bionulor “a.s.”

[oniron label]

Bionulor - A.S. cover

Un dilatato notturno che si espande lento come irregolare tracciato tra placide derive oniriche e articolate architetture effimere. Sempre fedele alla logica dell’appropriazione, decostruzione e rimodulazione dei suoni altrui Sebastian Banaszczyk, attore e pedagogista polacco che cela la sua attività musicale dietro lo pseudonimo Bionulor, torna a proporre un nuovo visionario itinerario risonante strutturato a partire dall’innovativo lavoro di Alexander Scriabin.

Attraverso un’attenta opera di scarnificazione e ricomposizione, Banaszczyk costruisce un inedito universo sonoro che proietta le inusuali trame pianistiche del pionieristico compositore russo verso una dimensione pienamente aderente alla nostra contemporaneità. Avanzando tra reiterati frammenti armonici lasciati liberi di fluttuare riverberando tra silenzi che ne amplificano il portato immaginifico, liquide modulazioni dall’andamento obliquo e indefinite costruzioni di dissonanze combinate secondo struttura complesse, quel che prende forma è un ambiente sempre più evanescente ed indefinibile che solo nel suo frangente terminale viene sostenuto da una marcata trama pulsante.

Un percorso narrativa privo di immediatezza capace di regalare interessanti stimoli a chi si dimostra disponibile ad immergersivi.

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The Place Beyond the Pines #26

a cura di sonofmarketing

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Thundercat. Brainfeeder, l’etichetta di Flying Lotus, festeggia 10 anni di attività con una compilation che raccoglie i contributi di tutti gli artisti coinvolti nel progetto. “King of The Hill” è un nuovo brano di Thundercat che coinvolge anche i BadBadNotGood e lo stesso Flying Lotus.

 

 

Coliguacho. Coliguacho è il progetto del producer australiano, residente a Santiago, che ha recentemente pubblicato il suo primo full-length per Hush Hush Records. Un suono che risente delle sue origini fra cumbia, electro e trame ambient.

 

Jessica Moss. Jessica Moss è una musicista canadese, nota sopratutto come volinista dei Thee Silver Mt. Zion Memorial Orchestra. Ha recentemente pubblicato il suo secondo album solista per Constellation Records. Vi proponiamo “Fractals (truth 4)”.

 

Benjamin Finger. Il prolifico compositore e musicista norvegese Benjamin Finger ha annunciato l’uscita di un nuovo album intitolato “Into Light”. “A Glimpse” è un nuovo estratto.

 

Demdike Stare. Ritorno a sorpresa di uno dei progetti più interessanti del nostro periodo. I Demdike Stare riversano la loro vena sperimentale nella reinterprtazione della musica da club britannica. Il doppio album si intitola “Passion” e questa è “At It Again”.

 

 

Byul.Org. Ritorna il collettivo sudcoreano Byul.Org. Il nuovo album si tintila “Nobody’s Gold” e uscirà il 23 novembre per Alien Transistor. Vi proponiamo il video dell’inquietante “The Night Before The Typhoon”.

 

 

Clams Casino. A due anni dallo straordinario “32 Levels”, il producer italo-statunitense Clams Casino è tornato con un nuovo brano. “Healing”è ipnotico e teso, procede su due linee differenti, una più accogliente e l’altra più frammentata. Un connubio di mood emozionante.

 

 

Matthias Peuch. Matthias Puech è un compositore e sound artist francese. “Alpestres” è il nuovo album che uscirà per Hands In The Dark. Vi proponiamo “Un incontro notturno” che mette in evidenza il suono portato al “minimo” con un uso equilibrato della frammentazione ritmica e delle incursioni rumoristiche in ottica “ambientale”.

 

 

Sive. Sive è il progetto della cantautrice e musicista irlandese Sadhbh O’Sullivan. “Quietly” è il suo nuovo brano che mette in evidenza la sua grazia vocale e il minimalismo strumentale.

 

 

JOBS. JOBS è un quartetto di Brooklyn che comprende Max Jaffe, Rob Lundberg, Dave Scanlon e Jessica Pavone. Hanno realizzato da poco il loro secondo album “Log On For The Free Chance To Log On For Free”. Vi proponiamo il video di “GIFs”, brano che mette in evidenza l’intenso falsetto e la tensione strumentale e dinamica del loro suono.

