Structure “XX”

(Riff)

L’ibridazione di linguaggi differenti rappresenta sempre una strategia stimolante, in particolar modo quando a confrontarsi troviamo universi sonori per molti versi antitetici. Elettronica e cantautorato sono di certo generi distanti, ma non per questo inconciliabili come hanno dimostrato differenti tentativi di fusione da cui sono scaturite esperienze raccolte sotto catalogazioni quali elettropop  o indietronica. Un nuovo approccio alla combinazione di questi elementi è il punto di partenza del secondo disco di Stefano Giovannardi sotto l’alias Structure.

Presente in ambito musicale fin dagli anni ottanta e noto per diverse collaborazioni con autori quali Cesare Malfatti (La Crus) e Luca Lezziero, l’artista milanese decide di avvalersi del prezioso apporto di dieci differenti cantautrici per disegnare questo suo itinerario trasversale. Ad esse non viene semplicemente demandato il compito di dare in prestito la voce, ma è richiesto un pieno contributo per conferire completezza e aggiungere ulteriori sfumature alle trame sintetiche proposte.

Da tale sinergia prende forma un viaggio multiforme in cui si incastrano in modo convincente interpretazione e struttura sonora, entrambe spinte ad una reciproca compenetrazione attraverso cui espandere il peculiare portato espressivo. Le complesse modulazioni di Giovanardi scandite da ritmiche incostanti fungono così da fecondo substrato dal quale emergono architetture cangianti la cui espressione più convincente si manifesta negli episodi che accendono veri e propri cortocircuiti tra forma canzone ed astrazione sonora (“Phosphorus” con Verdiana Raw,  “NPV” con Francesca Palamidessi).

Il risultato è un’esplorazione ammaliante, sapientemente stimolata dal video lisergico girato da Elide Blind per accompagnare il suggestivo singolo interpretato da Francesca Bono (“White Peacock”), in cui parole e suono elettronico si fondono in un’unità eclettica profondamente evocativa.

Moss Covered Technology “Seafields”

[Dronarivm]

È un legame profondo ed inesauribile a legare Greg Baird al mare, una connessione costruita negli anni attraverso una frequentazione assidua. E dall’ennesimo ritorno a questo territorio familiare e rigenerante trae linfa il nuovo tracciato sonoro plasmato sotto l’alias Moss Covered Technology.

“Seafields” è soprattutto un omaggio, un insieme di suggestioni nutrite da questa vicinanza, disegnate ricorrendo a tessiture sintetiche intricate fatte di morbide sovrapposizioni. Una costruzione del suono attenta, che grazie alla sensibilità di Baird risuona scorrevole ed essenziale. Modulazioni diluite e linee melodiche luminose si combinando a formare tappeti armonici dal sentore onirico, punteggiate da gentili stille risonanti e interferenze elettriche. Le visioni risultanti si sviluppano come diafani piano sequenza ambientali, intersezione fluida di dronescape e glitch, che mirano ad una ricostruzione sensoriale del paesaggio marino.

Un’immersione quieta in atmosfere contemplative dove il suono si tramuta in brezza benefica.

Elisa Luu “Luu’s Strange Visions”

[La bèl]

Si rivela sempre più vasta la produzione musicale innescata dal confinamento forzato determinato dalla persistente ondata pandemica. In questo ultimo anno il suono è stato, e continua ad essere, una delle maggiori valvole di sfogo attraverso cui incanalare pensieri e sensazioni scaturenti da questo atipico momento storico. Il nuovo lavoro breve di Elisabetta Luciani, che riporta in luce dopo un lungo iato la denominazione Elisa Luu, rientra pienamente all’interno di questo flusso creativo.

I quattro itinerari che compongono l’album danno forma ad un immaginario sinuosamente onirico definito da sapienti sovrapposizioni di trame melodiche e modulazioni sintetiche. La particolare cura con cui le componenti in gioco vengono incastrate rappresentano il marchio di fabbrica del suono della musicista romana, formula intensamente atmosferica che abbiamo imparato a conoscere attraverso lavori suggestivi quali l’ottimo “Un giorno sospeso”.

Dal dialogo tra fraseggi di chitarra dal tono contemplativo, anche quando scanditi da uno sviluppo più dinamico, e texture elettroniche costellate di microsuoni, fremiti e naturalistici echi ambientali quello che emerge è un universo quieto, a tratti lievemente obliquo. Un tempo sospeso in cui immergersi nell’attesa che la vita riprenda a scorrere con pienezza.

