Giovanni Di Domenico “L’inutile”

[tsss tapes]

Non so da dove nasca il titolo scelto da Giovanni Di Domenico per il suo nuovo lavoro curato dalla tsss tapes di Francesco Covarino, ma posso dire con certezza che il suo contenuto è tutt’altro che inutile. Nessuna informazione, nessuna dichiarazione di intenti accompagna la pubblicazione, tutto è interamente affidato al suono. A saturare il nastro troviamo due dilatate tracce di identica durata di [quasi] solo piano, entrambe denominate secondo una complessa figura geometrica e probabilmente frutto di sessioni di improvvisazione guidate da un’idea chiara e prefissata, come già accadeva nell’ottimo “ISASOLO!”.

Ricerca armonica e sviluppo dinamico della trama sono i cardini attorno cui ruotano i due itinerari proposti, intricati percorsi pianistici interpolati da mirate intersezioni elettroniche ( “Tesseratto”) e da risonanze acustiche estratte da vari oggetti (“Politopo”). Emergono gradualmente dal silenzio i due percorsi, muovendosi tra fraseggi ostinati, il cui reiterarsi viene scandito da sfumature cangianti, e passaggi densi, privi di vuoti che soprattutto in alcuni passaggi del lato A riportano alla mente il torrenziale flusso della continuous music ideata da Lubomyr Melnyk.

Sono traiettorie accidentate, da (in)seguire con estrema attenzione lasciandosi catturare dal vortice immaginifico di un suono inquieto e costantemente alla ricerca di un punto di fuga differente.

aa.vv. “BolognaSound vol.1”

[Slowth Records]

Il fermento di una città pulsante, la vitalità di una ricerca sonora continua, votata ad esplorare forme e strutture inusuali a cui si offre poco spazio e poca visibilità. È l’attitudine alla sperimentazione, all’improvvisazione, all’ibridazione di linguaggi e generi a fornire la materia da cui scaturisce “BolognaSound vol.1”, pubblicazione d’esordio della neonata etichetta indipendente Slowth Records.

Concepito quale prima di una serie di raccolte dedicate ai musicisti attivi nella città emiliana e intenti a percorrere territori altri, il disco propone cinque itinerari profondamente atmosferici declinati secondo un ampio ventaglio di soluzioni , specchio di un panorama coerente nel suo intento ma estremamente diversificato. Nutrito al contempo dalla proficua attività del conservatorio (non a caso mentore del progetto e ideatore del titolo del lavoro è Francesco Giomi che lì insegna Composizione Musicale Elettroacustica) e dalla feconda energia che impregna l’ambiente culturale della città, il suono che emerge dalla sequenza delle tracce scelte costruisce un immaginario complesso in cui si incrociano e fondono avanguardie novecentesche, ritmi techno e frequenze noise.

L’apertura è affidata al duo Njordzitrone composto da Davide Baldazzi e Andrej Cebski, ideatore di un breve vortice fatto di algidi flussi sintetici e destrutturazioni  ritmiche che rimandano a frangenti  autechriani, frammento dalle premesse interessanti che meriterebbe ulteriore sviluppo. Di tutt’altra matrice è la composizione di Federico Pipia, narrazione acusmatica estesa e articolata incentrata su uno spiazzante dialogo tra densità e rarefazione, istanza comune, almeno in parte, al flusso più ruvido e corposo plasmato da Daniele Carcassi. Tra tintinnii metallici, paesaggi lowercase ed improvvisi crescendo di risonanze materiche Marco Menditto disegna un ambiente oscuro e ancestrale, gravido di strisciante tensione. A chiusura di questo interessante caleidoscopio è posto “Un giardino improvviso” di Simone Faraci, obliquo e straniante universo interiore imperniato sulla destrutturazione di un testo affidato alla voce di Valeria Girelli.

Un viaggio sonoro stimolante che presuppone un ascolto attento e consapevole.