 

 

Balthazar. Conludiamo con il ritorno della band belga Balthazar. A tre anni da “Thin Walls”, hanno annunciato l’uscita di “Fever”, prevista per febbraio 2019. La title-track è il primo estratto.

 

 

 

gavin miller “shimmer”

[sound in silence]

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Abbandonarsi all’abbraccio avvolgente di un quieto flusso permeato da accogliente calore. È sulla soglia di un affascinante universo di luce che ci conduce Gavin Miller attraverso le riverberanti trame del suo nuovo lavoro lontano dai progetti condivisi con il solidale Thomas Ragsdale, un territorio sognante definito da liquide movenze permeate da riflessi marcatamente vividi.

Imperniati sul suono della sua chitarra e spogliati dell’apporto di qualsivoglia pulsazione ritmica, i sei movimenti che scandiscono “Shimmer” costruiscono un’unitaria scia priva di soluzione di continuità che scorre secondo un movimento circolare facendo coincidere i due estremi del viaggio. Il pacato e cullante incedere plasmato dai fraseggi introduttivi torna così ad emergere e segnare l’ultimo tratto del percorso dopo essere gradualmente scivolato verso atmosfere più umbratili plasmate con l’ausilio di grevi risonanze pianistiche, enfatiche linee di archi, spettrali estratti vocali e dilatate frequenze sintetiche variamente interpolate.

Da tale combinazione sgorga una deriva ipnotica che sinuosamente si muove dal prepotente chiarore fino all’ombra più inquieta per ritrovare infine la dimensione confortevole di una luminosità morbida e rilassante.

pepo galán “strange parentheses”

[ archives ]

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Un caleidoscopio di sensazioni plasmate secondo forme mutevoli, un universo risonante dai tratti sfuggenti e privo di margini definibili. Ad un anno di distanza dall’ottimo “Human Values Disappear” e dopo due lavori condivisi rispettivamente con Carlos  Suero e Max Würden, Pepo Galán pubblica una nuova deriva sonica a propria esclusiva firma anche se non totalmente solitaria.

Sono diversi i nomi che appaiono lungo la sequenza di “Strange Parentheses”, in particolar quelli di Sita Ostheimer  e Roger Robinson che per la prima volta introducono, in tre delle dieci tracce, contributi vocali a completamento delle trame del musicista spagnolo. Dopo la breve, ariosa apertura affidata ai luminosi e in parte sghembi arpeggi di “Harmony Fields Reverse”, tocca immediatamente alla Ostheimer lasciare deflagrare la novità del canto in quella “S a m o a”, che imperniata sui fraseggi pianistici di Sergio Díaz De Rojas e impreziosita dagli arrangiamenti di archi di Reyes Oteo e del trombone di Carlos Rodríguez ben presto si rivela come uno degli apici del disco. Da qui in poi i toni convergono verso atmosfere umbratili che riportano verso coordinate più consuete all’estro di Galán fino a ritrovare quell’aleggiare inquieto pervaso da striature ruvide nelle frequenze cariche di dramma della title track.

L’ipnotico incedere  di “Barco Amor (Naufragio)” crea una nuova breccia che squarcia l’oscurità latente, apertura mesmerica che trova eco negli evanescenti riverberi di “Bleeding Eyes” prima di cedere il passo alle oblique frequenze di “High Seas Tempest” e giungere lentamente verso il sussurrato finale di “U Broke Me” costruito sull’enfatica interpretazione di Roger Robinson.

Una traiettoria narrativa sfaccettata e coinvolgente che segna una netta evoluzione nel percorso artistico di un musicista di talento in costante crescita.

drekka “examinations: 2016-2018”

[bluesanct]

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Sfocate visioni che si susseguono in un caleidoscopico fluire plasmando un universo destabilizzante pervaso dalle profonde inquietudini di una mente allucinata. Si ritrovano accomunate da un’obliqua coesione le tracce recuperate e rimodulate da Mkl Anderson con l’ausilio di un nutrito numero di amici musicisti per dare vita al nuovo lavoro firmato Drekka, oscuro torrente di algide frequenze atmosferiche costruito nel corso dell’ultimo biennio.

