the green kingdom “the north wind and the sun”

[lost tribe sound]

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Nubi che si diradano spinte da un vento refrigerante che concede l’irrompere di un sole confortevole. Apre un tracciato inedito il nuovo lavoro di Michael Cottone dirigendo le trame ambientali del suo progetto The Green Kingdom verso coordinate prettamente acustiche quasi totalmente scevre della componente sintetica fin qui marcatamente predominante.

La terra d’origine e il legame con essa, condensato in preziosi ricordi d’infanzia, è il punto di partenza dal quale nascono le tracce di  “The north wind and the sea”, vellutata sequenza di istantanee che conduce attraverso paesaggi emozionali fatti di melodie sognanti e leggere danze di note dense di luminoso riverbero. Il flusso plasmato da Cottone si muove tra scorci pulsanti permeati da un vago senso di epicità (“Signs and wonders”, “Ramshacklet”) e visioni flessuose intrise di un sapore agrodolce (“The singing river”, “The beacon tree”), attraversando frangenti maggiormente crepuscolari (“From the ashes of industry”) e sprazzi meditativi carichi di enfasi  (“Children of light”).

Un viaggio delicato e avvolgente che ci lascia immergere in un universo accogliente disegnato attraverso un lessico inaspettato, ma certamente efficace.

duo blanco sinacori “hacked arias”

[almendra music]

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Una traslitterazione coraggiosa che conserva intatto l’enfasi di stralci di storia inarrivabili. Giunge alla sua seconda tappa l’esplorazione sospesa tra rivisitazione classica e composizione contemporanea di Alessandro Blanco e Giuseppe Sinacori, coppia di chitarristi attiva fin dal 2009 ed intenta a trovare una originale ridefinizione del loro strumento d’elezione.

Dopo aver rivisitato nel loro disco di debutto pagine di Bellini e Rossini, intervallati dagli intermezzi appositamente scritti da Maurizio Pisati, i due giovani musicisti siciliani si misurano adesso con tre arie di Giacomo Puccini tradotte in partiture di chitarra, che utilizzando la raffinata tecnica dei due trovano una rinnovata dimensione musicale capace di riproporre il coinvolgente pathos che le ha rese immortali malgrado la decisa trasfigurazione operata.

È un dialogo foriero da inutili tecnicismi che piuttosto lascia emergere prepotente la grande complicità che è alla base del duo, sintonia esaltata ulteriormente dalla scrittura di Valentina Casesa, altra artista presente nel prezioso catalogo Almendra,  che ha composto le due tracce che legano i tre capitoli pucciniani costruendo un percorso che si muove liberamente tra passato e presente senza soluzione di continuità.

Un lavoro interessante per l’idea da cui scaturisce e per l’eleganza del risultato raggiunto.

endurance “echoic architecture”

[polar seas recordings]

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Sinuosi riverberi che espandendosi liberi ricostruiscono un immaginifico percorso attraverso differenti ambienti urbani. È un’indagine sensoriale dai tratti definiti quella costruita da Joshua Stefane, ricercatore canadese attualmente d’istanza in Giappone, un viaggio alla scoperta di come l’architettura incida sulla memoria spaziale e di come tutto ciò possa tramutarsi in suono.

Le sintetiche saturazioni plasmate da Stefane sviluppano stratificazioni persistenti che sembrano voler occupare i vuoti interstiziali delimitati da barriere divenute membrane risonanti e  definite attraverso un processo in negativo atto a delinearne i tratti e il relativo influsso su chi si ritrova ad attraversare lo spazio. Ci si ritrova così immersi in flussi di fragile e accecante luminosità (“Glass towers”), trasportati in contesti definiti da una tangibile matericità (“Automata”) o persi in contesti residuali disegnati da silenti bordoni striati da flebili increspature (“Artificial recess”).

Un’esplorazione affascinante alla scoperta di un mondo tangibile solamente immaginato.

james murray “floods returned”

[slowcraft records]

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Ripercorrere i propri passi per ritrovarsi in una sfera emozionale rinnovata, una percezione differente di paesaggi interiori rivissuti nel ricordo. È un filtrare il già precedentemente filtrato, un rivivere le sensazioni ponendosi da un’ottica differente, da un punto di vista ridefinito dall’ulteriore scorrere del tempo.