Justina Jaruševičiūtė “Silhouettes”

[piano and coffee records]

La suggestione di un concerto emozionante, i risvegli improvvisi nel cuore della notte. Da questi due presupposti prende le mosse “Silhouettes”, disco d’esordio di Justina Jaruševičiūtė. Incantata dalla cristallina bellezza della musica di  Jóhann Jóhannsson eseguita dall’ensemble Echo Collective e tramutando l’insonnia in fattore propositivo per abbandonarsi alla composizione, la giovanissima autrice lituana di stanza a Berlino scrive dieci partiture per quartetto d’archi chiaramente e dichiaratamente ispirati al lavoro del compianto Maestro islandese.

Equamente ripartiti tra due diverse formazioni, entrambe tipicamente composte da due violini, viola e violoncello, i capitoli di questo valido debutto danno vita ad un vibrante notturno disegnato quale intenso flusso emozionale che si avvale di tutta la prepotente enfasi degli strumenti. Fin dall’iniziale “Wolf Hour” ciò che si manifesta è un itinerario sonoro cameristico permeato da malinconia e inquietudine, sensazioni spesso palesate ricorrendo a fraseggi espansi dall’eco struggente (“Breathe”, “Warum?”). A spezzare un andamento fin troppo  unitario, evitando il rischio di scivolare in una narrazione monocorde, appaiono traiettorie più dinamiche e vorticose (“Reminescence”, “Spells”), anticipazioni di un finale luminoso e vitale che ci conduce verso un nuovo giorno (“Sunrise”).

Al netto di alcuni limiti “Silhouettes” si segnala come un’opera prima interessante, promettente primo tassello di un’artista talentuosa da seguire con attenzione.

Observatories “Flowers Bloom, Butterflies Come”

[IIKKI]

Un delicato inno al risveglio primaverile, il tenue stupore di fronte allo spettacolo della natura che rinasce. Si presenta delicato e fragile il nuovo capitolo della collana audiovisiva curata da IIKKI, affidato alla sensibilità di due navigati cesellatori elettroacustici quali sono Ian Hawgood e Craig Tattersall e allo sguardo ammaliante della fotografa giapponese  Miho Kajioka.

Dal dialogo tra i tre artisti chiamati in causa, ideale ponte tra i vapori dell’algida Inghilterra e il silenzio contemplativo del Sol Levante,  scaturisce una quieta deriva fatta di melodie acustiche sussurrate, permeate da frequenze analogiche che conferiscono consistenza materica  ai paesaggi disegnati. Cinque lunghi piano sequenza dallo sviluppo sinuoso strutturano la parte aurale del lavoro dando origine ad un placido flusso ipnagogico, al tempo stesso itinerario autonomo pienamente compiuto e perfetto commento sonoro delle fotografie di Kajioka.

Una preziosa celebrazione delle bellezza racchiusa nel vivere quotidiano.

qqqØqqq “A Lustrum Before Revelations”

[Casetta/Toten Schwan Records/E’ Un Brutto Posto Dove Vivere/Contemplatio]

Ipnotico come un rituale mistico, oscuro come un notturno postmoderno. A quattro anni da “Burning Stones of Consciousness” e dopo uno split condiviso nel 2019 con Filiz Sert aka KAOSMOS, Tommaso Busatto e Carlo Mantione pubblicano un nuovo lavoro sulla lunga distanza firmato qqqØqqq. Registrato nel 2015 e rimasto fin qui inedito, “A Lustrum Before Revelations” si nutre di una fertile compresenza di fattori divergenti, quasi antitetici, fusi in un’unitaria formula che accoglie e travalica generi differenti.

Una graduale stratificazione di modulazioni scarne, il gusto per l’improvvisazione  e una propensione alla dilatazione di impronta post-rock sono le istanze alla base del suono del duo, elementi interpolati per definire espanse strutture in bilico tra ridondanza e continua mutazione. Da questo formula scaturiscono tre itinerari narrativi atmosferici, imperniati sul dialogo costante tra le fosche frequenze sintetiche di Busatto e i fraseggi  taglienti della chitarra di Mantione, a cui si aggiungono le linee percussive di Mirko Volpe (presente anche in cabina di regia) e, in due delle tracce, la vocalità diafana di La Piuma.

