dead piano “dead piano”

[st.an.da]

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Decostruire per trovare una dimensione differente che faccia emergere tratti inesplorati di ciò che è più che consolidato. Non un pianoforte che muore, piuttosto uno strumento che attraverso un processo di marcata manipolazione trova nuova linfa proiettandosi verso orizzonti inattesi. È un’intenzione precisa a muovere Andrea Bellucci e Cristiano Deison lungo i solchi di questa loro collaborazione, un’idea chiara che ispira una ricerca volta ad affrancare un suono che rischia di divenire sterile ripetizione.

Affidandosi alle pressoché infinite possibilità derivanti dall’applicazione della tecnologia quale mezzo di trasfigurazione e ricomposizione delle armonie acustiche e implementando il risultato con l’ausilio di ulteriori flussi sintetici che ne saturino il fluire sinuoso, i due artisti plasmano un’affascinante esplorazione in sei atti imperniata appunto sull’utilizzo del piano quale generatore di risonanze profondamente atmosferiche. Mantenendone solo in parte il portato melodico e amplificandone il tratto evocativo grazie all’innesto prezioso di flebili modulazioni elettroniche, ciò che viene originato è una vaporosa sequenza di minuti paesaggi emozionali ricchi di dettagli e sfumature.

Un notturno evanescente, intriso di sfuggente malinconia, che avvolge e conduce tra le pieghe di un immaginifico universo in cui nulla è ciò che sembra.

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witxes “orients”

[consouling sounds]

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Persi in un’allucinata sequenza di disturbanti paesaggi , alla ricerca di un’essenza irrimediabilmente andata perduta. È tra i meandri del pensiero che tenta di districarsi tra gli infiniti pericoli di una distopia sempre più concreta e meno irreale che prende forma la terza narrazione sonica di Maxime Vavasseur sotto il marchio Witxes, nuovo lavoro che giunge a ben cinque anni dal precedente “  A Fabric of Beliefs” e che ha richiesto un lungo periodo di gestazione la cui complessità si riflette palesemente nella sua struttura.

“Orients” è un racconto dai toni dirompenti ma profondamente intimista, un itinerario introverso che non possiede un reale punto di origine e che non giunge ad un’effettiva conclusione. Ciò che le tese trame colme di graffianti frequenze e cupe persistenze disegnano è il dispiegarsi di un processo di consapevolezza che non ha nel suo completamento il suo fine, ponendosi piuttosto come riflessione su uno stato delle cose in perenne svolgimento. Assecondando questa spinta, il ruvido magma sonoro si dipana a tratti come flusso unitario che si riversa da una traccia all’altra senza reale soluzione di continuità per poi trovare improvvise cesure capaci di creare punti di ripristino da cui ripartire.

Accentuando la componente sintetica del suo universo sonoro, Vavasseur  plasma una inquieta deriva di sature modulazioni che si espandono creando oscure distese pervase da granulose increspature, a tratti orientate alla costruzione di roboanti spirali ascensionali (“Disruptions”) e che solo nel convulso finale trovano un più marcato apporto acustico determinato dalla presenza dei fiati affidati a Matthieu Metzger e Krystian Sarrau (“Clairvoyants”).

Un immersivo viaggio nel tortuoso labirinto di un animo in fermento.

zhalilh “inrushes”

[eilean]

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Frammenti che raccontano una storia in lento divenire, schegge che mostrano più di quel che palesemente evidenziano. Conduce su versanti parzialmente inattesi il punto 46 della mappa eilean, rotte che vedono primeggiare il canto suadente di Hannah Zhalih Mickunas , narrazioni dal portato atmosferico che ben si incastrano tra le suggestioni raccolte dalla label francese nel corso degli anni.

Accompagnata da suoni essenziali e flebili echi risonanti, Zhalilh dischiude il suo universo immaginifico affidandosi all’incanto della sua voce vellutata con la quale nel corso degli ultimi anni, in una dimensione intima e solitaria, ha dipinto eterei bozzetti quasi sempre poco più di estemporanee schegge. Ciò che ammalia è la percepibile compiutezza che riesce ad emergere da queste brevi tracce che compongono il lavoro, affermando tutta la forza di un paesaggio emozionale soltanto suggerito ma già totalmente immaginabile.

Un viaggio affascinante tra scorci cullanti e avvolgenti in bilico tra cantautorato e sognante deriva ambientale.

banished pills “failure”

[shimmering moods records]

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Un lento processo di dissoluzione le cui tappe si susseguono come un inesorabile sussurro pervaso di inquietudine. Abbandonando i processi di collaborazione che hanno segnato le sue più recenti pubblicazioni vedendolo affiancato ad Angelo Guido e Camilla Pisani, Edoardo Cammisa torna alla dimensione solitaria del suo tracciato in costante evoluzione.