A partire da tale presupposto James Murray costruisce attraverso “Floods returned” un percorso che rimodula e condensa i suoi flussi più intimi catturati tra il 2012 e il 2014 nel trittico “Floods”, “The land bridge” e “Mount view”. Ogni traccia di questo nuovo lavoro ripropone un tassello estratto da uno di questi tre dischi, rivisto alla luce di una nuova dimensione che porta l’artista inglese a proporre un nuovo titolo per ciascuno di essi.

L’itinerario si snoda attraverso stratificate persistenze dense e nebbiose, distese sonore che gradualmente registrano una perdita di luminosità giungendo a sfiorare scorci di crepuscolare malinconia. Tutto riverbera evanescente ed impalpabile generando una visione immateriale che si spinge ad un livello più profondo, nel quale a dominare è il portato emotivo delle tessiture  in lieve e costante espansione.

Un vaporoso viaggio alla ricerca di una differente consapevolezza di sé.

steve pacheco “constellate”

[dauw]

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Nuotando in assenza di gravità attraverso una distesa di riverberanti stelle. A condurci in questo evanescente mare cosmico è Steve Pacheco, artista americano al debutto discografico per la tape label belga dauw.

Nebulosi bordoni dall’incedere flessuoso tracciano lente scie dalle quali emergono in filigrana oniriche tracce elettroacustiche che brillano incostanti indicando la direzione in cui far perdere lo sguardo. Il tempo si dilata fino a raggiungere un’apparente immobilità nella quale il suono si diluisce fino a raggiungere un’estrema rarefazione capace di avvolgere ogni frammento rendendolo irreale.

Non c’è traccia di elementi che diano misura e scansione e soltanto i brevi silenzi tra le sette tracce impediscono di percepire “Constellate” come un’unica corrente che fluisce senza soluzione di continuità.

Deriva onirica sinuosa e ovattata.

hotel neon “context”

[fluid audio]

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Un vaporoso notturno dai contorni cangianti nel quale immergersi lasciando fluire libera l’immaginazione. Non una storia compiuta, ma una vivida traccia gravida  di spunti vuole essere il nuovo lavoro plasmato dagli Hotel Neon, un percorso attraverso possibili paesaggi la cui concretizzazione è affidata a chi sa abbandonarsi all’ascolto ed in questa ottica deve essere considerata anche la scelta di nominare secondo un anonimo orario le nove tracce di “Contex”.

Si muovono sinuose le trame droniche definite dai gemelli Tasselmyer e Steven Kemner (perfettamente colte ed espanse da Hakobune che collabora in uno dei capitoli del disco), consentendo di scivolare lentamente ed in profondità nell’universo sinestetico predisposto. Costante è la variazione di sfumatura ed intensità che definiscono le evanescenti e calde modulazioni, consentendo di generare scorci differenti all’interno di un’atmosfera generale coesa ed avvolgente. La sensazione è quella di galleggiare in un’amniotico universo popolato da spettrali presenze in attesa di un gesto che consenta loro di prendere vita, portato emozionale corroborato dalle foto di Nieves Mingueza che accompagnano il disco.

Onirico e dalla valenza fortemente narrativa malgrado l’intenzione di rimanere volutamente indefinito, “Context” è un viaggio da affrontare ad occhi chiusi mantenendosi estremamente ricettivi e sensibili ad ogni minimo dettaglio.

stefano de ponti “fin d’ersástz / 20xx – 2016”

[grotta records]

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Fermarsi a riflettere lungo la strada fin qui percorsa per generare un punto di ripristino dal quale ripartire imboccando nuove direzioni. È molto più di un semplice mixtape il nuovo disco pubblicato da Stefano De Ponti, vero e proprio collage di eterogenei frammenti che sommandosi definiscono un universo emozionale convulso ma perfettamente coerente.

Voci narranti, dilatate modulazioni ambientali e schegge di tessiture melodiche si susseguono senza soluzione di continuità, dando vita ad un ricco e caleidoscopico catalogo che combina processi di sperimentazione sonora  agli elementi che nel corso degli anni hanno costruito il fertile substrato dal quale gli stessi hanno avuto origine. Il flusso derivante, plasmato con una maestria che emerge netta nella definizione dei momenti di transizione tra le parti, scorre via avvolgente ed incisivo attraverso trame evocative fortemente cinematiche, che nella loro mancanza di rifinitura accurata lasciano trasparire l’urgenza espressiva alla base del lavoro.

Oltre all’insieme di riferimenti espliciti, “Fin d’Ersátz / 20xx – 2016” si nutre di un simbolismo disseminato tra le pieghe della sua veste complessiva, dando modo di poterne carpire il moto interiore dal quale questo affascinante viaggio prende le mosse.