“R.I.H.T.M.A.“ con il suo incedere regolare scandito da una percussività tribale apre il viaggio con un mantra lisergico in lento e implacabile sviluppo. Decisamente più dinamica è incalzante risulta la title-track, sotto tutti i punti di vista episodio centrale del disco. Nell’arco dei suo quasi venti minuti quel che prende forma è un’ascesa emozionale proiettata verso un climax graffiante, che vede soprattutto Mantione lambire territori noise. Con “Hypotesis” si torna ad un ambient dalle venature ancestrali, qui ancor più esoterica e solenne.

Un tripartito flusso onirico ricco di suggestioni affascinanti.

Leandro Pisano – The Audible Manifesto of Rural Futurism

[Nub Project Space “Licheni – on line platform and virtual research laboratory for sound and art”]

La ridefinizione del paesaggio rurale operata attraverso l’ausilio di pratiche estetiche legate al suono è un punto nodale nel percorso di ricerca di Leandro Pisano. Curatore di diverse mostre di arte sonora e autore del libro “Nuove geografie del suono. Spazi e territori nell’epoca postdigitale”, Pisano ha partecipato a numerosi workshop e conferenze incentrati sui processi di rigenerazione territoriale e ha ideato e diretto molteplici progetti sull’argomento. Liminaria, inaugurato nel 2014, è uno di questi.

Tema di questo studio portato avanti per un quinquennio, è l’indagine socio-economica  del Fortore, comunità agricola campana divenuta sede di eventi culturali e iniziative rivolte alla rivalutazione di un’area ad oggi considerata marginale. A conclusione del percorso che ha visto convolti artisti internazionali attivi nel campo dell’arte sonora, vari esperti del settore socio-economici  e soprattutto gli stessi abitanti del luogo, Pisano insieme a Beatrice Ferrara ha redatto il Manifesto del Futurismo Rurale. Si tratta di un documento in dieci punti elaborato nel 2018, che sintetizza le riflessioni prodotte e le sinergie attivate durante l’esperienza.

Lo spazio-laboratorio affidato da Nub al ricercatore campano presenta al suo interno una rielaborazione del manifesto, tramutato in un percorso crossmediale che attraversa la regione rurale oggetto dell’indagine. Oltre alla riproposizione dei dieci punti del documento, riportati in italiano, inglese e giapponese, ciò che compone il viaggio è una sequenza di fotografie, una per punto, a cui è relegato il compito di dare consistenza visiva allo spaccato geografico di cui si discute e alle dinamiche attive al suo interno. Ad essere documentato non è soltanto  l’ambiente rurale, bensì tutte le componenti che intervengono a definire la complessità del territorio. Alle testimonianze delle attività agropastorali si alternano immagini del tessuto urbano e sociale, tracce della storia e presenze tecnologiche, quali le famigerate pale eoliche che hanno segnato il paesaggio in anni recenti. Ribadendo la stretta connessione con chi insiste sui luoghi, la volontà di creare reti di suono, arti e tecnoculture, Pisano propone inoltre per ogni punto una registrazione in cui si ascolta la voce di alcuni abitanti di Baselice e Montefalcone di Valfortore leggere gli estratti  del Manifesto.

Nella sua forma attuale l’itinerario si presenta già fruttuoso e compiuto, interessante espansione di un progetto lungo e approfondito, ma assecondando lo spirito dell’iniziativa promossa da Nub Project Space di certo presenterà nel prossimo futuro ulteriori aggiornamenti atti a dimostrare che il processo attivato è ancora vivo ed in essere, ben lontano dal potersi ritenere concluso.

https://licheni.nubprojectspace.com/leandro-pisano/

Fallen “Ljós”

[ROHS! RECORDS]

Il profilo netto di un’ombra profonda disegnato dai raggi del sole adagiato su un orizzonte distante. Potrebbe essere un’alba oppure un tramonto, di certo è un momento sospeso in cui l’alternanza tra luce ed oscurità diventa presenza sincronica. Una dicotomia eterna, specchio della mutevolezza del sentire umano e della compresenza di emozioni opposte in ogni singola anima. È interamente espresso nella sua immagine di copertina il contenuto del nuovo lavoro di Fallen, prolifico progetto sonoro di Lorenzo Bracaloni incline alla definizione di itinerari ambientali introspettivi.

