jacek doroszenko “wide grey”

[eilean]

cover.jpg

Materiche fiabe di un mondo permeato da dense ombre. Elaborato durante una serie di residenze artistiche svoltesi in Danimarca e in Grecia, il materiale di cui si compongono i paesaggi sonori di Jacek Doroszenko è un ribollente magma di suoni ambientali, tessiture acustiche e modulazioni sintetiche combinate per definire surreali ambienti dai dettagli vividi e tangibili.

Nel suo scorrere “Wide grey” costruisce una sequenza altalenante tra narrazioni incentrate su trame abrasive e crepitanti dominate da suoni concreti e frequenze stridenti (“Iðavöllr”, “Glue”, “Dense”) a cui si aggiungono frammentarie linee armoniche (“Vague Obtrusion”, “Ålvik”) e vibranti e parzialmente luminose aperture melodiche dall’incedere ostinato (“Stream”) o dall’andamento seducentemente malinconico (“Be right back”).

Un modo differente di raccontare i luoghi, un percorso che si pone in coerente continuità con l’esplorazione multimediale sui ricordi richiamati dai suoni condotta dall’artista polacco nell’interessante “Soundreaming” pubblicato alcuni mesi addietro.

 

 

Annunci

aris kindt “swann and odette”

[kingdoms]

unnamed

Attraverso paesaggi immaginifici plasmati utilizzando una tavolozza ampia e variegata. Continua ad espandersi verso ambienti privi di margini e catalogazioni definite il progetto Aris Kindt formato da Francis Harris e Gabriel Hendrick , il cui nuovo lavoro sancisce l’esordio della piattaforma Kingdoms curata dallo stesso Harris e da lui presentata come caleidoscopico ambiente musicale capace di accogliere istanze diverse.

Sono derive affascinanti ed estremamente sensoriali quelle che compongono “Swann and Odette”, sviluppate attraverso un attento intreccio di stratificazioni sintetiche e trame chitarristiche capaci di infondere una tangibile matericità al suono del duo. È una navigazione cosmica che si sposta tra traiettorie oblique e flessuose (“Swann and Odette”, “Taking 33”) a tratti scandite da morbide pulsazioni (“Seagraves”), reiterazioni melodiche lisergicamente ipnotiche (“Several Wolves”, “Hewettt Fails to Understand”) e densità oscuramente inquiete (“A Second Type of Problem”, “Still Undivided”).

È un’atmosfera cangiante ma dai tratti sempre riconoscibili, che sintetizza la doppia istanza di chi ama al contempo dare una propria impronta e continuare ad esplorare ambiti inediti e senza collocazione certa.

Universo in costante divenire.

francesco covarino “olive”

[thirsty leaves music]

Francesco Covarino - Olive - cover.png

23 settembre 2016. Un luogo nella città di Granada. Un evento importante alle porte. Isolato in uno spazio circoscritto Francesco Covarino scioglie momentaneamente il suo sodalizio con Alessandro Incorvaia per lasciare fluire libere le proprie sensazioni raccolte nel suo primo lavoro solista.

“Olive” raccoglie quattordici improvvisazioni registrate nell’arco di un’unica sessione, brevi bozzetti atmosferici dal carattere fortemente narrativo costruiti attraverso sequenze ritmiche scarne e assolutamente non inclini ad un gratuito sfoggio virtuosistico. Appare scelto con cura il singolo battito, viene concesso il giusto spazio per risuonare ad ogni fraseggio. Tutto scorre stringato e privo di fretta, eppure emerge un’urgenza espressiva che punta sull’essenzialità riducendo velocità e densità. Solo per brevi tratti l’incedere abbandona il suo caldo e placido flusso per formalizzarsi in trame più nervose e torrenziali (“oliva 85”, “oliva 55”) che rapide si spengono per tornare a convergere verso un immaginario pulsante fatto di colori tenui e morbide sfumature.

Un disco percussivo di spiazzante delicatezza pregno del profondo e prezioso influsso di una paternità imminente.

bruno sanfilippo “lost & found”

[ad21]

a2077192126_10.jpg

Sparse tracce riunite in un unico flusso per generare una visione nuova. È al tempo stesso un’operazione di recupero e spostamento di senso quella che Bruno Sanfilippo attua attraverso la pubblicazione del suo ultimo lavoro, un rintracciare e portare  in evidenza un possibile filo comune che lega isolate particelle appartenenti al suo proficuo percorso artistico.

Una persistente rarefazione da cui emana una strisciante aura nostalgica accompagna lo scorrere dei brani accumunando emozionalmente scorci sonori di natura differente eppure qui pienamente conseguenziali. Si accostano con estrema naturalezza la densa malinconia dell’incontro tra il raffinato pianismo e le leggere voci fanciullesche di “Peter” e il luminoso mare in cui si immergono placide stille riverberanti di “InTROpiano” , la compresenza tra tessiture eteree e ruvido fondale materico di “Piano Texture Found” e l’anima atmosferica fatta di essenziali melodie e venature crepitanti di “Solitario”. La chiusura di questo immersivo viaggio nel passato è affidata a “What I Dreamed”, flessuoso e onirico sprazzo inedito recuperato dall’archivio personale.

