orghanon “retrospectre”

[time released sound]

 

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Un’introspettiva fuga attraverso percorsi della memoria che conducono verso momenti distanti eppure ancora tangibilmente vividi. È un viaggio all’insegna di un’emozionalità dirompente “Retrospectre”, un’immersione condivisa in un immaginario personale. Parte infatti dai suoi ricordi d’infanzia Sergio Calzoni, musicista che si cela dietro il progetto ORGHANON, per plasmare il suo nuovo affascinante lavoro arricchito dal prezioso contributo di un nutrito numero di musicisti.

Fluide modulazioni sintetiche combinate a tessiture acustiche evocative generano una sequenza di cinematiche istantanee che lentamente assumono completezza man mano che il flusso generante si svolge. Ognuna di esse nutre atmosfere e sensazioni differenti disegnando un percorso che si muove tra tessiture intrise di nostalgiche aperture verso scenari in espansione (“Reitera”, “Playground 1979”), riverberi evanescenti e vagamente spettrali da cui emergono minimali frammenti melodici (“Retrospectre I”) o che convergono verso spirali convulse (“Retrospectre II”) e fluttuazioni all’insegna di una visionaria dolcezza striata di morbida malinconia (“Reverie”, “The transience room”).

Sinestetico e avvolgente.

sontag shogun “patterns for resonant space”

[youngbloods]

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Una nostalgica sequenza di polverose istantanee che lasciano riemergere vivide memorie di luoghi evanescenti. Sono piccoli crepitanti dettagli a condurre alla ricostruzione degli ambienti sonori plasmati dagli Sontag Shotgun nel loro nuovo lavoro, ingenerando un metodo compositivo inusuale al trio, che prende l’avvio da ciò che generalmente si addensa attorno alle trame pianistiche di Ian Temple, qui tramutate in libere improvvisazioni ispirate dalle granulose modulazioni di Jeremy Young e Jesse Perlstein.

La combinazione tra i fondali riverberanti permeati da rumori e catture naturalistiche e le sinuose tessiture dello strumento  dà vita ad un errare meditabondo in cui le parti dialogano in un morbido scambio alternandosi sui differenti piani narrativi. Il flusso risultante si muove tra i paesaggi materici e vitali di “no.13 (Sushi Rice, AM Frequency Gap, Pines)” e “no.5 (Melt Canyon)”, nella quale compaiono tracce vocali che trovano maggiore apertura in “no.19 (Patient Elegy for Bernr’d Hoffmann)”, certamente la traccia più strutturata del disco intrisa di un afflato malinconico che riemerge con forza nell’incantevole frammento “no.2 (Music Box)” e nella conclusiva “no.8 (Leaves Like Photographs)”. A tratti ad imporsi è una vena vagamente spettrale che permea la vaporosa “no.9 (Barricade Bleu)” e la silente “no.16 (Windmill)”.

Malgrado l’univocità del metodo compositivo dei suoi capitoli, con le sue diverse declinazioni “Patterns for resonant space” traccia un percorso cinematico e cangiante ricco di sfumature preziose.

alder & ash “clutched in the maw of the world”

[lost tribe sound]

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Estremi che si confrontano in un dialogo intenso, carico di travolgente pathos. Si muove tra momenti di cullante quiete e furenti e prolungate deflagrazioni il secondo lavoro di Adrian Copeland, musicista di Montreal che si cela sotto lo pseudonimo Alder & Ash, continuando un’esplorazione iniziata attraverso i solchi del suo disco di debutto.

Una strisciante tensione permea le mutevoli trame di violoncello, emergendo nitida sia quando il suono rimane ancorato a ruvide atmosfere stagnanti dall’incedere placido (“All His Own, the Lord of Naught”, “Seeds of a Sallow Earth”) che quando si avvolge in drammatiche spirali ascendenti dense di abrasiva drammaticità (“A Seat Amongst God and His Children”, “The Great Plains of Dust”). Questo senso di costante inquietudine riesce a sciogliersi parzialmente soltanto nei tratti del viaggio in cui il suono dello strumento riscopre una dimensione acustica più cristallina e meno distorta (“The Merciless Dusk”, “The Glisten, the Glow”), capace di introdurre una componente malinconia per il resto avulsa dall’abum.

È certamente un approccio differente quello definito da Copeland, un modo di declinare il suono del violoncello in modo più oscuro e granuloso determinando la creazione di paesaggi emozionali meno congeniali ma proprio per questo di maggiore impatto.

 

andrea valle “ultraxy”

[solitunes]

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Un vortice destabilizzante nel quale perdersi trasportato da una spirale di suoni travolgenti. È un universo sghembo e pulsante, privo di coordinate consuete e concilianti quello costruito da  Andrea Valle in “ULTRAXY”, un’immersione totalizzante in un mare di risonanze, battiti e obliquità furenti da affrontare in prolungata apnea.

