silent carnival “somewhere”

[backwards records]

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Oblique visioni che costantemente scivolano tra realtà e sogno generando una liquida danza tra dimensioni solo apparentemente inconciliabili. Si muove su un margine sottile e accidentato Marco Giambrone, adesso come non mai in virtuoso equilibrio tra le molteplici componenti di un cantautorato caleidoscopico e dai confini sempre più incerti. Il terzo disco firmato Silent Carnival segna infatti un ulteriore e deciso sviluppo di un percorso artistico nato sei anni or sono .

Mantenendo intatta la prepotente aura onirica che ne ha caratterizzato la scrittura fin dall’omonimo lavoro d’esordio, Giambrone espande il proprio universo sonoro muovendosi verso la definizione di un lessico sempre meno legato al riverbero di persistenze sintetiche e maggiormente plasmato da curate risonanze acustiche. Accompagnato come sempre dai solidali Caterina Fede, Alfonso De Marco e Andrea Serrapiglio, il musicista siciliano costruisce una straniante deriva che vede succedersi cadenzate trame su cui si inerpica come nenia il suo canto dimesso, a tratti amplificato dall’eco femminile della voce della Fede (“Cold as marble”, “Endurance”), a tracciati lisergici pervasi da un surreale senso di smarrimento (“Somewhere”, “Arles”).

Lungo questo altalenante percorso ci si imbatte in frangenti sghembi e vaporosi (“Shiny empty boxes”) ed in cullanti notturni intimistici (“Labyrinth”), il cui tono compassato si tramuta occasionalmente in misurata irruenza (“Innocence”)  o si dissolve per lasciare emergere prepotenti risonanze ambientali estrapolate dalla tradizione religiosa (“Calvary”), impreziosite dal contributo del suono profondo  e suadente del clarinetto basso di Luca Serrapiglio e delle scie atmosferiche plasmate da Stefano De Ponti.

Una peregrinazione dalle sfumature cangianti, permeata da magnetico fascino, attraverso indefiniti paesaggi emozionali su cui aleggiano dense ombre di dolce inquietudine.

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I wish my life was an Indiepop record.

a cura di L’attimo fuggente

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INDONESIA
The Sweetest Touch – Too Many Dust, Too Many Haze
https://www.youtube.com/watch?v=dQspO26WtDI

INDONESIA (2)
Toy Tambourine – She Never
https://www.youtube.com/watch?v=2ZCFKmK9Sps

SCOTLAND
Yakima – Point Of This
https://soundcloud.com/yakimamusic/point-of-this

U.S.A./SCOTLAND
The Color Waves – People End Up Everywhere
https://soundcloud.com/thecolorwaves/people-end-up-everywhere

ENGLAND
Foundling – Horizon
https://vimeo.com/289757468

ENGLAND (2)
Flirting. – Lilac
https://flirtingfullstop.bandcamp.com/track/lilac

PHILIPPINES
The Strange Creatures – Dreamy Eyes
https://www.youtube.com/watch?v=zTTVSyc3HUQ

CANADA
The Seams – Glue
https://www.youtube.com/watch?v=JMBNMXVQ6tw

U.S.A. (2)
Pale Lights – Through The Lychgates (Lake Ruth Cover)
https://lakeruth.bandcamp.com/track/through-the-lychgates-lake-ruth-cover

ITALY
The Whip Hand – Already Gone
https://www.youtube.com/watch?v=l964zKErMWM

SWEDEN
Alpaca Sports – In The Sand
https://www.youtube.com/watch?v=Yso3TtJcJBo

ENGLAND/GERMANY
The Bv’s – Every Story is a Ghost Story
https://www.youtube.com/watch?v=ywussKK95O0

JAPAN
Wallflower – I Wish Spring Would Last Forever
https://www.youtube.com/watch?v=cCVq2mLg1MY

cyril secq + sylvain chauveau “minimal guitar”

[eilean]

cover

Pochi tratti accuratamente scelti per restituire l’essenza di uno scorcio che gradualmente si fissa in un atmosferico quadro risonante. È un confronto all’insegna della riduzione a definire il punto 41 sulla mappa eilean, suggestiva collaborazione tra Cyril Secq e Sylvain Chauveau improntata sulle possibilità narrative scaturenti dall’utilizzo di un lessico asciutto che predilige la misura del gesto ed il suo amplificarsi attraverso l’utilizzo attento della pausa.