Lontano dall’essere una semplice selezione antologica, “Lost & found” appare piuttosto il riuscito tentativo di trovare una dimensione ulteriore a ciò che altrimenti sarebbe rimasto nell’ombra.

Abbandonarsi per riscoprirsi più a fondo.

ot to, not to “these movements I & II”

[acr]

 

cover.jpg

Ermetici bozzetti composti da segni non convenzionali eppure pienamente intellegibili. È certamente un cantautorato fuori dagli schemi quello proposto da Ian Mugerwa, giovane musicista americano che dopo “Goshen”, che lo scorso anno ne aveva segnato  il debutto, giunge alla sua seconda pubblicazione sotto l’alias ot to, not to.

Procedendo sulla scia dell’esordio, Mugerwa confeziona un doppio EP di canzoni dall’incedere sghembo, costruite attraverso una riuscita combinazione di oblique armonie acustiche e spregiudicate manipolazioni elettroniche. Le tracce risultanti da un simile approccio definiscono un microcosmo melodico dalla struttura atipica e irregolare eppure diretto e accattivante. Ci si ritrova piacevolmente spiazzati e rapiti ascoltando il minimale e straniante blues di brani quali “Muddy Waters” e “Homeless Problem” o le stridenti divagazioni di “Kamaji II” e “Degas’ Dancers” che ulteriormente accentuano il carattere sperimentale della scrittura di un talento alle prime prove, eppure già capace di segnalarsi tra gli artisti più promettenti da seguire.

Ricercata esplorazione pop.

 

andrea belfi “ore”

[float]

a0137568350_10.jpg

Grezza materia plasmata per divenire prodotto prezioso. L’analogia suggerita dal titolo e dichiarata nelle note che accompagnano la pubblicazione del disco, esprimono con grande efficacia la direzione tracciata da Andrea Belfi  nel suo nuovo avvincente viaggio sonico che sancisce la nascita della londinese Float.

Una percussività dominante e spesso estremamente intricata che si incontra/scontra con frequenze sintetiche immaginifiche origina una complessa narrazione costantemente in bilico tra una ficcante ancestrale visceralità e un’affascinante deriva cosmica. Un percorso racchiuso tra i due estremi di un’onda rocciosa il cui profilo viene plasmato da Belfi attraverso ribollenti trame in divenire di inquiete basse frequenze combinate a strutture ritmiche cangianti (“Anticline”) a cui fanno da contraltare epiche tessiture dall’incedere profondo e perentorio (“Syncline”). Tra i due poli si incastrano pulsazioni in vorticoso crescendo che si aprono su lisergiche deflagrazioni elettroniche (“Iso”), dinamiche progressioni dense di ossessivo mistero (“Lead”) e dilatate immersioni tra stratificazioni oscure di incalzanti battiti e frequenze stridenti.

Ruvidamente avvolgente, “Ore” è un lavoro che non concede pause e che disegna una traiettoria in fondo alla quale giungere privi di fiato.

Una Selezione TRISTE© #14

a cura di TRISTE© – Indie Sunset in Rome

10648232_447183495436057_8508890659538617632_o

 

Emma Russack – Everybody Cares

Dall’Australia, il nuovo lavoro di Emma Russack. Un disco a suo modo cupo e introspettivo, che merita sicuramente più di un ascolto (e una attenta lettura dei testi)

 

The National – Day I Die

Matt Berninger e soci sono tornati. Qualche piccolo cambiamento di stile e il solito immenso spessore. Non possiamo che continuare ad amarli incondizionatamente.

 

Nadine Shah – Holiday Destination

La title track del nuovo album di Nadine Shah è il perfetto manifesto di un disco potente, graffiante e pieno di significati.

 

The Pains Of Being Pure At Heart – When I Dance With You

Kip Bernam e i suoi “dolori dei puri di cuore” sono ormai un classico dell’indie pop. Il nuovo album forse non è all’altezza dei fasti passati, ma al cuore (e ai suoi dolori) non si comanda.

 

Zola Jesus – Siphon

Tornano le atmosfere cupe di Zola Jesus con Okovi. Qui ci ascoltiamo Siphon.

 

Lotte Kestner – Off White

Tutta la delicatezza di Lotte Kestner e le sue atmosfere eteree. Ghosts è estratto dal bellissimo Off White, che vi invitiamo ad assaporare fino in fondo.

 

Ian Felice – Mt. Despair

Dai Felice Brothers al disco solista, Ian Felice mantiene il suo mood e ci accoglie in un disco molto personale e di ottima fattura. Mt. Despair è una ballad malinconica che non può che toccarci nel profondo.

 

Yaeji – Drink I’m sippin On

Tra New York e Seoul, Kathy Yaeji Lee porta avanti il proprio progetto a cavallo tra elettronica, rap e melodia. Ed il risultato è davvero ottimo.

 

Dana Gavanski – How Much Is Enough?

Nulla è mai troppo se raggiunge lo splendore dei pezzi che Dana Gavanski ha raccolto nel bellissimo Spring Demos. Un disco che assolutamente non dovete perdere.

 

Courtney Barnett & Kurt Vile – Continental Breakfast

Ancora una volta vi proponiamo un estratto dal primo album (e speriamo non sia l’ultimo) congiunto di Courtney Barnett e Kurt Vile. Noi li amiamo. E fareste bene a farlo anche voi.