daniel barbiero | cristiano bocci “non-places”

[acustronica]

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Spazi privi di connotazione antropologica eppure principali ambienti della nostra contemporaneità, i non-luoghi assurgono sempre più ad essere fonte d’ispirazione per riflettere sul mondo attuale nel quale siamo immersi. Non si sottrae a questa tendenza il percorso di ricerca sonora, che trova nelle contraddizioni e nella complessità dei paesaggi codificati da Augé terreno fertile  da cui attingere.

Ed è a partire da una serie di questi spazi “altri” e dalle relative tracce acustiche catturate in situ che si sviluppa il rinnovato sodalizio tra Daniel Barbiero e Cristiano Bocci, che tornano a collaborare dopo l’interessante esperienza di “Nostos”. Da quell’incontro i due ripartono mutuandone in parte il processo compositivo basato su iniziali creazioni ed esecuzioni plasmate dal musicista americano, in seguito rielaborate e ricomposte dall’artista italiano. Le differenze principali qui consistono nell’incipit alla base delle scritture, costituito appunto dalle riprese ambientali,  e da un intervento ampliato da parte di Bocci che più spesso inserisce linee di basso elettrico a dialogare con le trame del contrabbasso.

La sintesi scaturente costruisce un affascinante viaggio che interseca luoghi dell’attraversamento e del consumo dei quali le varie tracce ripropongono meccanismi e sensazioni che vanno dalle convulse morbide dissonanze di “Berlin Subway (Long Hours)” al ruvido straniamento delle frequenze spigolose di “2000 PA Ave (The Symmetrical Stairs)”, dal percussivo ed alienante incedere ipnotico di “Bruxelles Gare du Midi” al poetico scorrere di “Train to Siena” arricchito delle sfumature dell’armonica di Matteo Ranieri, passando dal mutevole flusso percussivo denso di venature stridenti di “Turnpike Suite” e alla melodica, elettrica tensione di “Rome Airport (A Turn of the Vane Doesn’t Eliminate Flight)”.

Un lavoro ambizioso che attraverso le sue strutture e combinazioni traduce in suono i codici di una fruizione sempre più disattenta e distaccata di quelli che malgrado tutto sono i territori del nostro quotidiano.

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The Place Beyond the Pines #14

a cura di sonofmarketing

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Dissolve – Polaroid Notes. Polaroid Notes è l’altro progetto del musicista e compositore tedesco Kraut Sounds. “Usung Memories” è il nuovo album uscito per Whitelabrecs. Le sonorità si muovono fra evocative linee ambient e uno stile neoclassico ‘rivisitato’.

 

Wide Grey – Jacek Doroszenko. Eilean Records non sbaglia un colpo e ci porta le sonorità complesse, intrecciate e irregolare del compositore Jacek Doroszenko. “Wide Grey” è il nuovo album uscito da pochi giorni.

 

Artifices – Chapelier Fou. Chapelier Fou è uno degli artisti francesi più interessanti degli ultimi anni. “Muance” è il nuovo album che uscirà il 20 ottobre su Ici D’ailleurs (la stessa etichetta di Matt Elliott). Hanno contribuito Camile Momper (violoncello), Maxime Tisserand (clarinetto) and Maxime François (viola). Vi proponiamo il video del secondo estratto “Artifices”.

We, so tired of all the darkness in our lives – Leyland Kirby. Un grande ritorno inaspettato quello di Leyland Kirby, meglio noto come The Caretaker. “We, so tired of all the darkness in our livesè il nuovo album. Vi proponiamo l’impressionante title-track e la magia ipnotica del video che la accompagna.

 

Somersault – Loke Rahbek & Frederik Valentin. “Buy Corals Online” è il risultato della collaborazione fra Loke Rahbek (Croatian Amor, Damien Dubrovnik) e Frederik Valentin (KYO). Uscirà ufficialmente il primo dicembre via Edtions Mego. “Somersault” è il primo singolo estratto.

 

Galopping Waves – Matti Bye. Matti Bye è un musicista svedese noto come compositore di colonne sonore e collaboratore di Anna Von Hausswolf. This Forgotten Landè il nuovo album che uscirà ad inizio del mese di novembre. Vi proponiamo le note malinconiche del pianoforte di “Galopping Waves”.

 

It’s a Shame – First Aid Kit. A tre anni dall’uscita di “Stay Gold”, le sorelle svedesi First Aid Kit tornano con un nuovo brano che potrebbe essere la prima anticipazione dal nuovo album. Si intitola “It’s a Shame”.

