dronny darko & apollonius “the sea of potentials”

[ΠΑΝΘΕΟΝ]

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Un’oscurità densa ed impenetrabile attraversata da un nervoso alito di vitalità che ne contraddice costantemente l’assoluta immobilità. È un muoversi tra insondabili nebbie droniche alla ricerca di una breccia attraverso cui ritrovare la luce quel che prende forma lungo l’ora abbondante di “The sea of potentials”, misteriosa esplorazione sonica plasmata da Oleg Puzan, autore ucraino che si cela dietro lo pseudonimo Dronny Darko, in collaborazione con Eelke van Hoof, artista d’istanza ad Eindhoven  che produce sotto il nome di Apollonius.

Un oceano di alienanti modulazioni, che disegnano evanescenti tracciati colmi di algido mistero, si sviluppano come un unitario flusso diviso in quattro dilatati movimenti che si espandono lenti ed implacabili. Tutto si muove costantemente altalenante tra profondità liquide e altezze siderali che trovano comune denominatore nel senso di straniamento e isolamento indotto dalle frequenze sinuose che avvolgono scarne risonanze e flebili frammenti crepitanti.

È un navigare silente e meditabondo, pervaso da un’aspirazione mai soddisfatta che gradualmente si spegne lasciandoci immaginare un procedere infinito verso un orizzonte irraggiungibile.

 

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Una Selezione TRISTE© #22

a cura di TRISTE© – Indie Sunset in Rome

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Why Bonnie – Stereo

Nuovo EP per i Why Bonnie, una scoperta TRISTE© di qualche tempo fa. I ragazzi di Austin confermano quanto di buono ci avevano fatto ascoltare con nuove 5 gemme di ottimo bedroom pop.

 

 

epic45 – Outside

Dopo molti anni, un attesissimo ritorno. Gli epic45 non perdono smalto e il loro Through Broken Summer è un altro disco da ascoltare con attenzione.

 

 

noname – Blaxploitation

Per gli amanti del groove e del nu-soul. Noname non le manda a dire.

 

 

Phosphorescent – C’est la vie

Matthew Houck, aka Phosporescent, è tornato dopo 5 anni. Tante cose sono successe in questi anni, e anche il mood di Matthew è, forse, cambiato. Ma la sua musica continua come sempre a toccarci il cuore.

“I stood out in the rain
Like the rain might come
And wash my eyes clean
I don’t stand out in the rain
To have my eyes washed clean no more”

 

 

The Goon Sax – We can’t win

Una gemma di questo 2018. I The Goon Sax usciti a Settembre con We’re not talking. Vincere è difficile, ma con questa colonna sonora la disfatta è più dolce.

 

 

Advance Base – True Love Death Dream

Un altro degli artisti del cuore per noi di TRISTE©: Owen Ashworth e il suo progetto Advance Base (già Casiotone For The Painfully Alone) ci porta nuovamente un album pieno di nostalgia e malinconia. Un album pieno di sentimenti e di cuori spezzati. Un album bellissimo.

 

 

Lindsay Clark – Little Dove

L’ottima voce di Lindsay Clark potrà cullarvi in molti ascolti. Recuperate Cristalline e non ve ne pentirete.

 

 

Mutual Benefit – Come to pass

I Mutual Benefit di Jordan Lee sono una di quelle band di cui fidarsi a busta chiusa. Ed infatti anche in questo nuovo album ci consegnano melodie senza tempo (questa volta virate con maggiore decisione verso il folk) che riusciranno a farci dimenticare dei tempi bui in cui viviamo.

 

 

Cat Power – Stay

Chan Marshall è tornata. Chan Marshall forse ora è più serena. O quantomeno più matura. La sua classe rimane immutata e forse addirittura più rifinita.

 

 

Eli Keszler – Lotus Awings

Chiudiamo la nostra selezione col bravissimo polistrumentista Eli Keszler. Tra jazz, elettronica e  sperimentazione. Un disco per palati raffinati.