Introdotto da una preziosa scheggia costruita sul canto cristallino di Chauveau, il pacato dialogo tra le scarne partiture delle chitarre dei due musicisti francesi trova concretizzazione in sei evanescenti paesaggi  costruiti attraverso l’accostamento di riverberi e frammentari arpeggi che rinunciano a trovare intreccio prediligendo una dilatata scansione in cui ciascun elemento diventa eco, a volte anche dissonante, del precedente. A dare almeno in parte densità ai vuoti ricorrenti intervengono estese frequenze che si dispiegano a formare persistenti ricuciture. È soltanto nella traccia conclusiva che la giustapposizione diviene più serrata abbandonando la ricorrente strutturazione minimale che investe, stravolgendola, anche la rimodulazione di un brano della premiata ditta Lennox/Stewart.

Un lavoro che scorre via tortuoso eppure agile, ribadendo ancora una volta che il meno può divenire un arricchimento se è frutto di una precisa e consapevole intenzione.

deru “torn in two”

[friends of friends]

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Un alito glaciale sospeso nel vuoto, una breccia che improvvisa si apre infrangendo una stasi carica di tensione e proiettando lo sguardo verso un distopico universo di sensazioni inquiete. Traslando il proprio interesse dall’ottica introspettiva che caratterizzava il precedente lavoro verso una visione decisamente di più ampio respiro, Benjamin Wynn conduce il suo personale progetto a firma Deru verso l’ambizioso obiettivo di voler tracciare attraverso il suono  le infinite sfumature della condizione umana immersa in una contemporaneità sempre più aspra e complessa.

Interpolando sature modulazioni droniche a ruvide frequenze crepitanti secondo intricate strutture dall’incedere irregolare, Wynn costruisce un cinematico racconto in nove capitoli pervaso da un’oscura aura, gravida di un senso di persistente minaccia pronta a deflagrare generando distorte scie ascensionali. È un procedere tra lunghi piani sequenza di dense risonanze e oblique trame rumorose che a tratti parzialmente si dissolvono per lasciare emergere  quiete tessiture armoniche capaci di plasmare scorci di dolente bellezza che concedono rinfrancante, momentaneo respiro.

È un vagare per i gironi di un inferno terreno dalla consistenza profondamente tattile che trova riscontro visivo in una serie di sequenze filmiche, nate dalla collaborazione di Deru con Bryan Konietzko, che tramutano in immagine in movimento un immaginario vividamente potente.

Traiettorie accidentate verso un futuro possibile.

josh alexander “hiraeth”

[moderna records]

cover

Uno sguardo che scorre leggero alla ricerca delle infinite sfumature di un paesaggio misterioso ed imprevedibile. È dal fascino profondo del Galles che trae linfa Josh Alexander per costruire il suo album di debutto, eclettica collezione di scorci emozionali che dischiudono un universo palpitante in costante evoluzione.

Utilizzando un linguaggio ibrido che coniuga l’essenziale delicatezza di trame pianistiche a siderali atmosfere plasmate da progressioni sintetiche, il musicista inglese delinea un immaginifico tracciato dal tono mutevole non soltanto nell’avvicendarsi dei vari capitoli, ma anche all’interno di molti di essi. È un ambiente sonoro sfaccettato che si rivela per gradi, introdotto dal placido minimalismo di “An apology” che sembra preludere all’ennesimo disco di gusto neoclassico, subito sconfessato dal sinuoso andamento dell’aerea “Dusk”  permeata dalle luminose frequenze del sintetizzatore analogico che tanta parte ha all’interno del lavoro.

