zhalilh “inrushes”

[eilean]

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Frammenti che raccontano una storia in lento divenire, schegge che mostrano più di quel che palesemente evidenziano. Conduce su versanti parzialmente inattesi il punto 46 della mappa eilean, rotte che vedono primeggiare il canto suadente di Hannah Zhalih Mickunas , narrazioni dal portato atmosferico che ben si incastrano tra le suggestioni raccolte dalla label francese nel corso degli anni.

Accompagnata da suoni essenziali e flebili echi risonanti, Zhalilh dischiude il suo universo immaginifico affidandosi all’incanto della sua voce vellutata con la quale nel corso degli ultimi anni, in una dimensione intima e solitaria, ha dipinto eterei bozzetti quasi sempre poco più di estemporanee schegge. Ciò che ammalia è la percepibile compiutezza che riesce ad emergere da queste brevi tracce che compongono il lavoro, affermando tutta la forza di un paesaggio emozionale soltanto suggerito ma già totalmente immaginabile.

Un viaggio affascinante tra scorci cullanti e avvolgenti in bilico tra cantautorato e sognante deriva ambientale.

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banished pills “failure”

[shimmering moods records]

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Un lento processo di dissoluzione le cui tappe si susseguono come un inesorabile sussurro pervaso di inquietudine. Abbandonando i processi di collaborazione che hanno segnato le sue più recenti pubblicazioni vedendolo affiancato ad Angelo Guido e Camilla Pisani, Edoardo Cammisa torna alla dimensione solitaria del suo tracciato in costante evoluzione.

È un vortice discendente fatto di suoni concreti, echi ambientali e plumbee frequenze dalle risonanze profonde a costruire questo nuovo itinerario firmato Banished Pills, graduale immersione in un personale territorio sensoriale impermeabile a qualsiasi infiltrazione emozionale esterna. A partire dalla flebile tempesta di screziature della title track si procede fino alla conclusiva alienante spirale di “Void” procedendo tra oscure modulazioni infrante da inattesi accenni melodici (“Thread”), l’ossessiva circolarità di reiterate fluttuazioni (“Absorption”), densi flussi vividamente materici (“Wane”, “Gloom”), soffi algidi (“Edge”) e silenzi taglienti (“Moth”).

Quel che prende forma dall’incedere di questi otto frammenti è un urlo soffocato destinato a rimanere inascoltata confessione di un animo in tumulto.

 

michael vallera “all perfect days”

[denovali]

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Suono che si distende sinuoso a comporre opache visioni che aleggiano lievi stagliandosi su un orizzonte languido. Torna a plasmare un nuovo itinerario attraverso evocativi paesaggi emozionali di evidente matrice cinematica Michael Vallera e lo fa dirigendo la sua ricerca creativa verso coordinate inclini ad un evidente processo di sottrazione che vede disgregarsi principalmente ogni matrice ritmica.

Da tale scelta deriva la costruzione di una sequenza di flussi permeati da una vena onirica che emana costante da vaporose fluttuazioni interpolate da elegiache stille pianistiche (“All perfect days”), da trame chitarristiche da cui emergono riverberi inquieti (“In midafternoon”) o che si alternano a distorte frequenze e fraseggi obliqui (“Elon”) e da dense modulazioni scandite da risonanze profonde e melodie ossessive (“Pale watered floor”) o riversantesi in allucinate istantanee inafferrabili (“Stare”).

Un’efficace esplorazione di nuovi indirizzi volta ad ampliare la gamma di soluzioni di un universo sonico ancora in costruzione.

fabio orsi | alessandra guttagliere “giardino forico n.1 – napoli”

[13/silentes]

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Riflessi di un attraversare lento divenuto gradualmente intima simbiosi. Non il racconto diretto e asettico di una città, piuttosto la restituzione di ciò che la sua anima riesce ad imprimere in chi sa mettersi in arrendevole ascolto. Il Giardino Forico di Fabio Orsi e Alessandra Guttagliere non è un lavoro di mappatura urbana e non configura una geografia territoriale. Ciò che il lavoro audio/visivo proietta è l’aura di un luogo filtrata da sensibilità peculiari per riconfigurarsi in un ambiente ideale, una dimensione che pur recando tracce oggettive della sua fonte vuol essere spettro sensoriale di un vissuto intenso e ricettivo.