È ancora una volta un coeso insieme di trame acustiche, correnti sintetiche e flebili field recordings a dare sostanza ai sette capitoli del racconto, una combinazione ibrida di matrice cinematica che si muove tra fraseggi minimali e la ricerca costante di un arioso pathos. Un’aura delicata e malinconica si irradia dall’intreccio di reiterazioni e risonanze armoniche dell’iniziale “Spiragli”, apertura contemplativa e sottilmente malinconica di un viaggio in cui man mano emerge un afflato crepuscolare più netto. È un’inquietudine latente, scandita da un incedere sottilmente ossessivo, la sensazione dominante che permea la parte centrale del disco, certamente il momento più riuscito in cui l’attenta costruzione del suono raggiunge i risultati migliori (“Leggero è il vento”, “La mia preghiera”).

In chiusura a prevalere è nuovamente la luce, sotto forma di trame elettroacustiche enfatiche e vapori saturi in libera espansione, definitivo respiro aperto su ritrovati orizzonti propositivi.

Simone Giudice “Materia”

[Semantica]

Denso, inquieto, duplice. Riparte dai tratti salienti che definivano il suono del disco d’esordio Simone Giudice per dare forma al suo secondo lavoro sulla lunga distanza. Un ritorno, quindi, incentrato sulla prosecuzione della ricerca di un’elettronica in bilico tra ambient, drone e sonorità dance-oriented. Assecondando questa attitudine all’ibridazione, già evidenziata lungo i dieci capitoli di “Oltre”, il musicista di stanza a Roma costruisce un nuovo itinerario in cui la materia è sia componente fisica che emozionale.

Le persistenze sature di “Forma”, interpolate da frequenze ruvide e pulsazioni lente, introducono questa esplorazione bivalente in cui bordoni tesi e nebulosi si amalgamano a pattern sintetici sinuosi, spesso declinati in crescendo. Una combinazione da cui scaturiscono tracciati sensoriali enfatici, plasmati con notevole cura del suono anche se a tratti troppo inclini ad un algido manierismo. È il caso di tracce quali “Passione”, “Magma” e “Inerzia” (con la partecipazione di Neel a cui è ancora una volta affidato il mastering), la cui struttura cristallina ed ineccepibile rimanda a quel climax a-temporale definito dalle spirali modulari di Caterina Barbieri.

Più caldi e coinvolgenti risultano i frangenti maggiormente  atmosferici, in cui ad imporsi sono modulazioni rarefatte (“Abisso”, “Etere”), a tratti scandite da battiti profondi e regolari (“Distanza”, “Terra”). Qui l’immaginario diventa introspettivo e vagamente onirico, affine al portato evocativo ed ipnotico del Biosphere di “Substrata”, espressione migliore di una sperimentazione da seguire con interesse.

Perpetual Bridge “Upon The Deep”

Sospesi sul baratro contemplando le insondabili profondità dell’animo umano. Paesaggi sintetici vaporosi e rarefatti, attraverso cui esprimere  un’interiorità incline alla trascendenza, sono l’essenza di Perpetual Bridge. Nel suo suono il neonato progetto ambientale intestato a Nadia Peter ha qualcosa di affine al malinconico romanticismo del Viandante sul mare di nebbia, un afflato intimo e crepuscolare in riverberante espansione che si irradia da ognuna delle tracce di questo breve lavoro d’esordio.

Tre capitoli differenti per durata e struttura compongono il viaggio. L’apertura è affidata a “Blue Orbit”, sequenza sinestetica introdotta da cupe risonanze e una spirale ruvida in lenta reiterazione, fondata sull’alternanza di granulose frequenze orizzontali e frammenti melodici scarni e delicati di ispirazione cosmica. Decisamente più uniforme è lo sviluppo di “Nebula”, corrente sinuosa ed espansa che definisce una sorta di drone umbratile finemente modulato, certamente il momento più aderente alle sensazioni smosse dal capolavoro del pittore tedesco. Posto in chiusura, “Hidden Rivers” è di certo il capitolo più atmosferico, scandito da un ampio ventaglio di sonorità ben incastrate a costruire un tracciato narrativo meno astratto.

Nel loro insieme gli itinerari proposti denotano un’attitudine chiara esplorata secondo modalità differenti, un insieme di intuizioni che certamente necessitano di un ulteriore approfondimento,  ma già così lasciano intuire la loro ammaliante efficacia.