 

dead piano “dead piano”

[st.an.da]

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Decostruire per trovare una dimensione differente che faccia emergere tratti inesplorati di ciò che è più che consolidato. Non un pianoforte che muore, piuttosto uno strumento che attraverso un processo di marcata manipolazione trova nuova linfa proiettandosi verso orizzonti inattesi. È un’intenzione precisa a muovere Andrea Bellucci e Cristiano Deison lungo i solchi di questa loro collaborazione, un’idea chiara che ispira una ricerca volta ad affrancare un suono che rischia di divenire sterile ripetizione.

Affidandosi alle pressoché infinite possibilità derivanti dall’applicazione della tecnologia quale mezzo di trasfigurazione e ricomposizione delle armonie acustiche e implementando il risultato con l’ausilio di ulteriori flussi sintetici che ne saturino il fluire sinuoso, i due artisti plasmano un’affascinante esplorazione in sei atti imperniata appunto sull’utilizzo del piano quale generatore di risonanze profondamente atmosferiche. Mantenendone solo in parte il portato melodico e amplificandone il tratto evocativo grazie all’innesto prezioso di flebili modulazioni elettroniche, ciò che viene originato è una vaporosa sequenza di minuti paesaggi emozionali ricchi di dettagli e sfumature.

Un notturno evanescente, intriso di sfuggente malinconia, che avvolge e conduce tra le pieghe di un immaginifico universo in cui nulla è ciò che sembra.

leigh toro “the eternal navigation”

[eilean]

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Immergersi nell’incanto di un luogo pervaso da un’aura primordiale in ascolto degli echi che flebili si propagano al suo interno. A quattro anni di distanza da “L’esprit de l’escalier” e a tre da “Beneath the bark”, che sanciva l’inizio del sodalizio con Orla Wren, Leigh Toro torna a marcare un punto sulla mappa in divenire della eilean records.

Combinando le trame del suo universo elettroacustico fatto di cristalline risonanze e frequenze lievemente increspate con gli ammalianti estratti ambientali raccolti nel territorio a lui circostante, il musicista inglese plasma un’affascinante microcosmo fatto di minute stille e vaporosi riverberi in costante evoluzione. Una sequenza di flussi sinuosi  che scorrono quieti generando un’atmosfera magica in cui perdersi in estatica contemplazione.

È un procedere lungo una scia cullante alla ricerca di dettagli e sfumature infinitesimali che raccontano una storia di infinito stupore.
Sensorialità stimolante.

covarino/incorvaia “chiodi”

[preserved sound]

cover

Rarefatte scie che si espandono flessuose, libere di muoversi ed intrecciarsi con l’ambiente nel quale riverberano. Rimanendo totalmente fedeli al principio di pura improvvisazione che ha caratterizzato le loro prime due uscite discografiche, il duo formato da Francesco Covarino e Alessandro Incorvaia torna a ritrovarsi in studio, ancora una volta a Granada, per dare vita ad un nuovo itinerario sensoriale definito dal connubio di linee percussive e trame chitarristiche.

Proseguendo lungo la traiettoria individuata nel precedente lavoro, i due musicisti trovano nei tre movimenti di “Chiodi” un rinnovato equilibrio maggiormente imperniato sulle pause e sui tempi di riverbero di ciascun suono prodotto. Scompare totalmente ogni scambio serrato tra le parti in causa, qui accostate e articolate secondo sommesse traiettorie a cui si sommano un coacervo di rumori ambientali e risonanze meccaniche catturate in presa diretta utilizzando una serie di microfoni dislocati nello spazio. È come sempre un dialogo a due, ma privo di qualsiasi volontà di isolamento, tanto da scegliere di lasciare fisicamente aperto uno spiraglio che consentisse alla voce della città di essere inclusa nel quieto fluire delle tessiture acustiche. Tutto ciò conduce alla definizione di un sodalizio capace di espandere i propri confini ad ogni nuova prova evitando di incorrere in sterili riproposizioni di una formula collaudata.

