a veil of water “late night loneliness”

[hidden vibes]

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Sussulti che emergono dalla profondità di una quieta notte a delineare vividi frammenti emozionali. A cinque anni di distanza dal disco di debutto, Rune Trelvik torna col suo progetto A Veil Of Water tessendo un’intimistica trama di essenziali narrazioni dalle coordinate stilistiche in bilico tra nuova classica e post rock.

È in modo quasi esclusivo il pianoforte ad essere epicentro delle placide trame costruite dal musicista norvegese, affiancato da sinuosi riverberi armonici che affiorano in filigrana generando misurate stratificazioni melodiche pervase da sottile malinconia. Solo a tratti è la chitarra a definire lo sviluppo di fughe dalla progressione ritmica più evidente e dallo spettro sonoro più ampio, inclini ad una forma canzone più compiuta soprattutto quando registra la presenza di flebili tracce vocali (“Covet”, “Moon Song”). Ma è nelle atmosfere più rarefatte e dirette che “Late Night Loneliness” trova i suoi momenti migliori, lasciando fluire in piena libertà le sfumature della dimensione elegiaca che domina il lavoro (“Everything Ends”, “I Walk With Ghosts”, “In Safe arms”).

Una delicata solitudine rischiarata dalla confortante luce delle stelle.

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banished pills “failure”

[shimmering moods records]

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Un lento processo di dissoluzione le cui tappe si susseguono come un inesorabile sussurro pervaso di inquietudine. Abbandonando i processi di collaborazione che hanno segnato le sue più recenti pubblicazioni vedendolo affiancato ad Angelo Guido e Camilla Pisani, Edoardo Cammisa torna alla dimensione solitaria del suo tracciato in costante evoluzione.

È un vortice discendente fatto di suoni concreti, echi ambientali e plumbee frequenze dalle risonanze profonde a costruire questo nuovo itinerario firmato Banished Pills, graduale immersione in un personale territorio sensoriale impermeabile a qualsiasi infiltrazione emozionale esterna. A partire dalla flebile tempesta di screziature della title track si procede fino alla conclusiva alienante spirale di “Void” procedendo tra oscure modulazioni infrante da inattesi accenni melodici (“Thread”), l’ossessiva circolarità di reiterate fluttuazioni (“Absorption”), densi flussi vividamente materici (“Wane”, “Gloom”), soffi algidi (“Edge”) e silenzi taglienti (“Moth”).

Quel che prende forma dall’incedere di questi otto frammenti è un urlo soffocato destinato a rimanere inascoltata confessione di un animo in tumulto.

 

de ponti / moretti “before we were foam we were unbridled waves”

[dinzu artefacts]

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Lasciare fluire libero il suono trasportati dall’istinto, in attesa che il germe si inneschi  per poi espandersi fino al suo definitivo esaurimento. Affidandosi alla profonda sinergia scaturente da un rapporto di collaborazione/confronto che parte da lontano e nutrendosi degli eterogenei stimoli derivanti da un’attività artistica svolta in ambiti e direzioni differenti, il duo formato da Stefano De Ponti  ed Elia Moretti giunge alla realizzazione della sua seconda tappa collaborativa che approfondisce e dilata quanto già aveva evidenziato nella precedente release.

A gettare le basi dei due movimenti che compongono l’irrequieto itinerario cesellato è la sensazione di sentirsi immersi in una realtà interessata da un graduale ed irreversibile fenomeno di disgregazione che concede sempre meno spazio a processi cognitivi lenti. A tale condizioni i due musicisti contrappongono un flusso sonico intricato che si sviluppa secondo complesse tessiture elettroacustiche dall’andamento irregolare. Scansioni ritmiche marcate, risonanze acustiche e frequenze sintetiche si combinano assumendo un’inafferrabile forma dai contorni labili capace di produrre una stratificazione di surreali visioni spesso contrapposte.

L’apertura ribollente di “High Tide”, scandita dalle pulsazioni nervose di Moretti, proietta istantaneamente in un vorticoso ed asfissiante moto ascendente che improvvisamente e senza soluzione di continuità si riversa in una stagnante inquietudine definita da dense fluttuazioni algide. Ad incrinare la raggiunta tesa stasi compare come urlo straziante la voce del clarinetto basso di Samuel Angus McGehee , che gradualmente si trasforma in un cupo e profondo riverbero che accompagna lo stridore della frattura generata. È da qui che riparte “Low tide” per proseguire lo sviluppo di questa dinamica trama che vede alternarsi scie crepitanti a pause dal sapore rupestre definendo un tracciato sensoriale fortemente materico.

È un universo immaginifico in graduale  rivelazione quello plasmato da De Ponti e Moretti, una proiezione emozionale basata principalmente sulla forza  scaturente dall’incontro/scontro delle componenti di un linguaggio lirico e composito che mette in secondo piano la definizione di una struttura chiara e minuziosa che possa fungere da guida all’ascolto.