 

The Things We Let Fall Apart – Sontan Shogun+Moskitoo.  “The Things We Let Fall Apart / The Thunderswan” è un doppio singolo nato dalla collaborazione fra il trio newyorkese Sontag Shogun e l’artista e cantante giapponese Moskitoo. Vi proponiamo il primo brano “The Things We Let Fall Apart”. Uscirà via Home Normal.

 

Lonely World – Moses Sumney. Moses Sumney, cantautore di Los Angeles, ha probabilmente composto uno degli album più interessanti di questa annata. “Aromanticism” è uscito per la storica Jagjaguwar. Vi proponiamo il video di “Lonely World”-

 

Dreams – Alice Boman. Alice Boman è una cantautrice svedese che ha pubblicato diversi ep e finalmente ha annunciato il suo primo full-length. Potete apprezzare la sua vocalità nel singolo “Dreams”.

 

Old Man – Blis. I Blis. È una band proveniente da Atlanta e che ha pubblicato l’album di debutto “No One Loves You” via Sargent House. Vi proponiamo il brano “Old Man” che mette in mostra le ritmiche dilatate e le linee ruvide del suono.

 

Face Crinkle – Thee Conductor. Concludiamo con il progetto Thee Conductor, dietro il quale si cela il musicista Jason Butler. “Face Crinkle” è il primo estratto dal nuovo album e vede il contributo di Bonnie Prince Billy.

 

 

norihito suda “sunshine”

[dauw]

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Una dolce malinconia che si irradia fragile come il tepore di tenui raggi di luce autunnale. È con tocco lieve e delicato che Norihito Suda dipinge i suoi bozzetti elettroacustici che compongono “Sunshine”, nuovo album che lo vede tornare come protagonista unico di una pubblicazione della tape label belga Dauw dopo il lavoro condiviso con Stijn Hüwels  dello scorso .

Fluiscono con grazia le crepitanti trame tessute dall’artista giapponese, un insieme sussurrato di suoni ambientali combinati a luminosi riverberi acustici e sinuose modulazioni sintetiche. Le visioni sono serenamente meditabonde ed esprimono una pacifica quiete risultante da espansioni di luce accecante percorse da un soffio finemente granuloso (“Sunshine”, “Preparations for the Coming Winter”, “The Weather of the Day Was Too Calm Almost as If Nothing Had Happened”),  da danze di organiche stille dall’andamento cullante (“Golden Rain of the End of the April”, “Mist Valley”) e da risonanze acustiche che lentamente rimbalzano su fondali ruvidi (“In the Faraway Distance”, “Harvest Moon”).

Un abbandono onirico in paesaggi intrisi del fascino del lontano oriente.

chelidon frame “(null) point ex_”

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Trame cinematiche dallo sviluppo mutevole venate di persistente tensione. Pur differentemente costruite e strutturate, le due tracce firmate da Alessio Premoli sotto l’alias Chelidon Frame si muovono in ambienti affini per atmosfera e capacità evocativa, condensandosi in narrazioni postmoderne sfuggenti eppure tangibili.

“(null) point ex_”                                                                                                                                Un soffio oscuro si espande lentamente ammantando di cupo mistero una visione nebbiosa che raggiunta la massima densità improvvisa si scioglie. Inatteso si apre uno squarcio dal quale si distende un fondale crepitante attraversato da frammenti dissonanti che piombano improvvisi come lame di istantanea luce accecante. Qualcosa sta per accadere e il suo giungere è scandito da questo aritmico susseguirsi di flash su un tappeto crepitante, ma in modo altrettanto inatteso tutto si scioglie nella foschia iniziale.

“00_0”                                                                                                                                                      Una pulsazione sinuosa scorre imperturbabile nel suo circolare incedere ipnotico accogliendo un susseguirsi di frequenze e stille che ne modulano il fluire. È un microcosmo che si dipana orizzontalmente all’insegna di una stratificazione di viraggi obliqui e rumori indefinibili che ancora una volta si sciolgono senza produrre una reale conclusione.

