james murray “floods returned”

[slowcraft records]

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Ripercorrere i propri passi per ritrovarsi in una sfera emozionale rinnovata, una percezione differente di paesaggi interiori rivissuti nel ricordo. È un filtrare il già precedentemente filtrato, un rivivere le sensazioni ponendosi da un’ottica differente, da un punto di vista ridefinito dall’ulteriore scorrere del tempo.

A partire da tale presupposto James Murray costruisce attraverso “Floods returned” un percorso che rimodula e condensa i suoi flussi più intimi catturati tra il 2012 e il 2014 nel trittico “Floods”, “The land bridge” e “Mount view”. Ogni traccia di questo nuovo lavoro ripropone un tassello estratto da uno di questi tre dischi, rivisto alla luce di una nuova dimensione che porta l’artista inglese a proporre un nuovo titolo per ciascuno di essi.

L’itinerario si snoda attraverso stratificate persistenze dense e nebbiose, distese sonore che gradualmente registrano una perdita di luminosità giungendo a sfiorare scorci di crepuscolare malinconia. Tutto riverbera evanescente ed impalpabile generando una visione immateriale che si spinge ad un livello più profondo, nel quale a dominare è il portato emotivo delle tessiture  in lieve e costante espansione.

Un vaporoso viaggio alla ricerca di una differente consapevolezza di sé.

steve pacheco “constellate”

[dauw]

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Nuotando in assenza di gravità attraverso una distesa di riverberanti stelle. A condurci in questo evanescente mare cosmico è Steve Pacheco, artista americano al debutto discografico per la tape label belga dauw.

Nebulosi bordoni dall’incedere flessuoso tracciano lente scie dalle quali emergono in filigrana oniriche tracce elettroacustiche che brillano incostanti indicando la direzione in cui far perdere lo sguardo. Il tempo si dilata fino a raggiungere un’apparente immobilità nella quale il suono si diluisce fino a raggiungere un’estrema rarefazione capace di avvolgere ogni frammento rendendolo irreale.

Non c’è traccia di elementi che diano misura e scansione e soltanto i brevi silenzi tra le sette tracce impediscono di percepire “Constellate” come un’unica corrente che fluisce senza soluzione di continuità.

Deriva onirica sinuosa e ovattata.

hotel neon “context”

[fluid audio]

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Un vaporoso notturno dai contorni cangianti nel quale immergersi lasciando fluire libera l’immaginazione. Non una storia compiuta, ma una vivida traccia gravida  di spunti vuole essere il nuovo lavoro plasmato dagli Hotel Neon, un percorso attraverso possibili paesaggi la cui concretizzazione è affidata a chi sa abbandonarsi all’ascolto ed in questa ottica deve essere considerata anche la scelta di nominare secondo un anonimo orario le nove tracce di “Contex”.

Si muovono sinuose le trame droniche definite dai gemelli Tasselmyer e Steven Kemner (perfettamente colte ed espanse da Hakobune che collabora in uno dei capitoli del disco), consentendo di scivolare lentamente ed in profondità nell’universo sinestetico predisposto. Costante è la variazione di sfumatura ed intensità che definiscono le evanescenti e calde modulazioni, consentendo di generare scorci differenti all’interno di un’atmosfera generale coesa ed avvolgente. La sensazione è quella di galleggiare in un’amniotico universo popolato da spettrali presenze in attesa di un gesto che consenta loro di prendere vita, portato emozionale corroborato dalle foto di Nieves Mingueza che accompagnano il disco.

Onirico e dalla valenza fortemente narrativa malgrado l’intenzione di rimanere volutamente indefinito, “Context” è un viaggio da affrontare ad occhi chiusi mantenendosi estremamente ricettivi e sensibili ad ogni minimo dettaglio.

stefano de ponti “fin d’ersástz / 20xx – 2016”

[grotta records]

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Fermarsi a riflettere lungo la strada fin qui percorsa per generare un punto di ripristino dal quale ripartire imboccando nuove direzioni. È molto più di un semplice mixtape il nuovo disco pubblicato da Stefano De Ponti, vero e proprio collage di eterogenei frammenti che sommandosi definiscono un universo emozionale convulso ma perfettamente coerente.

Voci narranti, dilatate modulazioni ambientali e schegge di tessiture melodiche si susseguono senza soluzione di continuità, dando vita ad un ricco e caleidoscopico catalogo che combina processi di sperimentazione sonora  agli elementi che nel corso degli anni hanno costruito il fertile substrato dal quale gli stessi hanno avuto origine. Il flusso derivante, plasmato con una maestria che emerge netta nella definizione dei momenti di transizione tra le parti, scorre via avvolgente ed incisivo attraverso trame evocative fortemente cinematiche, che nella loro mancanza di rifinitura accurata lasciano trasparire l’urgenza espressiva alla base del lavoro.