Luciano Maggiore “pietra e oggetto”

[Kohlhaas]

Un sibilante microcosmo in tenue emersione da un fondale di contemplativo silenzio. Proseguendo la sua ricerca incentrata sulla percezione e la propagazione dei suoni, Luciano Maggiore costruisce nel suo ultimo lavoro un sussurrato quanto vitale racconto sonoro capace di coniugare risonanze ambientali e stille materiche ottenute ricorrendo ad una gestualità scarna e diretta.

Adoperando il suono come materia essenziale attentamente distillata e manipolata, il musicista palermitano di stanza a Londra scolpisce enigmatiche strutture concrete, permeate da un costante senso di indicibile ed arcaico mistero. Frammenti e riverberi si palesano in modo asciutto plasmando un pieno indefinito, che si stacca dal vuoto attraverso una procedura di misurata addizione di elementi primari. Ogni traccia così cesellata si propone quale canovaccio aurale da affidare all’immaginazione di chi ascolta, suggestione indeterminata (anche nella denominazione  volutamente anonima) attraverso cui attivare un processo conoscitivo interamente basato sulla forza immaginifica dell’ascolto attento e ponderato.

ATRX “Phase Two”

[nausea.]

Rumoroso. Acido. Straniante. Mantiene inalterate le caratteristiche emerse dal capitolo d’esordio la materia sonora scolpita da Marcello Groppi  per dare origine alla seconda pubblicazione del suo progetto solista ATRX, nuovo tracciato che propone ancora una volta Angelo Bignamini, cointestatario della sigla The Great Saunites, in cabina di regia.

Registrato in presa diretta, “Phase Two” si nutre di una frastagliata miscela di suoni ambientali, irregolari pulsazioni e frequenze ruvide. La prima metà di questo unico flusso diluito sui due lati del nastro, col suo incedere incoerente, assume la forma di una vorticosa drammaturgia in bilico tra esplorazioni concrete di memoria futurista, aspre progressioni ritmiche e crepitanti pause gravide di tensione. Il suono emerge come risonanza profonda e inizia a scorrere, si inceppa e singhiozza, riparte e ascende. La seconda parte vira verso litorali più atmosferici scanditi da un’obliqua melodia pianistica che si spegne lasciando spazio ad  un’allucinata distesa di dense modulazioni che si spengono improvvise senza definire un approdo.

Un itinerario accidentato tra rumore e musica, ostico eppure coinvolgente, che ha nella sua estrema brevità il suo punto debole e al tempo stesso l’elemento forte.

Francisco López “untitled #346”

[Vernalis]

Il suono visto come strumento di analisi e mappatura attraverso cui indagare il territorio è di certo un tratto che accomuna gli specifici itinerari di Enrico Coniglio, Nicola Di Croce e Leandro Pisano, curatori del neonato progetto Vernalis pensato quale spazio per promuovere azioni volte ad esplorare la realtà nella sua forma fisica, sociale e politica affidandosi ad una consapevole pratica di ascolto.

Il primo passo di questa nuova realtà è la pubblicazione di un inedito tracciato risonante commissionato a Francisco López nel 2016 dalla Fondazione Juan March in occasione della mostra “Escuchar con los ojos. Arte sonoro en España, 1961-2016”. Si tratta di un unico flusso plasmato a partire da registrazioni effettuate in loco, manipolate e ricomposte fino ad assumere l’identità di una complessa e tortuosa narrazione che utilizza il dato reale quale mero punto di partenza per dischiudere infiniti universi possibili.

Perfettamente aderente all’estetica propria della lunga e prolifica attività dell’artista spagnolo, la traccia si sviluppa alternando differenti fasi, in bilico tra l’ipnotica ciclicità di suoni industriali ed immersioni in microcosmi aurali quasi totalmente impercettibili, connesse in modo libero ed imprevedibile per dare origine ad una libera traiettoria sensoriale sganciata da retaggi visivi. Quello generato diventa così un evocativo canovaccio affidato alla reazione di un fruitore invitato ad immergersi  nelle suggestioni sonore per riconfigurare un personale universo scaturente da un ascolto attento ed immersivo.