Errare senza meta in una realtà vissuta come un placido sogno ad occhi aperti.

attilio novellino “a conscious effort”

[midira records]

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Tortuosi ed inafferrabili sono i percorsi della mente, complesso meccanismo intrappolato in un corpo che con la sua caducità spesso ne rappresenta un aspro limite determinante il prepotente emergere della sua oscura fragilità. È a questo indissolubile legame tra pensiero e materia che da forma “A conscious effort”, evocativo tracciato che vede Attilio Novellino restituito alla dimensione unitaria dopo la doppia collaborazione con Collin McKelvey  (“Hyperhunt”, “Métaphysiques cannibales”) e l’esordio del progetto Luton che lo vede accanto a Roberto P. Siguera.

Una solitudine assoluta, necessaria per plasmare fin nel più minuto dettaglio i diversi momenti di un lavoro ambizioso, un isolamento che non viene intaccato dai numerosi contributi presenti, affidati ad un nutrito numero di artisti scelti con estrema cura per giungere al pieno compimento di una visione profondamente chiara.

A partire dal flebile ribollio di interferenze costruite con l’ausilio di Daniel Mackenzie e Maxime Vavasseur, attraverso cui si fa largo il violoncello di Alex Vatagin nell’iniziale “Conceptual Experience Of The Body”, quel che si dipana è un incostante incedere tra l’evanescenza delle sensazioni  e la corposità della materia tradotto in un’estremamente composita sequenza di flussi che hanno nella loro persistente cupezza e tensione il tratto comune. Come a voler dare forma alle parti che compongono l’organismo, diverse eppure tutte collegate, e ai differenti stati di coscienza da esso attivati, Novellino costruisce un itinerario cangiante eppure coeso, che vede accostati senza soluzione di continuità scarne modulazioni costellate dalle metalliche trame ritmiche affidate a Tim Barnes a saturazioni di frequenze  allucinate , le irregolari ed oblique trame elettroacustiche del violoncello di Francesco Guerri e della chitarra di Paolo Cantù a convulse ascese di vorticose dissonanze, plumbee cavalcate elettriche cadenzate da pulsazioni profonde di Angelo Bignamini e Francesco Gregoretti a ruvide dilatazioni in dissolvenza, fino a giungere al conclusivo angosciato lirismo di “Amygdala poetry”.

Ne scaturisce un universo composito estremamente immaginifico, nel quale si riversano le molteplici istanze di un autore costantemente dedito  alla ricerca di soluzioni inesplorate. Radiografia di un’anima tormentata,  “A conscious effort” è un viaggio concettuale permeato da prepotente visceralità.

offthesky “enfolding”

[hidden vibes]

cover

Vaporose frequenze che scorrono sinuose come un accogliente manto pronto a consegnarci al placido tepore della dimensione onirica. Nascono dalla rimodulazione di un flusso originariamente composto per una sessione dedicata ad uno sleep concert tenutosi lo scorso anno a Denver i sette movimenti che modulano il nuovo disco di Jason Corder, lavoro che di quell’iniziale istanza conserva inalterato il tono crepuscolare e appunto “avvolgente”.

Inglobando al loro interno fragili trame armoniche e flebili ed evocativi estratti ambientali, i flessuosi ed eterei bordoni plasmati dal musicista americano si dilatano quieti generando torpidi torrenti risonanti. È un’oscurità confortevole quella che gradualmente prende forma, un ambiente ideale nel quale sprofondare abbandonandosi al sogno anche quando ruvide screziature di fono o nervose tessiture di archi conferiscono maggiore tensione e parziale inquietudine.

Un immergersi silente, a tratti allucinato, che propone lungo il suo corso due omaggi dedicati rispettivamente a Susumo Yokota e Johann Johannsson, due autori indicati da Corder come costante fonte d’ispirazione.

Elegiaco notturno da affrontare rigorosamente ad occhi chiusi.