Progettazione informatica e realizzazione artigianale si incrociano in un processo che si muove tra algoritmo ed esecuzione definendo un ambiente sonoro in cui umanità e sintesi si ritrovano fusi in un equilibrio costante ma dall’apparenza instabile. Struttura e ritmo sono elementi fondanti e in continuo mutamento, passando da una percussività esplosiva che ingenera acrobatiche spirali convulse (“Arkignol”, “Borratxo”, “Guerra”) a cadenze più regolari  anche se sempre combinate ad un ricco caleidoscopio di schegge indefinibili (“Megafish”, “Viatge”, “Cetaci”), da tracciati più lenti ed ossessivi (“Esercizi sulle date”, “Selenites”) a scorci più oscuri e indecifrabili (“Ultraorbism”, “Endimio”, “Membranacee”).

A tratti emerge una minimale componente ludica (“Kiosk”, “Poème de l’Argent”) a cui fa da contraltare l’epica atipica e distorta dei quattro frammenti di “Battaglie”, che nella versione digitale fanno da preludio alla rivisitazione dei sei capitoli di “Cortège d’Alsaxy” prima della parzialmente quieta chiusura affidata a “So wrong Erik”.

Si arriva esausti ma soddisfatti in fondo a questo lungo e spiazzante viaggio attraverso un mondo sonoro adatto a chi non ama accomodanti certezze e facili punti di riferimento.

aa.vv. “tiny portraits – small renderings of place in memory” #5

[flaming pines]

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Dopo aver proposto una tappa di quattro capitoli dedicati alla Svezia, torna a svilupparsi lungo un tracciato privo di direzioni definite la serie Tiny Portraits curata dalla Flaming Pines, ampliando sempre di più lo spettro geografico indagato attraverso il suono dei luoghi.

Il norvegese Ulf A.S Holbrock ci conduce alla scoperta di una località marittima sulle coste croate, luogo in cui ha soggiornato alcuni anni fa e che dopo essersi affermato come paesaggio quieto e solare si è improvvisamente trasformato in uno scorcio minaccioso percorso da venti impetuosi. Ed è questo tratto inatteso che “Borka (winds)” propone attraverso il suo incessante urlo della natura, creando un’istantanea tanto affascinante quanto difficile da associare all’immagine del sito.

Dalla costa adriatica ci spostiamo in Estonia dove l’americano Jim Haynes utilizzando una combinazione di due microfoni a contatto ha catturato e successivamente combinato due linee sonore differenti, una riportante un criptico discorso radiofonico in russo e l’altra le oscure risonanze del vento, plasmando una narrazione dall’ipnotico tono apocalittico efficace nel suo non rivelare un significato certo.

Un altro americano ci riconduce verso gli Stati Uniti, precisamente a Sisu nel Colorado del sud. Si tratta di Cody Yantis che in “Outside of memory” costruisce la sua personale visione di quest’area semidesertica utilizzando ancora una volta il vento, qui come mezzo per far risuonare le arpe eoliche, plasmando una sequenza vibrante carica di alieno mistero e densa inquietudine che si scioglie parzialmente solo nel finale dominato dal rumore della pioggia.

Il paragrafo conclusivo ci posiziona in Liguria, nell’Abbazia di San Fruttuoso dove il nostro Nicola Fornasari aka Xu costruisce una deriva onirica dai tratti solenni attraverso la rimodulazione di campioni ambientali fusi al suono di un carillon, entrambi catturati utilizzando il suo iphone. Una sintesi che illustra con enfasi le sensazioni scaturenti da un luogo carico di un fascino  secolare.

Non ci resta che attendere il prossimo viaggio.

http://www.flamingpines.com/tiny-portraits/#home

2017, so far

a cura di music won’t save you

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Slowdive – Sugar For The Pill

Piano Magic – Attention To Life

Oddfellow’s Casino – Swallow The Day

Mount Eerie – Ravens

Raoul Vignal – Under The Same Sky

Diagrams – It’s Only Light

Emma Gatrill – Skin

JFDR – White Sun

Sara Forslund, Lárus Sigurðsson & David Åhlén – The City

Midwife – Name

Noveller – Trails And Trials

High Plains – Cinderland

Laura Luna & Jara Tarnovski “luna & tarnosvki “

[genot centre]

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Tra le pieghe di una notte plumbea e stagnante ad osservare movimenti flebili ed evanescenti privi di materica consistenza. Si muove lungo il sottile confine tra realtà e apparenza, senza alcuna soluzione di continuità, il lungo piano sequenza realizzato dalla messicana Laura Luna Castillo in collaborazione con il ceco Jara Tarnovski, noto per essere parte di numerosi progetti tra cui i Gurun Gurun.

Scorre liquido e privo di peso il flusso plasmato dalla coppia, muovendosi sinuoso e silente senza soste e senza picchi ascendenti. Sono morbide increspature quelle determinate dalle lievi variazioni armoniche che modulano una persistenza densa di onirico mistero determinando un’atmosfera avvolgente immersa da un’impalpabile foschia che mostra senza rivelare.

È un notturno immaginifico privo di definizione certa, un viaggio indecifrabile attraverso sensazioni vaporosamente cangianti.