otto lindholm “alter”

[gizeh records]

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Luci e ombre che si intrecciano in meditabondi flussi gravidi di misteriosa tensione. Sono atmosferiche sculture cariche di enfasi  a comporre “Alter”, il nuovo album di Otto Lindholm diviso in quattro lunghi tracce dall’incedere lento e perentorio.

Assecondando un impianto strutturale univoco, le immaginifiche tessiture armoniche plasmate dal musicista belga sul suo contrabbasso emergono lentamente da dense e oscure saturazioni che si espandono rapidamente definendo in modo inequivocabile l’atmosfera cupa entro cui le narrazioni si sviluppano. A variare è il tono del singolo capitolo che pur muovendosi sempre attraverso ipnotiche e risonanti nebbie passa dall’obliquo lirismo di “Fauve” allo stridore delle alte frequenze  pervase da ossessive modulazioni sintetiche di “Lehena”, dalla dissonante magmatica profondità delle persistenze di “Alyscamps” alle parziale apertura verso una maggiore luminosità e ariosità delle trame della conclusiva “Heliotrope”.

Attraverso il loro succedersi i diversi movimenti del disco danno vita ad una lunga suite capace di modellare gradualmente un universo emozionale vivido e profondamente materico.

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that faint light “that faint light”

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Nebulose visioni che suggeriscono senza mostrare nitidamente. È una cinematica sequenza di istantanee permeate da un persistente margine di indefinitezza a dare forma all’esordio di That Faint Light, progetto condiviso da Adrian Lane e Guido Lusetti  che ricerca un’armoniosa sintesi tra due modalità percettive differenti.

A generare le tracce è un attento gioco di incastri che vede scontrarsi e fondersi  le melodie acustiche dell’artista inglese e le frequenze sintetiche del musicista italiano. Minimali risonanze pianistiche e fragili arpeggi scivolano su rarefatti fondali elettronici mentre algide modulazioni si insinuano nelle enfatiche  pause espandendo il dominante portato evocativo delle narrazioni. Ogni suono trova la propria dimensione attraverso un’attenta cesellatura  delle parti che riesce a combinare fluttuazioni dissonanti e riverberi carichi di tensione a flussi onirici e derive meditabonde.

Un’immersione affascinante in una dimensione sfuggente.

ben rath “black heart music”

[eilean]

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Un’aura oscura che si stende come un impenetrabile coltre di grigie nuvole minacciose. Segna un deciso cambio di rotta verso nuovi confini il nuovo lavoro di Ben Rath, una variazione tanto più inattesa considerando il recente esordio del suo progetto Slow Heart Music incentrato sull’esplorazione acustica delle sue abituali delicate trame.

Sono toni cupi e carichi di tensione quelli che si sprigionano dalle tracce di “Black Heart Music”, plasmati attraverso una dilatata sequenza di dense saturazioni sintetiche che si espandono in persistenti derive claustrofobiche prive di aria e luce. L’atmosfera greve risultante non giunge a sciogliersi quando emergono definiti riverberi chitarristici che piuttosto si conformano alle sensazioni imperanti diventandone  tetra eco (“Hidden contract”, “Reasonable Doubt”),  né quando le tessiture virano verso una dimensione marcatamente solenne (“Devotion”, “Hesitation”).

Intensamente nero.

daniel barbiero | cristiano bocci “non-places”

[acustronica]

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Spazi privi di connotazione antropologica eppure principali ambienti della nostra contemporaneità, i non-luoghi assurgono sempre più ad essere fonte d’ispirazione per riflettere sul mondo attuale nel quale siamo immersi. Non si sottrae a questa tendenza il percorso di ricerca sonora, che trova nelle contraddizioni e nella complessità dei paesaggi codificati da Augé terreno fertile  da cui attingere.

Ed è a partire da una serie di questi spazi “altri” e dalle relative tracce acustiche catturate in situ che si sviluppa il rinnovato sodalizio tra Daniel Barbiero e Cristiano Bocci, che tornano a collaborare dopo l’interessante esperienza di “Nostos”. Da quell’incontro i due ripartono mutuandone in parte il processo compositivo basato su iniziali creazioni ed esecuzioni plasmate dal musicista americano, in seguito rielaborate e ricomposte dall’artista italiano. Le differenze principali qui consistono nell’incipit alla base delle scritture, costituito appunto dalle riprese ambientali,  e da un intervento ampliato da parte di Bocci che più spesso inserisce linee di basso elettrico a dialogare con le trame del contrabbasso.