È un vortice discendente fatto di suoni concreti, echi ambientali e plumbee frequenze dalle risonanze profonde a costruire questo nuovo itinerario firmato Banished Pills, graduale immersione in un personale territorio sensoriale impermeabile a qualsiasi infiltrazione emozionale esterna. A partire dalla flebile tempesta di screziature della title track si procede fino alla conclusiva alienante spirale di “Void” procedendo tra oscure modulazioni infrante da inattesi accenni melodici (“Thread”), l’ossessiva circolarità di reiterate fluttuazioni (“Absorption”), densi flussi vividamente materici (“Wane”, “Gloom”), soffi algidi (“Edge”) e silenzi taglienti (“Moth”).

Quel che prende forma dall’incedere di questi otto frammenti è un urlo soffocato destinato a rimanere inascoltata confessione di un animo in tumulto.

 

michael vallera “all perfect days”

[denovali]

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Suono che si distende sinuoso a comporre opache visioni che aleggiano lievi stagliandosi su un orizzonte languido. Torna a plasmare un nuovo itinerario attraverso evocativi paesaggi emozionali di evidente matrice cinematica Michael Vallera e lo fa dirigendo la sua ricerca creativa verso coordinate inclini ad un evidente processo di sottrazione che vede disgregarsi principalmente ogni matrice ritmica.

Da tale scelta deriva la costruzione di una sequenza di flussi permeati da una vena onirica che emana costante da vaporose fluttuazioni interpolate da elegiache stille pianistiche (“All perfect days”), da trame chitarristiche da cui emergono riverberi inquieti (“In midafternoon”) o che si alternano a distorte frequenze e fraseggi obliqui (“Elon”) e da dense modulazioni scandite da risonanze profonde e melodie ossessive (“Pale watered floor”) o riversantesi in allucinate istantanee inafferrabili (“Stare”).

Un’efficace esplorazione di nuovi indirizzi volta ad ampliare la gamma di soluzioni di un universo sonico ancora in costruzione.

fabio orsi | alessandra guttagliere “giardino forico n.1 – napoli”

[13/silentes]

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Riflessi di un attraversare lento divenuto gradualmente intima simbiosi. Non il racconto diretto e asettico di una città, piuttosto la restituzione di ciò che la sua anima riesce ad imprimere in chi sa mettersi in arrendevole ascolto. Il Giardino Forico di Fabio Orsi e Alessandra Guttagliere non è un lavoro di mappatura urbana e non configura una geografia territoriale. Ciò che il lavoro audio/visivo proietta è l’aura di un luogo filtrata da sensibilità peculiari per riconfigurarsi in un ambiente ideale, una dimensione che pur recando tracce oggettive della sua fonte vuol essere spettro sensoriale di un vissuto intenso e ricettivo.

È una Napoli che non troveremmo mai esattamente corrispondente quella che emerge, eppure inoltrandoci in essa la riconosceremmo senza alcuno sforzo. L’armonioso insieme delle sue voci, del suo ribollente rumoreggiare, dei suoni che ne definiscono ogni singolo scorcio trovano un immaginifico amplificatore nell’opera di rimodulazione e incremento che ne fa Orsi, conducendoci tra le vie di un territorio urbano che attraverso l’astrazione esplode più vivido che mai. Si procede così tra il brulicare delle strade interne fino al contemplativo margine marittimo alla scoperta di una vitalità senza tregua. Lì dove il mero dato materiale fallirebbe nel trasmettere pienamente la profondità dell’esperienza reale interviene l’invenzione  misurata a guidarci. Parallelamente i nostri occhi procedono lungo l’itinerario visivo ideato dalla Guttagliere, che attraverso la pittura (nella sua forma pura o ibridante la fotografia) ripropone su un altro piano il medesimo incremento percettivo finalizzato alla creazione di un tracciato emozionale da esplorare in ogni più minuto dettaglio.

Un’opera profondamente evocativa in cui immergersi alla ricerca di ciò che spesso sfugge ai nostri sensi.

meanwhile.in.texas “requiem. a journey to alpha centauri”

[mu versatile label]

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Proiettati verso le profondità insondabili di un viaggio cosmico immaginario. Ricorrendo ad una declinazione sempre più ampia del suo lessico sonoro in evoluzione, Angelo Guido conduce il suo meanwhile.in.texas verso la narrazione sensoriale  di un tracciato epico di pura fantasia.

A partire dall’attesa carica di tensione plasmata da elettriche frequenze crepitanti, il musicista brindisino disegna un’immaginifica traiettoria scandita dal susseguirsi di differenti scenari rappresentanti le varie fasi del viaggio. Profonde pulsazioni accompagnano l’ascesa riversandosi in dense saturazioni, inizialmente permeate da fugaci scie periferiche, fino a giungere ad attraversare fluttuazioni in crescendo marcatamente granulose, prologo di una conclusiva vaporosa deriva in un oceano di luce siderale che lentamente si spegne lasciando in balia di un’ultima visione totalizzante.

Un’escursione rapida, resa maggiormente agile da una modulazione in costante divenire che non lascia spazio a pause emozionali.