A partire dalla deriva hauntologica di “Spring Rain, Indian Summer”, rivisitata in collaborazione con Nathan Amundson  e definita dall’espandersi di un soffio spettrale su cui scivola una scarna trama pianistica e da cui emerge una evanescente scia vocale, quel che si concretizza è un torrente  di modulazioni glaciali e respingenti che di volta in volta assume forme differenti. Con implacabile incedere si susseguono persistenze droniche e riverberi crepitanti combinati a definire sotterranei tracciati che solo occasionalmente accolgono sporadici frammenti armonici (“Sense of Senses”) o estratti ambientali vitali (”Call to Prayer”).

Un’immersione totalizzante in un mare denso di insondabile turbamento.

luca formentini “scintilla”

[audiobulb]

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Attimi di quotidiano vivere che inattesi si manifestano come magico istante emozionale, scandendo il peculiare fluire di una soggettività a confronto con il mondo. Sono frammenti raccolti nel corso di un tempo dilatato e lentamente sviluppati a definire un sinuoso tracciato attraverso sospesi paesaggi sensoriali a segnare il ritorno di Luca Formentini chiudendo uno iato lungo oltre dieci anni.

“Scintilla” si propone come esplorazione intimista condotta dal musicista bresciano in assoluta solitudine, assorta peregrinazione che vede essenziali trame armoniche e vaporose fluttuazioni atmosferiche fondersi con misurato equilibrio a generare una combinazione che scandisce l’intero lavoro fin dalle aeree movenze dell’iniziale “Somewhere in that Moment”, traccia il cui titolo esprime inoltre pienamente il portato emotivo del lavoro. Ciò che scaturisce è una magnetica sequenza di delicate e affascinanti istantanee  incastrate in un percorso introspettivo che trova nelle scarne cadenze del piano e nelle riverberanti tessiture della chitarra un nucleo narrativo libero di espandersi attraverso rarefatte ambientazioni, a tratti ridotte a flebile traccia di fondo (“About Disappearing”), costituite da un’alternanza di morbida e straniante luminosità ed inquiete ombre.

Ad interrompere un apparente stato di isolamento intervengono occasionali inclusioni di risonanze ambientali (“Density of Light”, “To the Seer”) che evidenziano in modo netto un rapporto con il circostante spesso attutito ma sempre imprescindibile. È un muoversi attento, quasi in punta di piedi, alla ricerca di sfuggenti dettagli capaci di definire l’essenza del proprio essere.

j.h. guraj “steadfast on our sand”

[boring machines]

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Terschelling. Una piccola isola del nord, territorio circoscritto ma estremamente complesso per la sua evoluzione geografica e sociale, tanto da divenire luogo da esplorare e raccontare. Ad occuparsene alcuni anni fa è stato il collettivo bolognese ZimmerFrei attraverso la realizzazione di un documentario che ne delinea il peculiare carattere osservato durante due momenti antitetici dell’anno, l’uno segnato dalla vitale presenza dei turisti e l’altro dominato dall’evocativo silenzio invernale. Una dualità marcata che si riflette nella musica di Dominique Vaccaro aka J.H. Guraj che di quella narrazione filmica costituisce parte del commento sonoro.

È netto lo stacco che separa le due parti di questo breve lavoro, divisione che trova rispondenza fisica nella loro collocazione sui due lati del disco che risultano così essere specchio delle due differenti anime del luogo. Il suono dalle venature profondamente blues della chitarra di Vaccaro dominano lungo l’iniziale trittico, passando dalla campestre visceralità degli scarni e incalzanti fraseggi di “Cows” pervasa di sentori d’America, all’incedere a tratti stridente e costellato da ritmiche irregolari di “Horses”, fino a giungere alle meditabonde trame della sognante “Men”.

A tale corposo itinerario acustico, che scorre tra gli echi ambientali catturati da Massimo Carozzi, fa da contraltare un’unica traccia che con le sue atmosferiche modulazioni costruisce un visionario flusso in espansione che relega il suono dello strumento a flebile scia di fondo immersa in un vaporoso dilatarsi di evanescenti frequenze. È l’incantato e spoglio stupore di una terra unica a prendere forma, libero di risuonare fino a trovare una sua graduale dissoluzione capace di lasciare impresse le tracce del suo immenso fascino.