Ad espandere ed implemetare il percorso proposto troviamo il saggio critico di Salomé Voegelin che insieme all’introduzione di Pisano occupa le pagine dell’allegato libretto che completa l’accurata edizione fisica contenuta in busta isotermica realizzata in collaborazione con Krisis Publishing.

Sergio Sorrentino “So Far So Close– Creative Duets during the Lockdown”

[Suoni Possibili]

Superare i limiti di una contingenza complessa costruendo ponti artistici che permettano di conservare fertili sinergie stabilite nel corso degli anni. In contrapposizione ad un momento storico che ci vuole sempre più divisi ed isolati, Sergio Sorrentino sceglie di costruire un caleidoscopio musicale interamente frutto di proficue collaborazioni capaci di definire un esteso spettro sonoro estremamente sfaccettato.

Tenuto insieme dal suono della sua chitarra, fil rouge di volta in volta espanso ed ibridato dalle peculiari trame offerte dai diversi musicisti coinvolti, “So Far So Close” disegna una ammaliante sequenza di paesaggi risonanti originati dal preciso incastro di visioni estratte da ambiti e generi differenti.  In un insieme vorticoso si succedono così istantanee elettriche permeate da echi lisergici (“Elihw” con John King, “Blurred Vision” con Scott Fields) e rarefatti itinerari ambientali in cui lo strumento distilla essenziali trame di preziosi dettagli (“El Silencio del Dia” con Machinefabriek), ribollenti spirali dissonanti (“Enydreía” con Elliott Sharp) e narrazioni oscure scandite da un canto sinuoso e magnetico (“Breathe” con She Spread Sorrow). Lungo il tragitto ci si imbatte poi in scorci atmosferici dal sapore vagamente esotico ed ancestrale (“Ard” con Stefano Taglietti, “Tribalism” con Roberto Zanata), in placide derive dall’andamento obliquo (“Dead Strings” con Van Stiefel ) e nervose frequenze elettro-sintetiche (“Particles” con Usui Yasuhiro).

Il risultato di questo eclettico confronto è un universo sonico coinvolgente e frastagliato, dominato dal gusto della sperimentazione, capace di rendere affini linguaggi e orientamenti dissimili, palesando l’estrema versatilità di un autore/esecutore virtuoso, sempre pronto ad accogliere stimoli esterni da tramutare in proficue suggestioni.

Deison / Maurizio Bianchi “White Landscape”

[Final Muzik]

Un’espansa distesa di diafani vapori in indissolubile sospensione. A cinque anni di distanza dalla prima collaborazione, tornano ad incrociarsi gli itinerari sonori di Cristiano Deison e Maurizio Bianchi confluendo in uno sterminato oceano di abbagliante, voluttuosa luce, ideale ribaltamento di quel primo condiviso capitolo intriso di atmosfere oscure ed incombenti.

Costruito a partire da vecchie registrazioni inviate da Bianchi, sezionate e manipolate da Deison fino ad assumere la forma di quattro lunghi tracciati atmosferici, “White Landscape” configura un amniotico ambiente sonico dominato da un senso di algida contemplazione, vivida formalizzazione di un rarefatto paesaggio invernale permeato da morbida brillantezza. Sature volute sintetiche si muovono sinuose disegnando nebbiosi flussi tendenti verso orizzonti di avvolgente quiete.

A tratti, lungo questo etereo percorso, si attraversano frangenti parzialmente umbratili, percorsi da sottile e ruvida polvere che emerge in filigrana senza tuttavia intaccare il tono generale di un viaggio proiettato verso la radiosa profondità di un oblio luminescente.

Marco Ferrazza & Giacomo Salis “S/.”

[Hemisphäreの空虚]

Esplorare la materia, carpirne e tramutarne le risonanze intrecciandole a frammenti concreti sottoposti ad un chirurgico processo di rimodulazione. È una ricerca affine, condotta con metodologie similari ma con strumenti differenti, quella che accomuna l’attività artistica di Marco Ferrazza e Giacomo Salis, qui per la prima volta insieme a definire un comune flusso narrativo che coniuga manipolazione sintetica e acustica.

