tatsuro kojima “a -> b”

[eilean]

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Un caleidoscopico universo di crepitanti frammenti che disegnano fragili miniature dai dettagli nitidi. Prosegue sulla scia delle due precedenti pubblicazioni il nuovo disco di Tatsuro Kojima, punto 11 sulla mappa eilean, rimarcando ancora una volta il suo spiccato approccio multidisciplinare.

La giustapposizione di complesse trame elettroacustiche e misurati innesti ambientali genera vibranti scorci resi interessanti dalle cangianti sfumature che assumono in virtù della differente combinazione tra le parti. Si attraversano così rarefatte atmosfere in cui fragili stille armoniche danzano infrangendosi come piccole gocce su una quiete superficie liquida (“1111”, “5 p.m.”) o rimbalzando in traiettorie irregolari (“Transparency”, “0103”) a sprazzi venate di ruvide striature (“ntnt4”). Inattese si aprono distese ambientazioni che accolgono allegri sprazzi di vita quotidiana (“Flutter”) e tese persistenze all’insegna di frequenze distorte (“Seek”, “pipo”).

Questa ampia varietà risultante è senza dubbio ciò che rende maggiormente interessante un lavoro dai toni vividi e palpitanti.

leandro fresco & rafael anton irisarri “la equidistancia”

[a strangely isolated place]

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Pensieri liberi di fluire attraverso uno spazio permeabile privo di limiti fisici e temporali. Sono trame di eterea concretezza quelle nate dalla collaborazione a distanza tra Leandro Fresco e Rafael Anton Irisarri, un incontro virtuale da cui scaturisce un’onda emozionale capace di ridurre drasticamente la distanza geografica che divide i due artisti.

Le sei tracce, nate da un minuzioso lavoro di cesellatura, fondono in un equilibrio sorprendente la morbida vena melodica delle modulazioni del musicista argentino alle pulsanti frequenze organiche di Irisarri generando vaporose dilatazioni dall’incedere sinuoso. È una foschia sintetica densa, venata da una lieve malinconia dalla quale emergono dinamiche fughe armoniche (“Cuando El Misterio Es Demasiado Impresionante, Es Imposible Desobedecer”) e granulose striature in filigrana (“Bajo un Ocaso Desteñido”, “Lo Esencial Es Invisible A Los Ojos “, “Las Palabras Son Fuente De Malentendidos”). L’evanescente ambiente risultante accoglie una luce abbagliante che gradualmente si affievolisce lasciando spazio a toni più cupi ed inquieti (“Entre La Niebla”) che infine si sciolgono in una onirica deriva all’insegna di un completo abbandono dei sensi  (“Un Horizonte En Llamas”).

Un incontro artistico fecondo che ci auguriamo si ripeta ancora.

sean alì “my tongue crumbles after”

[neither/nor records]

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È invaso da una dilagante incomunicabilità fatta di eccesso di inutile rumore il nostro tempo, una moltitudine di voci che si sovrappongono senza che rimanga più spazio per l’ascolto. Partendo da un tale presupposto Sean Alì sviluppa nel suo disco di debutto da solista un lungo monologo diviso in otto atti.

Da questa visione precisa e nitida prendono forma le libere improvvisazioni che il virtuoso musicista d’istanza a New York plasma sul suo strumento attraverso un lessico strutturato dall’utilizzo di tecniche estese, che mirano a catturare un ventaglio quanto più ampio di suoni producibili. Le corde e la cassa del suo contrabbasso diventano supporto da esplorare, indagare e a tratti violentare alla ricerca di quelle sensazioni nervose e tormentate che rappresentano la base d’ispirazione del lavoro. Nei punti cruciali (l’iniziale “Salutations”, “Heartstack” e la conclusiva “Hunger”) le frequenze derivanti da tale processo si combinano a convulsi estratti su nastro che accentuano quel senso di babilonica vorticosità che rende inutile qualsivoglia sforzo di comprensione.

Improntato ad uno spirito profondamente sperimentale, “My tongue crumbles after” costruisce un percorso interiore certamente di non semplice assimilazione, ma proprio per questo capace di definire un universo sonoro interessante da scandagliare con estrema attenzione alla ricerca di ogni suo prezioso frammento.

olan mill “orient”

[dauw]

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Uno sguardo rivolto lontano ad est verso terre che emanano un magnetico fascino ricco di mistero, i cui echi giungono a saturare una notturna quiete dominata dalla luce riverberante delle stelle.  È dichiarato palesemente nel suo titolo ciò che ispira informa il nuovo lavoro di Alex Smalley sotto l’abituale alias Olan Mill.