Oltre all’insieme di riferimenti espliciti, “Fin d’Ersátz / 20xx – 2016” si nutre di un simbolismo disseminato tra le pieghe della sua veste complessiva, dando modo di poterne carpire il moto interiore dal quale questo affascinante viaggio prende le mosse.

 

fjordne & stabilo “andrew”

[sound in silence]

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Due sguardi diretti verso lo stesso orizzonte che generano immagini differenti ma complementari, capaci di creare una variegata ed inaspettata coesione. Arrivano entrambi dal Giappone i due autori che in egual misura si suddividono le quattro tracce di “Andrew”, da Tokyo Fujimoto Shunichiro aka FJORDNE e da Hiroshima Yasutica Horibe aka stabilo. L’obiettivo comune è quello di creare narrazioni ibride dal forte impatto cinematico attraverso combinazioni di armonie pianistiche dal sapore neoclassico e ampie ed elaborate modulazioni sintetiche.

Entrambe le tracce composte da FJORDNE si sviluppano a partire da morbide linee melodiche venate di  nostalgico romanticismo che improvvisamente si scontrano con frequenze sintetiche ruvide, generando oblique tessiture dall’incedere stridente ed irregolare. La stratificazione risultante riesce a far coesistere sullo stesso piano dimensioni solo apparentemente inconciliabili, fuse in un equilibrio spiazzante.

Un’ambience vaporosa e dilatata costituisce il fondale denso da cui invece emergono i frammenti acustici di stabilo, che fluiscono sospesi  nell’eterea e persistente tessitura che le accoglie diluendosi gradualmente nelle sue atmosfere crepuscolari e malinconiche.

È un’alternanza che crea un microcosmo variegato e affascinante che dischiude paesaggi  mutevoli accomunati dallo stesso cielo.

covarino/incorvaia “perugia”

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Niente trucchi, niente correzioni, ma affidarsi soltanto ad una sintonia rapidamente ritrovata malgrado una lunga essenza. Sono questi i presupposti dai quali nasce l’opera prima del duo formato dal percussionista Francesco Covarino e dal chitarrista Alessandro Incorvaia, ritrovatosi dopo 14 anni a suonare di nuovo insieme nella loro Perugia.

Le cinque tracce che compongono il disco, pubblicato dall’inglese Preserved  Sound, sono dialoghi tesi e serrati fatti di fitte improvvisazioni su strutture cangianti che variano dalle ossessive spirali in crescendo di “#1” e “#3” fino ai placidi e malinconici intrecci della conclusiva “#6”, passando attraverso le trame più libere e destrutturate di “#2” e dalla breve ariosa solarità di “#5”. Le atmosfere delineate rimandano a sonorità degli anni 90, in particolar modo al post rock di band di culto quali i Tortoise, che qui si arricchiscono di una componente ambientale che ne espande il lessico e che si arricchisce di ulteriori sfumature grazie agli innesti di basso e lap steel  di Marcos Muniz e di contrabbasso di Alfonso Alcalà.

Scorrono veloci i quaranta minuti di “Perugia” col loro carico di ispirazione feconda e quel senso di freschezza e libertà che contraddistingue la musica che nasce dalla passione profonda.

benjamin finger “10”

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Preannunciata dalla pubblicazione dell’ep “9,5” arriva a compimento la tappa dance della prolifica e sfaccettata produzione musicale di Benjamin Finger. Sono infatti le pulsazioni ritmiche ad essere assolute protagoniste del nuovo lavoro pubblicato da Sellout! Music.

Nei dieci brani che lo compongono non sono comunque totalmente assenti i tratti sonori a noi più cari che contraddistinguono l’abituale lavoro dell’artista norvegese. Le linee ritmiche infatti si incrociano e si fondono a tratti con frequenze granulose e ruvide (“Ibitchian Raper”, “Jive Ass Screamers “) o si combinano in flussi amniotici avvolgenti e accattivanti (“Party Corpse”, “Kiddie Ninja Weekend”).

Chiusa questa efficace parentesi da beatmaker, attendiamo un ritorno ad una dimensione più quieta e meditativa che ci riporti verso orizzonti più congeniali o una nuova spiazzante trasformazione. Restiamo in ascolto.