trespassers William “matching weight”

Chiudi la porta. E resta ancora. Ormai non abbiamo più un tempo da calcolare.

Non ci sono più giornate da programmare.

Fuori ci minaccia la primavera, ma tanto non ci serve quanto questa stanza.

Non dirlo agli altri che abbiamo ancora un’ora di luce. Fai finta che questa sia la verità e scrivimi appena trovi il buio. Strappa un pezzo di carta, uno qualunque, uno di quelli che tra la folla e le pietre il vento fa sparire. E spariamo pure noi.

Io sono qui, ma il tuo sguardo non centra lo specchio. Sono tornato ai piedi del letto, per uno sbaglio. E la luce che ti scalda si sta per spegnere. Il ritorno fa sempre male, ma non ci è bastato un addio a dircelo veramente, non è servita la distanza, la fortuna della lontananza. Non abbiamo trovato la pace nel respiro, non sapremmo declinare il destino. Io e te, appesi a questa stanza dove il tempo di una prenotazione fa scadere l’occasione di un amore calendarizzato in fretta. Afferri ancora un bacio nell’intervallo delle carezze, fino all’ultimo minuto della distrazione, cronometrando la gestione del dolore in cui solo tu sai uscirne bene. Abbiamo ancora un sacco di spazio da conquistare, ma se ritorniamo, è solo per perderci nel caos di questi cuscini bianchi, tra le linee impazzite delle lenzuola, dove il nostro peso si scioglie sino al punto dove invitiamo l’oscurità. Io e te, metamorfosi costante, sostanza non visibile all’occhio umano, continuiamo a sorridere. Un attimo in più, ancora, e per sempre. Però, alla fine, restiamo qui, immobili nel tempo che è già finito, e tu ti giri dall’altra parte, hai smesso di parlare. Senti solo il rumore di questo quaderno, la ferita veloce, la cicatrice di carta e un frammento di polvere che mi confonde le mani. Ti scrivo. E mentre tutto finisce dentro quest’inchiostro, nella routine delle voci di altre stanze, io scompaio. E tra le folle e le pietre, spariamo pure noi.

(frammento di Giuseppe Carrieri)

bill callahan “the breeze”

Mio nonno aveva lasciato la cucina da qualche minuto e nel vapore della caffettiera ancora dalla bocca aperta, si era tirato dietro la porta pesante, ma silenziosa. Lo avevo fissato dal cruscotto del mio cuscino, e poi mi ero messo a seguire la stessa orma dei suoi passi estratti dalla scenografia di un’alba qualunque. Con l’andatura seria del suo cappello, stava come sempre muovendosi sulla salita che conduceva via dal nostro condominio, nella collina d’asfalto, davanti al mare. In quel momento ricordo che, dalle vertebre di quella finestra che non aveva mai imparato a chiudersi, una carica del giorno appena nato, sotto forma di vento e sale, si era messa a rischiararmi la fronte tenuta nascosta dal vetro e da una tenda bianca. Era proprio come se quella fosse la folata che mio nonno lasciava, nel primo chiarore, tra palazzi e gabbiani. Era uno spiffero che spremeva il cuore, l’avvertimento leggero di un’estate che si annunciava a furia di soffi e baci. Avrei voluto accarezzarti, pensai, ma non sapevo come; avrei voluto che tu mi guardassi, mentre con un braccio sollevavi la cupola del mattino e spezzavi in due l’indifferenza della città. Avremmo potuto chiedere a quel ventaglio di tenerci nascosti e sicuri: senza vita, ci saremmo sdraiati a ridirci le stesse cose. Avevamo, in fondo, ancora tanto tempo da recuperare. Ma non sapevamo come.

(frammento di Giuseppe Carrieri)

the sound “monument”

Estate. Non c’erano promesse sotto il sole. Solo l’attesa di un fortunale. Le parole non significavano e si faceva fatica a decifrare durante pomeriggi lunghi e uguali. Inevitabilmente l’attesa diventava un sole basso e l’ombra si faceva necessaria. Bisognava raccogliere pensieri e renderli maturi per un ottobre luminoso. La bella stagione era un inganno e la promessa era dolce solo nell’approssimarsi di giorni brevi… La stanza, ormai piccola, ospitava una voce e un’assenza. Una porta franò: l’angelo, con un gesto, scomparve.

(frammento di Giovanni Mastrangelo)

explosions in the sky “your hand in mine”

Le prime luci. Un vento leggero. Blu di Prussia. Una folla di ricordi e una stagione che, ormai vecchia, taceva e premeva. Ero sulla linea. Mi è toccato sedermi. Blu cobalto. Leggere ancora quell’azzurro. Non potevo essere ancora quell’Io. Dovevo essere un Altro. Turchese. Le seconde luci. Era chiaro. E’ chiaro. Mi sono rialzato… Ero ormai un Altro… Una folla distante mi dava ormai le spalle. Ero oltre la linea.

(frammento di Giovanni Mastrangelo)

a winged victory for the sullen “steep hills of vicodin tears”

Un giorno particolare, una ricorrenza. Ti ritrovi solo in una sala al buio con poche altre persone, di fronte un palco con poche luci e cinque persone. Accanto un bicchiere e una fotocamera, entrambi abbandonati lì. Lentamente lo spazio è invaso da un tenue tappeto di suoni sintetici sul quale comincia a muoversi un’onda di archi che pian piano ti culla, isolandoti da tutto ciò che ti circonda. Poche note di piano disegnano vivide luci su un cielo immaginario. Improvvisamente il suono sale, inesorabile e la scena reale scompare e ti ritrovi lassù, su un’alta collina da cui osservi un mondo fatto di stupore, talmente bello da far male. Malinconico, protetto da quel meraviglioso antidolorifico chiamato Musica.

(frammento di Peppe Trotta)

sad lovers & giants “sleep (is for everyone)”

Ogni notte ha il suo canto. Le strade affollate di luci gialle e una linea dritta, che divide le età e i giorni. L’adolescente e l’adulto si sono riconosciuti. Si sono presentati. Ora si danno la mano, come in una notte di tanti anni fa. Ora e qui dunque. Senza sonno. Non ora, non qui dunque.

(frammento di Giovanni Mastrangelo)

red house painters “have you forgotten”

C’è una strada lunga, fatta di freddo e lampioni caldi arrotolati attorno ad ali di gabbiani. La strada, vedi, va percorsa così, mi spiega un tipo con gli occhiali. Corri ancora, tieni le mani in tasca e se ti giri, ferma il mare silenzioso, chiamalo col suo nome. Lui canta, e qui c’è la fortuna della gente che si allunga nel rione delle botteghe con le serrande ancora alte, mani che si stringono, il fiato dalle bocche degli innamorati che non si trovano alle ore piccole del giorno. Un faro sbuffa, io ti crollo sul collo dolce, e una chitarra mastica il suo sapore di legno, mentre tu porti avanti questo discorso da tanto tempo, senza parlare.

Non abbiamo dimenticato niente.

(frammento di Giuseppe Carrieri)