare riverberare flussi di appassionata bellezza.

Costruite principalmente attorno al suono del sassofono soprano e del pianoforte,  le intense spirali sonore plasmate dal polistrumentista losangelino si sviluppano gradualmente come immaginifici arabeschi dalle striature orientaleggianti interpolate da quieti riverberi ambientali (“Open”, “Mansana”) o come incalzanti fughe verso orizzonti inafferrabili nelle quali le armonie si reiterano ossessive fino a divenire ritmo inarrestabile (“Two for C”, “Verso”, “Tongue”), riversandosi a tratti in minimale oasi contemplative nelle quali lasciare danzare solitaria la melodia (“Pure”, “Sardinia”).

Ne risulta un’ambience di ampio respiro che si muove tra paesaggismo sonoro, elettronica ed attitudine jazz a definire un afflato di nuovo classicismo ibrido e non pienamente definibile.

Una zona di conforto nella quale rifugiarsi per rigenerarsi.

jules “adventures & explorations (volume 1)”

[audiobulb]

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In nessun tempo reale, in nessuno spazio definito. Sono immaginarie peregrinazioni di un viaggiatore irreale i resoconti sonori modellati da Jules, misterioso nonché anonimo progetto che si prefigge di costruire immaginifiche percorrenze attraverso universi verosimili ma mai concreti.

Utilizzando un’ampia combinazione di suoni derivanti da fonti diverse, Jules ci conduce attraverso placide visioni permeate di onirico afflato che emerge prepotente sia dalle dilatate e nostalgiche sospensioni di “Paris, 1870. My first trip in a hot air balloon”, che dalle ribollenti modulazioni meditative di “Stories of long journeys in Indochina”. Espanse tessiture ambientali fluttuano vaporose lasciando a tratti emergere flebili frammenti melodici generando ibride fughe ambientali pervase di liquida visionarietà.

Giunti in fondo a questi due tracciati non resta che rientrare nel quotidiano in attesa di una nuova tappa di questo suggestivo viaggio privo di confini.

r beny “saudade”

[dauw]

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Il riverbero di una calda luce che giungendo da un nostalgico recente passato proietta verso un presente in divenire. È un tracciato di aggraziati intrecci di fragili armonie e calde risonanze sintetiche quello sul quale procede Austin Cairns, musicista americano che si cela sotto lo pseudonimo r beny, che con “Saudade” giunge al suo terzo disco.

È tutto racchiuso nel suo titolo il senso delle otto tracce del lavoro, sequenza vibrante di dilatate saturazioni che stratificandosi  generano flessuose  modulazioni permeate da grana sottile che fluttuando configurano vaporosi paesaggi emozionale intrisi di placida malinconia. Un galleggiare quieto e sinuoso  che a tratti si espande producendo visioni dai confini sempre più estesi e impalpabili dominati da un senso di infinito inafferrabile (“Streams of light”, “Canopy”) fino a divenire siderale danza di reiterate particelle rischiarate dal crepitio delle stelle (“Burl”, “Ektar”).

Un’immersione profonda verso recessi immaginifici.