Abbandonarsi al sentire per poter deflagrare con pienezza.

https://www.dinzuartefacts.com/dnz31

michael vallera “all perfect days”

[denovali]

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Suono che si distende sinuoso a comporre opache visioni che aleggiano lievi stagliandosi su un orizzonte languido. Torna a plasmare un nuovo itinerario attraverso evocativi paesaggi emozionali di evidente matrice cinematica Michael Vallera e lo fa dirigendo la sua ricerca creativa verso coordinate inclini ad un evidente processo di sottrazione che vede disgregarsi principalmente ogni matrice ritmica.

Da tale scelta deriva la costruzione di una sequenza di flussi permeati da una vena onirica che emana costante da vaporose fluttuazioni interpolate da elegiache stille pianistiche (“All perfect days”), da trame chitarristiche da cui emergono riverberi inquieti (“In midafternoon”) o che si alternano a distorte frequenze e fraseggi obliqui (“Elon”) e da dense modulazioni scandite da risonanze profonde e melodie ossessive (“Pale watered floor”) o riversantesi in allucinate istantanee inafferrabili (“Stare”).

Un’efficace esplorazione di nuovi indirizzi volta ad ampliare la gamma di soluzioni di un universo sonico ancora in costruzione.

heroin in tahiti “casilina tapes 2010|2017”

[boring machines]

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Frammenti ignoti rimasti intrappolati nell’archivio, esclusi dalle trame definitive di storie già raccontate, raccolti a formare una involontaria scia sonica capace di dare testimonianza di un percorso fertile e sfaccettato. È una sorta di  retroattivo manifesto artistico il nuovo lavoro degli Heroin In Tahiti, una raccolta di tracce registrate nell’arco di sette anni che adesso trovano una loro peculiare ragion d’essere riuscendo a formare in modo inatteso un itinerario coeso malgrado le diverse sfumature di ciascuna di esse.

Nell’arco dei trequarti d’ora del disco ci si ritrova così ad attraversare le atmosfere pervase da polvere radioattiva di scenari da spaghetti western ambientati nella periferia romana, immaginifiche sequenze dense di obliqua epicità che rimandano alle esplorazioni della library music dei settanta e allucinate visioni  da spiaggia psichedelica. A rimandi più o meno espliciti alla propria discografia (ritorna qui tra l’altro in due tracce l’“affanculo” di Aldo Piromalli che già chiudeva il precedente “Remoria”), si affiancano suggestioni che trasportano avanguardistici arcobaleni sul cielo del Grande Raccordo Anulare, stranianti distese di quieti fraseggi minimali e tese derive siderali.

Immaginando le precedenti tappe del progetto di Valerio Mattioli e Francesco De Figueiredo come romanzi costruiti con preciso intento e minuziosa attenzione, ci viene da considerare questo “Casilina Tapes” come una preziosa raccolta di racconti capace di sintetizzare i caleidoscopici risvolti di un lessico definito eppure mai strettamente circoscritto.

silent vigils “fieldem”

[home normal]

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Uno sguardo che si dilata oltre l’orizzonte alla ricerca dei contorni di flessuosi paesaggi immaginari. Nasce dall’incontro delle attitudini profondamente affini  di Stijn Hüwels  e James Murray il contemplativo itinerario che sancisce l’esordio della sigla Silent Vigils, sinuoso viaggio ambientale in quattro movimenti attraverso silenti territori notturni.

È un fluttuare morbido pervaso da placida quiete ad irradiarsi dalle evanescenti maree plasmate dai due artisti, un espandersi cullante di rilucenti frequenze ibridate da fine grana e flebili risonanze che ne scandiscono l’incedere. La sensazione è quella di ritrovarsi immersi in elegiaci paesaggi emozionali generati tra le pieghe di un sogno lucido senza apparente fine, un territorio irreale nel quale lasciare fluire libero il pensiero accettandone anche le velate inquietudini che a tratti si palesano.

Un flusso irreale minuziosamente cesellato fatto di sfumature mutevoli, che trova ideale eco visiva nell’opera di Małgorzata Łapsa-Malawska in copertina, a cui abbandonarsi alla ricerca di un nuovo equilibrio con l’ambiente che ci circonda.

franz rosati “nulltelékheia”

[holotone]

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Senza tregua attraverso algidi scenari postmoderni pervasi da schiacciante inquietudine. È un asfissiante vortice di particelle in disgregazione a dare forma all’allucinato viaggio concepito da Franz Rosati per la Holotone di Daniele Antezza, un travolgente itinerario apocalittico che non vuole offrire alcuna via di fuga a chi ne rimane vittima.

Nell’arco della sua scarsa mezz’ora di durata, “Nulltelékheia” configura una distopica deriva fatta di brutali frequenze abrasive che imperversano scandite da martellanti trame percussive, generando ribollenti nuclei in deflagrazione. Sono spirali ascensionali che si sviluppano da destrutturate fluttuazioni alienanti (“Continua Imperfect”, “Protective Layers”) trasformandosi in crepitanti flussi di taglienti frammenti (“Xamy Disu”) fino a divenire violenta tempesta di stille inorganiche (“Mercurial Device”) che conduce al conclusivo annientamento (“Chase Me Astral”) a cui può seguire soltanto un roboante silenzio.

Un dispotico tracciato corrosivo che incide solchi indelebili.