Brevi appunti per possibili future derive.

how to cure our soul “mare”

[sequel]

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Porsi di fronte ad un insondabile mistero per definire se stessi in modo più esteso. Il mare con la sua vastità ed la sua irresistibile forza magnetica è da sempre prolifica fonte di ispirazione a cui rivolgersi. A ritrovarsi vittima di questo immenso fascino sono adesso gli abruzzesi How To Cure Our Soul, duo formato da Marco Marzuoli e Alessandro Sergente a cui si aggiunge in questo loro quarto capitolo Rossano Polidoro.

“Mare” è un immersivo  viaggio che si nutre dei suoni naturali dell’elemento prescelto combinati a frequenze soniche persistenti atte a scavare tracce profonde ed indelebili. Il rumore della risacca apre il lavoro lasciando emergere un punto di vista poeticamente meditativo rivolto verso la vasta distesa  d’acqua in costante movimento. Ad esso si sovrappongono gradualmente lunghe scie droniche che suggeriscono una parallela solitaria navigazione lungo la superficie liquida creando un costante sfasamento tra due dimensioni parallele modulate in modo tale da creare equilibri cangianti che non escludono mai nessuna delle due componenti.

L’intreccio risultante genera un andamento crescentemente ipnotico che gradualmente imprigiona escludendo tutto ciò che esterno e distante fino a giungere ad un terminale approdo segnato dal solo dominante dato naturale che chiude  un avvolgente percorso circolare.

Da affrontare in apnea.

hep!collective “kitchen”

[hylé tapes]

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Ombre sfuggenti in una stanza densa di accecante luce a lasciare riemergere visioni di un passato sempre più evanescente. Con tocco lieve e attento Lorenzo Peluffo costruisce due delicati flussi di memoria che scorrono come un sussurro vaporoso.

Lato A “No plumage | Make it rain Ray Lew, make it rain”                                                      Su un fondale di flebili frequenze dissonanti si muove dolcemente ipnotica una fragile melodia, voci inafferrabili sembrano giungere da un modo distante. L’insieme crea una marea languidamente nostalgica  che lentamente si spegne in un’eco disturbante.

Lato B   “Calle della Madonnetta, estate 2013”                                                                            Ancora una melodia di minimale candore, questa volta accompagnata da un soffio impalpabile eppure sempre presente. L’incedere diviene irregolare e dall’onda risultante affiora un canto spettrale che subito si spegne per non riapparire più. Tutto procede imperturbabile fino a disgregarsi improvvisamente lasciando il passo ad un silenzio inatteso.

Nostalgicamente evocativo.

 

 

my home, sinking “king of corns”

[infraction records]

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Un sipario si dischiude lasciando apparire una scenografia essenziale sulla quale si avvicendano i personaggi di un enigmatico dramma dai contorni incerti. Continua a percorrere trasversalmente il mondo dei suoni Enrico Coniglio aggiungendo, dopo l’emozionante collaborazione con Matteo Uggeri, un nuovo tassello che ancora una volta conduce verso latitudini inattese chi abitualmente frequenta la dimensione della narrazione ambientale.

La teatrale sequenza di “King of corns” si apre sulle nebbiose saturazioni di “Bird’s eye” dalle quali lentamente emerge il suono profondo del piano introducendo gli elementi che compongono un affascinante microcosmo in cui si susseguono  enfatiche scene dominate da una propensione melodica accattivante. A dare forma a questo caleidoscopico scenario contribuisce un’ampia serie di collaborazioni che arricchiscono di preziose sfumature il flusso sonico. Imprescindibile alla definizione delle atmosfere risultano così le trame minimaliste e classicheggianti di Elisa Marzorati combinate alle liriche tessiture della viola di Piergabriele Mancuso (“D’automne (The sobs of the violins)”, “Rachel on the beach”) che diventa malinconica voce nel delicato dialogo con il vibrafono di Peter paul Gallo (“Love scene”).

A caratterizzare ancor più le oniriche visioni di Coniglio concorre la presenza di varie tracce vocali declinate in maniera eterogenea. Intensa e carica di drammaticità è la recitazione di Jessica Constable (“King of corns”, “Full blank (No stars)”), magico ed evanescente il canto di Violeta Päivänkakkara (“Animating Old Postcards (Aikaa Ei Ole Olemassa)”), malinconico e avvolgente quello di Chantal Acda sul contrappunto sintetico affidato a James Murray (“I Can’t Help It (But This is The End)”).

Un’opera dalla quale emerge potente un senso di raffinata coralità diretta con grande sensibilità da un autore che si dimostra sempre più sfaccettato e alla costante ricerca di ambiti da lui inesplorati.