“Orient” è un viaggio alla scoperta dello spirito che permea quei paesaggi lontani, plasmato attraverso dense modulazioni attraversate da grana fine che lentamente si espandono ad occupare ogni interstizio sensoriale. Il richiamo diviene a tratti evidente ed esplicito, soprattutto quando emergono dominanti melodie eteree di arpa (“Arpon”), linee vocali intrecciate in stratificazioni tra bassi riverberi e nenie cullanti (“Molanret”)  o un solenne canto che si innalza tra le vaporose tessiture sintetiche (“Alve”)

È tutt’altro che monotona l’atmosfera che emana lungo i quaranta minuti dell’album, che fluisce passando da ruvide frequenze crepitanti (“Pladin”) a densità sognanti che si muovono sinuose (“Lapyia”) giungendo a trovare una sacralità vagamente caotica (“Ochang”).

Un percorso cangiante senza cali di intensità.

sound meccano | jura laiva “salty wind and inner fire”

[eilean]

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Una dilata reverie attraverso vaporose immagini che si susseguono lentamente sfumando una nell’altra. È un flusso etereo nel suo complesso, ma ricco di striature concrete e tangibili a definire il punto 80 sulla mappa eilean affidato a Rostislav Rekuta-Dzhordzhevich aka Sound Meccano e Jurii Santalov aka Jura Laiva, duo lettone che dopo aver collaborato per la realizzazione di una delle mappature sonore della serie Tiny Portraits curata dalla Flaming Pines e aver pubblicato un ep giunge adesso al suo esordio sulla lunga distanza.

Si snoda avvolgente e mutevole la trama di visioni e sensazioni cesellata dai due sound artist, declinata in una sequenza di capitoli che scandiscono un unitario percorso senza soluzione di continuità. Morbidi e riverberanti intrecci elettroacustici accolgono una vasta serie di flebili innesti ambientali e crepitanti frammenti organici che combinandosi alle linee melodiche tracciate dagli strumenti generano cinematici paesaggi che riflettono un universo interiore dai tratti luminosamente delicati . Lungo il percorso si aprono quieti scorci dai quali emergono voci, frammenti armonici sognanti e meditative armonie all’insegna di placidi e rinfrancanti suoni della natura.

È un immaginario vivido e palpitante quello plasmato da “Salty wind and inner fire”, una deriva cullante alla quale abbandonarsi senza riserve.

sophie hutchings “yonder”

[1631 recordings]

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Sospesi leggeri ad osservare un mondo fatto di sconfinati paesaggi, ma anche di piccoli gesti, alla quieta ricerca di una bellezza fatta di semplicità e stupore. È una raccolta di lunghi piano sequenza che scorrono fluidi ed inarrestabili quella che compone il nuovo lavoro di Sophie Hutchings, che giunge a breve distanza da “Wide asleep” segnando un ritorno ad una dimensione più intima ed essenziale.

Dopo aver sperimentato un ampliamento del proprio lessico, con “Yonder” la talentuosa musicista australiana converge nuovamente verso un minimalismo espressivo che ha nel pianoforte l’unico vero centro delle sue composizioni, anche quando trova completamento in misurati innesti ambientali e flebili tessiture di archi (“North north west”, “The road”). Ciò che rimane immutata è la profonda enfasi generata dai ricchi e torrenziali fraseggi del suo pianismo capaci di fluire in vibranti progressioni (“Sway”, “Pipe dream”) e con elegante delicatezza venata da una sottile malinconia (“Caress”, “Always”).

La sensazione che accompagna  la mezz’ora abbondante del disco è quella di essere seduti accanto a Sophie intenti ad ascoltare le sue emozioni scaturire con forza attraverso le vellutate trame disegnate dalle sue dita sulla tastiera del suo strumento.

dreissk “to nowhere”

[n5md]

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Paesaggi scorrono veloci riducendosi gradualmente ad intensi campi di colore dai contorni indefinibili, scorci fisici che divengono lentamente introiettati. Ha il sapore di una lenta e persistente disgregazione il viaggio verso l’ignoto tracciato da Kevin Patzelt nel suo terzo capitolo a firma dreissk.

Un percorso accidentato e tortuoso che si avvia lentamente aprendosi  ad un incedere cadenzato da accenti epici (“The eye can see”, “A long road”) per giungere verso vaporosi territori plumbei striati di vibrante elettricità (“Of approaching light”) prima di trovare una rinfrancante sosta di trame dilatate nelle quali risuonano placide stille melodiche dense di emozione (“Near the shore”).

La ripartenza conduce verso atmosfere oscure che lentamente dischiudono orizzonti apocalittici di frequenze ruvide in crescendo (“Way out”, “Anew”) e stagnanti modulazioni che generano tensione pronta a deflagrare (“Skyward”, “Arrival”) conducendo ad un un’ultima visione di desolante solitudine (“Find and lose again”).

Una cupa deriva verso un luogo privo di speranza.