h!u “re desiderio”

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L’immaginario flusso emotivo di un re la cui caduta segna la fine di un’epoca. Trae la sua origine dalle trame incerte di una storia lontana nel tempo il lavoro di H!U, incentrato sulle vicende che condussero al declino del regno longobardo a seguito della campagna di invasione condotta da Carlo Magno. Scolpito utilizzando un’unica fonte sonora, “Re Desiderio” scandisce le principali tappe di questa vicenda narrata provando a ripercorrere il possibile turbine di sensazioni del suo principale protagonista.

Acuti riverberi che sinistramente si dilatano su un ruvido fondale aprono la narrazione catapultando senza mediazione nell’attimo carico di tensione dello scontro tra i due re riversandosi  in desolate onde che dipingono lo spettrale paesaggio da esso determinato. Ogni particella suona e risuona accuratamente cesellata e vira adesso verso tracciati cupamente obliqui, che materializzando l’inquietudine della fuga e della ricerca di un luogo in cui riparare, conducono alla sussurrata frenesia di una nuova partenza. Dopo un periodo di relativa stasi scandita da ridondanti luminose modulazioni si giunge al violento atto conclusivo determinato da un devastante incendio la cui eco è percepibile nell’immagine di copertina del disco.

Accattivante ricostruzione tra realtà ed immaginazione realizzata con preziosa attenzione ricavando un ampio spettro da una fonte essenziale.  Decisamente lessi s more.

 

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Songs of ’17 (part 2)

a cura di music won’t save you

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The Luxembourg Signals – Laura Palmer

The Clientele – Lunar Days

Colorama – Gall Pethau Gymryd Sbel

Memory Drawings – The Nearest Exit (Astronauts remix)

Oddfellow’s Casino – Sealand

Budapest – Outnumbered

Florist – Understanding Light

This Is The Kit – Show Me So

Dana Gavanski – How Much Is Enough?

Lean Year – Watch Me

Chantal Acda – Our Memories

Colleen – Summer Night (Bat Song)

Adrian Crowley – The Wish

Kirill Nikolai – I’ve Always Been A Coward

ljerke “ljerke”

[eilean]

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Narcolettiche allucinazioni ispirate dai paesaggi costieri del Mar del Nord. È un progetto interdisciplinare costituitosi tra Olanda e Norvegia quello definito dalla sigla Ljerke, poliedrico ensemble che mirabilmente fonde  suono(Romke Kleefstra, Sytze Pruiksma, Alexander Rishaug , Hilde Marie Holsen e Michael Francis Duch), poesia (Jan Kleefstra ) e immagini in movimento (Marco Douma e Haraldur Karlsson) fusi in un unicum fortemente suggestivo.

Dal virtuoso processo di improvvisazione che lega le movenze dei suoi autori scaturisce un’immaginifica raccolta di oscure fiabe elettroacustiche fatte di cadenze allucinate modulate da misurate pause e placide stille melodiche e di algidi soffi percorsi da frequenze dissonanti dalle quali emerge quieta la voce declamante versi  spettrali che scivolano su un costante stato di surreale tensione. Quelli così plasmati sono territori sospesi in una densa foschia popolata da evanescenti figure dalle movenze fluide ed inafferabili.

Un intento ambizioso validamente concretizzatosi nell’affascinante punto 36 della sempre più completa mappa eilean.

build buildings “glass”

[audiobulb records]

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Flessuosi riverberi che muovendosi leggeri ammantano con disarmante immediatezza. A dispetto della sua ridotta durata lascia una lunga eco il nuovo lavoro del producer newyorkese Ben Tweel riuscendo in meno di dodici minuti a condensare una breve ma estremamente sfaccettata immersione in un microcosmo fatto di articolate strutture ritmiche e fragili modulazioni melodiche.

Si comincia dalle ribollenti frequenze dell’irregolare danza di particelle sintetiche di “Hebei Victory” per ritrovarsi nel ricco vortice sonoro della luminosa e brillante “Honey Locust” dalla cui ruvida scia si passa alle frammentate pulsazioni di “Glass” che sembrano voler scandire un tempo in costante trasformazione che si protrae ulteriormente nell’obliquo tracciato della conclusiva crepitante “Cedilla”.

