kaada “closing statements”

[mirakel recordings]

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Un universo sfaccettato di fragili emozioni  tradotte in musica con tocco delicatamente leggero. È una raccolta di sensazioni legate al momento della fine, narrate con cinematica enfasi, a sancire il ritorno alla dimensione solista di Kaada, apprezzato compositore e polistrumentista che annovera tra le sue collaborazioni una doppia pubblicazione condivisa con Mike Patton.

Ibridando con attenzione esperienze ed influenze differenti che ne hanno segnato fin qui la carriera, il musicista  norvegese costruisce un  itinerario sensoriale marcatamente lirico plasmato attraverso la fusione di placide trame melodiche, ariosi arrangiamenti orchestrali e frequenze sintetiche lievemente granulose o inclini a strutturare inattesi andamenti pulsanti. Ognuna di queste componenti emerge  diluita e priva di tratti netti integrandosi in un insieme corale e coeso.

Ne scaturisce un percorso intenso ed irregolare che alterna morbide luci e tenue ombre intrecciate in una quieta danza di risonanze sognanti che scorre via vaporosa malgrado il greve tema di fondo.

Una fuga affascinante in un immaginario inaspettatamente vivido e avvolgente.

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ben mcelroy “the word cricket made her happy”

[eilean]

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Racconti del nord che si susseguono concretizzando un immaginario plasmato attraverso le molteplici sfumature di un lessico composito e affascinante. Prosegue la sua esplorazione sonora basata sulla commistione di trame acustiche e risonanze sintetiche Ben McElroy e lo fa realizzando il suo terzo lavoro, punto 40 sulla caleidoscopica mappa eilean.

Procedendo tra  dilatate ambientazioni risonanti pervase da un senso di grave epicità (“The Sailor and the Albatross”, “Ink Drunk”), placide visioni vaporosamente contemplative (“Sleep and Create Moon”, “The Yellow’un Always Wins”) e delicati bozzetti melodici intrecciati a gentili frequenze ambientali (“The Word Cricket Made Her Happy”), il musicista inglese costruisce un viaggio surreale in un universo avvolto da un’aura onirica accattivante, che continuamente rimanda alla sua terra di origine. Un percorso sfaccettato che giunge a inglobare due tracce (“Henry and Clara”, “All Around Prayed The Drowned Men”)  il cui elemento dominante diventa la voce narrante che ancor più enfatizza il rimando ad una tradizione elevata a fonte d’ispirazione.

Echi di un passato scolpito a fondo nella memoria.

Twelve more songs for Spring

a cura di music won’t save you

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Memory Drawings – Captivated
https://memorydrawings.bandcamp.com/track/captivated-2

Hanging Up The Moon – Rain Dance
https://hangingupthemoon.bandcamp.com/track/rain-dance

Kin Hana – Generations
https://soundcloud.com/kinhana/generations

Randolph’s Leap – Television
https://lostmap.bandcamp.com/album/postmap-02-11-television

Great North – Brilliant Blue
https://soncanciones.bandcamp.com/track/brilliant-blue

Luluc – Heist
https://luluc.bandcamp.com/track/heist

The Innocence Mission – Green Bus
httpshttps://www.youtube.com/watch?v=RpGNEnlE76c

Many Voices Speak – Necessaries
https://soundcloud.com/manyvoicesspeak/necessaries

Yours Are The Only Ears – Hole Again
https://yoursaretheonlyears.bandcamp.com/track/hole-again

Nu Nog Even Niet – De nieuwe wereld
https://oscarson.bandcamp.com/track/de-nieuwe-wereld

Maike Zazie – Mädchen Vom Anderen Stern
https://maikezazie.bandcamp.com/track/m-dchen-vom-anderen-stern

Anne Garner – Not Home
https://slowcraft.bandcamp.com/album/not-home?from=embed

kyle bobby dunn / wayne robert thomas “the searchers / voyevoda”

[whited sepulchre records]

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Visioni differenti proiettate verso un orizzonte condiviso fatto di indissolubile nostalgia. Si incontrano su un territorio affine i tracciati sonori di Kyle Bobby Dunn e Wayne Robert Thomas, accomunati da un portato sensoriale che ne annulla la distanza stilistica.

The Searchers
Sale lenta e graduale la calda marea emozionale plasmata da Kyle Bobby Dunn, espandendosi come un morbido soffio che con le sue luminose risonanze ammanta tutto ciò che ricopre lungo il suo incedere. È un vibrante torrente colmo di un senso di infinita tristezza, inequivocabile rimando agli apici della sua precedente produzione artistica, che aleggia costante fino a sciogliersi improvvisa per lasciare spazio al silenzio.

Voyevoda
Cristallini riverberi intrisi di grave solennità configurano impenetrabili fluttuazioni che si muovono impercettibili come un denso banco di nubi. È una staticità apparente, carica di tensione, ad irradiare dalle dilatate trame di Wayne Robert Thomas, accumulo di flessuosi bordoni che si insinuano implacabili in ogni antro vuoto generando saturazioni permanenti che si imprimono indelebili nella memoria.