La sintesi scaturente costruisce un affascinante viaggio che interseca luoghi dell’attraversamento e del consumo dei quali le varie tracce ripropongono meccanismi e sensazioni che vanno dalle convulse morbide dissonanze di “Berlin Subway (Long Hours)” al ruvido straniamento delle frequenze spigolose di “2000 PA Ave (The Symmetrical Stairs)”, dal percussivo ed alienante incedere ipnotico di “Bruxelles Gare du Midi” al poetico scorrere di “Train to Siena” arricchito delle sfumature dell’armonica di Matteo Ranieri, passando dal mutevole flusso percussivo denso di venature stridenti di “Turnpike Suite” e alla melodica, elettrica tensione di “Rome Airport (A Turn of the Vane Doesn’t Eliminate Flight)”.

Un lavoro ambizioso che attraverso le sue strutture e combinazioni traduce in suono i codici di una fruizione sempre più disattenta e distaccata di quelli che malgrado tutto sono i territori del nostro quotidiano.

norihito suda “sunshine”

[dauw]

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Una dolce malinconia che si irradia fragile come il tepore di tenui raggi di luce autunnale. È con tocco lieve e delicato che Norihito Suda dipinge i suoi bozzetti elettroacustici che compongono “Sunshine”, nuovo album che lo vede tornare come protagonista unico di una pubblicazione della tape label belga Dauw dopo il lavoro condiviso con Stijn Hüwels  dello scorso .

Fluiscono con grazia le crepitanti trame tessute dall’artista giapponese, un insieme sussurrato di suoni ambientali combinati a luminosi riverberi acustici e sinuose modulazioni sintetiche. Le visioni sono serenamente meditabonde ed esprimono una pacifica quiete risultante da espansioni di luce accecante percorse da un soffio finemente granuloso (“Sunshine”, “Preparations for the Coming Winter”, “The Weather of the Day Was Too Calm Almost as If Nothing Had Happened”),  da danze di organiche stille dall’andamento cullante (“Golden Rain of the End of the April”, “Mist Valley”) e da risonanze acustiche che lentamente rimbalzano su fondali ruvidi (“In the Faraway Distance”, “Harvest Moon”).

Un abbandono onirico in paesaggi intrisi del fascino del lontano oriente.

chelidon frame “(null) point ex_”

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Trame cinematiche dallo sviluppo mutevole venate di persistente tensione. Pur differentemente costruite e strutturate, le due tracce firmate da Alessio Premoli sotto l’alias Chelidon Frame si muovono in ambienti affini per atmosfera e capacità evocativa, condensandosi in narrazioni postmoderne sfuggenti eppure tangibili.

“(null) point ex_”                                                                                                                                Un soffio oscuro si espande lentamente ammantando di cupo mistero una visione nebbiosa che raggiunta la massima densità improvvisa si scioglie. Inatteso si apre uno squarcio dal quale si distende un fondale crepitante attraversato da frammenti dissonanti che piombano improvvisi come lame di istantanea luce accecante. Qualcosa sta per accadere e il suo giungere è scandito da questo aritmico susseguirsi di flash su un tappeto crepitante, ma in modo altrettanto inatteso tutto si scioglie nella foschia iniziale.

“00_0”                                                                                                                                                      Una pulsazione sinuosa scorre imperturbabile nel suo circolare incedere ipnotico accogliendo un susseguirsi di frequenze e stille che ne modulano il fluire. È un microcosmo che si dipana orizzontalmente all’insegna di una stratificazione di viraggi obliqui e rumori indefinibili che ancora una volta si sciolgono senza produrre una reale conclusione.

Brevi appunti per possibili future derive.

how to cure our soul “mare”

[sequel]

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Porsi di fronte ad un insondabile mistero per definire se stessi in modo più esteso. Il mare con la sua vastità ed la sua irresistibile forza magnetica è da sempre prolifica fonte di ispirazione a cui rivolgersi. A ritrovarsi vittima di questo immenso fascino sono adesso gli abruzzesi How To Cure Our Soul, duo formato da Marco Marzuoli e Alessandro Sergente a cui si aggiunge in questo loro quarto capitolo Rossano Polidoro.

“Mare” è un immersivo  viaggio che si nutre dei suoni naturali dell’elemento prescelto combinati a frequenze soniche persistenti atte a scavare tracce profonde ed indelebili. Il rumore della risacca apre il lavoro lasciando emergere un punto di vista poeticamente meditativo rivolto verso la vasta distesa  d’acqua in costante movimento. Ad esso si sovrappongono gradualmente lunghe scie droniche che suggeriscono una parallela solitaria navigazione lungo la superficie liquida creando un costante sfasamento tra due dimensioni parallele modulate in modo tale da creare equilibri cangianti che non escludono mai nessuna delle due componenti.

L’intreccio risultante genera un andamento crescentemente ipnotico che gradualmente imprigiona escludendo tutto ciò che esterno e distante fino a giungere ad un terminale approdo segnato dal solo dominante dato naturale che chiude  un avvolgente percorso circolare.

Da affrontare in apnea.