Il ricorrente intrecciarsi tra queste componenti  genera flussi narrativi profondamente dinamici, ricchi di aperture inattese che lasciano coesistere armoniosamente luci ed ombre, lasciando emergere quel senso di nostalgia esplicitato dal titolo solamente quando dominante diventa il suono esclusivo del pianoforte (“Elan”, “Suspended”).

Un esordio promettente, realizzato secondo una formula tutt’altro che innovativa ma certamente declinata con notevole abilità.
Accattivante.

federico durand “pequeñas melodías”

[iikki]

cover

L’incanto che si disvela gentile da minuti microcosmi sonori a cui fanno eco istantanee altrettanto delicatamente magiche. È un dialogo giocato sulla perfetta aderenza tra  visioni coincidenti quello proposto nel nuovo capitolo delle edizioni audio visive curate da IIKKI, incontro che vede confrontarsi Federico Durand e il duo fotografico Albarrán Cabrera, formato dal catalano Angel Albarrán e dalla sivigliana Anna Cabrera, artisti di paesi distanti ma dalla cultura inevitabilmente affine.

Utilizzando il suo consueto lessico fatto di luminose risonanze e aeree frequenze, il musicista argentino plasma i suoi aggraziati scenari elettroacustici nei quali navigare lasciando libera la propria fantasia. Pervase da crepitanti scie che emergono in filigrana o modulate in sinuose danze armoniche, le cristalline trame cesellate da Durand dischiudono surreali scenari il cui costante senso di stupore trova eco nelle immagini fotografiche abilmente prodotte dai due alchimisti spagnoli utilizzando svariate tecniche che fondono tradizione e sperimentazione.

Ne nasce una preziosa sequenza sinestetica capace di fondere in un coeso e affascinante percorso la fragile bellezza di avvolgenti melodie ed il mistero di istantanee che pur conservando ogni traccia della realtà da cui sono tratte costruiscono un immaginario indefinibile e profondamente suggestivo. Un doppio binario che scorre perfettamente in equilibrio verso il medesimo orizzonte pur mantenendo ciascuno una autonoma completezza.

Per chi ama perdersi nell’inafferrabilità del sogno.

lebenswelt “metaphysics of entropy”

[under my bed recordings]

cover

Lasciare fluire la malinconia, condensarne l’essenza per dare forma a placidi paesaggi emozionali plasmati attraverso oblique trame pervase di dolente lirismo. Prosegue lungo una rotta chiara e dai confini sempre più dilatati Giampaolo Loffredo, che dopo essere riemerso due anni or sono da un lungo silenzio prova a trovare continuità pubblicando un nuovo tassello da inserire nel suo percorso artistico tracciato sotto lo pseudonimo Lebenswelt.

Si consolida trovando al tempo stesso nuova linfa il lento e avvolgente intimismo connaturato alla scrittura di Loffredo, giungendo ad una dimensione più rarefatta e sfaccettata enfatizzata anche dal prezioso apporto dato dai vari musicisti coinvolti nella realizzazione delle tracce del disco. I densi riverberi della chitarra di Stephano Stephanowic e le dimesse ma imprescindibili linee ritmiche di Mauro Costagli, così come il prezioso lavoro di rifinitura condotto da Pier Giorgio Storti e la componente straniante data dalla sega musicale di Luca Galuppini amplificano infatti in maniera determinante, ma sempre con tono misurato, la cifra stilistica di brani costantemente in bilico tra sognante deriva e spettrale sospensione.

Assecondando un evolvere ipnotico su sghembi fondali vaporosi (“Dance dance dance”, “Distant colours”) o un incedere grave e tormentato (“Cold swallen hand”, “In the morning”), la voce dalle tinte agrodolci di Loffredo scorre impassibile fino a trasformarsi in flebile eco nella riscrittura di “Illusions hold” affidata a Storti e divenire assoluto silenzio nei capitoli che confinano la sequenza delle canzoni. Due tracce strumentali profondamente atmosferiche sviluppate secondo coordinante differenti, che proiettano l’universo interiore di Lebenswelt  verso immaginifici orizzonti crepuscolari.