Una duplice deriva in un mare di profonda inquietudine.

fabio orsi | alessandra guttagliere “giardino forico n.1 – napoli”

[13/silentes]

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Riflessi di un attraversare lento divenuto gradualmente intima simbiosi. Non il racconto diretto e asettico di una città, piuttosto la restituzione di ciò che la sua anima riesce ad imprimere in chi sa mettersi in arrendevole ascolto. Il Giardino Forico di Fabio Orsi e Alessandra Guttagliere non è un lavoro di mappatura urbana e non configura una geografia territoriale. Ciò che il lavoro audio/visivo proietta è l’aura di un luogo filtrata da sensibilità peculiari per riconfigurarsi in un ambiente ideale, una dimensione che pur recando tracce oggettive della sua fonte vuol essere spettro sensoriale di un vissuto intenso e ricettivo.

È una Napoli che non troveremmo mai esattamente corrispondente quella che emerge, eppure inoltrandoci in essa la riconosceremmo senza alcuno sforzo. L’armonioso insieme delle sue voci, del suo ribollente rumoreggiare, dei suoni che ne definiscono ogni singolo scorcio trovano un immaginifico amplificatore nell’opera di rimodulazione e incremento che ne fa Orsi, conducendoci tra le vie di un territorio urbano che attraverso l’astrazione esplode più vivido che mai. Si procede così tra il brulicare delle strade interne fino al contemplativo margine marittimo alla scoperta di una vitalità senza tregua. Lì dove il mero dato materiale fallirebbe nel trasmettere pienamente la profondità dell’esperienza reale interviene l’invenzione  misurata a guidarci. Parallelamente i nostri occhi procedono lungo l’itinerario visivo ideato dalla Guttagliere, che attraverso la pittura (nella sua forma pura o ibridante la fotografia) ripropone su un altro piano il medesimo incremento percettivo finalizzato alla creazione di un tracciato emozionale da esplorare in ogni più minuto dettaglio.

Un’opera profondamente evocativa in cui immergersi alla ricerca di ciò che spesso sfugge ai nostri sensi.

will samson “a baleia”

[dauw]

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Galleggiando in un caldo mare infinitamente placido, in balia di una quiete assoluta nella quale lasciare fluire libera l’immaginazione. Torna a convergere verso rarefatti territori privi di connotazione vocale  Will Samson e lo fa attraverso quattro liquidi flussi ambientali originati dalla sua esperienza di immersione nella vasca di deprivazione sensoriale alla ricerca di un benessere intaccato dall’intensa attività dal vivo.

Dilatate saturazioni fluiscono vaporose plasmando eterei paesaggi sonori che si espandono a definire avvolgenti ambienti nei quali galleggiare in assenza di gravità. Ad impreziosirne l’incedere emergono essenziali contributi di archi e flebili tracce vocali affidate all’evanescente esecuzione di Brumes, nonché la collaborazione di Benoit Pioulard, abituale esploratore di immaginifiche derive sognanti.

Breve e delicata deriva in un’accogliente oasi rigenerante.

rafael anton irisarri “sirimiri”

[umor rex]

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Un oceano di profonda desolazione che si espande gradualmente  fino a divenire impenetrabile superficie priva di limiti. A meno di un anno di distanza dall’apocalittico scenario di “Shameless Years” e a distanza ancor più breve dall’epilogo di “Midnight Colours”, Rafael Anton Irisarri torna a dipingere scenari di infinita e rassegnata malinconia definiti attraverso i suoi abituali flussi immaginifici dal portato evocativo travolgente.

Convergono qui verso atmosfere più introverse le cattedrali di suono scolpite dall’artista americano, costruite attraverso un minuzioso processo di reiterazione in cui ogni ciclo mutua il precedente senza mai emularlo totalmente realizzando un crescendo in cui l’eccezione prevale sulla regola. Pensati come un unico itinerario da percorrere senza soluzione di continuità, i quattro capitoli di questo struggente nastro di Möbius scorrono lasciando tracce indelebili che partendo dall’enfatico crescendo di “Downfall” e la granulosa densa inquietudine di “Sonder” impreziosita dalla chitarra di Carl Hultgren, si spostano gradualmente verso territori meno cupi e più meditativi. Ad aprire questa nuova dimensione troviamo la mesmerica marea di morbide risonanze che scorrono su un irregolare fondale di “Vasastan” a cui fa seguito la toccante, conclusiva “Mountain stream”, che con le sue luminose modulazioni tra cui si incastrano le tessiture pianistiche di Taylor Jordan, sancisce un punto di approdo che apre a squarci di velato ottimismo.

Un tracciato avvolgente e totalizzante che partendo da un lessico ormai consolidato converge verso nuovi territori da esplorare per divenire possibili nuovi punti di inizio.