Fugacemente suggestivo.

ian hawgood + danny norbury “faintly recollected”

[home normal]

homen102 Ian Hawgood + Danny Norbury - Faintly Recollected.jpg

Un tracciato senza fine percepibile lanciato attraverso un paesaggio in graduale evanescenza immerso nell’elegante quiete di un bianco e nero modulato da preziosi riflessi di luce. È una corrispondenza straordinaria ad unire la foto di copertina di Eirik Holmøyvik al sinuoso ed elegiaco flusso sonoro plasmato da Ian Hawgood e Danny Norbury, coppia di musicisti che dopo numerose collaborazioni e condivise esperienze di gruppo giunge infine alla realizzazione di un’opera  a quattro mani che ulteriormente suggella una lunga amicizia.

Pur strutturato in otto movimenti scaturenti dal lavoro di editing affidato a Stefano Guzzetti, “Faintly recollected” permane come unitaria scia priva di soluzioni di continuità coerente alla sua iniziale forma di unica lunga traccia costruita come intenso e delicato dialogo tra il violoncello di Norbury e i dilatati bordoni derivanti dal suono processato di una kalimba scolpiti da Hawgood. Le due componenti si intrecciano in un sinuoso incedere fatto dei palpiti emozionanti  dello strumento che languidamente scivolano sul vibrante fondale generando una cinematica sintesi dall’eco vagamente solenne.

Una poetica peregrinazione attraverso l’infinito stupore di intimi paesaggi emozionali.

 

the verge of ruin “learn to love solitude”

[setola di maiale]

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L’ossessivo scavare alla ricerca del proprio nucleo energetico per trovare un possibile punto di equilibrio dal quale affrontare un’esistenza costantemente in bilico. Ha una profonda valenza immaginifica l’opera prima di The Verge Of Ruin, eclettico progetto che vede insieme Shari DeLorian e Stefano De Ponti ma che per esplicita volontà del duo trova piena completezza soltanto attraverso la proficua collaborazione con altri autori non necessariamente attivi nel campo sonoro. Un’attitudine dichiaratamente interdisciplinare evidenziata dalla scelta del titolo del lavoro, estrapolato da un’intervista ad Andrej Tarkovskij,  e ancor prima dall’attiva partecipazione alla sua genesi dell’artista Yolenth Van Der Hoogen le cui immagini hanno ispirato i due musicisti milanesi.

Idealmente diviso in tre sezioni, “Learn to love solitude” è un unico tracciato sinestetico scaturente da un complesso intreccio di eterogenee fonti risonanti utilizzate per ottenere un ruvido magma sonoro da scolpire seguendo un flusso di pensiero chiaro ma non pienamente dichiarato, un’idea affidata a chi vuole seguirne l’incedere per conferirle una personale forma compiuta. Ciò che DeLorian  e De Ponti tracciano è una via dai margini sfrangiati e fuori fuoco, un’immersione graduale verso una potenziale autoconsapevolezza da trasformare in solido appiglio.

Crepitanti frammenti organici e stridenti interferenze elettroacustiche segnano la prima parte del percorso  definendo una graduale discesa verso un territorio sonoro ampio e dai tratti indefinibili che sfocia in un allucinata distesa di fluttuazioni distorte. Uno stacco infinitesimale necessario come un respiro profondo e lo sguardo si riattiva navigando in un’iniziale torpore dal quale un’incalzante percussività riscuote segnando con il suo perentorio deflagrare l’avvenuta penetrazione nella linfa vitale. Gradualmente il tumulto si placa e ci si ritrova a navigare in un sospeso equilibrio cullati da un canto dolce che scivola su una minimale scia che lentamente si spegne.

Deriva cinematica finemente modulata capace di dilatare lo scorrere del tempo.

fabio anile “dense”

[laverna.net]

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Lentamente scivolare verso avvolgenti abissi sempre più distanti dalla finitezza del reale, sprofondando in un limbo in cui tutto giunge sensorialmente amplificato. A dirigerci è una morbida spirale di sinuosi suoni che scorrendo gli uni sugli altri trovano un invisibile appiglio generante una crescente stratificazione  di trame sempre più complesse e corpose.

È con somma maestria che Fabio Anile plasma i suoi ipnotici tracciati attraverso paesaggi emozionali talmente vividi da essere percepiti concreti malgrado l’estrema rarefazione del flusso da cui scaturiscono. Sono dilatate derive dense di mistero e pervasi da un magnetismo totalizzante che rende irrimediabilmente prigionieri del loro risonante fascino in bilico tra gli echi di un solenne classicismo e i luminosi riflessi di un atmosferico minimalismo. Entrambe le componenti, ibridandosi in un gioco di incastri fluidi, informano persistentemente  le eteree sequenze che strutturano i tre racconti di questa mesmerizzante esplorazione di accecanti universi immaginari.

http://www.laverna.net/releases/Lav75.html