È con attitudine cangiante, in bilico tra armoniosa assonanza e stridente contrasto, che l’incastro tra le visioni dei musicisti coinvolti si formalizza, fertile connubio tra il lessico elettronico estrapolato da dati reali di Ferrazza e la vibrante fisicità dell’esteso percussionismo  di Salis. Entrambi inclini all’improvvisazione radicale, i due sperimentatori propongono un tripartito itinerario nutrito da elementi scarni e profondamente materici, capaci di costruire un immaginario intricato e coinvolgente, al tempo stesso tattile ed astratto.

Dal mutevole intreccio di riverberi, stille distorte, frammenti  rumorosi, stridii e battiti emerge una drammaturgia intensa, un evocativo canovaccio in cui insinuarsi alla ricerca di un personale viaggio fatto di aggettivi e colori da associare liberamente al suono.

Dalot & Sound Awakener “Departures”

[Fluid Audio]

Ansie, speranze ed incertezze che emergono da un mondo sempre più caratterizzato da continui flussi migratori e destabilizzanti emergenze socio-politiche. A tre anni dalla prima collaborazione si rinnova il sodalizio che vede affiancate Maria Papadomanolaki aka Dalot e Nhung Nguyen sotto lo pseudonimo Sound Awakener, cristallizzandosi in una nuova condivisa esplorazione emozionale non più incentrata sull’inattesa bellezza dei luoghi del quotidiano, bensì sul senso di impermanenza che accompagna ogni fase transitoria dell’esistenza.

Frutto ancora una volta di un lungo processo di scambio ed elaborazione, questo nuovo itinerario utilizza le risonanze ambientali non più per contestualizzare l’essere e le sue sensazioni, ma al contrario per restituire il costante straniamento derivante da viaggi complessi e pieni di difficoltà. Ad esse si sommano vapori sintetici e frastagliati riverberi di consistenza tattile, che acuiscono l’indissolubile inquietudine emergente dai vari capitoli, velandoli di ulteriore incombente oscurità. L’incedere appare incerto, attraversato da sature nebbie e ruvide frequenze, solo a brevi tratti sostituito da una placida aura contemplativa scandita dal fluire di luminose stille pianistiche (“Interlude”, “Unknown Parks, Unknown Cities”).

Un itinerario sonoro denso ed irregolare che registra e interiorizza la cupezza del presente senza rinunciare a proiettarsi in modo cauto verso un possibile, ottimistico futuro.

Grotta Veterano “Luung”

[Krysalisound]

Il sapore agrodolce di malinconiche stille armoniche che placide cadono in un silente paesaggio attraversato da flebili correnti rumorose. È un ambiente delicato, inondato dalla una tenue luce invernale quello che gradualmente prende forma dalle due dilatate istantanee che informano il nuovo lavoro di Grotta Veterano, un territorio in cui atmosferica rarefazione ed essenziale gusto neoclassico si fondono generando un espanso orizzonte emozionale scandito da una costante duplicità rivelata fin dall’immagine di copertina.

Affini per concetto e struttura, anche se di durata sensibilmente diversa, le esplorazioni sonore modellate dal musicista friulano disegnano due affini piano sequenza il cui elemento centrale è costituito dal mutevole reiterarsi di uno scarno fraseggio melodico che emerge inatteso da un granuloso fondale generato dall’alternarsi/sovrapporsi di tattili frequenze sintetiche, risonanze acustiche ed estratti ambientali. Le distillate note pianistiche di questi fragili nuclei, ricomponendosi costantemente secondo una rallentata modalità minimalista, assumono la forma di un vitale respiro destinato a dissolversi per lasciare nuovamente spazio alla crepitante combinazione da cui si sono rivelate.

Una duplice traiettoria di oniriche trame in sinuoso divenire.