È una Napoli che non troveremmo mai esattamente corrispondente quella che emerge, eppure inoltrandoci in essa la riconosceremmo senza alcuno sforzo. L’armonioso insieme delle sue voci, del suo ribollente rumoreggiare, dei suoni che ne definiscono ogni singolo scorcio trovano un immaginifico amplificatore nell’opera di rimodulazione e incremento che ne fa Orsi, conducendoci tra le vie di un territorio urbano che attraverso l’astrazione esplode più vivido che mai. Si procede così tra il brulicare delle strade interne fino al contemplativo margine marittimo alla scoperta di una vitalità senza tregua. Lì dove il mero dato materiale fallirebbe nel trasmettere pienamente la profondità dell’esperienza reale interviene l’invenzione  misurata a guidarci. Parallelamente i nostri occhi procedono lungo l’itinerario visivo ideato dalla Guttagliere, che attraverso la pittura (nella sua forma pura o ibridante la fotografia) ripropone su un altro piano il medesimo incremento percettivo finalizzato alla creazione di un tracciato emozionale da esplorare in ogni più minuto dettaglio.

Un’opera profondamente evocativa in cui immergersi alla ricerca di ciò che spesso sfugge ai nostri sensi.

meanwhile.in.texas “requiem. a journey to alpha centauri”

[mu versatile label]

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Proiettati verso le profondità insondabili di un viaggio cosmico immaginario. Ricorrendo ad una declinazione sempre più ampia del suo lessico sonoro in evoluzione, Angelo Guido conduce il suo meanwhile.in.texas verso la narrazione sensoriale  di un tracciato epico di pura fantasia.

A partire dall’attesa carica di tensione plasmata da elettriche frequenze crepitanti, il musicista brindisino disegna un’immaginifica traiettoria scandita dal susseguirsi di differenti scenari rappresentanti le varie fasi del viaggio. Profonde pulsazioni accompagnano l’ascesa riversandosi in dense saturazioni, inizialmente permeate da fugaci scie periferiche, fino a giungere ad attraversare fluttuazioni in crescendo marcatamente granulose, prologo di una conclusiva vaporosa deriva in un oceano di luce siderale che lentamente si spegne lasciando in balia di un’ultima visione totalizzante.

Un’escursione rapida, resa maggiormente agile da una modulazione in costante divenire che non lascia spazio a pause emozionali.

goldmund “occasus”

[western vinyl]

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Sguardi colmi di silente malinconia proiettati verso un lontano ma inevitabile declino. Torna a disegnare essenziali paesaggi sonori sotto lo pseudonimo Goldmund Keith Kenniff e lo fa ampliando l’abituale lessico incentrato quasi esclusivamente sul suono del piano, qui ancora protagonista ma ibridato attraverso il prezioso apporto di granulose stille analogiche e flebili soffi sintetici.

Quello che lentamente si espande è un ambiente risonante fatto di fragili e delicate armonie di cui le evanescenti modulazioni e la fine grana di fondo diventano enfatica eco che amplifica un portato cinematico sempre presente nelle composizioni dell’artista americano. È la luce tenue e sognante dell’ora blu a riverberare dominante dalle placide tessiture permeate di nostalgico afflato, un’atmosfera che solo a brevi sprazzi vira verso scenari più inquietamente cupi abbandonando un’aura contemplativa piacevolmente rarefatta.

Sono visioni imperfette che scorrono via lievi lasciando impressa una traccia emozionale persistente.

 

mothell “enjoying storms since the ‘80s”

[sounds against humanity]

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Un evanescente itinerario attraverso ambienti immaginari configurati per accogliere sensazioni che giungono dal passato. È una tremula fluttuazione onirica quella disegnata da Andrea Ragusa e Marco Monti per il lavoro di debutto del loro progetto Mothell, una narrazione cinematica fatta di rarefatte combinazioni di particelle in cerca di un appiglio alla realtà.

Fumose modulazioni analogiche pervase da un costante lisergico stupore si rivelano gradualmente senza mai divenire visione dai tratti compiutamente delineati, rimanendo sfrangiata immagine di un tracciato interiore che si muove tra malinconici paesaggi immersi in una surreale luce abbagliante, ossessive frequenze finemente granulose ed immateriali sospensioni irradianti quiete assoluta.  È un universo in cui tutto appare tangibile senza mai assumere un’ingombrante matericità, un nostalgico sogno ad occhi aperti che lascia riaffiorare emozioni mai assopite.

In fuga per ritrovare qualcosa ancora non troppo distante nel tempo.